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Tony Blair, contestato ma imperturbabile

Poveraccio. Voleva solo presentare il suo libro autobiografico, scambiare sorrisetti con i suoi fans, distribuire strette di mano, firmare autografi. E invece l’ex Primo Ministro del Regno Unito è stato accolto da uova e scarpe lanciate da alcuni attivisti subito bloccati dalle forze di sicurezza che ne hanno arrestati ben quattro. 

Le proteste però non si fermano. Un gruppo di persone ha deciso di aprire una pagina su facebook per invitare i proprietari delle librerie a posizionare il testo di Blair nella sezione Crimini. Lui, lo “scrittore”, ha deciso di interrompere il suo tour promozionale perché non vuole che «il pubblico abbia inconvenienti dall'inevitabile seccatura causata dalle proteste». Insomma, batte in ritirata. Proprio come tre anni fa, quando decise di dimettersi, o fu costretto a farlo, dopo dieci anni di governo del suo partito, lasciando alla Gran Bretagna un’impronta da vero socialista. Anzi, da “new laburista”. In breve: i livelli di impoverimento erano superiori a quelli dell’era Thatcher, il sistema pensionistico a ripartizione, Serps, erogava  le pensioni più basse d’Europa e l’indice di popolarità era sceso al 34 per cento. Secondo un sondaggio pubblicato sul quotidiano britannico Indipendent, comunque, per quasi tre quarti degli intervistati il ricordo più “nitido” dei suoi trascorsi a Downing Street sarà quello del conflitto iracheno. Mai condiviso. Mai dimenticato. 

Dopo quasi otto anni, la passerella pubblicitaria riaccende ancora la memoria di chi non ha mai accettato le bugie che Blair, attualmente riciclato nei panni di inviato per la pace nel Medio Oriente per conto di un super quartetto composto da Stati Uniti, Onu, Unione Europea e Russia, sciorinò allora. E ripete oggi. Vedi l’intervista rilasciata alla Bbc il primo settembre, in cui afferma a chiare lettere di non provare nessun rimorso per la decisione presa sull’Iraq nel 2003, quando appoggiò la guerra di Bush basandosi su dei semplici sospetti, se non proprio su delle invenzioni deliberate, e ingannando la nazione di cui era alla guida. Le famigerate armi di distruzione di massa, com’è noto, Saddam Hussein non le ha mai avute. Non soltanto sono di pubblico dominio i documenti che lo confermano, ma lo riconosce anche Eliza Manningham, l’ex capo dell’MI5, l’agenzia di sicurezza interna del Regno Unito. Le sue parole sono inequivocabili: «Nel 2002 i servizi segreti avevano avvisato il governo Blair che una minaccia diretta da parte dell’Iraq era bassa»

Ciononostante, Blair insiste imperterrito a sostenere il contrario. Anzi, si spinge ancora oltre e trasforma il caso specifico in un principio di carattere generale, affermando che «non c’è una sola parte del Medioriente che non sia toccata esattamente dallo stesso problema che abbiamo in Iraq ed in Afghanistan oggi. L’Occidente deve capire che c’è una lotta lunga generazioni e dobbiamo esserci»

Fortunatamente, non tutti sono dello stesso avviso. L’anno scorso è stata avviata una nuova commissione parlamentare d’inchiesta, che peraltro non suscita grandi aspettative considerando l’esito delle due che l’hanno preceduta, la Hutton Inquity e la Butler Rewiw. La prima aveva il compito di indagare sul presunto suicidio di David Kelly, l’esperto governativo di biologia che lesse per primo il dossier sulle armi di Saddam, ma stabilì che il professore si era tolto la vita volontariamente. La seconda doveva analizzare la condotta dell’intelligence britannica e concluse definendola «impeccabile». Ora è il turno della Chilicot Inquity, che è stata nominata nel 2009 dal parlamento anglosassone per indagare sulle responsabilità del governo nella seconda guerra del Golfo.

L’allora premier Tony Blair, che a suo tempo inviò circa 45mila soldati per appoggiare gli Usa, è per forza di cose il teste principale. Ma se gli accertamenti si baseranno solo sulle sue dichiarazioni non si arriverà da nessuna parte. Lui, come abbiamo già ricordato, persiste nel difendere le ragioni della guerra. E davanti alla Commissione, dopo aver espresso l’inevitabile rammarico per le vittime, rilancia: «Credo che nei confronti dell’Iran prenderei una decisione simile». Magari utilizzando il pretesto della centrale nucleare appena attivata da Ahmadinejad.

 

Pamela Chiodi

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