Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

La Chiesa sulla precarietà. Senza soluzioni, naturalmente

La precarietà non è solo un assillo lavorativo, ma soprattutto esistenziale. Incide nella carne viva della propria condizione economica e sociale, ma anche e in misura ancora più importante nello spirito, nella tenuta psicologica dell’individuo. Nella sua anima, verrebbe da dire. Le due cose sono congiunte, come un tutt’uno è il corpo con la mente (che solo lo scriteriato pensiero metafisico, platonico-cristiano, ha potuto scindere mortificando il primo e destabilizzando così la seconda). Pare che se ne sia ricordato, alla buon’ora, perfino il sommo pontefice in occasione dell’Angelus di domenica scorsa. Così parlò Ratzinger: «Chi oggi propone ai giovani di essere "radicati" e "saldi"? Piuttosto si esalta l’incertezza, la mobilità, la volubilità, tutti aspetti che riflettono una cultura indecisa riguardo ai valori di fondo, ai principi in base ai quali orientare e regolare la propria vita». È evidente che il capo della cristianità si riferisce alla fede cristiana come “salda radice” sulla quale impostare un percorso di vita e cercare una stabile e duratura serenità («Il giovane è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde, che, in caso di tempeste di vento, lo tengano ben piantato al suolo. Così anche l’immagine dell’edificio in costruzione richiama l’esigenza di valide fondamenta, perché la casa sia solida e sicura»). Fa il suo mestiere, insomma: quello di pastore d’anime. E fin qui, nulla da eccepire. 

Ma come fare nel concreto perché l’anima non vaghi debole e scossa dalla incertezza strutturale che caratterizza la nostra società? Solo con la fede in Cristo? Solo con la speranza nell’aldilà? O affidandosi alla carità, che in termini reali si traduce nell’imbellettare di beneficenza e assistenzialismo il marciume morale della disoccupazione, dei contratti a singhiozzo, delle assunzioni in nero, a cottimo e a tempo determinato? Non pretendiamo che la Chiesa cattolica prenda sulle sue spalle un compito che è proprio della politica. Ma se i vescovi s’immischiano spesso e volentieri nelle faccende che più attengono al portafogli di Santa Madre in palese violazione della Carta costituzionale (5 per mille, scuole parificate, tasse sui beni ecclesiastici ecc), se si occupano così accanitamente di temi come la bioetica e la sorte dei disgraziati che emigrano abbagliati dal nostro “benessere”, ci aspetteremmo quanto meno, su una materia così drammaticamente attuale ed eticamente sensibile, un’enunciazione di principio forte e chiara. Questa: l’idolatria della flessibilità nel mercato del lavoro è un atto immorale perché impedisce ad una persona di realizzarsi, di costruirsi una famiglia, di rendere possibile un’esistenza degna, serena, soddisfacente.

Chiediamo troppo? Forse sì. Perché per quanto qua e là, nei discorsi ufficiali dei preti e del loro capo supremo, riaffiori il fastidio per una civiltà capitalistica secolarizzata e disumanizzante, manca il coraggio di pronunciare parole nette, se necessario brutali come brutale fu Gesù contro i mercanti nel tempio, che la inchiodino ai suoi misfatti. Il più grave dei quali, da un punto di vista degli uomini e donne in carne e ossa, è aver loro negato la possibilità stessa di dare forma ai propri sogni. I padroni delle ferriere del 2000 sono riusciti là dove hanno fallito i loro avi ottocenteschi: fare del lavoro un’ossessione da inseguire e un privilegio da sospirare, riducendo gli operai della macchina ad essere contenti, se ci riescono, di correre forsennatamente, senza una meta, come topi in una ruota. Minando così la fiducia degli schiavi in sé stessi e nella capacità di cambiare lo status quo. Cosa di più anti-morale, anti-umano e, se permettete, anti-cristiano di tutto ciò? 

 

Alessio Mannino

Ue e altri (inutili) organismi di controllo

Elezioni sì o no. Cosa cambia?