Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 07/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Berlusconi e Bossi al Quirinale”, con il commento “La partita finale tra gli ex alleati” e l’intervento “Ma un patto conviene ancora”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Destra moderna o Lega Sud?”. Di spalla: “La solitudine dei piccoli nella corsa all’export”. Al centro foto-notizia: “I tifosi finti, la fine degli stadi” e “Ucciso in strada il sindaco che difendeva l’ambiente. I pm: l’ombra della camorra”. In taglio basso: “Tremila scuole su web con voti, compiti e assenze” e “La Cassazione: non è resto frequentare brigatisti”. LA REPUBBLICA – In apertura: “La Lega: subito alle urne”. Editoriale di Carlo Galli: “Il primo passo di una destra normale” e il retroscena di Francesco Bei “Napolitano si dovrà arrendere”. Di spalla: “Che cosa facciamo davanti a questa foto”. Al centro foto-notizia: “Orrore in Afghanistan, decapitato un giornalista tv” e “Le cosche tornano a colpire, ucciso il sindaco anti-camorra”, con il commento di Roberto Saviano “Scandalo della democrazia”. In taglio basso: “La formula della Miss perfetta” e “Blair si arrende ‘Non presento il mio libro’ ”. LA STAMPA – In apertura: “Berlusconi-Fini, si tratta”. In taglio alto: “Ucciso in un agguato il sindaco che lottava per l’ambiente” e “ ‘Ammazzato per un no di troppo’ ”. Editoriale di Michele Brambilla: “Quei ‘pezzi’ che perde il Cavaliere”. Di spalla: “Outlet. Un’utopia lunga 10 anni”. Al centro foto-notizia: “ ‘Mai più notizie sui terremoti’ ” e “Rapporto Unicef boccia i Grandi: ‘Tradiscono le promesse ai bambini’ ”. A fondo pagina: “L’intrusa”. IL GIORNALE – In apertura: “Un leader da dimenticare”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Al centro in quattro box: “Così è affondato il sedicente capo”, “Dalla A alla Z tutti i suoi errori”, “Economia e tasse, il vuoto di Mirabello” e “Lezione a Gianfry su falchi e passere”. A fondo pagina: “Elogio del complimento (se meritato)”. IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Obama punta sui trasporti”. In taglio alto: “ ‘Tremonti, Padoa-Schioppa e la continuità che non vedo’ ”. In alto a sinistra: “Berlusconi e Bossi al Quirinale: ‘Fini si dimetta’ ”. Editoriale di Stefano Folli: “Difficile il patto di legislatura, probabile il logoramento”. Al centro foto-notizia: “Camorra. Ucciso nel salernitano il sindaco che proteggeva il territorio dai clan” e “”. Di spalla: “Il presidente ha ragione. Risvegliamo quest’Europa”. In taglio basso: “Slitta l’intesa sul debito nel nuovo patto europeo” e “Tensioni in Unicredit. Profumo: ‘Libici autonomi nell’aumento delle quote’ ”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi e Bossi: Fini lasci” e in due box: “Questa crisi del Pdl è quella del bipartitismo” e “Il conflitto istituzionale per ottenere il voto a marzo”. Editoriale di Oscar Giannino: “Il prezzo che rischia di pagare il Paese”. Al centro foto-notizia: “Ucciso il sindaco che diceva no alla Camorra” e “Scuola, tante ore sui banchi ma gli studenti imparano poco”. In taglio basso: “Rom, nasce un patto Roma-Parigi” e “Venezia, il caso Vallanzasca”. IL TEMPO – In apertura: “Via al braccio di ferro”, con il commento di Davide Giacalone “Non c’è più garanzia istituzionale”. Editoriale di Mario Sechi: “La stampa libera non è ‘infame’ ”. Al centro foto-notizia: “Su Vallanzasca niente è Placido”. A fondo pagina: “Falciati in moto sul Raccordo. E’ caccia all’auto del pirata” e “Lapidazione per ragioni politiche”. LIBERO – In apertura: “Elezioni ultima chiamata”, con l’editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro: “La corsa al voto di Berlusconi e Bossi”. In due box: “I guai immobiliari del leader di An iniziarono più di quindici anni fa” e “La questione morale di Gianfranco ricorda troppo quella di Di Pietro”. Di spalla: “I dubbi del Cav: non devo essere io ad aprire la crisi” e “Il sì di Tremonti dopo il no di Fini al Carroccio”. A fondo pagina: “Via la cittadinanza ai delinquenti” e “Nichi e Renè, i mostri di Venezia”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Il sogno ucciso”. A fondo pagina: “Berlusconi-Bossi cena contro Fini. La Lega: voto subito”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Così la Ue si prepara a scrivere le finanziarie degli stati europei”. In apertura a destra: “Bossi pretende di nuovo il ritorno alle urne, ma il Cav. non ha deciso”. (red)

 

 

2. Scontro istituzionale che lascia aperto qualsiasi epilogo

Roma - “La richiesta di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – di incontrare il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, punta alle dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera. Il vertice notturno fra Pdl e Lega ha sancito infatti che ‘non è super-partes’. Apre una fase di tensione per l’intero sistema. E lascia aperto qualunque epilogo: perfino quello di elezioni anticipate a breve scadenza. Il discorso pronunciato domenica a Mirabello dalla terza carica dello Stato ha accelerato una resa dei conti nella maggioranza, che si scarica sulle istituzioni del Paese. Investe il Quirinale. Coglie di sorpresa le opposizioni. Ed acquista un ritmo che appare dettato dalla volontà della Lega di sancire la rottura senza perdere altro tempo. È una scelta alla quale Berlusconi cerca di resistere. Palazzo Chigi non dà per certe le elezioni anticipate, non è per le urne ad ogni costo: le considera inevitabili solo se la minoranza finiana giocherà al logoramento del governo. Attaccando velenosamente il premier ed in parallelo radicando il suo Futuro e libertà nel centrodestra, Fini ha tentato di inserire un cuneo tattico fra gli alleati. Senza successo. La Lega si è mostrata da subito intenzionata ad archiviare la legislatura. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, prima del vertice già accreditava un Carroccio deciso ad ottenere il voto entro il 2010. D’altronde, le remore che in passato hanno frenato elezioni in autunno erano legate alla manovra economica. Ma le misure – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – sono già state prese a luglio con la ‘finanziaria europea’ di Giulio Tremonti. Per questo nessuno ormai esclude gli scenari più traumatici. Bossi ammette che sarà complicato votare entro dicembre: ma a primavera diventa altamente probabile. Forse, l’obiettivo del documento di Pdl e Lega serve soprattutto a bruciare sul nascere qualunque margine di manovra finiano in Parlamento; a delegittimare ulteriormente il leader di Futuro e libertà; e ad azzerare qualunque ipotesi di governo elettorale sulle macerie dell’attuale, appoggiato da Udc e Pd. Coinvolgere il Quirinale drammatizza la situazione. E pone il problema della permanenza di Fini ai vertici di Montecitorio in un momento in cui il governo vuole garanzie. La tesi è che lui non sia più in grado di offrirle a chi lo ha eletto. La carica polemica mostrata contro il premier ed i toni ‘inaccettabili’ contro l’asse fra Pdl e Lega lo schiacciano sul profilo di uomo ormai di parte. E se anche dal punto di vista formale nessuno può costringerlo alle dimissioni, politicamente la sua posizione è diventata effettivamente anomala. Berlusconi e Bossi lo sanno. E sono consapevoli – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA – che l’allontanamento ostentato di Fini dagli alleati costituisce un elemento di riflessione anche per il Quirinale”. (red)

 

 

3. Cavaliere prepara elezioni: “Colle non avrà altre scelte”

Roma - “Berlusconi vede il voto anticipato, adesso deve costruire la strada per arrivarci. Lo ha iniziato a fare ieri sera – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA – nel lungo vertice ad Arcore con lo Stato Maggiore leghista. E lo farà anche oggi, nella riunione a palazzo Grazioli con gli uomini del Pdl. Incontri su incontri (ad Arcore ieri c’è stato un via vai di ministri e persino qualche colonnello finiano è stato convocato) dai quali emerge una direzione di marcia precisa, che non prevede l’apertura di ‘trattative’ con Futuro e libertà. ‘Se si deve aprire la crisi - ha spiegato il premier - deve essere nel momento che conviene a noi, sull’argomento che abbiamo scelto noi. Bisogna che sia Fini ad assumersene la responsabilità, non lo faremo certo passare come il salvatore della Patria’. E soprattutto, ha insistito, ‘dobbiamo essere sicuri che Napolitano, quando sarà il momento, non potrà che alzare le mani e sciogliere le Camere’. Discorso fatto anche davanti a Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli che ieri sera gli chiedevano una accelerazioni ulteriore: ‘Votiamo il 27 novembre’. Una road map definita ancora non c’è, ma l’impressione che alcuni hanno ricavato dai colloqui di ieri ad Arcore è che invece Palazzo Chigi punti dritto a marzo. In un momento di alta tensione emotiva, anche i toni usati da Fini al comizio di Mirabello contano, eccome. ‘Berlusconi è amareggiato’, riferisce uno dopo aver riacceso il cellulare al termine del faccia a faccia con il premier. ‘Amareggiato?’, aggiunge un altro, ‘no, è inc... nero’. Berlusconi è ‘depresso’, ‘sfibrato’, racconta un altro. E via così, con una litania di accuse e insulti a Fini il "traditore": ‘È un ingrato, senza di me non sarebbe mai diventato ministro degli esteri, presidente della Camera. Sono io che l’ho fatto crescere, è grazie a me che ha ricominciato a fare politica dopo il disastro dell’Elefantino insieme a Mario Segni’. Ma siccome il Cavaliere, al di là della retorica del "fare", è diventato un politico consumato, non lascia intentata alcuna strada. Se i leghisti e alcuni falchi lo spingono al voto, c’è infatti una parte cospicua della vecchia Forza Italia - Gianni Letta, ma anche Cicchitto, Frattini, Gelmini e altri - che invece predicano prudenza e sangue freddo. In ossequio a quanti (con Fedele Confalonieri) gli chiedono di provare a intavolare un discorso con Fini, Berlusconi due sere fa ha dunque compiuto una mossa abbastanza clamorosa. Era da poco finito il comizio di Fini a Mirabello che il premier si è fatto chiamare al telefono due finiani moderati - Pasquale Viespoli e Silvano Moffa - e li ha invitati ad Arcore ieri mattina insieme a un altro pontiere ex An come Andrea Augello. Dal colloquio (autorizzato dal presidente della Camera) chiaramente non poteva sortire un effetto immediato, ma alcune impressioni i due finiani le hanno riportate a casa. Berlusconi – prosegue Bei su LA REPUBBLICA – vuole capire intanto dove finisce il comizio pubblico e dove inizia la politica. ‘Per lui - spiega uno dei presenti alla riunione - Fini ha fatto un discorso ‘criptato’ e ci ha chiesto un ‘decoder’ per vederlo in chiaro’. Il premier ha preso atto che i finiani non voteranno la norma transitoria del processo breve, quella che lo salverebbe dai pm milanesi, ma non ha capito se Fini è davvero disponibile a metterlo al sicuro dalla ‘persecuzione giudiziaria’. E, nel caso, ‘di grazia si può sapere cosa suggerisce?’. Un altro terreno su cui si vuole muovere Berlusconi ‘per scoprire il bluff di Fini’ è quello della verifica parlamentare. Tanto da aver cambiato metodo. Visto che Fini ha chiesto di non fermarsi ai ‘titoli’ delle proposte, ma pretende di discutere insieme i contenuti, l’idea è quella di presentare dei disegni di legge completi, su cui ottenere da Futuro e libertà un via libera nero su bianco. ‘Serve un passaggio parlamentare - dice Gaetano Quagliariello - dove il presidente del Consiglio espone delle direttive, dopodiché ci saranno una replica ed un voto’. Il tempo, a questo punto, non sarebbe un problema, visto che il piano elaborato da Niccolò Ghedini è quello di modificare la legge sul legittimo impedimento, guadagnando così qualche mese prima del pronunciamento della Corte costituzionale (atteso per metà dicembre). Intanto, per togliere un argomento ai suoi avversari, tra oggi e domani Berlusconi sceglierà il ministro dello Sviluppo economico, mettendo fine ad un interim che dura da quattro mesi. Sarà Paolo Romani, attuale viceministro, a ricevere i galloni. Mentre l’ex finiana Anna Maria Bernini diventerà sottosegretario, con qualche delega alle Comunicazioni per diluire il problema del conflitto d’interessi”, conclude Bei su LA REPUBBLICA. (red)

 

 

4. Il premier e Bossi: “Fini incompatibile”

Roma - “Nel drammatico vertice notturno – riporta Ugo Magri su LA STAMPA – vince la tesi del Senatùr: con il presidente della Camera che rema contro, è impossibile fare le riforme, federalismo addio. Dunque delle due l’una. O Fini si toglie di torno, oppure tanto vale andare alle urne subito, anche a novembre... Siamo dunque a un passo dalla crisi istituzionale. Il premier, spalleggiato da Bossi, dichiara ‘incompatibile’ con il suo ruolo la terza carica dello Stato. E sollecita a Napolitano un incontro dove gli chiederà un gesto che esula dalle sue prerogative: cacciare il presidente della Camera. Pare che Bossi sia pronto a premere lui stesso il grilletto delle elezioni anticipate. La Lega si asterrebbe sul documento programmatico del governo, un auto-affondamento in piena regola per dichiarare chiusa la XVI legislatura repubblicana. Se questo esige il Carroccio, Berlusconi può solo alzare le braccia in segno di resa. Già, perché di resa si tratta. Potendo, il Cavaliere eviterebbe le urne. I suoi sondaggi riservati sono tutt’altro che esaltanti. E comunque, le poche chances di ripetere il trionfo 2008 sarebbero castigate da un passo falso. Tipo: precipitare il Paese verso elezioni che la gente si spiegherebbe solo come effetto di una faida privata, frutto malato di scontri caratteriali, risultato inevitabile di mosse mal calcolate. ‘Non è che io abbia paura del voto’, è l’argomento speso nella notte dal Cavaliere con Bossi, ‘ma la rottura definitiva dovrebbe avvenire su questioni che interessano la gente, capaci di coinvolgerla direttamente...’. In assenza di giustificazioni vere, più che una campagna elettorale sarebbe una corsa al massacro. Ecco perché ieri mattina, in gran segreto, due esponenti finiani erano stati ricevuti nella villa di Arcore: il presidente dei senatori Fli, Viespoli, e il coordinatore dei gruppi parlamentari, Moffa. Berlusconi li aveva accolti insieme col sottosegretario Augello (‘pontiere’ tra il premier e i dissidenti). Voleva capire se il suo governo ha ancora uno spiraglio di futuro, oppure la maggioranza è già dissolta, come sostiene Bossi. ‘Con Fini io, personalmente, non parlerò neanche morto’, era stata la premessa del Cavaliere, ‘provateci voi’. Verificate, aveva aggiunto, in che cosa consisterebbero le richieste finiane per stipulare quel patto di legislatura evocato domenica dal presidente della Camera. Lasciando intendere che le avrebbe esaminate con cura – prosegue Magri su LA STAMPA – perché non siamo più al brusco ‘prendere o lasciare’ di qualche giorno fa. Se le pretese fossero appena appena ragionevoli, aveva soggiunto, i cinque punti della mozione di fiducia potrebbero essere aggiustati, ritoccati... E’ sottinteso che Moffa e Viespoli si erano mossi da Roma non prima di avere informato Fini. E non c’è bisogno di aggiungere che, di ritorno da Arcore, avevano subito messo al corrente il loro leader. La premessa col Cavaliere era stata, del resto, molto esplicita: ‘Basta coi tentativi di spaccarci, di dividerci in buoni e cattivi, altrimenti non possiamo metterci nemmeno a sedere’. Insomma, poche ore prima che Bossi gettasse lo spadone sulla bilancia, si consumava l’ultimo disperato tentativo di pace. Che se fosse andato in porto sarebbe stato coronato, nella mente del Cavaliere, da un documento, un preambolo, un incipit (le idee non sono ancora chiarissime) concepito come ‘Patto di lealtà verso gli elettori’. Dunque con l’impegno solenne dei parlamentari finiani a non pugnalare sui provvedimenti chiave il governo e la legislatura. Come mai Silvio, violentando il suo personaggio, aveva accettato di piegarsi a una trattativa sempre sdegnosamente rifiutata? Perché quando si sente stretto in un angolo, l’uomo sa essere realista. Nel pomeriggio erano andati a trovarlo il capogruppo Cicchitto e colui che ha monitorato la ‘campagna acquisti’ tra i deputati, cioè Verdini. Purtroppo per Silvio, la caccia di onorevoli senza patria né bandiera ha fin qui prodotto risultati alquanto modesti. Nel voto di fiducia sui cinque punti, una maggioranza forse ci sarebbe pure senza i finiani. Però tra quanti hanno la testa sulle spalle nessuno osa mettere la mano sul fuoco. E comunque (vedi Prodi) non si fanno grandi riforme, anzi nemmeno si governa, con due-tre voti di scarto. La Lega proprio questo sostiene. ‘Se Berlusconi dava retta a me’, sospira Bossi al Tg2, allo scioglimento delle Camere si sarebbe già arrivati. Ora va da sé che – conclude Magri su LA STAMPA – con la richiesta a Napolitano di dichiarare Fini incompatibile, si spezza anche l’esile filo del negoziato sottobanco. Il buonsenso è maturato tardi, quando il gong era già suonato. Ora non resta che allacciarsi le cinture”. (red)

 

 

5. Bossi pretende il voto, ma il Cav. non ha deciso

Roma - “Silvio Berlusconi – scrive IL FOGLIO – ancora non sa che cosa fare, ascolta chi lo sconsiglia di accelerare verso una perigliosa crisi di governo ma pensa pure, per usare un eufemismo, che ‘consegnarsi nelle mani di Fini non sia la migliore delle soluzioni’. Così, mentre lo stato maggiore del Pdl è attraversato da una profonda crisi confusionale (e riflette, intanto, sull’opportunità di presentare una specie di nuovo legittimo impedimento riformulato a novembre), la Lega si mette in mezzo a complicare ulteriormente il quadro. Umberto Bossi, a poco meno di un mese da quel 19 agosto in cui per la prima volta terremotò l’attendismo del Cav. (‘al voto in autunno’), è ritornato a invocare le urne. ‘La solita mossa tattica della Lega’, dicono gli alleati del Pdl. Ma il leader padano desidera che la sua posizione rimanga agli atti, qualsiasi cosa succeda: la Lega non ha alcuna responsabilità – questo il messaggio inviato agli elettori – del pasticciaccio in cui si è infilato il Pdl nei rapporti con Gianfranco Fini. Non solo. E’ interesse di Bossi e compagni impedire la manovra inclusiva nei confronti dei rivoli centristi che Fini aveva fatto intravvedere domenica scorsa a Mirabello. Il ritorno organico di Fini nell’orbita gravitazionale del centrodestra, che alcuni settori moderati del Pdl sono disposti ad assecondare (il Cav. forse no), suona infatti come una minaccia velenosa agli obiettivi strategici del partito nordista per via dell’esplicita triangolazione che l’ex leader di An ha annunciato con Casini e Rutelli. Nel momento in cui questo giornale va in stampa è in corso un vertice tra il premier e Bossi ad Arcore. La Lega ha interesse a esporre con chiarezza tutte le proprie perplessità sull’equilibrio precario che, nelle parole di Bossi, rende Berlusconi ‘un presidente del Consiglio dimezzato’. Eppure non si prevedono a breve decisioni clamorose, nonostante l’irrefrenabile irritazione del Cav. nei confronti dell’ex leader di An. A poco dovrebbero servire le perorazioni, private e pacifiste, di Paolo Bonaiuti e del gruppo dei ministri donna. La linea ufficiale prescrive musi duri e nel Pdl si torna a chiedere le dimissioni di Fini dalla presidenza di Montecitorio. Eppure – prosegue IL FOGLIO – la minaccia del voto resta sempre tale: un’opzione evanescente perché complicata dai meccanismi costituzionali di cui Giorgio Napolitano è ‘un geloso custode’. Ci sono ancora troppi rischi a intraprendere la strada della crisi pilotata, spiegano al Foglio fonti vicine a Palazzo Grazioli. Anche l’esito di una eventuale consultazione elettorale non offre certezze: sono a rischio cinquanta seggi al nord, avanza il problema di garantire i posti in lista degli ex An fedeli; e un nuovo sondaggio del Pdl colloca Fini intorno al 6 per cento. ‘Bossi deve capirlo, sforzandosi di essere anche più generoso’. Ieri mattina, e poi anche nel pomeriggio, Berlusconi ha ricevuto alcuni maggiorenti del suo Pdl tra cui Franco Frattini, Mariastella Gelmini, Fabrizio Cicchitto, Niccolò Ghedini e Denis Verdini. Non pochi hanno posto l’accento su un passaggio del discorso tenuto da Fini a Mirabello: quelle parole nette rivolte all’opposizione, e a segmenti della maggioranza, intorno alla necessità di modificare la legge elettorale ‘prima di un eventuale ricorso alle urne’. Si tratta dell’arma di ricatto che, secondo l’inner circle berlusconiano, il presidente della Camera tiene puntata sul centrodestra: l’unica opzione che potrebbe coagulare per comunanza di interessi tutte le forze che puntano ad archiviare definitivamente la stagione berlusconiana, al netto del prevedibile, e durissimo, scontro che deriverebbe dalla decisione di risolvere la crisi di governo costituendo una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne. E’ prevista per oggi una prima riunione interlocutoria dei maggiorenti del Pdl a casa di Berlusconi per discutere nel dettaglio i contenuti dei famosi cinque punti del programma di governo. Il vero dubbio è: andranno scritti perché siano la premessa di un accordo per completare la legislatura o perché facciano da detonatore e spingano Fini alla rottura? Ancora non lo sa nemmeno Berlusconi. Ma Casini – conclude IL FOGLIO – è stato sentito preconizzare: ‘Come fu per Fanfani, sfiduciato dal suo stesso partito per favorire una crisi, oggi con Berlusconi sarà la Lega ad aiutarlo provocando la crisi di governo che desidera’”. (red)

 

 

6. Svolta del premier: coinvolgere il capo dello Stato

Roma - “A pranzo aveva ricevuto le ‘colombe’, i finiani moderati che da settimane lavorano a una ricomposizione. Sembrava che il Cavaliere – riporta Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – avesse dosi di pazienza ulteriore da profondere, nonostante il suo carattere, nonostante le sfuriate private contro l’ingratitudine di Fini, contro quella ‘carognata’ del discorso di Mirabello. Poi ieri sera, a cena, con lo stato maggiore della Lega e con il ministro Ignazio La Russa, Berlusconi ha riposto a sorpresa ogni tentativo di residuo di mediazione. Umberto Bossi forse voleva qualcosa di più, le elezioni subito, senza ulteriori indugi, senza cercare di chiudere la guerra politica con Fini in alt r o modo. Ma la soluzione emersa dal vertice di Arcore è comunque dirompente: si punta a coinvolgere il Colle nello scontro con l’ex leader di An, si chiede a Napolitano di dire una parola su una situazione che nella nota diffusa a tarda sera viene giudicata inaccettabile. ‘Ora l’obiettivo sono le dimissioni di Fini, non la crisi, non le elezioni anticipate’. Chi esce da villa San Martino, dopo mezzanotte, dice quello che è stato deciso in questo modo. Ma i corollari non sono meno duri, dipingono uno scontro istituzionale che è appena cominciato: se le dimissioni della terza carica dello Stato non arrivassero, in un modo o nell’altro, circola anche l’ipotesi di un’Aventino senza precedenti, la maggioranza che diserta i lavori della Camera, prima le commissioni, le riunioni dei capigruppo, poi addirittura l’Aula. Sarebbe un inedito, una decisione senza precedenti. Ma è certamente senza precedenti lo scontro che si profila. Napolitano, si aggiunge da parte di chi ha partecipato al vertice, non può continuare a guardare dall’altra parte, non può far finta di niente, non può consentire che una figura di garanzia istituzionale come quella di Fini partecipi attivamente, e in modo così sfacciato, al dibattito politico, condizionando pesantemente il funzionamento dell’esecutivo. Si dice anche di più: nel ventaglio delle ragioni di incompatibilità di Fini con il suo ruolo – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – non è stata ancora abbandonato il contesto personale, legato al destino e alla proprietà della casa di Montecarlo che fu di An e che per uno strano giro di passaggi di proprietà è finita ad una società dei Caraibi e quindi in affitto al fratello della compagna del presidente della Camera, Gianfranco Fini. E’ una vicenda su cui Fini non ha fornito risposte e chiarimenti adeguati, ad Arcore si dice che nei prossimi giorni potrebbe essere costretto a farlo. Siamo insomma allo scontro finale. Non si cercano le elezioni, si cerca esplicitamente lo scontro fra le istituzioni, nella convinzione che il Quirinale sia stato in silenzio restando un passo più indietro rispetto al proprio ruolo di garanzia, rispetto ai propri doveri istituzionali. Eppure la giornata era iniziata in modo diverso. All’ora di pranzo Pasquale Viespoli e Silvano Moffa, entrambi finiani, accompagnati dal sottosegretario Andrea Augello, che non è entrato nel gruppo di Futuro e libertà, ma che da settimane sta cercando coraggiosamente di trovare un punto di equilibrio, in modo riservato, nero su bianco, fra le esigenze del governo e quelle del presidente della Camera, avevano varcato il portone della villa di Arcore. Era la ricerca estrema di una mediazione forse ancora possibile, l’ipotesi di una verifica in tempi stretti sui contenuti dei cinque punti del programma di governo, da confrontare con i deputati di Futuro e Libertà. La riunione con Umberto Bossi – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA – ha fatto cambiare idea al Cavaliere, o forse era soltanto un diversivo”. (red)

 

 

7. Dubbi del Cav. Non devo essere io ad aprire crisi

Roma - “Comizio di Fini, il giorno dopo. Ad Arcore – scrive Salvatore Dama su LIBERO – c’è un pellegrinaggio che dura dalla mattina fino alla notte fonda. Silvio Berlusconi vede i ministri Mariastella Gelmini e Franco Frattini. Poi pranza con il coordinatore Denis Verdini, il capogruppo Fabrizio Cicchitto e il consigliere Niccolò Ghedini. Nel pomeriggio il Cavaliere riceve una delegazione di finiani, quindi torna Verdini, li raggiunge Ignazio La. Russa. Infine la cena coi leghisti: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Marco Reguzzoni, Roberto Cota. L’umore del capo? Avvilito, triste, demoralizzato. ‘Fini è davvero un ingrato’: il senso del pistolotto del premier sull’alleato. In realtà, Berlusconi ci va giù molto più pesante. Frasi irriferibili. ‘Gli attacchi di Mirabello’, si sfoga, ‘non c’entrano niente con la politica, per Fini è solo una questione personale’. In particolare, sono i passaggi sulla giustizia quelli che colpiscono di più il capo del governo. Coltellate alla schiena. Risponderà, Silvio, ma non subito: ‘Adesso tocca a me parlare, ma la reazione va studiata bene’. Alla fine il presidente del Consiglio ha dato retta a chi, come Paolo Bonaiuti e Gianni Letta, gli consigliava di non uscirsene a caldo. Allora ha deciso di sentire le opinioni dei suoi dirigenti prima di immaginare qualsiasi mossa. Intanto il premier sa già cosa non deve fare: ‘Non sarò io a causare la, rottura, non cado nella trappola di Fini. Se c’è una crisi, alla gente deve essere chiaro che è stata colpa loro, dei finiani’. E il trauma non sarà sulla giustizia. Guai: ‘Quello li vuole passare per il salvatore della patria’ e far passare l’idea che, se si va alle elezioni anticipate, è per via delle vicende giudiziarie del premier. Che il governo caschi per fatti suoi privati. Il Cavaliere non è in vena di regali al cofondatore. Niente alibi: Silvio ha dato disposizione di asciugare la mozione che contiene i cinque punti nella parte relativa alla giustizia. Non un accenno ai suoi problemi con le toghe in casacca, neanche di striscio. Di più: Berlusconi ha deciso di accantonare per un po’ l’argomento. Salta l’idea del discorso sulla giustizia, ritorna nel cassetto la lettera ai ministri europei sulla lentezza dei processi in Italia. Che si fa? ‘Si va in Parlamento’, annuncia Silvio ai suoi, ‘lì vediamo se abbiamo la maggioranza’. E comunque, ripete, ‘non posso essere io ad invocare le elezioni anticipate’. Dovrebbe essere Fini a causare il fattaccio. Magari su una materia di frontiera – prosegue Dama su LIBERO – come il voto agli immigrati o il biotestamento. Ma Gianfranco mica è fesso, vuole tenerlo a bagnomaria per altri tre anni. Non ci cascherebbe. Certo, c’è l’alter- nativa Lega. Ed è una delle ipotesi in ballo. Quella che vedrebbe il Carroccio protagonista di una forzatura, magari sul federalismo fiscale, per andare in conflitto con i finiani e rendere impossibile la sopravvivenza dell’esecutivo. Si vedrà. Nel frattempo, Berlusconi si lascia aperte tutte le ipotesi. Silvio annuncia ai suoi dirigenti che Ghedini ha pronta un’altra soluzione valida come scudo dall’assedio delle toghe politicizzate. Eppoi c’è sempre al vaglio l’opportunità di modificare il legittimo impedimento, in modo da posticipare il giudizio della Corte Costituzione, in agenda per il 14 dicembre. Poi il capo del governo ha sondato quelli di Futuro e Libertà. Telefonata con il ministro Andrea Ronchi e visita pomeridiana, ad Arcore, di Silvano Moffa, Pasquale Viespoli e Andrea Augello, che finiano non è ma tiene i contatti con gli scissionisti. Gli ex An ha voluto rassicurare il capo del governo. Perché, aldilà dei toni ‘da comizio’ che hanno fatto arrabbiare il Cavaliere, Fini intende sul serio mantenere la parola circa lo scudo per permettere al premier di governare e i cinque punti del programma di fine legislatura. Berlusconi? Non si fida. Cioè, ha stima per i moderati ricevuti a Villa San Martino, ma teme – conclude Dama su LIBERO – l’inaffidabilità dei pasdaran. E del loro capo: ‘Prima dice una cosa, poi ne fa un’altra. La parola di Fini non vale niente...’. (red)

 

 

8. Quei “pezzi” che perde il Cavaliere

Roma - “È azzardato – scrive Michele Brambilla su LA STAMPA – cercare qualche punto in comune fra il botto che ha provocato Gianfranco Fini e quello che ha ottenuto il nuovo tg di Enrico Mentana? Forse no. E vediamo di capire perché. Fino a qualche tempo fa i due appartenevano in qualche modo all’universo berlusconiano. Il primo, dopo una vita passata in quell’angolo in cui era relegato il neofascismo italiano, fu sdoganato nel 1993 con una battuta che è il vero esordio politico di Berlusconi (‘Se fossi un cittadino romano voterei Fini sindaco’). Dopo di che, per sedici anni Fini è stato per il Cavaliere un alleato fedele: per certi versi ancora più fedele di Bossi, visto che mai si è presentato alle politiche da solo (a differenza della Lega); e visto che meno di tre anni fa ha accettato di sciogliere il suo partito, An, per fondersi con Forza Italia. Il secondo, Mentana, dei giornalisti delle aziende di famiglia non è mai stato uno dei più zelanti adulatori del capo: ma neppure si può dire che sia stato frondista, o men che meno infedele. Dal nulla, ha fatto del Tg5 un grande tg, regalando alla macchina mediatica di Berlusconi un formidabile strumento. Adesso tutti e due se ne sono andati. Un po’ se ne sono andati e un po’ sono stati cacciati, mettetela come volete. In ogni caso, sono due ‘pezzi’ importanti che il Cavaliere ha perso. Come è potuto succedere? I berlusconiani più fedeli non hanno dubbi. Per loro la spiegazione è semplice: Fini è un ingrato e un traditore che se n’è andato in cerca di gloria personale; e Mentana è sempre stato, in realtà, ‘uno di sinistra’. Naturalmente ogni opinione è lecita. Ma come non riflettere su quanti ‘pezzi’ ha ormai già perso il Cavaliere? Nessuno dimentica quella vecchia foto in cui sul palco della Casa delle Libertà Berlusconi era a fianco di Fini e Casini; ora è rimasto solo. Fini e Casini se ne sono andati, così come anni prima se n’era andato Montanelli prima ancora di cominciare, e così come poi se ne sono andati i professori arruolati per dare spessore e programma a Forza Italia, e così come appunto se n’è andato Mentana. Anche Giuliano Ferrara e forse Gianni Letta – prosegue Brambilla su LA STAMPA – sono meno ascoltati di un tempo. Contemporaneamente sembrano essere andate via via ingrossandosi le file di consiglieri, collaboratori e parlamentari, insomma di tutta una schiera di fedelissimi che senza offesa non paiono dotati né di autonomia, né di grande acume, quasi a conferma di quel sempre ricorrente vizio che a un certo punto prende molti uomini di successo: il vizio di circondarsi di figure nelle quali l’accondiscendenza conta più del talento. In parallelo, sono diventati più schierati e soprattutto più aggressivi i media che in qualche misura sono riconducibili al premier. Dire che chi se n’è andato è un traditore, sedotto dalla sinistra, è una risposta ricorrente nel mondo berlusconiano. Ma a parte il fatto che se così fosse si tratterebbe di un singolare caso di salita sul carro degli sconfitti, non è mai diventato di sinistra Montanelli, non lo sono diventati i ‘professori’, non s’è alleato con la sinistra Casini. E nonostante certe battute, con la sinistra non passa Fini, che anzi a Mirabello ha rispolverato icone e citazioni da vecchio Msi. E non fa certo un tg di sinistra, a La7, Enrico Mentana. Tanti abbandoni sono piuttosto il sintomo, forse, della delusione di tutto un mondo moderato che comincia a considerare non mantenuta quella promessa di ‘rivoluzione liberale’ (meno tasse, Stato più leggero eccetera) e che comincia a essere stufo di un’informazione e una politica fondate più sullo scontro e sulle contumelie che sui contenuti. Sarebbe un grave errore pensare che quelli di Fini e di Mentana siano solo casi di una personale revanche. Il successo che i due stanno ottenendo in questi giorni (nonostante certe battute su ‘percentuali da prefisso telefonico’, i sondaggi danno Futuro e Libertà attorno al sei per cento; e Mentana ha portato il Tg di La7 dal 2,5 al 10 per cento di ascolti) ci dicono invece che c’è un popolo che non ci sta più al gioco dell’’o di qua o di là’, e che vorrebbe qualcosa di nuovo dalla politica e dall’informazione. Ci dicono, insomma – conclude Brambilla su LA STAMPA – che forse qualcosa sta cambiando davvero”. (red)

 

 

9. Che cosa conviene a Berlusconi

Roma - “Gianfranco Fini, Umberto Bossi e, a suo modo, Giulio Tremonti – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – hanno messo le loro carte sul tavolo, ora tocca a Silvio Berlusconi vedere se ha ancora uno spazio per trovare una soluzione nel nuovo equilibrio politico che si è determinato o se gli resta solo da rovesciare il tavolo. Una strada, strettissima e tutta in salita forse rimane da esplorare. Fini ha riconosciuto il diritto di Berlusconi a governare senza essere intralciato dalle iniziative giudiziarie, e su questo si può ottenere anche un apporto da Pier Ferdinando Casini, che rivendica di aver sostenuto il legittimo impedimento. Bossi, se otterrà garanzie sull’emanazione dei decreti attuativi del federalismo, accetterà, seppure a denti stretti, una rimodulazione della maggioranza. Tremonti è disposto ad ammorbidire il rigore per venire incontro alle richieste, soprattutto centriste ma anche di Fini, di misure che favoriscano fiscalmente le famiglie. Anche l’evocazione del tema della riforma elettorale da parte di Fini, che si può leggere come una disponibilità a sostenere un esecutivo antiberlusconiano, potrebbe invece essere utile per ritoccare il sistema di voto al Senato, che è pericolosamente bizzarro, in cambio di una riforma di quello per la Camera basata su collegi uninominali o comunque molto piccoli. Tenere insieme queste tendenze e richieste divergenti non sarà semplice, ma non è impossibile e forse a Berlusconi converrebbe provarci”. (red)

 

 

10. Gelo su mediazione, passa linea del “male minore”

Roma - “Niente urne adesso ma a marzo – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – in concomitanza con le Amministrative e magari con il voto in Sicilia, roccaforte che Berlusconi non può né vuole perdere: è questo il disegno che ha in animo il Cavaliere. Perché lo scontro tra i cofondatori del Pdl più che un duello per la vittoria è diventato — per entrambi — una battaglia per la sopravvivenza. Perché da una parte il presidente della Camera deve fare i conti con l’isolamento in cui si trova, e dal quale è assai complicato uscire, così come dall’altra il premier — per usare le parole di Bossi — o ‘dimezzato’, non ha più certezze in Parlamento, spossato fino allo sfinimento nel tentativo di cercare una via d’uscita. Per uscirne ritiene di dover ottenere la testa dell’ormai ex alleato, ed è pronto a trasformare lo scontro politico in un conflitto istituzionale senza precedenti, chiamando in causa Napolitano che pure aveva detto come andasse ‘preservato dalle contese’ il ruolo della presidenza della Camera. La carica è ‘indisponibile’ a Berlusconi, Fini l’aveva sottolineato a più riprese, rintuzzando la sfida. Ed è impossibile dunque che la manovra di spodestarlo possa riuscire. Tuttavia la mossa serve al premier per stringere l’inquilino di Montecitorio in una tenaglia politica, per spezzare l’asse con il Quirinale che agli occhi del Cavaliere lo ‘tutela’, per mettere pressione al Colle e sbarrare la strada a ipotetici governi tecnici che possano avere in Fini - in pratica ‘sfiduciato’ - un punto di riferimento. Inoltre è una sorta di ultimatum ai parlamentari e ai membri del governo che hanno scelto di schierarsi con l’Fli. Ecco la conseguenza del vicolo cieco in cui si sono cacciati gli ex fedeli alleati. Ecco perché Gianni Letta nei mesi scorsi si era battuto per evitare ciò che è accaduto, perché ancora ieri considerava ‘un male minore’ l’intesa, meglio un compromesso, per quanto fragile e temporaneo potesse essere, tra i duellanti. Sulla scia del ‘lodo’ prospettato la scorsa settimana al Foglio da Confalonieri, secondo il quale la soluzione preferibile sarebbe stata consentire a Fini di crearsi un proprio partito, federato con il Pdl e leale al governo. Ma dopo il discorso di Mirabello – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – è cambiato tutto. La durezza e la durata del conflitto hanno portato ‘Silvio’ e ‘Gianfranco’ ad alzare un muro invalicabile, ed entrambi si sono ritrovati in un cul de sac. Lo stesso Letta infine ha dovuto fare un passo indietro, dopo aver spiegato a più riprese in questi due anni al Cavaliere che ‘il tuo problema non è Fini ma la Lega’. E Tremonti. È nota l’altalenanza dei rapporti tra Berlusconi e il suo ministro dell’Economia, che secondo il premier ‘fa dieci parti in commedia’. Così si è sfogato, raccontando del suo (fallito) tentativo di agganciare i centristi alla maggioranza: ‘Prima Giulio ha scatenato la Lega contro un accordo con l’Udc, poi mi ha detto che il rapporto con Casini se fosse necessario lo recupererebbe lui...’. Non c’è più tempo. Il capo del governo vuole uscire così dall’angolo. È tutto da vedere se il disegno elettorale per l’anno prossimo andrà in porto, se potrà contare sul fatto che Napolitano — come gli ha riferito Letta — mentre è contrario al voto in autunno si è dimostrato più possibilista sull’eventualità di andarci nella prossima primavera. Ma sul sentiero sono molte le insidie, e la prudenza di Berlusconi finora era stata dettata dal fatto che voleva capire quali potessero essere le contromosse di Fini, per neutralizzarle. La ragnatela che il presidente della Camera stava tentando di imbastire per accerchiare il Cavaliere era fragile. Non potevano infatti bastare le sponde che gli avevano offerto i leader di Udc e Api, in un gioco tattico confinato al Parlamento. Almeno, così finora si era sempre espresso Fini: ‘Casini e Rutelli fanno il loro gioco. Ma la mia storia è nota, e non tradisco gli elettori’. All’ex capo di An serviva ben altro ancoraggio, cioè Tremonti e la Lega. Il messaggio lanciato al Carroccio era stato chiaro: era pronto a sostenere il ‘progetto bandiera di Bossi’, al quale tuttavia ha ricordato che nella Bicamerale costituita per esaminare i decreti sul federalismo fiscale, il voto del Fli è determinante. Era questa la base di trattativa, che il Senatur ha rifiutato. Il Cavaliere era però rimasto guardingo, perché non gli era chiaro se la Lega sarebbe stata tentata dallo scambio ‘federalismo-legge elettorale’. Non era questione di fiducia ma di numeri. E il premier sui numeri in Parlamento ha qualche titubanza: non su quelli alla Camera, lì non li ha già oggi, ma su quelli al Senato. Vuole esser certo, ‘devo essere certo’, che al momento dello show-down, visto lo scarto esiguo, non ci sia qualche parlamentare che per salvare il proprio posto decida di cambiare idea e di mollarlo. Sarebbe la fine per Berlusconi e l’inizio di un governo tecnico. Saranno pure scenari ipotetici, ma il Cavaliere non poteva permetterseli, consegnando la vittoria nelle mani di Fini, che a Mirabello si era di fatto svincolato con quel ‘siamo tutti grati a Berlusconi, ma...’. Dritti allo scontro, nonostante i sondaggi allarmino gli uomini del Cavaliere al Nord, se è vero che la Lega — in caso di elezioni oggi — sottrarrebbe al partito del premier fino a sei seggi in Veneto, tre in Lombardia, cinque in Piemonte. E se qualche senatore del Pdl decidesse di non far la fine del cappone a Natale? Ecco spiegata la prudenza di Berlusconi, che ha dinanzi a sé una sola scadenza certa: il 14 dicembre la Consulta deciderà sul legittimo impedimento, l’ultimo suo ‘scudo’ giudiziario. C’è la necessità – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – di modificare la legge in Parlamento entro quella data, così da congelare la sentenza della Corte. Sarà più possibile? E mentre quel timer fa tic tac, per Berlusconi come per Fini è la battaglia per la sopravvivenza”. (red)

 

 

11. Patto difficile, probabile logoramento

Roma - “Se fosse davvero attuato, il ‘patto di legislatura’ proposto da Fini a Mirabello – scrive Stefano Folli sul SOLE 24 ORE – aiuterebbe la politica a uscire dalle sabbie mobili. Potrebbe persino risultare utile al paese. Ma quante probabilità ci sono che un simile accordo a medio termine, trasparente e leale, venga siglato e soprattutto rispettato dalle forze di maggioranza? Ben poche. Il presidente della Camera è stato abile a proporlo nel momento in cui scatenava il suo duro attacco a Berlusconi e alla sua leadership, segnalando di fatto che una lunga stagione cominciata nel 1994 si avvia a conclusione. Ma tradurre in pratica l’ipotesi del ‘patto’ è molto più difficile che stiracchiare la legislatura ancora per un po’, alimentando la scia infinita dei rancori reciproci. Per cui imboccheremo con ogni probabilità la terza via: niente patto di legislatura e niente elezioni anticipate, almeno per ora; bensì una verifica in Parlamento al termine della quale tutti, compresi i finiani, voteranno il documento comune scandito dai fatidici punti programmatici. S’intende, ognuno voterà con le sue riserve mentali, come si usava nella prima Repubblica, cosicché alla prima occasione riprenderà la guerra di logoramento. Allo stato delle cose, questa è purtroppo la prospettiva più probabile. E’ uno scenario dettato dal pessimismo, certo, ma è l’esperienza a suggerirlo. Eppure, quando i vertici del centrodestra reclamano, non senza ragione, i diritti di chi rappresenta una maggioranza di elettori, e comunque una maggioranza parlamentare, dovrebbero porsi il problema che a tali diritti corrispondono di solito dei doveri. E il primo dovere consiste nell’esprimere un’azione di governo adeguata al mandato ricevuto. Viceversa la rivendicazione avviene solo per negare, in nome di un’imprecisata ‘Costituzione materiale’, che sia possibile immaginare un altro governo dopo Berlusconi e prima del voto. Si tratta senza dubbio di una posizione politica legittima, purché il centrodestra si ricordi che chi governa ha anche delle responsabilità verso il paese. Ora, il ‘patto di legislatura’ – prosegue Folli sul SOLE 24 ORE – può essere rigettato da chi non ci crede, ma non può essere confuso con il voto di fiducia intorno a un documento programmatico per sua natura abbastanza generico. Accrescere il, livello dell’ambiguità non dovrebbe convenire a nessuno, di questi tempi. Ma forse invece conviene a tutti, considerando che le elezioni anticipate le vogliono sul serio solo Bossi e Di Pietro. Del resto, è logico che un patto di legislatura, per avere un senso, implica un certo grado di trattativa fra i contraenti. c Fini può essere criticato finché si vuole, ma è corretto prenderlo in parola quando fa due affermazioni importanti. La prima: la disponibilità a sostenere uno scudo giudiziario per il premier che non coincida con un surrogato di amnistia destinato a uccidere migliaia di processi penali. La seconda: la richiesta alla Lega di discutere alcuni aspetti del federalismo fiscale, così da non accentuare la lacerazione Nord-Sud. Un’intesa nella maggioranza che voglia avere il respiro di un biennio deve, è inevitabile, andare al cuore di questi problemi. Altrimenti resta solo un richiamo retorico alle riforme, che si traduce in un faticoso e sterile cabotaggio quotidiano. O, quel che è peggio, resta il gioco tattico del cerino. Vale a dire il passar di mano del fiammifero acceso, tra Fini, Berlusconi e Bossi, per vedere chi si scotterà le dita; ossia chi provocherà l’incidente definitivo, assumendosi la responsabilità di spingere il paese verso le elezioni. E davvero troppo poco, anche per il mediocre livello politico a cui siamo abituati. Ma c’è dell’altro. Un patto di legislatura, per essere davvero qualcosa di serio, dovrebbe comportare una forma di revisione della legge elettorale. Esiste un ampio spettro del Parlamento che chiede di restituire ai cittadini un più largo margine nella scelta di deputati e senatori. Si dirà che non c’è chiarezza su quale modello adottare in luogo della legge vigente. È vero, come è vero che proporre un governo al solo scopo di procedere alla riforma elettorale, come vorrebbe l’opposizione, sa troppo di furbizia e anche d’ipocrisia. Eppure proprio per questo la maggioranza renderebbe un servizio alla buona politica se si assumesse l’onere di affrontare il problema. Il patto di legislatura, in quel caso, acquisterebbe un profilo strategico e addirittura coinvolgerebbe, in qualche misura, il centrosinistra. Sarebbe un esempio di quella coesione nazionale a cui fa spesso riferimento il capo dello stato e sulla quale si è pronunciato pochi giorni fa anche il ministro dell’Economia. Tremonti parlava di scelte economiche, naturalmente, ma ha evocato un clima, uno stato d’animo politico che può bene adattarsi ad altre decisioni significative. Ovviamente, come si è detto, è molto difficile, per non dire impossibile, che tutto questo accada. Eppure – conclude Folli sul SOLE 24 ORE – sarebbe un modo per evitare che la legislatura si concluda in un fallimento. E anzi che tale fallimento si prolunghi nel tempo: un’agonia perniciosa destinata a consumare la credibilità della politica e dei suoi protagonisti. Primo fra tutti Silvio Berlusconì, la cui lunga e per certi versi straordinaria esperienza merita una conclusione più degna”. (red)

 

 

12. Fini accelera, a ottobre il partito “leggero”

 “Chi è già al lavoro nel nuovo cantiere – riporta Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA – all’indomani del proclama di Mirabello, racconta che la ‘cosa’ che sta per nascere sarà molto ‘leggera’. Un po’ Tea Party, un po’ An prima maniera, quella dei circoli tematici e territoriali. Gianfranco Fini si è guardato bene dal parlare di partito, ma quello è, con tanto di nome e simbolo che domenica campeggiava alle sue spalle. Un coordinatore nazionale, i due capigruppo ad affiancarlo, i 44 parlamentari a formare una sorta di ufficio politico e i circoli di Generazione Italia a costruire la base. Futuro e Libertà è ormai in pista. Anche perché col premier Berlusconi che minaccia e poi frena, le elezioni potrebbero essere davvero dietro l’angolo, magari in primavera. Da qui l’accelerazione impressa dal presidente della Camera. Primo appuntamento il 16 ottobre. Per quella data saranno chiamati a Roma i 1.100 amministratori tra consiglieri e assessori che hanno già sottoscritto in luglio l’appello ‘Io sto con Fini’ e aderito a Generazione Italia. Primo step in vista della doppia data cerchiata di rosso nel calendario dei finiani, il 6 e 7 novembre, quando a Perugia si terrà la convention di GI che sa tanto di vero atto fondativo del nuovo partito. ‘C’è un leader, c’è una squadra, c’è un’identità politica e un popolo che ci segue, convenuto a proprie spese nella sperduta Mirabello in una domenica d’estate. Qualcuno ha dubbi? Noi siamo già un soggetto politico’, ragiona il viceministro Adolfo Urso 24 ore dopo il discorso di Fini. D’altronde, che nel paesino del ferrarese non sia nata solo una corrente è stato chiaro a tutti. Qualcuno, come Fabio Granata, si spinge fino a sostenere che ‘lì non è nato un nuovo partito, ma molto di più’. Urso, che siede sull’insidiosa linea di confine tra il governo Berlusconi e il partito dei ‘traditori’, è l’uomo di mediazione al quale Fini pensa, non a caso, quale coordinatore nazionale. ‘Saremo una forza pensante più che un partito pesante, nulla a che fare con i soggetti politici vecchio stampo’ minimizza il viceministro. Ad affiancarlo ai vertici di Fli saranno i due capigruppo, Italo Bocchino e Pasquale Viespoli. I 44 parlamentari costituiranno quella che un tempo si sarebbe chiamata la ‘direzione’. Il rapporto col territorio invece – prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA – è già gestito da Generazione Italia: circoli, giovani e internet. ‘Solo ieri, dopo il discorso del presidente, abbiamo ricevuto centinaia di adesioni - racconta il direttore Gianmario Mariniello - I circoli sono diventati 402, ognuno con almeno 10 iscritti. Le adesioni sono 11 mila, finora. Solo che adesso ci chiedono di potersi iscrivere a Futuro e libertà, oltre che a GI. Quel che colpisce è che sono tantissimi giovani, molti 25-30enni’. L’obiettivo nel medio periodo, spiega Carmelo Brigulio, sarà l’apertura di almeno un circolo per ogni comune. Per dar corpo allo schema che il deputato siciliano definisce con una certa enfasi ‘poliarchico’. Il modello, vola più basso il suo collega Enzo Raisi, ‘è quello di An prima versione: movimento aperto e leggero, comunque partiremo dal basso, altro che il Pdl monarchico e anarchico’. In quasi tutte le regioni ci sono già coordinatori regionali e provinciali. Soprattutto al Sud. D’altronde, con 22 deputati meridionali su 34, Fli si connota molto sotto il profilo territoriale. Per il momento, resta invece in cassaforte il patrimonio in mano all’associazione An presieduta dal finiano Donato Lamorte ma rivendicato dai ‘colonnelli’ berlusconiani. Trenta milioni di liquidità, quasi 80 milioni in totale. Ai quali vanno sommati i circa 300 di valore presunto dei 70 immobili. Sull’eredità però - dati i rapporti tra gli ex - l’ultima parola potrebbe pronunciarla un giudice”, conclude Lopapa su LA REPUBBLICA. (red)

 

 13. Destra moderna o Lega Sud?

Roma - “Nell’origine delle cose si può leggere anche la loro fine. Ufficializzando la rottura con Berlusconi e la nascita di Futuro e Libertà, Gianfranco Fini – scrive Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA – ha chiuso con una esperienza, quella del Popolo della Libertà, cui aveva aderito, a ridosso delle elezioni passate, non per intima convinzione ma perché costretto dal diktat dell’attuale premier. Banalmente, non si può stare a lungo dentro un partito carismatico se si detesta (personalmente e politicamente) il capo di quel partito e se si è detestati (personalmente e politicamente) da lui. Fini ha fatto un discorso di respiro, come devono essere i discorsi fondativi di nuove formazioni politiche. Ma non ha rinunciato a qualche tatticismo. Come altri hanno già osservato, si è lasciato aperte tutte le strade, dal patto di legislatura (nella cui praticabilità credono in pochi) all’interruzione, entro qualche mese, di questa esperienza di governo. Ha negato con forza una sua disponibilità a fare ribaltoni, a uscire dal perimetro del centrodestra, ma ha anche offerto una sponda a quella parte di opposizione che, prima di andare a nuove elezioni, spera di cambiare la legge elettorale. Nel discorso di Fini c’erano molte cose, anche fra loro piuttosto eterogenee. Alcune, già presenti nel programma originario del Pdl e poi abbandonate per strada (dalle liberalizzazioni alla abolizione delle province alla privatizzazione delle municipalizzate), corrispondono a temi molto popolari presso l’elettorato di centrodestra, anche se, significativamente, indigesti per la Lega. Altre (questione dell’immigrazione) erano direttamente finalizzate a ribadire quanto ormai sia grande la distanza che separa Fini dal partito di Bossi. Altre cose ancora servivano a recuperare aspetti di una antica identità (l’omaggio a Almirante, a Tremaglia e a Tatarella) che, oltre a piacere a una parte dei militanti, potranno rivelarsi preziosi al momento della prova elettorale. È infatti possibile che alle prossime elezioni, tenuto conto della vischiosità dei comportamenti elettorali, Futuro e Libertà si trovi a prendere la maggioranza dei suoi voti nel vecchio bacino dell’Msi (Lazio, Campania, Sicilia, eccetera). Altre cose, infine (giustizia) servivano a ribadire le ragioni della definitiva consumazione del rapporto con Berlusconi e Forza Italia. Sono ri masti, o così sembra a chi scrive, non del tutto chiariti nel discorso di Fini alcuni aspetti cruciali. Sarebbe utile se il presidente Fini volesse precisare meglio il suo pensiero. Il primo è un tema forse importante più sul piano dell’identità che su quello pratico. Non si capisce bene cosa farà Futuro e Libertà sulle questioni costituzionali. La destra berlusconiana, quella stessa destra di cui Fini è stato sodale per sedici anni, dal ’94 ad oggi, ha sempre suscitato formidabili resistenze a sinistra a causa della sua piattaforma (in senso tecnico) rivoluzionaria o revisionista. In sostanza, quella destra (anche Fini fino a poco tempo fa) non condivide l’impianto della Costituzione del ’48 e propugna (senza riuscire a realizzarli) radicali cambiamenti costituzionali: da qualche forma di presidenzialismo o premierato a mutamenti in profondità (separazione delle carriere dei magistrati, riforma del Csm) dell’ordinamento giudiziario. Nel suo discorso di Mirabello – prosegue Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA – ma anche in certi suoi interventi precedenti, Fini ha dato la sensazione di avere totalmente abbandonato le istanze revisioniste (anche le sue battute sul Parlamento ridotto a dipendenza dell’esecutivo sembrano andare in quella direzione). Antiberlusconismo a parte, questo congedo dal revisionismo costituzionale è forse ciò che più ha accreditato Fini presso la sinistra e, più in generale, presso tutti coloro che nella Costituzione così come è vedono un argine contro il ‘cesarismo’ in generale, e quello berlusconiano in particolare. È corretta questa lettura? Futuro e Libertà sarà un partito totalmente ‘rappacificato’ con la Costituzione del ’48? Come dicevo, il tema non è tanto importante dal punto di vista pratico (le riforme costituzionali, ormai è accertato, non si possono fare) ma lo è sul piano identitario. Anche la battuta di Fini sulla legge elettorale da cambiare non aiuta. Dire che si può scegliere fra l’uninominale e la reintroduzione delle preferenze è forse politicamente furbo (si strizza l’occhio all’opposizione) ma non serve a chiarire. Alla fin fine, come Fini sa, chi vuole l’uninominale pensa a un tipo di democrazia completamente diversa da quella di chi vuole la proporzionale con le preferenze (e, con essa, secondo un’antica formula non propriamente di destra, la ‘centralità del Parlamento’). Il secondo tema riguarda il federalismo. Fini, va detto a suo merito, non ha eluso del tutto il problema. Ha riconosciuto che se, nella distribuzione delle risorse, si abbandona il criterio della spesa storica per passare a quello dei costi standard (architrave della riforma detta del federalismo fiscale) il Sud dovrà cambiare tanto del suo modo di usare le risorse pubbliche. Ma poi ha subito annacquato l’affermazione evocando il ‘federalismo solidale’. Ma, come Fini sa bene, non c’è possibilità di introdurre veri cambiamenti se non si fanno pagare, nel breve termine, costi assai alti a tutta quella parte del Sud (ma anche a qualche pezzo del Nord) che vive grazie a un pessimo uso del denaro pubblico. Si può invocare quanto si vuole la ‘solidarietà’ ma non c’è verso di introdurre il federalismo senza che questo comporti dolorose riconversioni. Il che non può non implicare, sotto il profilo politico, almeno nel medio termine, la destabilizzazione di settori rilevanti delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Quel che si capisce è che Fini chiede, su federalismo e Sud, un compromesso. Ma sta a lui e ai suoi, allora – conclude Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA – dimostrare che un compromesso ‘virtuoso’ è possibile, che evocare la solidarietà non sia solo un espediente per difendere l’esistente. Sta a lui, in sostanza, dimostrare che Futuro e Libertà, anche su questo terreno, è la destra moderna che egli ha evocato, e non l’ennesima variante di una qualsiasi ‘Lega Sud’”. (red)

 

 

14. Il primo passo di una destra normale

Roma - “La destra che è nata a Mirabello – soggetto politico con esistenza parlamentare ma non ancora partitica – costituisce del berlusconismo la contestazione interna, ma anche, al tempo stesso, l’antitesi frontale. Un paradosso – scrive Carlo Galli su LA REPUBBLICA – che dice molte cose sulla politica del nostro Paese, e che va decifrato. Fini ha rotto con Berlusconi simbolicamente, in modo radicale. Gli ha contestato il riflesso padronale, l’incapacità di vera leadership (cioè il deficit di capacità di convincimento e di mediazione), l’intolleranza repressiva definita illiberale e ‘staliniana’, l’interpretazione cesaristica e personalistica della politica, il soffocamento della dialettica democratica, la distruzione degli equilibri e delle regole costituzionali, il populismo. Solo le parole ‘conflitto d’interessi’ non sono state esplicitamente pronunciate - il rischio di essere identificato con la sinistra sarebbe stato per Fini troppo alto - ; ma molto di quello che esse denotano, cioè la confusione sistematica fra pubblico e privato, era contenuto nell’idea di politica che è stata proposta: una politica saldamente istituzionale, costituzionale, repubblicana, orientata al bene comune della nazione e non di Uno o di pochi. Dunque, per quanto riguarda le forme (che sono sostanza) è stata irrimediabilmente lesa la maestà del Capo, è stato violato il Carisma dell’Unto dal popolo. Se poi si passa ai contenuti - la fine della lotta di classe e l’impegno comune per lo sviluppo, il valore dell’unità nazionale, la necessità di un nuovo spirito civico, l’enfasi sulle forze di polizia come servitori dello Stato, l’esigenza della giustizia sociale centrata sulle famiglie, il patto fra le generazioni, l’inclusione degli immigrati ‘in regola’ - si vede che sono temi propri di una politica non chiusa ma certo tradizionale, che si serve di una retorica e di una concettualità tipica delle famiglie politiche del conservatorismo europeo. Naturalmente, sono temi e toni ben lontani dal mercatismo e dall’affarismo - il cuore individualistico e anomico della destra berlusconiana - , e anche dal populismo carismatico che ne è la versione popolare, di massa. Un populismo che è il volto nuovo dell’antico riflesso qualunquistico dell’anima italica, del reciproco disinteresse fra politica e cittadini, che invece di consumarsi nell’astio e nel mugugno si è espresso, nell’età berlusconiana, nel deresponsabilizzante Amore per il Capo e nell’Odio per il Comunista. Dunque – prosegue Galli su LA REPUBBLICA – la destra futurista ed europea che esce con Fini dal morto Pdl è più vecchia che nuova? E nuovo, contemporaneo, è invece il berlusconismo? La soluzione di quello che sembra un paradosso è un altro paradosso: il ‘nuovo’ berlusconiano è destinato a invecchiare e a deperire, in un’avventura senza frutti se non per chi ne ha potuto personalmente approfittare; e il ‘meno nuovo’ di Fini è invece una prospettiva che suona nuova perché da molto tempo l’Italia non conosceva una destra ‘normale’. Tale non è stato, ovviamente, il fascismo, né la Democrazia Cristiana; e destra normale non è stato neppure quell’Msi da cui Fini proviene: l’ipoteca neofascista non gli consentiva di esprimere una politica di conservatorismo democratico. Ma dopo che Fini, con il suo partito, è stato ‘sdoganato’ e inglobato nell’orbita di Berlusconi che ne aveva bisogno per iniziare la sua avventura, dal ‘lavacro’ di Fiuggi, dall’abbandono della ‘casa del padre’, dalla ‘conversione’ alla liberaldemocrazia non è risultato un clone di Berlusconi, un neo-liberista con vocazione cesaristica. Ne è risultato, invece, un politico che ha tradotto nel linguaggio e nei concetti della liberaldemocrazia una parte del patrimonio ideale della sua antica destra: la parte conservatrice ma non retriva né reazionaria, la parte più legata ai temi della statualità e di un certo organicismo politico. Che questa traduzione sia anche un tradimento della destra missina è quanto sostengono gli ex-colonnelli; Fini sta invece affermando che oggi la destra vera, solida, riconoscibile, è la sua, legittima erede di quanto di presentabile c’era in quella vecchia. In ogni caso, quando questa destra si è confrontata con l’altra, berlusconiana, che l’aveva incubata, ha capito di essere molto diversa: di essere un’opzione politica e non una scommessa azzardata, e di essere nuova in quanto propone tematiche inedite nel nostro Paese: se le parole sono antiche - legge, ordine, dovere, sviluppo - la sintassi liberaldemocratica (più gollista che thatcheriana, ma in realtà sui generis) risulta di fatto inedita. Fini può quindi dire di voler fare quello che Berlusconi aveva detto di voler fare, ma che non ha saputo fare: il partito liberale moderato di massa; e di essere quindi l’erede anche del Cavaliere oltre che di Almirante (come ha detto a Mirabello). Tuttavia, esce dal Pdl non come un ‘nostalgico’, ovviamente, né come un eretico, ma come il sacerdote di una religione diversa, che è maturato dentro un corpo che non gli è mai appartenuto davvero anche quando, proveniente da un’altra storia, lo accoglieva (più che comodamente). Insomma, per una via tortuosa - che si snoda dal neofascismo attraverso il berlusconismo - l’Italia ha ora la possibilità di avere una destra normale: nuova se non altro perché lontana dalle forme del suo passato remoto e recente, di cui afferma di incarnare adeguatamente le autentiche istanze. La nascita di questa destra - politicamente molto più spendibile di quella di Berlusconi - avrà senza dubbio – conclude Galli su LA REPUBBLICA – forti riflessi sui precari equilibri di tutto il sistema politico italiano; naturalmente, a patto che la proposta di Fini trovi credibilità presso gli elettori di destra, che si vedono trattati, forse per la prima volta, da cittadini adulti e non da minorenni o da sudditi”. (red)

 

 

15. Mirabello, Prima Repubblica

Roma - “Niente di scandaloso, niente di fascinoso a Mirabello – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – capitale della prima Repubblica con vent’anni di ritardo. Un discorso troppo lungo, una lingua di legno ricca di frasi fatte. Un discorso tecnicamente a posto, politicamente anche abile, con il solito passaggio del cerino agli interlocutori. Nonostante la passionale reazione dei tifosi più accesi del Cav., e naturalmente dei colonnelli che gli furono amici, Fini non poteva che rispondere con brutale franchezza alla cacciata sua e dei suoi dal Pdl, e alla dura campagna condotta spietatamente per mesi, con toni molto offensivi se non proprio ‘infami’, che certe cattive abitudini claniste del suo entourage familiare hanno reso possibile. Ha avuto sangue freddo, il presidente della Camera, ha evitato quel che più teme: l’accusa di tradimento, fantasma moralistico degenere che nella politica italiana si agita nei cuori e nelle bocche dei peggiori lestofanti e traditori, che sanno bene di che cosa parlano. Niente ribaltoni, Fini su questo è stato chiaro (e il passaggio sulla legge elettorale era di prammatica). Sebbene la proposta del patto di legislatura sia politicamente abbastanza per evitare agli interlocutori reazioni spropositate e forse autolesioniste (vedi l’editoriale qui sotto), è poco per dare un senso e una visione – osserva IL FOGLIO – a un’avventura cominciata altrimenti che non come costituzione di una corrente, di un gruppo, di un partito. Fini era diventato interessante quando aveva reagito individualisticamente e con le idee all’isolamento politico cui lo avevano condannato l’astuzia seduttiva di Berlusconi e il suo disprezzo caratteriale per i suoi colonnelli. Un dissenso controllato, un’altra versione normalizzante della destra italiana: erano cose che valeva la pena di sperimentare nel dorato mondo del berlusconismo plebiscitario. Un discorso da leader di una piccola formazione che cerca spazio nella maggioranza o altrove segna un ritorno al passato. Poco charme”, conclude IL FOGLIO. (red)

 

 

16. Un leader da dimenticare

Roma - “Gianfranco Fini è un grande furbo. Ha fatto un discorso da perfetto capo dell’opposizione – scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE – ma rimane acquattato nella maggioranza per conservare i privilegi di cui gode: stare assiso sulla poltrona più alta di Montecitorio, controllare i lavori della Camera, mandare avanti le leggi che gli piacciono e boicottare quelle che non gli garbano, lasciare alcuni suoi uomini nel governo e quindi essere informato su quanto avviene in Consiglio dei ministri, continuare a stare a destra con un piede e con l’altro a sinistra per garantirsi gli applausi degli antiberlusconiani. Al consenso dei progressisti non può rinunciare, ne ha bisogno per sentirsi importante, padrone dei destini della Patria. Non si rende conto che i Bersani, le Bindi e compagnia cantante lo considerano un utile idiota, capace solo di rendere dura la vita al premier e alla sua squadra. Non avverte il pericolo di tornare immediatamente a essere trattato, qualora il governo cadesse, per quello che è ed è sempre stato nel giudizio degli ex comunisti e affini: un fascista di risulta, sbarazzatosi del fez per entrare nell’arco costituzionale e fare carriera. Fini detesta Berlusconi. Il suo sogno è fargli le scarpe, ma al tempo stesso ha paura a mollarlo del tutto perché ciò comporterebbe, probabilmente, elezioni anticipate col sistema elettorale vigente che prevede lo sbarramento al 4 per cento. Una fregatura, per lui, dal momento che Futuro e libertà (il suo partito che non è ancora un partito, ma è pronto a diventarlo) è dato dai sondaggi intorno al 2-3 per cento e rischierebbe, pertanto, di non superare la soglia minima per accedere al Parlamento. Rifondazione comunista docet. L’uomo ha un’altra preoccupazione che lo costringe a decidere di non decidere: quella di non dare l’impressione agli italiani di essere la causa del fallimento della maggioranza più ampia che la storia repubblicana ricordi. I cittadini perdonano tutto ai politici tranne la litigiosità per questioni di potere, e hanno sempre castigato coloro i quali hanno provocato crisi per fatti personali. La speranza del presidente della Camera era che il Cavaliere presentasse il cosiddetto ‘processo breve’. A quel punto sarebbe stato un gioco da ragazzi per Futuro e libertà gridare allo scandalo: guardate come si è ridotto il dittatore di Arcore, esige un’altra legge ad personam per salvarsi dalle grane giudiziarie; ma noi, che siamo perla legalità, impediremo tale schifezza a costo di mandare a gambe all’aria l’esecutivo. Figuriamoci la sinistra. Si sarebbe unita al coro – prosegue Feltri su IL GIORNALE – avrebbe festeggiato la ‘banda degli onesti’ (sedicenti), e Napolitano, molto sensibile alle istanze della casa madre che lo ha spinto sul Colle, forse avrebbe tentato di impapocchiare una maggioranza e un nuovo governo a orologeria, cioè della durata necessaria ad approvare un sistema elettorale punitivo per Pdl e Lega. Questa, dicevo, era la speranza di Fini. Ma, all’ultimo istante, il premier ha ritirato il ‘processo breve’ non perché adesso gli piaccia lungo (come a tanti cretinetti), bensì per non offrire al Furbetto del quartierino monegasco alcun pretesto che gli consenta di abbattere il governo scaricando la colpa sullo stesso premier. Davanti alla mossa del Cavaliere, Fini è stato costretto a tergiversare nel modo descritto: un piede di qua e uno di là, senza scegliere e cercando di temporeggiare. In altre parole ha rilanciato la palla al Pdl, in attesa che il partito avalli o si rimangi il famoso documento di espulsione del cofondatore. L’interrogativo ora è uno solo: che cosa accadrà? Lo sapremo presto. Quando tra una settimana o poco più ricomincerà l’attività parlamentare, i protagonisti della manfrina scopriranno per forza le carte e capiremo chi ha in mano l’asso e chi il due di picche. Non mi riferisco al voto di fiducia, che Fini ha già annunciato di concedere, ma ai provvedimenti in calendario che l’assemblea sarà chiamata ad esaminare. Sei finiani desiderano collaborare, accettando la linea politica maggioritaria, la legislatura andrà avanti sia pure zoppicando; se invece prevarrà in loro la voglia di infastidire e innervosire gli alleati, le Camere saranno sciolte, sempre che il presidente della Repubblica non abbia in testa disegni alternativi di cui ci sfuggirebbe il senso. Non ho notizie dirette, ma ho la sensazione che Berlusconi abbia perso la pazienza e non intenda più venire a patti con Fini, del quale non si è mai fidato molto, immaginatevi in questa fase. Quindi aspettiamoci il peggio. O il meglio, a seconda delle opinioni. Fra l’altro il Cavaliere e Bossi sembrano in sintonia: si voti e non se ne parli più. D’altronde il discorso del presidente della Camera a Mirabello non ha aperto spiragli all’ottimismo. Esaminiamo i passaggi che mostrano l’incompatibilità tra Futuro e libertà e la coalizione. Fini – spiega Feltri su IL GIORNALE – afferma di essere stato cacciato in due ore dal partito e di non essere nemmeno stato ascoltato. È una boutade. Perché se è vero che il documento di espulsione è stato stilato in due ore, è altrettanto vero che la diatriba iniziò due anni fa e non si è mai sedata. Dodici mesi orsono - esattamente come oggi, il 7 settembre - proprio Il Giornale se ne occupò in prima pagina con un titolo (‘Dove vuole arrivare il ‘compagno’ Fini’) che fece imbestialire gli exaennini, i quali negarono addirittura che vi fosse un contenzioso politico e personale tra i fondatori del Pdl. Invece la realtà era esattamente quella descritta da noi: un Fini sempre più incoraggiato dalla sinistra a combattere contro il Cavaliere, e un Cavaliere non in grado di ricucire gli strappi se non per un paio di settimane. Il conflitto si è così inasprito fino a esplodere. La scena televisiva in cui i due se ne dicevano di tutti i colori è ancora viva nella memoria di tutti: Berlusconi che parlava al microfono e Fini, in piedi sotto il palco, che col dito alzato lo sfidava. Non si era mai visto nulla del genere. E come dimenticare il fuori onda in cui il presidente della Camera, bisbigliando all’orecchio del procuratore della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, auspicava che la magistratura levasse di torno il premier? Episodi che dimostrano l’inevitabilità del ‘divorzio’, altro che rappacificazione, altro che democrazia interna al Pdl. Il dissenso è lecito, ma va espresso ed elaborato dentro il partito, non in tivù, non nei fuori onda, non in piazza dove radunare cinquemila persone è facile; più difficile riempire le urne, e se ne accorgeranno quelli di Futuro e libertà. Quale libertà, poi? Quella di farsi eleggere nelle liste berlusconiane e, una volta conquistato il seggio, amoreggiare con l’opposizione ponendosi al suo servizio? Ancora. La terza carica dello Stato non partecipò alla campagna elettorale per le regionali (motivi istituzionali, obbligo di equidistanza) però nel frattempo brigò per costituire un partito e fregare il Pdl. Fini critica aspramente i tagli tremontiani dimenticandosi che hanno consentito all’Italia di non essere travolta, a differenza di altri Paesi europei, dalla crisi mondiale. Critica in particolare il ministro Gelmini perché non ha assunto 200mila precari della scuola, ma non fiata sull’irresponsabilità di chi in passato reclutò quei precari, ingigantendo il debito pubblico. Fini si scaglia contro il federalismo fiscale perché - dice - forse aumenterà la spesa anziché diminuirla. Come si fa ad affermare una simile sciocchezza? Se una pinza chirurgica costa 10 euro a Milano e 20 a Reggio Calabria, è ovvio che standardizzando la spesa si eliminerà lo spreco calabrese senza fare torti alla Calabria. Da tutto questo si evince la pochezza politica del reuccio di Montecitorio, la capziosità dei suoi argomenti, la loro inconsistenza logica. Emerge soltanto la spocchia, la smania di protagonismo, la frustrazione, l’ansia di rivincita. Che miseria. Per concludere, un cenno alle vicende oscure svelate dal Giornale con le sue inchieste: l’appartamento di Montecarlo di cui il lettore sa tutto; il contratto Rai ottenuto dalla suocera grazie alle pressioni esercitate dal genero sulla dirigenza dell’ente; il patrimonio della sua compagna, Elisabetta Tulliani. Fini non ha aperto bocca se non per insultare con linguaggio mafioso: infami, ci ha detto. Ma infame è chi, pur essendo al vertice di un’istituzione, non sente il dovere di rispondere alle contestazioni documentate della stampa e liquida il problema insolentendo i giornalisti che l’hanno sollevato. Un leader che rivendica il diritto alla libertà di critica e lo nega agli altri perché ‘tiene famiglia’, è un piccolo leader. La sua è molto di più di una famiglia. E una ditta, un’azienda che fa ottimi affari. Sono affari leciti? Questo pretendiamo di sapere. Del resto non c’importa niente”, conclude Feltri su IL GIORNALE. (red)

 

 

17. Elezioni ultima chiamata

Roma - “Andiamo avanti, ha detto spavaldo Gianfranco Fini domenica sera a Mirabello. Sì, ma in quale direzione?, hanno subito iniziato a domandarsi – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO – i 44 parlamentari di Futuro e Libertà. Infatti, appare evidente che Silvio Berlusconi non accetterà di sottoscrivere un nuovo patto di legislatura con colui che giudica un traditore e un nemico giurato. Il Cavaliere sa che l’accordo propostogli, ossia una nuova legge elettorale in cambio dello scudo giudiziario per le alte cariche, è un trappolone, con cui lo si vorrebbe legare mani e piedi per i prossimi due anni, rosolare a dovere, per poi impedirgli di tornare al governo o al Quirinale nella legislatura prossima ventura. Dunque, se la linea del presidente della Camera non cambia ma è condivisa dai suoi uomini e la riforma elettorale è una condizione vincolante per la tregua, non resta che votare. Bossi e i suoi l’hanno fatto capire senza mezzi termini ieri e ai finiani si sono rizzati i capelli in testa. Se si tornasse alle urne in autunno, il gruppo che fa capo alla terza carica dello Stato non avrebbe neppure il tempo di organizzarsi e ancor meno avrebbe risorse per finanziare la campagna elettorale. Quindi sarebbe assai difficile raggiungere quel sei per cento che sondaggisti generosi gli attribuiscono. Più facile invece fermarsi al quattro o anche meno. Ciò però significherebbe che, con l’attuale legge elettorale, si rischia non solo di non riuscire a eleggere neppure un senatore, ma addirittura neanche un deputato. Così è accaduto a Rifondazione e compagni alle scorse elezioni, così potrebbe succedere anche a Futuro e Libertà. Ma anche qualora si arrivasse al cinque per cento, Fini potrebbe contare su una truppa assai più esigua di quella attuale. Basti pensare che 1’Udc, la quale nel 2008 sfiorò il sei per cento, si ritrovò con 36 deputati e 3 senatori, ma a Palazzo Madama entrò solo per il rotto della cuffia, avendo superato la soglia, dell’otto per cento in Sicilia, obiettivo giudicato irrealizzabile per gli uomini del presidente della Camera. Il timore di elezioni anticipate – prosegue Belpietro su LIBERO – pare abbia spinto ieri alcuni esponenti finiani a far visita a Berlusconi, cercando di rassicurarlo e giurando lealtà al governo più che a Fini. Ma il presidente del Consiglio ora più che alle parole bada ai fatti e questi dovranno essere d’ora in avanti chiari e inequivocabili. Se i transfughi non daranno prove chiare e tangibili del loro sostegno all’esecutivo, il Cavaliere non starà ad aspettare, ma salirà al Colle rimettendo il mandato e sollecitando Napolitano a indire le elezioni il prima, possibile. Il premier infatti sa che di una cosa. Gianfranco ha bisogno come il pane ed è il tempo: settimane, ma meglio ancora, mesi, per organizzare il suo nuovo partito e rafforzarsi. Un vantaggio che Silvio non ha intenzione di concedergli. Perciò, fossimo nei panni dei 44 di Futuro e Libertà, ci guarderemmo allo specchio e decideremmo cosa fare, se restare con Fini contro il governo oppure schierarsi dalla parte di Berlusconi e degli elettori che appena due anni fa lo scelsero come premier. Tenere il piede in due scarpe non è più possibile: si rischia di perderle tutte e due. E insieme anche il piede”, conclude Belpietro su LIBERO. (red)

 

 

18. Sfregio a Costituzione, ma la sinistra tace

Roma - “Caro Direttore – scrive Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, a IL GIORNALE – sono passate poco più di ventiquattr’ore dalla nonoceanica adunata di Mirabello, e, ad eccezione del Pdl, del Giornale e di qualche altra testata libera, nessun altro ha avuto l’onestà intellettuale di porre a Gianfranco Fini la questione della sua permanenza sulla poltrona più alta di Montecitorio. Facciamo una simulazione o un ‘caso di scuola’, come si dice: cosa sarebbe successo, a suo tempo, se Nilde Dotti o Luciano Violante avessero osato spaccare il loro partito di origine, formando gruppi parlamentari autonomi, e usando la Presidenza della Camera per condurre una polemica ossessiva e faziosa contro uno schieramento politico? La risposta è fin troppo semplice: nello spazio di mezza giornata, sarebbero stati energicamente accompagnati fuori dai loro sontuosi uffici. Di più: al primo loro eventuale cenno di opposizione odi protesta, sarebbero stati messi a tacere, in rapida sequenza, da un centinaio di costituzionalisti pronti a spiegare il vulnus in corso contro la Costituzione, da vibranti appelli di intellettuali contro l’azione golpista in atto, da mobilitazioni della società civile e della stampa ‘demogradiga’, da editoriali pensosi e sdegnati, fino all’immancabile richiamo alla Resistenza tradita. Stavolta, invece, i costituzionalisti tacciono, i ‘professionisti dell’appello’ hanno esaurito la carta e l’inchiostro, e gli editorialisti si attorcigliano in commenti sospesi tra il giustificazionismo e l’attesa di (non) si sa bene cosa. Il perché di tutto questo è ormai chiaro: l’antiberlusconismo, l’ostilità profonda contro la persona e la politica di Silvio Berlusconi sono divenuti così totali e accecanti per il cosiddetto ‘establishment’, da mettere in secondo piano perfino un minimo di decenza istituzionale. Diciamoci la verità: la politica italiana ne ha viste tante, e da alcuni lustri si assiste ad un qualche protagonismo dei Presidenti delle Camere, ai quali di tanto in tanto è capitato di sconfinare. Ma mai nessuno, prima di Fini, aveva osato arrivare a tanto: usare la terza carica dello Stato per costruirsi un partitino, per attaccare e tentare di sovvertire la maggioranza scelta dagli italiani, per trasformare il seggio più alto di Montecitorio in uno sgabello da cui tenere un permanente comizio ‘contro’. Certo – conclude Capezzone su IL GIORNALE – non c’è da attendersi che Gianfranco Fini risponda in modo convincente: sarà forse occupato, chissà se con l’ausilio di qualche familiare, nella stesura di quel codice etico su cui catoneggiava l’altra sera. Ma intanto, Direttore, grazie di cuore a voi del Giornale, che non smettete di fare qualche domanda scomoda a nome dei molti italiani (‘infami’ anche loro?) stanchi di essere smaccatamente, e direi quasi programmaticamente, presi in giro”. (red)

 

 

19. Casini attacca Di Pietro, applausi alla festa Pd

Roma - “La platea è quella democratica della festa del Pd, a Torino. L’ospite del giorno – riporta Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – è Pier Ferdinando Casini e quando il leader dell’Udc parte all’attacco di Antonio Di Pietro definendolo ‘un serio ostacolo all’alternativa’, dai democratici scatta l’applauso. Un battimano che zittisce qualche voce di prosi è confrontato con Casini, è per la rottura. ‘La posizione espressa da Di Pietro sulle contestazioni a Schifani è incompatibile con noi — prende le distanze l’ex sottosegretario di Prodi —. Con Di Pietro al governo abbiamo lavorato bene, ora mi chiedo cosa gli è successo. Spero sia recuperabile...’. A sentire Casini — il quale giura orgoglioso che correrà da solo — recuperabile non è. Il leader udc è convinto che l’Idv sia stato la causa della sconfitta in Piemonte e chiede al Pd di tagliare i ponti con chi ha ‘mancato di rispetto’ ai democratici in casa loro: ‘Questi episodi sono degli straordinari assist a Berlusconi’. La replica dell’Idv non è diplomatica. Massimo Donadi dà a Casini del ‘moderno Depretis’, un ‘trasformista che non fa distinzioni tra centrodestra e centrosinistra’. Ed è scontro. ‘Prendo atto che tra Pd e Idv ci sono due visioni diverse dell’Italia — attacca Di Pietro —. La loro diventerà una coalizione di classe dirigente: gli elettori sceglieranno noi. Ma comunque Letta stia tranquillo: non cambiamo linea, dunque siamo noi incompatibili con loro’. La replica del Pd arriva dal lettiano Francesco Boccia, che indica la via del divorzio: ‘Se Di Pietro prosegue così, nel caso di una scelta tra lui e Casini per noi non si porrebbe nemmeno il problema’. La tensione con Di Pietro e l’urgenza di sciogliere il nodo alleanze – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – hanno convinto Bersani che sia ‘arrivato il tempo di un chiarimento’. Il segretario ha in agenda un incontro con il leader dell’Idv e vedrà in seguito anche Vendola, Casini, Rutelli. Ma i democratici hanno fretta, temono di perdere il treno del dopo Berlusconi. Al vertice del Pd, come anche da Casini e da Rutelli, le parole di Fini su una nuova legge elettorale sono state accolte come un viatico verso un governo tecnico. ‘Qualsiasi tentativo di coprire la situazione con pezze a colori non potrebbe nascondere la crisi — dice Bersani e chiede a Berlusconi di ammettere la sconfitta —. Meglio affidarsi al presidente della Repubblica e al Parlamento’. Letta, il cui primo obiettivo è ‘mandarlo a casa’, lavora perché la fine di Berlusconi non coincida con il voto. E anche Walter Veltroni, da Mestre, teorizza un esecutivo di transizion e : ‘ Non è automatico che un’eventuale crisi porti al voto. Chi fa fallimento non può dettare le regole del gioco. Si possono creare le condizioni per un governo che affronti le emergenze e una riforma della legge elettorale’. L’ex segretario definisce ‘molto responsabile’ la posizione di Fini. Ma la sua apertura si ferma all’auspicio di un confronto per cambiare legge elettorale. Veltroni infatti esclude un accordo di governo con Fli: ‘Credo che il Pd debba coltivare un’altra ambizione, quella di conquistare una maggioranza riformista’. E Rosy Bindi – conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA – spiega di non aver mai proposto un governo con Fini: ‘Il che non vuol dire che non si possa dialogare sulla legge elettorale...’”. (red)

 

 

20. Sviluppo, Cavaliere ha scelto Romani. Vegas verso Consob

Roma - “Le indiscrezioni vicino a Palazzo Grazioli – riporta il CORRIERE DELLA SERA – danno ormai per scontata la nomina del vice Paolo Romani alla poltrona di ministro dello Sviluppo economico. Ma se avverrà oggi o nei prossimi giorni è difficile dirlo. Al momento, il clima politico dopo la bomba nucleare sganciata da Gianfranco Fini a Mirabello ha complicato notevolmente le cose e tutto è appeso alla cena-consiglio di guerra di Arcore tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi svoltasi ieri sera e alla colazione di lavoro che oggi il premier avrà in via del Plebiscito con lo stato maggiore del partito e alcuni ministri. Con il Quirinale, infatti, ancora non è stato fatto alcun passo ufficiale . La procedura prevede che la nomina di un ministro venga varata dal presidente della Repubblica su proposta del premier. Dal Colle, tuttavia, a ieri sera non era ancora arrivata nessuna comunicazione, nemmeno informale. Oggi si terrà a Palazzo Chigi un Consiglio dei ministri ma non è corretto legare questa scadenza con la nomina di Romani. Si tratta di una riunione tecnica per esaminare un decreto legislativo relativo alle politiche europee in materia di giustizia. Il passo formale con il Quirinale può avvenire in qualsiasi momento e, a meno che la situazione politica non precipiti verso le elezioni, il Cavaliere ha ancora tempo per affrontare con il Colle la successione a Scajola, o meglio a se stesso visto che da quattro mesi è lo stesso premier che ha assunto ad interim la responsabilità del ministero. Nei giorni scorsi, su ennesimo invito del presidente della Repubblica e sotto il pressing della comunità economica a partire dal sindacato e dalla Confindustria, Berlusconi aveva promesso di risolvere la questione entro questa settimana. Per rispettare questo impegno, quindi, il tempo non scade certo oggi. Se il premier dovesse davvero puntare su Romani, bisogna vedere come reagirà il Quirinale. Nei mesi passati la partita si giocò su due tappe. Prima Berlusconi cercò di convincere inutilmente il numero uno di Confindustria Emma Marcegaglia, poi propose in modo informale il nome di Romani. Il Colle, in via altrettanto informale – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – espresse le sue perplessità in quanto sul sito dello stesso Romani vi era indicata come professione quella di ‘editore televisivo’. E siccome in ballo ci sono le assegnazioni delle frequenze digitali ecco scattare le preoccupazioni per un possibile conflitto di interessi. Paolo Romani, successivamente, ha chiarito di non occuparsi più di televisioni da almeno 20 anni come del resto era chiaramente scritto nel sito. Bisogna vedere ora se le riserve quirinalizie sono superate o meno. Per domani, da rumor di Palazzo Chigi, potrebbe essere convocato un altro Consiglio dei ministri più operativo magari per affrontare la ‘lenzuolata’ liberalizzatrice proposta dal sottosegretario al ministero dello Sviluppo Stefano Saglia o la nomina alla presidenza della Consob che vedrebbe salire alla guida dell’Authority sulla Borsa il viceministro all’Economia Giuseppe Vegas. Tutto appare comunque molto fluido e non sono esclusi colpi a sorpresa. Prima dello strappo di Mirabello c’è stato il viceministro ai Trasporti, il leghista Roberto Castelli, che si è espresso persino a favore della nomina a ministro del finiano Mario Baldassari. Un gesto forse di distensione ex ante che oggi non avrebbe più senso. D’altra parte, se le tensioni politiche dentro la maggioranza non si risolvono facendo immaginare ineludibili le elezioni entro primavera prossima, nessun personaggio ‘di peso’ accetterebbe di assumere un dicastero per pochi mesi. In questo caso – conclude il CORRIERE DELLA SERA – la massima carica al dicastero di Via Vittorio Veneto è destinata a rimanere vuota”. (red)

 

 

21. “Ammazzato per un no di troppo”

Roma - “‘E se Angelo Vassallo avesse pagato con la vita per aver detto un no di troppo?’. E’ il dubbio – riporta Guido Ruotolo su LA STAMPA – che attanaglia il giovane vicesindaco, Stefano Pisani, distrutto e forse impaurito. E’ il sospetto che porta l’inquirente a ipotizzare: ‘Potrebbe essersi messo di traverso a qualche affare’. Nell’ora del tramonto ancora non si sa quando potrà svolgersi il funerale. Povero sindaco, il sindaco pescatore, l’ambientalista, lo sceriffo che faceva rispettare la legalità, magari esagerando come con la multa di mille euro per chi lasciava cadere a terra le cicche di sigarette. Una provocazione, naturalmente. Angelo Vassallo più semplicemente sapeva molto bene distinguere e capire cosa si muoveva concretamente sul territorio. Che stesse dalla parte giusta, lo lasciano intuire gli inquirenti quando sussurrano che Angelo Vassallo aveva più di una volta dato la ‘dritta giusta’ per comprendere certe iniziative, per ‘inquadrare il contesto di certe indagini’. Insomma, da testimone di un osservatorio privilegiato, Angelo Vassallo più di una volta aveva contribuito alle indagini della magistratura. ‘Se fosse inseguito da fantasmi del passato questo non lo sappiamo - afferma un inquirente -, di certo il suo presente è quello di paladino della legalità’. Di fronte a una morte violenta, il tarlo del dubbio si insinua come sempre nelle pieghe delle invidie paesane (‘Ha aperto un ristorante al figlio...’), nei rancori di chi si è sentito penalizzato, da chi pretendeva e non ha avuto. E naturalmente nell’atteggiamento guardingo degli investigatori che non possono escludere nulla, che non possono non tenere conto di quelle inchieste tutte archiviate che lo avevano visto indagato per concussione, corruzione, persino tentata estorsione. E allo stato i dubbi sono soltanto questi. Il procuratore aggiunto di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, è convinto della buona fede del sindaco: ‘Era molto attento a comprendere tutte le dinamiche del territorio. Voleva capire chi da fuori portava capitali ad Acciaroli, chi entrava in attività commerciali, chi acquistava terreni’. Il vicesindaco Parisi utilizza questa immagine: ‘Faceva da scudo a tutta l’amministrazione’. Come dire che il sindaco voleva preservare il territorio da intrusioni esterne. La Positano del Cilento faceva e fa gola agli appetiti speculativi e camorristici. Che l’omicidio del povero Angelo Vassallo, il sindaco pescatore crivellato da nove colpi calibro 9 per 21, sia stato un omicidio di stampo camorrista non dovrebbero esserci grandi dubbi. Le modalità e la ferocia dell’agguato sono di per sé una firma. Che strano, come se, in alternativa alla camorra, l’agguato trovasse ragione soltanto in uno scatto d’ira per futili motivi. Probabilmente - è la sensazione che si ricava dai ragionamenti degli inquirenti e degli investigatori - Vassallo ‘ha pagato con la vita la sua opposizione a certe richieste’. E’ morto un sindaco. Anzi da sindaco. Perché – prosegue Ruotolo su LA STAMPA – la sua vita si identifica con l’impegno di amministratore. Quella iniziata quest’anno, infatti, era la sua quarta legislatura. Sedici anni, una vita appunto. E l’esordio fu senza ombre ed equivoci: tra i primi atti della sua giunta fece abbattere lo ‘Chalet’, uno stabilimento balneare abusivo. Da pescatore, poi, era ben consapevole di quel tesoro, di quella risorsa rappresentata dal mare. E lui era fiero di aver trasformato Acciaroli in quella Positano del Cilento invidiata da tutti. E proprio in questi ultimi mesi aveva ripreso a pescare: ‘Quante alici, mica stupide - aveva detto in una delle sue ultime interviste pubbliche - che hanno scoperto che il nostro mare è il più pulito d’Italia...’. Acciaroli, una delle quattro frazioni di Pollica, duemila e cinquecento anime in tutto, un pugno di case, una spiaggia bellissima. Gli appalti al porto. Il vicesindaco ricorda la battaglia di Vassallo perché la gestione del porto fosse pubblica. Fare l’elenco degli appalti, delle concessioni può anche portare fuori pista. Per esempio, sottolineare che l’appalto per il secondo lotto dei lavori al porto - importo in euro: 4 milioni e mezzo - non è stato ancora assegnato per via della valutazione di un’offerta anomala, può lasciare intuire che il movente dell’omicidio potrebbe essere anche questo. Oppure che i lavori per le fognature sono stati vinti da una ditta di San Cipriano d’Aversa, regno dei Casalesi, porterebbe sulla pista dei Casalesi appunto. O ancora i dubbi sugli acquirenti di due esercizi commerciali o sui proprietari di un immobile acquistato in un’asta potrebbero aver insospettito i bersagli delle attenzioni del sindaco. Gli investigatori, in questa fase, non fanno altro che registrare tutti questi episodi. Stefano Pisani, il vicesindaco, si dispera: ‘Era uno molto rispettoso dei ruoli. Non si faceva offrire neppure un caffè al bar’. Acciaroli, Angelo Vassallo voleva trasformarla nella Cuba del Mediterraneo. Almeno per due giorni. Dal 10 al 12 settembre. Al porto – conclude Ruotolo su LA STAMPA – i manifesti che riportano brani del ‘Vecchio e il mare’ di Ernest Hemingway. Lo scrittore soggiornò qui per una decina di giorni, nel lontano 1951. Il sindaco voleva proclamare ‘Acciaroli Città di Hemigway’”. (red)

 

 

22. Scandalo della democrazia

Roma - “Due pistole che sparano – scrive Roberto Saviano su LA REPUBBLICA – le pallottole che colpiscono al petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan. Così hanno ucciso Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, in provincia di Salerno. Si muore quando si è soli, e lui - alla guida di una lista civica - si opponeva alle licenze edilizie, al cemento che in Cilento dilaga a scapito di una magnifica bellezza. Ma Angelo Vassallo rischia di morire per un giorno soltanto e di essere subito dimenticato. Come se fosse normale, fisiologico per un sindaco del meridione essere vittima dei clan. E invece è uno scandalo della democrazia. Del resto - si dice - è così che va nel sud, accade da decenni. ‘Veniamo messi sulla cartina geografica solo quando sparano. O quando si deve scegliere dove andare in vacanza’, mi dice un vecchio amico cilentano. In questo caso le cose coincidono. Terra di vacanze, terra di costruzioni, terra di business edilizio che ‘il sindaco-pescatore’ voleva evitare a tutti i costi. Questa estate è iniziata all’insegna degli slogan del governo sui risultati ottenuti nella lotta contro le mafie. Risultati sbandierati, urlati, commettendo il grave errore di contrapporre l’antimafia delle parole a quella dei fatti. Ma ci si deve rendere conto che non è possibile delegare tutto alle sole manette o al buio delle celle. Senza racconto dei fatti non c’è possibilità di mutare i fatti. E anche questa storia meritava di essere raccontata assai prima del sangue. Forse il finale sarebbe stato diverso. Ma lo spazio e la luce dati alla terra dei clan sono sempre troppo pochi. I magistrati fanno quello che possono. I clan dell’agro-nocerino in questo momenti sono tutti sotto osservazione: quelli di Scafati capeggiati da Franchino Matrone detto ‘la belva’, o gli uomini di Salvatore Di Paolo detto ‘il deserto’, quelli di Pagani capeggiati da Gioacchino Petrosino detto ‘spara spara’, il clan di Aniello Serino detto ‘il pope’, il clan Viviano di Giffoni, i Mariniello di Nocera inferiore e Prudente di Nocera superiore, i Maiale di Eboli. Il fatto è che il Cilento, terra magnifica, ha su di sé gli occhi e le mani delle organizzazioni criminali che, quasi fossero la nemesi della nostra classe politica, eternamente in lotta, si scambiano favori, si spartiscono competenze pur di trarre il massimo profitto da una terra che ha tutte le caratteristiche per poter essere definita terra di nessuno e quindi terra loro. I Casalesi sono da sempre interessati all’area portuale, così come i Fabbrocino dell’area vesuviana hanno molti interessi in zona. Giovanni Fabbrocino, nipote del boss Mario Fabbrocino, gestisce a Montecorvino Rovella, un paesino alle soglie del Cilento, la concessionaria della Algida nella provincia più estesa d’Italia, il Salernitano appunto. Il clan Fabbrocino è uno dei più potenti gruppi camorristici attualmente noti e intrattiene legami con i calabresi. Oggi le ‘ndrine nel Salernitano contano molto di più e hanno interessi che vanno oltre lo scambio di favori. Il porto di Salerno, su autorizzazione dei clan di camorra, è sempre stato usato dalle ‘ndrine per il traffico di coca, soprattutto da quando il porto di Gioia Tauro è divenuto troppo pericoloso. Il potentissimo boss di Platì Giuseppe Barbaro, per esempio – prosegue Saviano su LA REPUBBLICA – è stato catturato a dicembre 2008 mentre faceva compere natalizie a Salerno. In tutto questo, il cordone ombelicale che ha legato camorra e ‘ndrangheta porta un nome fin troppo evidente: A3, ovvero autostrada Salerno-Reggio Calabria. Nel Salernitano sono impegnate diverse ditte dalla reputazione tutt’altro che specchiata. La ‘Campania Appalti srl’ di Casal di Principe avrebbe dovuto costruire le strade intorno al futuro termovalorizzatore di Cupa Siglia. L’impresa delle famiglie Bianco e Apicella è stata raggiunta da un’interdittiva antimafia dopo le indagini della sezione salernitana della Direzione Investigativa Antimafia. Secondo gli investigatori, l’impresa rientra nel giro economico del clan dei Casalesi ed è nelle mani di uomini vicini a Francesco Schiavone. È così diverso oggi dagli anni ‘80 e ‘90? Di che territorio stiamo raccontando? Di una Regione dove per la gare d’appalto per la raccolta rifiuti bisogna chiamare una impresa ligure perché in Campania non se ne trova una che non abbia legami con la camorra. Nemmeno una. Se da un lato si arresta dall’altro lato non c’è affatto una politica che tenda a interrompere il rapporto con le organizzazioni criminali. L’attuale presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro, soprannominato ‘Gigino a’ purpetta’ (Luigino la polpetta), fu arrestato nel 1984 in un’operazione contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nel 1985 il Tribunale di Napoli condannò Cesaro a 5 anni di reclusione ‘per avere avuto rapporti di affari e amicizia con tutti i dirigenti della camorra napoletana fornendo mezzi, abitazioni per favorire la latitanza di alcuni membri, e dazioni di danaro’. Nel 1986 in appello il verdetto fu ribaltato e Cesaro venne assolto per insufficienza di prove. La decisione fu poi confermata dalla Corte di Cassazione presieduta dal noto giudice ammazza sentenze Corrado Carnevale. Ma, come ha raccontato L’Espresso, nonostante Cesaro sia stato scagionato dalle accuse, gli stessi giudici che lo hanno assolto hanno stigmatizzato il preoccupante quadro probatorio a suo carico. Durante il processo, in aula, furono infatti confermati gli stretti rapporti che l’attuale presidente della provincia di Napoli intratteneva con i vertici della Nco (incluso don Raffaele Cutolo). Si parlava di una ‘raccomandazione’ chiesta a Rosetta Cutolo, sorella di Raffaele, per far cessare le richieste estorsive di Pasquale Scotti, personaggio tuttora ricercato ed inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia. (Consiglio caldamente di fare una piccola ricerca su youtube per ‘Luigi Cesaro esilarante’, ascolterete un monologo del presidente della provincia che sarà più eloquente delle mie parole). Tutto questo non si può tacere. E chi lo tace è complice. Mi viene da chiedere a chi in questo momento sta leggendo queste righe se ha mai sentito parlare di Federico Del Prete, sindacalista ucciso nel 2002 a Casal di Principe. Se ha mai sentito parlare di Marcello Torre – continua Saviano su LA REPUBBLICA – sindaco di Pagani ucciso nel 1980 perché cercava di resistere a concedere alla camorra gli appalti per la ricostruzione post terremoto. E di Mimmo Beneventano vi ricordate? Consigliere comunale del Pci, trentadue anni, medico, fu ucciso nel 1980 a Ottaviano per ordine di Raffaele Cutolo perché ostacolava il suo dominio sulla città. E di Pasquale Cappuccio? È stato consigliere comunale del Psi, avvocato, ucciso nel 1978 sempre a Ottaviano. E Simonetta Lamberti, uccisa a Cava dei Tirreni nel 1982. Aveva dieci anni e la sua colpa era essere la figlia del giudice che andava punito. Le scariche del killer raggiunsero lei al posto del loro obiettivo. Qualcuno di questi nomi vi è noto? Temo solo ad addetti ai lavori o militanti di qualche organizzazione antimafia. Questi nomi sono dimenticati. Colpevolmente dimenticati. Come, temo, lo sarà presto quello di Angelo Vassallo. Ai funerali di Antonio Cangiano, vicesindaco di Casal di Principe gambizzato dalla camorra nel giugno 1988 e da allora costretto sulla sedia a rotelle, non c’era nessun dirigente della sinistra. Tutto sembra immobile in territori dove non riusciamo nemmeno a ottenere il minimo, l’anagrafe pubblica degli eletti per sapere esattamente chi ci governa. Le indagini sull’omicidio di Angelo Vassallo vanno in tutte le direzioni, si sta scavando nel passato e nel presente del sindaco. Perché, come mi è capitato di dire altrove, in queste terre quando si muore si è sottoposti a una legge eterna: si è colpevoli sino a prova contraria. I criteri del diritto sono ribaltati. E quindi già iniziano a sentirsi voci di ogni genere, ma nulla tralascerà la Dda. L’aveva scritto Bruno Arpaia (non a caso nato a Ottaviano) nel suo bel libro Il passato davanti a noi, che mentre i militanti delle varie organizzazioni della sinistra extraparlamentare sognavano Parigi o Pechino per far la rivoluzione e scappavano a Milano a occupare università o fabbriche, non si accorgevano che al loro paese si moriva per un no dato ad un appalto, per aver impedito a un’impresa di camorra di fare strada. È in quei posti invisibili, apparentemente marginali che si costruisce il percorso di un Paese. Tutto questo non si è visto in tempo e oggi si continua a ignorarlo. La scelta del sindaco in un comune del Sud determina l’equilibrio del nostro Paese più che un Consiglio dei ministri. Al Sud governare è difficile, complicato, rischioso. Amministratori perbene e imprenditori sani ci sono, ma sono pochi e vivono nel pericolo. In queste ore a Venezia verrà proiettato sul grande schermo ‘Noi credevamo’ di Mario Martone, una storia risorgimentale che parte proprio dal Cilento, dal sud Italia. Forse in queste ore di sgomento che seguono la tragedia del sindaco Angelo Vassallo vale la pena soffermarsi sull’unico risorgimento ancora possibile che è quello contro le organizzazioni criminali. Un risorgimento che non deve declinarsi come una conquista dei sani poteri del Nord verso i barbari meridionali: del resto è una storia che già abbiamo vissuto e che ancora non abbiamo metabolizzato. Ma al contrario deve investire sul Mezzogiorno capace di innovazione, ricerca, pulizia, che forse è nascosto ma esiste. Deve scommettere – conclude Saviano su LA REPUBBLICA – sulla possibilità che il Paese sappia imporre un cambiamento. E che da qui parta qualcosa che mostri all’intera Italia il percorso da prendere. È la nostra ultima speranza, la nostra sola risorsa. Noi ci crediamo”. (red)

 

 

23. Ciclone Mentana su Rai e Mediaset

Roma - “Li ha lasciati tutti sul posto. Enrico Mentana – riporta LA STAMPA – in appena una settimana ha portato il Tg di La7 dal 2,29 per cento al 10,21 per cento di share. Un salto a due cifre che sposta la bilancia dei numeri da 374 mila 457 spettatori di domenica 6 settembre 2009 a oltre il milione 882 persone di ieri l’altro, quando sul teleschermo rimbalzava l’intervento di Fini da Mirabello. Per La7 non era mai accaduto prima. E non era mai successo che secondo i cosiddetti indici di copertura, ben 3 milioni di persone almeno per un minuto abbiano seguito Mentana. Pubblico di qualità, almeno per il 249 per cento dello share, con stili di vita elevati - viene rilevato - con oltre il 20,5 per cento di laureati. E in molti casi, un pubblico nuovo che i Tg delle reti ammiraglie, Canale 5 e Raiuno sembrano, per ora, non saper intercettare. Non è un caso, infatti, che dal 2007 a oggi Tg1 e Tg5 insieme abbiamo perduto l’8,2 per cento di ascolto a vantaggio delle reti digitali e satellitari cresciute del 6,5 per cento. Numeri apparentemente poco significativi ma che si declinano in milioni di euro in pubblicità. Infatti, dal 15 settembre comincia il cosiddetto ‘periodo di garanzia’: sulla base degli ascolti fatti in questi due mesi si determinerà il valore commerciale degli spot in ciascuna rete. Certo, ‘Mentana è molto bravo e sta andando forte - commenta Clemente Mimun direttore del Tg5 - ma per Rai e Mediaset la partita deve ancora cominciare’. E per Canale 5 è iniziata ieri sera con il ritorno di Gerry Scotti e il suo ‘Milionario’ a fare da traino al Tg. Il 13 toccherà alla Rai, ma la partita per il duopolio Tv stavolta si annuncia più complicata. ‘Di fatto - spiega Paolo Romani, vice ministro alle Comunicazioni - il successo di Mentana e La7 dimostra che nel Paese c’è pluralismo. Ormai ci sono tre, quattro, forse cinque poli televisivi. E Mentana da par suo è un uomo straordinariamente televisivo, capace di utilizzare il mezzo tv per quello che è, cioè la presa diretta’. Insomma, per tutti Mentana bravo, bravissimo – prosegue LA STAMPA – ma soprattutto tempista infallibile. ‘Tanto - commenta una fonte Mediaset - che è partito a mille quando Rai e Mediaset sono chiuse per ferie. E poi, se le altri reti avessero fatto la diretta su Fini, cosa avrebbe raccolto in termini di share?’. Chissà. Di certo l’ex conduttore di ‘Matrix’ ‘con la diretta di Mirabello ha fatto il botto’, commenta Francesco Siliato, analista dati media, ‘per dare un’idea della performance possiamo dire che quando nel 2009 il Tg4 di Emilio Fede faceva il 6,3 per cento e La7 il 2,3 per cento, oggi Fede resta dov’è e Mentana lo sorpassa con una media dell’8 per cento’. E non ci sono traini che tangano perché Mentana, a differenza di quanto accade nelle altre reti, traina non solo se stesso (la diretta da Mirabello alle 18 ha ottenuto il 10,1 per cento) ma anche il Tg e l’intera rete. Ora, se dalle parti del Tg5 (al dato negativo di questa ultima settimana si raffronta quello positivo estivo dal 20,89 al 21,71) si attende la nuova stagione, e si addebitano le responsabilità alla scarsa forza dei programmi pre-Tg (qualcuno fa notare che va ancora in onda Paperissima con la voce di Marco Columbro e per la quarta volta le repliche dei Cesaroni) in casa Rai i dati ottenuti da Mentana non sfuggono al consigliere Nino Rizzo Nervo - già direttore del Tg3 Rai e per pochi mesi anche di La7 - che invece invita l’azienda a preoccuparsi, ‘perché i numeri dimostrano che Tg1 e Tg5 vanno con il freno tirato. Mentana è bravo ma quei dati ci dicono che l’offerta informativa di Tg1 e Tg5 è insoddisfacente’. Argomento che non smuove il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, per il quale ‘Mentana non va a intaccare l’audience del mio tg, e gli spettatori che prende sono quelli dei Tg delle 19 e del Tg5’”. (red)

 

24. La Ue si prepara a scrivere le finanziarie degli stati

Roma - “Ora che i mercati finanziari hanno allentato la pressione sugli spread e i Credit default swap dei paesi della zona euro con bilanci in rosso – riporta IL FOGLIO – rischia di venir meno il consenso su alcune parti della riforma del Patto di stabilità. Ieri la riunione della Task Force incaricata di riscrivere la governance economica dell’Unione europea ha confermato le nuove disposizioni sulla sorveglianza già decise prima dell’estate. Ma rimangono divergenze sui punti più controversi: a meno di sorprese dall’Ecofin di oggi, le decisioni sulle sanzioni automatiche, sulla valutazione del debito complessivo nelle procedure per deficit eccessivo e sull’istituzione di un meccanismo di salvataggio permanente per la zona euro saranno rinviate a ottobre. Invece c’è ‘un accordo sul principio del semestre europeo’, spiega al Foglio una fonte comunitaria. In sostanza, la supervisione dell’Ue sulle politiche di bilancio viene anticipata, per pesare ex ante sulla preparazione delle ‘manovre’ nazionali, con uno spostamento di fatto di poteri verso Bruxelles. Obiettivo: evitare per quanto possibili altri conti alla greca. Ma ‘c’è ancora un discreto lavoro da fare prima di arrivare a un consenso generale’ sul resto delle riforme, spiega il diplomatico comunitario. I paesi dell’est e la Spagna – uno dei paesi per cui in giugno era stato creato il meccanismo di salvataggio da 750 miliardi di euro – si stanno opponendo all’introduzione di nuove sanzioni, come la sospensione dei fondi Ue o dei diritti di voto in Consiglio per chi viola le regole. ‘Con i fondi strutturali serve prudenza’ ha detto ieri il ministro spagnolo dell’Economia, Elena Salgado: ‘Sono sufficienti sanzioni morali’. Secondo il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, senza modificare i trattati è impossibile togliere il diritto di voto ai paesi che non rispettano il Patto. E nessuno vuole imbarcarsi in un lungo negoziato per cambiare il Trattato. Gli obiettivi che si erano dati i Ventisette nel pieno della crisi del debito erano ambiziosi: anticipare nuove crisi, rafforzare il Patto, dotarsi di una governance economica e porre fine agli squilibri macroeconomici del continente. Sul fronte della sorveglianza dei conti pubblici, il ‘semestre europeo’ dovrebbe permettere di evitare il ripetersi di un caso Grecia. A partire dal 2011 – prosegue IL FOGLIO – nel primo semestre dell’anno e prima della presentazione ai Parlamenti nazionali, i governi dovranno sottoporre all’Ue i progetti di bilancio. Le ventisette ‘manovre’ saranno valutate preventivamente dalla Commissione e i ministri delle Finanze potranno raccomandare altri tagli ai paesi non in linea con gli obiettivi di deficit e debito. E’ ‘la fondamentale devoluzione di potere, insieme ‘dal basso verso l’alto’ e ‘dal diviso all’unito’’, evocata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in un’intervista a Repubblica di sabato scorso. ‘La forma è economica, ma la sostanza è politica. Ed è ad altissima intensità politica’ perché – ha spiegato Tremonti – ‘nella forma è procedurale, nella sostanza sarà un cambiamento costituzionale’. Ma, secondo alcuni osservatori, senza un meccanismo sanzionatorio efficace che costringa i governi nazionali a rispettare le raccomandazioni Ue, tutto rischia di rimanere come prima: un Patto inapplicato. O una politica economica ‘eclettica ed estemporanea, diversa stato per stato’ anziché ‘comune, coordinata e collettiva’, per usare le parole di Tremonti. Venerdì Juncker si è lamentato dei pochi progressi compiuti dalla Task Force, diretta dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. ‘E’ una gara per la miglior espressione di banalità’. Oltre alle sanzioni, i Ventisette divergono sul ruolo del debito nelle procedure d’infrazione. Nove paesi vorrebbero escludere i costi delle riforme delle pensioni dai calcoli del deficit e del debito, ma la Germania è contraria. L’Italia ha chiesto – e ottenuto – di tenere conto del debito privato, oltre a quello pubblico, ma non è stato ancora definito come farlo pesare, scontrandosi in parte con una concezione rigorista riconducibile alla Germania. Sugli squilibri macroeconomici, l’idea di Van Rompuy è di fissare ‘soglie di allerta’ per misurare la mancanza di competitività dei singoli paesi. Ma non c’è ancora accordo su quali parametri – costo del lavoro, produttività, bilancia dei pagamenti – adottare e come misurarli. Anche sulla riforma della finanza – conclude IL FOGLIO –sono riapparse vecchie spaccature: all’Ecofin è improbabile un consenso sui dettagli di una tassa sulle banche e una posizione comune dell’Ue a favore della Tobin Tax in vista del G20”. (red)

 

25. Merkel rilancia sul nucleare

Roma - “Il governo Merkel – riporta il SOLE 24 ORE – ha deciso ieri dopo molti tira e molla di allungare in media di 12 anni la vita delle centrali nucleari tedesche, rinnegando una scelta presa nel 2002. La decisione, criticata su più fronti, prevede anche la creazione di una nuova imposta a cui saranno soggette le utilities. Il gettito verrà utilizzato per finanziare le fonti rinnovabili con l’obiettivo di fare della Germania sul fronte energetico ‘uno dei paesi più efficienti al mondo’. L’accordo in seno alla coalizione democristiana-liberale prevede che le 17 centrali del paese potranno rimanere in funzione più del previsto. ‘La vita degli impianti più vecchi si allungherà di otto anni, mentre le centrali di costruzione più recente, con standard tecnici diversi, potranno rimanere aperte per altri quattordici anni oltre il previsto’, ha spiegato il ministro dell’Ambiente, il democristiano Norbert Róttgen. L’intesa è giunta dopo mesi di difficili negoziati in seno alla coalizione di governo. I liberali avrebbero voluto un allungamento della vita degli impianti di almeno venti anni; più prudenti molti democristiani. La scelta rinnega una decisione del 2002 quando l’allora governo socialdemocratico-verde del cancelliere Gerhard Schroeder aveva deciso la chiusura di tutti le centrali atomiche tedesche intorno al 2021. L’accordo permette di allungare la vita degli impianti tedeschi da 32 a 44 anni, rispetto a una media internazionale di 60 anni. Una maggioranza dei tedeschi appare contraria all’utilizzo dell’energia nucleare, tanto che il governo federale pur di rendere la scelta politicamente accettabile ha deciso di introdurre una nuova tassa che verrà versata dalle utilities. Il gettito della nuova imposta - che varrà per sei anni - dovrebbe essere di 2,3 miliardi di euro all’anno. Il denaro sarà in gran parte utilizzato per sostenere la ricerca e l’uso delle fonti di energia rinnovabile. Alla nuova tassa sulla produzione di energia nucleare sarà associato anche un fondo a cui parteciperanno le aziende del settore: saranno chiamate ciascuna a un contributo di 300 milioni all’anno tra il 2011 e il 2012 e di 200 milioni tra il 2013 e il 2016. In tutto, le imprese saranno chiamate a un contributo di circa 30 miliardi di euro. Più volte in questo ultimo anno – prosegue il SOLE 24 ORE – il cancelliere Angela Merkel ha spiegato che dal suo punto vista il nucleare deve servire da ponte per permettere alla Germania di effettuare una transizione morbida verso un mix energetico nel quale le fonti rinnovabili avranno un peso assai maggiore di oggi. In questo senso la signora Merkel ha parlato ieri di ‘rivoluzione’, mettendo l’accento non tanto sulla scelta relativa al nucleare ma sugli obiettivi di più lunga lena. Molti osservatori continuano a pensare che il nucleare e il petrolio sono troppo convenienti per poter essere abbandonati. Eppure, proprio di recente, Jochem Flasbarth, presidente dell’Ufficio federale per l’Ambiente, ha detto che nel 2050 la Germania potrebbe se lo volesse produrre il 100 per cento della sua elettricità con fonti rinnovabili: ‘E’ un obiettivo molto realistico, basato sulla tecnologia già esistente. Non è una predizione campata per aria’, ha sostenuto. A fine mese il governo presenterà il nuovo piano energetico nazionale. Ieri, intanto, le utilities hanno accolto con favore l’annuncio del governo, anche se hanno messo l’accento sui i cospicui costi dell’intesa. I titoli delle società coinvolte - Eon, EnBW e Rwe – sono saliti in Borsa, tra 1’1,8 e il 4,9%; Vattenfall, la quarta azienda coinvolta, non è quotata. Gli ecologisti dal canto loro hanno sostenuto che l’esecutivo è rimasto vittima della lobby nucleare. Sul fronte politico, la signora Merkel ha commentato: ‘Abbiamo dimostrato che il governo è capace di affrontare questioni controverse’. L’alleanza Cdu-Fdp sta attraversando un momento difficile. Negli ultimi mesi ha litigato sul futuro del nucleare appunto, ma anche sull’eventualità di tagliare le tasse o di abolire la leva. Rimane da superare il passaggio in parlamento, oggetto di uno scontro politico e giuridico con l’opposizione socialdemocratico-verde. Secondo il governo federale, il progetto di legge non è tra quelli che devono passare obbligatoriamente anche dal Bundesrat, la Camera Alta, nella quale la coalizione non ha più la maggioranza dal maggio scorso, oltre che dal Bundestag. Di diverso avviso naturalmente – conclude il SOLE 24 ORE – l’Spd e i Verdi. ‘Sono certa - ha assicurato la signora Merkel - che il nostro iter parlamentare è legalmente corretto e non verrà messo a soqquadro da eventuali ricorsi giudiziari’”. (red)

 

26. “Sakineh venerdì rischia la lapidazione”

Roma - “In collegamento telefonico da Tabriz – riporta Stefano Montefiori sul CORRIERE DELLA SERA – durante la riunione per Sakineh organizzata dal filosofo Bernard-Henri Lévy con il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, le parole del figlio 22enne Sajad Ghaderzadeh, sono raggelanti: ‘Durante il ramadan l’esecuzione della pena era impossibile. Ma al tramonto di venerdì prossimo, 10 settembre, mia madre potrebbe essere lapidata’. Per settimane, da quando è cominciata la mobilitazione internazionale per salvare la vita alla donna condannata a morte per adulterio e complicità nell’assassinio del marito, è mancata una data precisa. Il possibile termine di venerdì, suggerito da Sajad e confermato da Lévy, ha fatto crescere l’emozione ma in serata il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha pronunciato frasi più rassicuranti: ‘Il nostro ambasciatore ha incontrato le autorità iraniane che ci hanno riferito che nessuna decisione è stata ancora presa. Non è un mistero che in Iran c’è in corso un dibattito se convenga davvero all’interesse nazionale iraniano essere un Paese isolato’. Alle stesse considerazioni si aggrappa Lévy, che ha dato il via alla campagna a favore di Sakineh: ‘Ahmadinejad ormai sa benissimo che l’uccisione della donna sarebbe un colpo tremendo e irreparabile all’immagine del Paese. Per questo dobbiamo continuare a fare pressione e a tenere alta l’attenzione su quello che sta succedendo in Iran. Il giorno che i riflettori dovessero abbassarsi, il regime si sentirebbe libero di agire’. La compattezza dell’opinione pubblica europea è l’elemento determinante per la salvezza di Sakineh. Anche per questo le frasi di Catherine Deneuve a Venezia su Carla Bruni, che con il suo passato poco morigerato avrebbe prestato il fianco agli insulti dei giornali iraniani, sono apparse un infortunio. ‘È incredibile - ha detto Lévy - che una donna della sua qualità abbia potuto pronunciare parole così sciocche e irresponsabili’. E sugli attacchi della stampa di Teheran a Silvio Berlusconi – prosegue Montefiori sul CORRIERE DELLA SERA – ha aggiunto che ‘i media iraniani non possono dare lezioni di morale a nessuno’. Il ministro francese Kouchner si dice ‘pronto ad andare a Teheran’ per convincere le autorità, quello italiano Frattini invita l’omologo iraniano Manouchehr Mottaki a Roma per discutere una soluzione. La sensazione è che l’epilogo si avvicini e per questo anche il Parlamento europeo ieri sera si è riunito in emergenza a Strasburgo. Molti deputati hanno esibito una maglietta con la scritta ‘Save Sakineh’, la vicepresidente italiana Roberta Angelilli (Pdl) ha dichiarato che ‘occorre avere il coraggio di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran’”. (red)

Tony Blair, contestato ma imperturbabile

Obama, il finanziamento infinito