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Obama, il finanziamento infinito

La novità di giornata... non è una novità. Non sul piano sostanziale, almeno. Obama caldeggia nuovi interventi statali nell’ennesimo tentativo di rilanciare, almeno un poco, l’asfittica economia statunitense: nel caso specifico, un pacchetto da 150 miliardi di dollari suddiviso in 50 di spese per le infrastrutture e 100 di sgravi fiscali per le aziende che investono in innovazione e ricerca. I primi verranno erogati, sempre che il Congresso dia il suo placet, sull’arco di sei anni, mentre i secondi avranno valenza decennale.

Da quell’accorto comunicatore che è – anche se poi tanta accortezza non gli ha impedito di scivolare a un misero 42 per cento di popolarità, ovverosia la metà esatta di quell’impressionante 84 per cento che gli venne accreditato da un sondaggio della Cnn alla vigilia dell’insediamento alla Casa Bianca nel gennaio 2009 – il presidente Usa ha fatto coincidere l’annuncio col Labor Day, che si celebra il primo lunedì di settembre, e si è scelto come sfondo, più che mai favorevole, il grande raduno sindacale che si è svolto a Milwaukee, nel Wisconsin. Davanti a quella platea così ben disposta, Obama ha provato a riaccendere il fascino di alcune delle tematiche che aveva utilizzato, con enorme successo, al tempo della trionfale cavalcata nelle Presidenziali del 2008: e innanzitutto, tanto per cambiare, la “imperitura” bellezza dell’American Dream, che promette a tutte le persone di qualche talento e di buona volontà l’opportunità di farsi strada e di migliorare la propria condizione iniziale, senza alcun limite precostituito e inderogabile di ricchezza e di potere: «L’America non può avere un’economia forte senza un ceto medio forte, sempre più grande, con i suoi valori e la sua capacità di lavorare duro. (...) È stato così ai tempi dei miei nonni, e dovrà tornare ad essere così anche in futuro».

Propaganda allo stato puro, ovviamente. Chiunque abbia una minima conoscenza della realtà statunitense, e più in generale delle dinamiche espansive e recessive del capitalismo, sa benissimo che non è possibile replicare al presente i modelli del passato. La “capacità di lavorare duro” non è mai stata la causa fondamentale della crescita, che è dipesa innanzitutto da processi di carattere finanziario ivi inclusa la crescente e smisurata dilatazione del debito pubblico, e men che meno potrà esserlo oggi o in futuro. I problemi degli Stati Uniti, e dell’intero Occidente ingrassato a colpi di bolle speculative e di consumismo frenetico, sono talmente radicati da non poter essere risolti da nessun tipo di incentivo. Dove i politici si mostrano ottimisti, salutando anche dei minuscoli miglioramenti (o “non peggioramenti”) come segni di un’ormai prossima uscita dalla crisi, gli economisti più lucidi non smettono di sottolineare che gli elementi di debolezza prevalgono di gran lunga su quelli di forza. Nouriel Roubini lo ha ricordato nei giorni scorsi al Workshop Ambrosetti di Cernobbio: «nella seconda metà del 2010 la crescita sarà più debole della prima metà dell'anno, soprattutto per l'esaurimento degli strascichi del pacchetto di stimoli fiscali che hanno favorito la ripresa». Negli Stati Uniti, in particolare, l’aumento del Pil era stimato al 2,4%, mentre ora viene ridimensionato all’1,6. Secondo Roubini andrà ancora peggio: «in realtà la crescita sarà dell'1,2%. Questa verrà avvertita come una recessione anche se tecnicamente non lo è, perché si tratta di un rallentamento dei livelli di crescita. Poi, al momento dello stallo, si può cadere nel precipizio e tutto questo può portare a una nuova recessione». Conclusione: «Usa e Giappone presentano i maggiori rischi»

Ma di questo, manco a dirlo, Barack Obama si guarda bene dal parlare. 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 07/09/2010

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