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Vallanzasca e i "critici preventivi", come le guerre Usa

“Vallanzasca - Gli angeli del male” è l'ultimo film di Michele Placido, appena presentato a Venezia fuori concorso e, come si conviene, preceduto da forti polemiche. Ed il punto è proprio in quel “preceduto”: il film ha suscitato negative reazioni, moraliste e pelose, prima ancora di essere visto. Se fossero sorte dopo la visione del film avremmo anche potuto analizzarle e poi accettarle o rifiutarle, ma essendo venute prima, preventive come una guerra USA, non possiamo che disprezzarle e riderne.

Certo è un film su un delinquente con le mani sporche di sangue, che però seppe affascinare la cronaca mentre era in attività, ma prima di condannarlo - il film, non il Vallanzasca - andrebbe visto come la sua figura viene trattata. Criticare Placido solo perché ha fatto un film su quel losco personaggio è, in primo luogo, un segno di ignoranza cinefila, difetto che dovrebbe essere imperdonabile, ma che invece è diffusissimo ed incoraggiato fra i critici: nel 1977 uscì già il film, di dubbio valore, "La banda Vallanzasca" di Renato Bianchi, quando la carriera del Bel René era ancora in piena attività.

Si sa, però, che in quegli anni la sensibilità dei critici da salotto buono era ben diversa (criminale era la società non l’assassino) ed anche se erano già moralisti avevano il pudore di far finta di non esserlo, basti pensare alle diverse reazioni dei professionisti dei festival riservate ad “Anni di piombo” e a “La banda Baader Meinhof”. Reazioni indubbiamente condivisibili se, come dovrebbe essere quando si recensisce un film, fossero state mosse principalmente da un punto di estetica cinematografica. Caso diverso è giustificato quando si fa l’esegesi di un film, ma non pare sia stato il caso delle varie “associazioni vittime”. Le ovazioni per il primo dei due film appena citati e le critiche per il secondo non furono, purtroppo, scatenate dal loro valore artistico, come dovrebbe essere ovvio, ma dal moralismo del nuovo pensiero unico vittimistisco obbligatorio, così come pare essere stato, preventivamente, per Placido ora a Venezia.

Criticabile fare un film su un criminale come Vallanzasca? Non entriamo neppure nella scia della, condivisibilissima, dichiarazione di Placido riguardo ai criminali, ben peggiori del Bel René, che siedono in Parlamento e ai quali potremmo agilmente aggiungere quelli dello sfruttamento finanziario e industriale: si sposterebbe il baricentro della polemica e non si smaschererebbero le contraddizioni dei moralisti.

I delinquenti, per i nostri bravi censori del pensiero e dell’arte, non devono finire su pellicola, ma se questa è la regola censoria dovremmo interdire tutti i film su Bonnie e Clyde o sul Al Capone, e su tutti i mitici o romantici fuorilegge a cominciare da Butch Cassidy e Sundance Kid. Quest’ultimo è, si noti, personaggio interpretato da Robert Redford che lo ha voluto come “titolo”  di uno dei migliori festival cinematografici statunitensi. Che poi ci sia già stato un film su Vallanzasca in Italia l’abbiamo già detto, ma forse quello non destò polemiche perché era un instant movie destinato a fare cassetta e basta, mentre questo di Placido può essere un film che fa pensare, ma qui siamo maliziosi, lo ammettiamo, perché il film non l’abbiamo visto e non entriamo nel merito: noi non critichiamo ciò che non abbiamo ancora visto.

Certo che se il personaggio del criminale protagonista fosse stato visto in maniera simpatetica, cosa che i critici preventivi non potevano sapere, le cose cambierebbero profondamente: si sa che se il criminale è reale è cattivo, se immaginario è un figo come Tarantino insegna. Potremmo citare di meglio, ma per i nostri scialbi ignoranti critici inutile andare oltre le emozioni da poco di Quentin. Il criminale, piaccia o no, nel cinema, specie se di evasione, funziona alla grande: è la rivalsa delle frustrazioni dell’integrato succubo delle regole che, nelle due ore di franchigia, vuole immedesimarsi nel ribelle di celluloide di turno. Solo di celluloide però, perché se è un ribelle o solo apparentemente “ribelle” alla Renè, ma reale, è uno che turba il suo subire di sempre: diventa uno che ha avuto le palle di uscire dalle regole, un testimonial della sua viltà di frustrato.

Abbiamo citato Tarantino non a caso perché una delle critiche mosse all’opera di Placido è stata quella economica, come dubitarne in questo mondo dove il denaro è Morale ed Arte: pare che il film debba pagare royalties a Vallanzasca. Tutti i benpensanti uniti: un criminale, uno dei pochi finiti in galera ed usciti, qualche volta, ma per evasione e non per prescrizione, non deve guadagnare sui suoi misfatti. Salvo magari scoprire che questi benpensanti dell’ultimo momento, per inseguire il conformismo della trasgressione, magari osannano Tarantino, regista che oltre a mettere in scena fior di criminali grottescamente violenti, quasi degni del Bel Renè che giocava a pallone con una testa tagliata, si è avvalso in alcune sue sceneggiature di Edward Bunker, romanziere di culto con un carriera criminale che rivaleggerebbe con quella di Vallanzasca, solo che da yankee lui non conosceva il calcio ed è morto ricco e rispettato, mentre René dorme in galera e lavora, da vinto, fuori.

In sostanza se il criminale è straniero, lontano nel tempo o inventato, diventa una fasulla ribellione socialmente accettabile per i trasgressivi benpensanti da salotto, ma se ha ancora la forza di incidere sulla società meglio evitare, meglio mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non fanno ma si deve far credere sia. I sanguinari Bonnie e Clyde sono romantici, mente Mambro e Fioravanti, con meno morti sulla loro scia però, sono da boicottare alla produzione, dovessimo arrivare alla verità e cambiare la “targa”. 

In conclusione, alla faccia di moralisti e pensabenisti, se Vallanzasca ha ancora il potere, nonostante sia un vecchio ergastolano, con l’aggravante che dalla facile spavalderia della gioventù si sia inginocchiato alla sconfitta della vecchiaia che gli fa pietire una Grazia che non merita, di smuovere così tanto la nostra sonnolenta e conformista società, ben ha fatto Placido a trarne un film, ma noi lo criticheremo solo dopo averlo visto, per adesso ci limitiamo a sbeffeggiare i critici preventivi. 

 

Ferdinando Menconi

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