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E liberaci da tutti i governi tecnici

Passiamo rapidamente oltre l'idiozia ventilata da Berlusconi e Bossi di "salire al quirinale" per chiedere a Napolitano di far dimettere Fini: la Costituzione ha ancora le sue regole e la cosa non è possibile. Aspetto che delinea ancora una volta, ove ce ne fosse bisogno, la caratura istituzionale del nostro Presidente del Consiglio e del suo sodale.

Ma passiamo oltre perché vi è un argomento correlato decisamente più interessante, e preoccupante, rispetto le sorti di Gianfranco Fini: se ci sarà una crisi di governo, una delle opzioni probabili è quella di un governo di transizione. Tecnico, per l'esattezza. Cosa che gli italiani più accorti dovrebbero ricordare bene (e con timore) visti gli esempi nel passato anche recente, considerando che non si tratta di nulla di buono (basti rammentare Amato, Ciampi e Dini).

Ancora di più, nello specifico di oggi, se puntiamo l'attenzione sul fatto che uno dei possibili candidati (diretti o indiretti) a guidare questo governo tecnico, potrebbe essere quel galantuomo di Mario Draghi. Ex della Goldman Sachs - e già qui dovrebbero tremare i polsi - e a capo della (privata) Banca d'Italia: ovvero a capo di uno dei clan dei banchieri, uno di quelli più feroci nei confronti delle genti di tutto il mondo. Non è un caso che la finanza internazionale aspetti con ansia di vederlo al governo del nostro Paese: è uno di loro, e non potrà, ovviamente, che continuare a fare gli affari che ha sempre fatto (naturalmente non a vantaggio degli italiani).

Parliamo in primo luogo delle privatizzazioni - delle quali Draghi è responsabile almeno dal 1992 in poi - che continueranno a privare i cittadini di asset statali in favore dei privati. I quali vorranno, ovviamente, guadagnarci.

Altra soluzione è quella di Tremonti, molto ben visto in Europa in virtù della sua capacità di contenimento delle spese pubbliche nel nostro Paese. In realtà, come abbiamo visto diverse altre volte, tale capacità si estrinseca sulla sola e semplicistica mossa di spostare in futuro i debiti di oggi. 

Ultimo uomo in odore di guidare il governo tecnico del dopo Berlusconi è poi il fratello di Carlo De Benedetti (Repubblica ed Espresso) che pare sia molto vicino alle posizioni di Gianfranco Fini e potrebbe essere il ponte (nascosto) tra il centro finiano e la sinistra. 

Naturalmente, in tutti e tre i casi, nulla di buono. Su Draghi è inutile insistere, di Tremonti è facile tirare le somme, di  De Benedetti Junior fin troppo semplice indicare il fatto che si tratta pur sempre di persona "di famiglia" di un grande impero economico. Con annessi e connessi.

Cosa cambierebbe? Poco o nulla. Ci saremmo liberati di Berlusconi (con buona pace di molti e con grave crisi di vendite per giornali e periodici che vivono sull'antiberlusconismo) ma la direzione, la conduzione, l'idea dominante alla guida dell'Italia rimarrebbe grossomodo la stessa. Che sappiamo essere desolante.

 

Valerio Lo Monaco

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L’8 settembre infinito (e comodo, per tenerci sempre lì)