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L’8 settembre infinito (e comodo, per tenerci sempre lì)

L’8 settembre, non certo una data da celebrare, ma indubbiamente da ricordare: perché continua ad essere un evento ingombrante nello scenario politico italiano. L’8 settembre: una resa legittima di un paese vinto, ma gestita in maniera talmente incapace e vergognosa da scatenare una guerra civile le cui ricadute subiamo ancora oggi.

Non ci interessa innescare il solito discorso sui valori della resistenza o sulle ragioni dei vinti, riteniamo, anzi, che questi dovrebbero essere definitivamente consegnati alla storia e divenire oggetto di sereno dibattito fra storici e smettere di essere lo spartiacque politico delle opposte tifoserie in questo momento di vuoto ideologico e ideale. I valori che animarono i diversi schieramenti di allora avevano significato in quello specifico momento storico, ma quel significato è ormai anacronistico: i nemici sono cambiati, gli spettri che vengono evocati sono ormai solo fantocci polemici utili solo a nascondere i reali pericoli dell’attuale contesto geopolitico e a supplire al vuoto propositivo dei professionisti della poltrona.

Continuare a tenere istericamente separate le componenti sociali sulla base di vecchie divisioni è molto comodo per chi detiene il potere: da una parte svia dai problemi profondi e dall’altra risparmia il dover elaborare nuove soluzioni per aggregare il consenso. Oltre a questo agisce efficacemente nel tenere bloccata l’evoluzione politica nazionale, impedendo così lo sviluppo di quelle nuove sintesi ideologiche necessarie per contrastare l’odierna arroganza del potere, sintesi che dovrebbero fondarsi sulle necessità dell’oggi e non sulle opposte nostalgie dello ieri.

È comodo anche per le tifoserie, però, l’abbandonarsi alla nostalgia di battaglie finite e combattute da altri: sempre meglio che combattere in prima persona un nemico vivo e pericoloso. Anche il chiamare con nomi vecchi i nemici di oggi, agitando pericolosi rigurgiti di fascismi o comunismi vari, impedisce di focalizzare i problemi e quindi di elaborare adeguate contromisure. 

Il rivangare di continuo il passato ha, poi, una particolare influenza sui giovani che vanno di nuovo identificandosi con gli schieramenti della guerra civile, moltiplicando magliette resistenziali o mussoliniane, facendo quasi temere più revival degli anni ‘70 che rivoluzioni, secondo uno schema che si rivelò particolarmente efficace proprio in quel periodo, anche se pare che non siano più le passioni e, soprattutto, le speranze, infondate ed affondate, di quel decennio.

Reazioni sbagliate, certo, quelle dei giovani, ma difficilmente si possono biasimare mentre attraversano quella fase dell’esistenza che più delle altre ha bisogno di passioni e simboli identificativi, in un periodo che ne è privo. Come potrebbero convogliare la loro voglia di impegno per gli scialbi e inconcludenti schieramenti odierni? Non si può scendere in piazza e lottare per Berlusconi o Bersani, per Fini o Rutelli, per Bindi o Veltroni, meglio allora surrogare con i miti andati e inventarsi un sogno di rivolta in una realtà che i sogni li castra.

E i vecchi simboli, inoltre, tornano sempre comodi per aizzare la tifoseria: facile per i supporter di Berlusconi, ad esempio, liquidare Fini come “badogliano”. Così facendo si evita di scendere nel merito della questione e si offre implicitamente, ma immotivatamente, la vecchia bandiera neofascista, giustificando, al contempo, dall’altra parte, il recupero di vecchi armamentari resistenziali, altrettanto immotivati. 

Siamo di fronte ad una classe politica incapace di elaborare idee nuove e con intellettuali organici capaci solo di giustificare maldestramente i tatticismi dei leader di riferimento. Il mondo è cambiato dal ’43 ed anche dagli anni ’70, ma solo in una cosa i nostri politici ed intellettuali di regime sono decisamente efficaci: nel bloccare il dibattito politico sulle pregiudiziali di allora.

Sarebbe finalmente ora di uscire dalla guerra civile e aggregare nuovi schieramenti su questioni di sostanza, di scontrarsi in battaglie attuali e non continuare guerre già combattute da altri e finite da tempo, che, certo, sono meno rischiose ma non portano a nulla di nuovo. Non è possibile che si continui in polemiche di sconcertante sterilità e si evitino di affrontare i reali problemi, ma non sarà forse che l’unica dirimente fra i due schieramenti sia proprio il giudizio sulle battaglie di ieri, mentre, di fronte ai veri nemici della società e della libertà dell’individuo, i nemici in parlamento non siano schierati in un blocco compatto strumentale ai poteri forti ed occulti?

È questo che dovrebbe farci riflettere: tutti i revival delle guerre andate sono strumentalmente rinfocolati al fine di impedire l’elaborazione di nuovi schieramenti per combatterne di nuove, compattando persone che avrebbero fini comuni ma che si riescono a tenere separate agitando spettri e vecchie bandiere. Con la pericolosa possibilità di riuscire, se si rivelasse necessario come negli anni 70, a farle combattere fra loro, ad uso e consumo proprio del nemico che invece dovrebbero e vorrebbero combattere.

Dobbiamo uscire dagli schieramenti nati dallo sfacelo dell’8 settembre anche perché se non lo faremo in fretta, formando schieramenti in grado di opporsi alla politica dell’interesse privato nella cosa pubblica, rischiamo un dramma di una gravità comparabile, dove ci sarà anche negato di individuare il vero nemico da combattere. Consegniamo l’8 settembre e le sue ricadute alla storia e, per una volta, cerchiamo di imparare qualcosa dalla storia sfatando il detto che: “l’unica cosa che si può imparare dalla storia è che l’uomo non impara nulla dalla storia”.

Ferdinando Menconi

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