Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

I disastri della British Petroleum. Finanziari.

Il presidente della British Petroleum, Carl-Henric Svanberg, ha chiesto scusa al popolo americano per “l’incidente” del 20 aprile scorso. E siccome ha detto di avere «a cuore il piccolo popolo» e che il disastro ambientale provocato dalla sua società «è un tragico incidente che non dovrebbe mai essere accaduto»... in Texas succede ancora. 

Il guasto di una raffineria a Texas City ha provocato la dispersione nell’atmosfera di oltre duecento tonnellate di gas tossici. La Bp tace per due settimane sull’accaduto e gli abitanti hanno poi presentato una class action da dieci miliardi di dollari mentre il procuratore generale, Greg Abbott, ha multato la compagnia per seicentomila dollari. Questi costi andranno ad aggiungersi a quelli della catastrofe petrolifera nel Golfo del Messico, stimati in circa settanta miliardi, più i venti già previsti per un fondo di garanzia che servirà a risarcire le vittime. Inoltre, all’amministratore delegato Tony Hayward, che sarà costretto a lasciare il suo incarico ad ottobre per non aver saputo gestire le operazioni di contrasto della marea nera, verrà versata come buona uscita la modica cifra di dodici milioni di euro. L’ex Ceo non riceverà solo una “meritata” liquidazione, ma avrà diritto anche ad un’indennità di 1,2 milioni di euro per l’incarico di direttore non esecutivo di una joint-venture russa. 

Briciole? Può darsi considerato il peso economico che ha la holding all’interno del Regno Unito. British Petroleum, infatti, controlla infrastrutture come il Forties Pipeline System che collega oltre cinquanta campi petroliferi nel Mare del Nord e la Baku-Tbilisi-Ceyan che consente il transito del petrolio dal Caucaso all’Europa occidentale. Ciononostante il gruppo ha subito una perdita di quasi diciassette miliardi e ha dovuto stanziarne circa trentadue per coprire i costi dei prossimi diciotto mesi. Insomma, non naviga in acque tranquille. Anzi, per Michael Kratke, professore di politica economica e diritto tributario, «è una bomba finanziaria ad orologeria, non solo per la Gran Bretagna, ma soprattutto per il Regno Unito» e «quando fallirà, il suo fallimento avrà conseguenze globali. Come successe nel caso di Lehman Brothers, presumibilmente nessuno sa quanto sia indebitata», ma «la prossima bolla è pronta ad esplodere. È  solo questione di tempo»

In questa situazione, evidentemente, manutenzioni, controlli e sicurezza sono l’ultimo dei problemi. La società ha un gran bisogno di soldi e quindi si affretta a firmare accordi come quello siglato con l’egiziana General Petroleum Corporation, che consentirà lo sviluppo di due giacimenti di gas, e quello stipulato con la Libia di Muammar Gheddafi, del valore di 900 milioni di dollari. Tra qualche settimana inizierà la prima delle cinque trivellazioni previste nel Golfo libico della Sirte, a poco più di cinquecento chilometri dalle coste siciliane, nel cuore del Mediterraneo. Il colosso petrolifero inglese ha dovuto aspettare tre anni per far partire questo progetto. E lo sblocco del contratto è successivo alla liberazione del terrorista libico, Abdel al Megrahi che il 21 dicembre 1988 fece esplodere e precipitare un aereo della Pan Am nei cieli di Lockerbie, uccidendo 270 persone. L’anno scorso è stato rilasciato dal governo scozzese perché aveva problemi di salute. Ma per David Cameron non esiste nessuna presunta pressione della Bp sul governo scozzese: «per quanto riguarda la possibilità di un’inchiesta – ha detto il premier britannico nel luglio scorso – non credo sia necessaria».

 

Pamela Chiodi

Secondo i quotidiani del 08/09/2010

Sindacati: chi pecora si fa...