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Elezioni sì o no. Cosa cambia?

Quali che siano state le cose dette ieri sera ad Arcore tra Berlusconi, Bossi, La Russa & Co., e quale che sarà la sorte di Fini come Presidente della Camera (oggi la questua a Napolitano), il punto principale attorno al quale ruota tutta la crisi di governo attuale è - e deve essere - unicamente l'effetto sul paese governato. Ovvero su di noi.

Beninteso, non che le nostre sorti dipendano da quanto decide il governo: sappiamo bene che i fili principali delle nostre esistenze sono mossi altrove, dalle parti dell'economia e della finanza, per intendersi, dalle parti della sovranità monetaria (che non abbiamo). Ben oltre i confini nazionali (con buona pace delle bandiere tricolori dei supporters di Gianfranco Fini...). A tal proposito i governi dei singoli stati possono molto poco se non tamponare lievemente - oppure, molto spesso, appoggiare apertamente - ciò che viene deciso altrove. È innegabile però che anche in tema di gestione interna - che a questo è ridotta la politica: mera gestione - un governo vacante non può che aumentare i problemi. Quanto meno evitare di risolverli.

Certo, è inutile aspettarsi soluzioni su alcunché dalle classe politica che abbiamo, e anche questa, ancora una volta, è una amara riflessione. Ciò non toglie che anche facendo rapidamente mente locale alla stabilità dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, trovarne qualcuno che sia arrivato a fine legislatura sia impresa non facile.

Dal finto bipolarismo ai raggruppamenti elettorali - sui quali il centrosinistra sta tornando in modo imperterrito, vedi l'idea dell'Ulivo Reloaded - dai partiti gestiti dal "sovrano" a quelli nati per "esigenze" locali ma radicati, anzi, incistati sul territorio fino a quelli storici ancora in grado di portare voti, e il tutti insieme appassionatamente, malgrado la spartizione delle poltrone, nulla ha portato quasi mai a una stabilità (impossibile da raggiungere con accozzaglie del genere).

E dunque nuove elezioni, nuove campagne elettorali, nuove liste di nominati, nuovi finti dibattiti televisivi, programmi ridicoli, nuove votazioni, exit poll più varie e avariate. Naturalmente, nuove spese per gli italiani e nuovi contributi pubblici ai partiti. A ogni tornata. Come il gioco del Monopoli, si "passa dal Via e si ritirano i denari".

Evidente che più "passaggi ci sono dal Via", ovvero più elezioni e legislature ci sono, più contributi piovono nelle casse dei partiti. A spese di tutti noi, naturalmente. Ecco perché le "nuove elezioni" sono diventate ormai un gioco di società.

Questo per dire che nell'analisi della situazione attuale, si dovrebbe guardare ai semicerchi di Parlamento e Senato dall'alto - molto dall'alto - piuttosto che ai singoli, e considerare in toto la qualità, la capacità, l'etica e la morale, quando non solo l'efficacia, di una classe politica - tutta - che da decenni ormai non fa altro che continuare imperterrita a prendere per il culo quanti (e sono la maggioranza) si ostinano ancora a votarla.

A questo, dal punto di vista pratico e immediato, non vi è scampo: se nei prossimi mesi gli italiani si appassioneranno alla nuova, ennesima (e ormai perenne) tornata elettorale, e in particolare modo se non cambieranno - e non cambieranno - i punti principali del sistema elettorale, ovvero sbarramenti, preferenze dirette e premi di maggioranza, sarà del tutto inutile sperare in un cambiamento nella nostra politica interna. Ovvero del cast del teatrino che abbiamo davanti agli occhi.

Al solito, il problema è culturale ancora prima che politico. Ovvero capire la sostanza di una classe politica cialtrona che non vale la pena votare. Ma siamo in un Paese in larghissima parte ignorante: nel senso letterale, che ignora la realtà delle cose. E che tornerà immediatamente allo stadio a dividersi tra Curva Sud e Curva Nord. Con notevole introito di... "diritti televisivi".

 

Valerio Lo Monaco

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