Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 08/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Via Fini? Perché Napolitano dirà no”. Editoriale di Sergio Romano: “Una scelta sbagliata”. Fotonotizia: “‘Mazzini terrorista’. Ma quel film non spiega”. Al centro: “Lo strappo degli industriali. Contratto delle tute blu disdetto”. In taglio basso: “Scambiate sacche di sangue. Muore paziente a Torino” e “Le notti da sballo dei ragazzi (e noi genitori dove siamo?)”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Fini al premier: non mi dimetto”. Editoriale diStefano Rodotà: “Le regole calpestate” di spalla: “L’appello ai Nobel: ‘Salvate Sakineh’”. In un box: “Zagrebelsky. via il porcellum, umilia la sovranità popolare”. Al centro: “Contratti, lo strappo di Federmeccanica”. In taglio basso: “La mia vita con una mamma-nonna”. LA STAMPA – In apertura: “Fini: ‘Non mi dimetto’”. Editoriale di Michele Ainis: “Inamovibeile per liberarlo dai ricatti”. Fotonotizia: “Francia, la piazza sfida Sarkò”. Al centro: “Disetto il contratto dei metalmeccanici”. IL GIORNALE - In apertura a tutta pagina: “Gli imbarazzi di Fini in tv” di Vittorio Feltri. Di spalla: “Fa il furbio pure sulle dimissioni” di Alessandro Sallusti. Al centro: “Confindustria segue il modello Fiat”. In basso: “Tutti in fila per diventare maggiordomo”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Vigilanza Made in Europe”. Editoriale di Martin Wolf: “Se Berlino va bene ringrazi l’eurozona”. Fotocolor centrale: “Banche inglesi: doppio cambio al vertice”. Al centro: “Federmeccanica recede dal contratto del 2008” e “Nel decreto federalista sulle finanzae regionali i primi ritocchi all’Irap”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Fini: resto al mio posto”. Editoriale di Piero Alberto Capotosti: “LA crisi della grande politica”. Fotocolor: “Quelle frustate sul corpo di tutte le donne”. Al centro: “Metalmeccanici, contratto disdetto. Le imprese: dal 2012 nuove regole”. In basso: “Lite tra i medici, ischemia per il neonato” e “Bologna e La Sapienza, solo due italiane tra le prime 200 università nel mondo” . L’UNITÀ – In apertura: “Il pugno del padrone”. Sotto: “Fini: io non lascio. Bersani: non esiste la Costituzione di Arcore” e “Vassallo, la pista resta la camorra. Il fratello: Angelo lasciato solo”. IL TEMPO – In apertura a tutta pagina: “Fini non la fa finita”. Fotocolor in taglio basso: “Alemanno imita Sarkozy: via tutti”. Al centro: “Casa a Montecarlo. Ecco cosa chiedere al tesoriere di An”. LIBERO – Foto di Fini in apertura: “Inchiodato alla sedia”. Editoriale di Giampaolo Pansa: “Si alza in volo l’uccello padulo. Meglio votare”. Al centro: “Fini da Mentana balbetta sul cognato: datemi tempo”. In basso: “Contratto disdetto. La Marcegaglia licenzia la Fiom” e “Ischemie per il bebè. Vi dico come vivranno lui e la madre” (red)

 

 

2. Berlusconi chiama il Pdl a raccolta, il 3 a Milano

Roma -

“Non è chiaro quando, non si capisce come, e non sanno bene nemmeno con chi. Ma alle elezioni il Cavaliere e i suoi pensano che, molto probabilmente, dovranno andare. Cominciano a entrare nell’ordine di idee anche grazie a certi sondaggi di marca francese, pare, che promettono un trionfo del centrodestra e la scomparsa dai radar dell’odiato Fini. Per cui – si legge sulla STAMPA – alla Camera, quando si voterà la fiducia, il governo dovrà mostrarsi autosufficiente e capace di camminare con le sue gambe, senza l’apporto di Futuro e libertà. Avrà voti a sufficienza? Continuerà per la sua strada, e pazienza per la Lega che non vede l’ora di votare. Altrimenti okay, si vada pure alle urne. Senza più rimpianti. Due ore e mezzo di summit in via del Plebiscito per giungere a questa conclusione. Sembra uno scherzo, ma di ‘dimissionare’ Fini non si è nemmeno parlato. Né Berlusconi s’è dilungato a spiegare come mai l’uscita della sera prima che nessuno nell’entourage si aspettava, con quella stravagante richiesta di mettere in mezzo Napolitano. Pare che Bossi (è una versione raccolta a Palazzo Grazioli) abbia spiattellato in pubblico quello che doveva costituire oggetto di una lamentela riservata col Capo dello Stato, il giorno in cui Berlusconi fosse stato ricevuto. Insomma il pasticcio l’ha combinato l’Umberto. E i ‘berluscones’ sono tutto sommato grati al Colle per non aver calcato troppo la mano sulla gaffe. Stasera nuovo vertice, con una differenza rispetto a ieri: oltre ai soliti abbonati (i triumviri Bondi-La Russa-Verdini, i capigruppo Cicchitto e Gasparri col ‘vicario’ Quagliariello, il portavoce Bonaiuti, l’avvocato Ghedini e l’immancabile Gianni Letta, Frattini e la Gelmini), povrebbero in teoria esserci pure quei pochi finiani tuttora membri dell’Ufficio di presidenza. Ciò non impedirà al premier di far votare un documento che è preannunciato come draconiano verso i ‘ribelli’. Verrà sancita l’incompatibilità tra Fli e cariche nel Pdl a qualunque livello, in pratica l’espulsione automatica dal partito. Quanto a Bocchino, Granata e Briguglio, già davanti ai probiviri, nessuno scommette un penny sulla loro sorte. Verrà lanciata la manifestazione del 6 ottobre, gran finale della Festa Pdl a Milano. Ma soprattutto si getteranno le basi del passaggio parlamentare. L’imperativo è semplice: tenersi i finiani ‘buoni’ e gli altri buttarli a mare. Peccato che non sia facile. I ‘cattivi’ sono pronti a tutto, perfino a votare la mozione programmatica dei cinque punti per quanto precisa e impegnativa possa essere... Matura dunque un ‘piano B’: rinunciare alla mozione. E puntare invece su un ampio discorso in Aula del Cavaliere. Berlusconi provvederà a inserirvi due-tre passaggi bastevoli a renderlo inaccettabile per il presidente della Camera e i suoi fedelissimi, non altrettanto per i finiani ‘moderati’. Si voterà un ordine del giorno di approvazione e ‘o la va o la spacca’, anticipano a palazzo Grazioli. Più probabile, ammettono, la seconda delle due. L’obiezione più seria risuonata ieri durante il vertice riguarda il calendario. L’unica ‘finestra’ utile per votare entro l’anno si chiude, secondo i calcoli dell’esperto Calderoli, domenica 27 novembre. Se la crisi dovesse scoppiare a fine settembre, si farebbe in tempo a convocare i comizi entro quella data? Teoricamente sì, però non dipende dal Cavaliere ma dalle decisioni di un signore che abita al Quirinale, e non è detto che sia d’accordo. Se non lo fosse, il governo potrebbe andare in crisi a fine settembre senza la possibilità di correre immediatamente alle urne. Insomma, giocoforza nascerebbe un governo tecnico. Il ‘trappolone’ che Silvio teme. Altra questione: le alleanze. Tremonti e Maroni sussurrano che la Lega potrebbe dare il via libera a un patto elettorale con l’Udc, che metterebbe il risultato elettorale in cassaforte. ‘Non provarci sarebbe da matti’, sintetizza con efficacia Osvaldo Napoli. Ma Berlusconi e Bossi non ne hanno ancora parlato. E soprattutto, Casini che ne pensa? Nessuno lo sa”.

 (red)

 

 

3. Al Colle per Fini? Meglio chiedere la fiducia

Roma -

“Se gli incontri del presidente del Consiglio con il capo dello Stato fossero frequenti e regolari (persino sotto il fascismo Mussolini veniva ricevuto dal re una volta alla settimana), quello preannunciato ieri non avrebbe suscitato un particolare interesse” Lo scrive Sergio Romano in un editoriale sul CORRIERE DELLA SERA. “Ma il prossimo accadrà dopo una fase durante la quale gli incontri sono stati rari, e al presidente della Repubblica, per di più, verrà chiesto di ricevere non soltanto il presidente del Consiglio, ma una specie di delegazione composta da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. I temi della discussione, a giudicare dalle dichiarazioni del leader della Lega, saranno verosimilmente la sostituzione di Gianfranco Fini alla presidenza della Camera dei deputati e, in prospettiva, la possibilità di elezioni anticipate. Sembra quindi che i leader dei due partiti della maggioranza abbiano deciso di alzare il livello della crisi, di renderla istituzionale e di appellarsi per la sua soluzione al capo dello Stato. A me sembra che sull’opportunità di questa iniziativa possano farsi alcune osservazioni amare. In primo luogo non ha molto senso deplorare gli interventi del capo dello Stato nella politica nazionale, come è stato fatto più volte negli scorsi mesi, e coinvolgerlo ulteriormente in vicende che possono e debbono essere affrontate in Parlamento. Esiste un ‘caso Fini ‘ ? Non sembra che nel sistema politico italiano vi siano norme a cui ricorrere in queste circostanze (anche se nel momento in cui fondasse un nuovo partito dovrebbe riflettere sul suo ruolo). Se il governo vuole dimostrare che il presidente della Camera non svolge una funzione super par t e s nei suoi compiti istituzionali e nell’osservanza del regolamento, lo verifichi in Parlamento. Se Fini non si dimette di sua spontanea volontà il governo non ha il diritto di punirlo ‘a priori’ e tantomeno di chiedere al capo dello Stato di essere lo strumento di una punizione. e stesse considerazioni valgono per le elezioni anticipate. Giovanni Sartori ci ha ricordato più volte che non è raro, nelle migliori democrazie, assistere a governi che stanno in piedi con una maggioranza risicata o addirittura, dopo averla perduta, perché le opposizioni non sono in grado di sostituirli . Quello di Berlusconi ha ancora una maggioranza, benché ridotta. E ha un programma da realizzare. Non gli resta che mettere fine a questa fase farneticante di chiacchiere, insulti e baruffe. Chieda la fiducia sulle linee fondamentali della sua politica e torni al lavoro facendo quello che ha promesso ai suoi elettori e in gran parte non ha fatto. Scoprirà rapidamente quale sia il rapporto delle forze in Parlamento e quale, in particolare, l’atteggiamento dei ‘finiani’. Se deve cadere, cada su qualcosa per cui vale la pena di dare battaglia. Il Paese, se il governo adotterà questa linea, saprà a chi deve le elezioni anticipate e avrà qualche elemento di giudizio su cui basare il suo prossimo voto. P.S. Breve promemoria per la Lega. Se il partito di Bossi vuole davvero le elezioni anticipate, non è necessario coinvolgere oggi il capo dello Stato. Basta che i suoi deputati, in Parlamento, si astengano sulla mozione di fiducia. Tutti capiranno che questa legislatura è finita”.

 

 (red)

 

 

4. Feltri: se Fini balbetta da Mentana

Roma -

"Bravo Enrico Mentana. Anche ieri sera ha fatto un buon lavoro intervistando Gianfranco Fini durante il rinnovato telegiornale della 7, passata in pochi giorni, con la sua direzione, da videocitofono ad emittente di gran moda, ricca di spunti interessanti e di ascolti. Ma il buon lavoro di Chicco - scrive Vittorio Feltri nell'editoriale in prima pagine sul GIORNALE - sarebbe stato addirittura eccellente se non avesse risparmiato al presidente della Camera la domanda delle cento pistole. Questa: come mai la signora Frau, casalinga, mamma della compagna di Fini (Elisabetta Tulliani), ha ottenuto dalla Rai un contratto da un milione e mezzo di euro? Che titoli aveva per strappare un simile privilegio, lei che non ha mai lavorato neppure cinque minuti per un’antenna televisiva? Chi l’ha aiutata a diventare fornitrice dell’ente pubblico? È vero - come ha ammesso Guido Paglia, dirigente Rai che è stata la terza carica dello Stato a fare pressioni su qualche alto papavero dell’azienda affinché la suocera si aggiudicasse il suddetto contratto? Purtroppo Mentana non si è spinto a tanto nel suo pur brillante servizio. Ci sarebbe piaciuto vedere ( e ascoltare) il leader di Futuro e libertà mentre si arrampicava sugli specchi nel tentativo di giustificare il ‘fatterello’ descritto. Ma lo spettacolo è stato lo stesso avvincente. Non tanto nella parte dedicata alla politica, in cui, fatalmente, il cofondatore del Pdl ha ripetuto gli stessi concetti espressi domenica scorsa a Mirabello. Il momento più elettrizzante della conversazione è stato quando Mentana ha chiesto all’ospite: com’è andata la storia dell’estate, quella dell’appartamento di Montecarlo ereditato da An grazie al lascito di una nobildonna e ora occupato da suo cognato, Giancarlo Tulliani? Fini si è esibito in uno slalom allo scopo di aggirare il quesito. Si è limitato a balbettare ciò che aveva goffamente messo nero su bianco, in un comunicato, circa un mese fa. E cioè di essere ignaro di come fosse avvenuta la cessione dell’immobile e di aver saputo dalla compagna che il pied-à-terre era poi finito nella disponibilità del fratello di lei. Insomma, non ha aggiunto un solo particolare alla versione insufficiente già fornita. Non ha spiegato perché una casa, il cui valore è stimato intorno a un milione e mezzo (forse due), sia stata sbolognata a società offshore alla modica cifra di 300mila euro. Il presidente non ha fiatato se non per ribadire la sua indignazione verso Il Giornale , reo di aver coinvolto nella polemica Elisabetta Tulliani, la mamma delle sue bimbe. E anche qui ha sbagliato. Perché non noi, bensì lui ha trascinato la compagna nella vicenda, ed è un peccato che non se lo rammenti. Glielo ricordiamo noi, allora. Fini ha dichiarato pubblicamente, attraverso il famoso comunicato zoppo, di aver appreso da Elisabetta che il quartierino monegasco era abitato dal cognato. Ma allora perché ha tirato in ballo la compagna, se voleva preservarne la privacy? E perché adesso gira la frittata e accusa noi di aver osato implicare la famiglia? È stato lui a intrecciare i parenti acquisiti con i casi suoi e del partito. Lui a farsi iscrivere all’anagrafe sullo stato di famiglia della suocera, la stessa alla quale ha fatto avere il contratto Rai. Lui a dire che fu il cognato a proporgli di vendere l’alloggio monegasco alle società offshore ubicate nei paradisi fiscali. Eppure, davanti alle telecamere, così come in piazza, ha insultato Il Giornale sul quale ha perfino scaricato le proprie responsabilità per togliersi di imbarazzo. Ovvio: perché è imbarazzante dire la verità".

 

 (red)

 

 

5. Fli e l’anomalia dei ministri “di lotta e di governo”

Roma - “Da domenica scorsa Romano Prodi non è più l’unico presidente del Consiglio italiano ad avere avuto nella propria compagine ministri ‘di lotta e di governo ‘. Oliviero Diliberto, Fabio Mussi, Paolo Ferrero e Alfonso Pecoraro Scanio in piazza contro Israele, contro Bush e contro la riforma delle pensioni hanno ormai un alter ego nelle figure del titolare delle Politiche Ue, Andrea Ronchi, e del viceministro allo Sviluppo Adolfo Urso. Un’anomalia – si legge sul GIORNALE - rimasta più o meno latente fino allo show antigovernativo del presidente della Camera sul palco di Mirabello. Palco sul quale e attorno al quale i due ministri hanno applaudito e fatto gran cenni di assenso alle bordate di Gianfry contro la politica economica di Tremonti, contro il federalismo, contro la gestione della scuola. Certificando, in quanto testimoni, le dichiarazioni del ‘cognato’ di Giancarlo Tulliani secondo cui ‘il Pdl è morto’. Come se non bastasse il buon ministro Ronchi s’è dovuto beccare pure una sconfessione del proprio operato. Lo ‘sfondatore’ del Pdl, infatti, ha contestato anche le liberalizzazioni dei servizi pubblici tra i quali quelli idrici che l’esecutivo Berlusconi ha riformato tramite un decreto che porta il nome dell’esponente finiano. Non sorprende, invece, la fedeltà al capo del titolare della delega al commercio estero, Adolfo Urso. Dopo una primavera passata a battibeccare in tv e sui giornali con i pidiellini lealisti, l’estate è stata caratterizzata da dichiarazioni dai toni distensivi. Dalla sobria ‘nessuno degli imputati si presenterà ai probiviri’ fino alla tragica ‘bisogna fermare la follia o scoppierà una guerra civile nel centrodestra’ o alla più misurata ‘Se il Pdl non cambia, la nascita di un partito è inevitabile’. Poi alla Festa Tricolore di Mirabello Urso ha dato il meglio di sé attaccando gli ex An rimasti con Berlusconi: ‘Sarebbe stato meglio se La Russa fosse stato coi militari italiani a Kabul invece che attaccare il presidente della Camera ‘. E poi via con altre amenità sulla vacatio al ministero dello Sviluppo e sulla presenza di battaglioni meridionalisti alla kermesse ferrarese. A difendere il Sud dalla Lega cattiva ci pensano Fini e Urso, che è siciliano ma è stato eletto in Veneto. E dopo la richiesta di incontro al Quirinale da parte di Berlusconi e Bossi, Urso non ha trovato di meglio che contestare ‘il vulnus alla democrazia’ e a preannunciare liste di disturbo nei confronti del centrodestra ufficiale nel caso il capo dello Stato sciolga le Camere. Un fiume in piena che ha travolto anche il povero Ronchi al quale è toccato in sorte l’attacco al direttore del Tg1 essendo il fronte legalitario occupato dal ‘travaglista ‘ Granata, noto professionista dell’antimafia,e quello antiberlusconiano dal conducator Fini e dal fido ‘brigadiere’ Bocchino. ‘La faziosità di Augusto Minzolini non è più tollerabile’, ha detto domenica scorsa. Che senso ha un governo del quale fanno parte Andrea Ronchi e Adolfo Urso che con i pensieri e con le opere hanno decretato la fine di questa esperienza? La risposta non è semplice, ma ci si può affidare all’esempio storico della triade Pecoraro-Ferrero-Mussi. I contestatori in grisaglia e doppiopetto del governo Prodi tiravano la corda badando di non spezzarla perché il cadreghino ministeriale è un bene prezioso da non disperdere. Non solo in termini economici, ma anche tattico- politici. Da ‘cavalli di Troia’ del centrosinistra prima carpivano orientamenti, intenzioni e determinazioni del Professore a Palazzo Chigi per denunciarli, irriderli e contestarli nei politburo veterocomunisti e nei cortei fintoproletari, finto-pacifisti e filo-Intifada. La storia così sembra destinata a ripetersi. Attenzione, però: Silvio Berlusconi e Umberto Bossi non hanno la vocazione pauperista al martirio di Romano Prodi”. (red)

 

 

6. Bersani: pronti al voto ma prima via il porcellum

Roma - “‘Né impreparati, né spaventati, né preoccupati’. In una parola: ‘Pronti’. Il Pd – riferisce REPUBBLICA - ragiona sulle ‘eventuali elezioni’. Si sa, Pierluigi Bersani preferirebbe un esecutivo di transizione. ‘Breve’, dice dalla festa del Pd dell’Aquila. E per questo avverte: ‘Dev’essere chiaro che è Berlusconi a portarci lì’. In una simile situazione, di fronte a uno scontro istituzionale senza precedenti, i democratici si preparano. Difendono Fini: ‘Berlusconi e Bossi non hanno a disposizione il presidente della Camera’, spiega il segretario Bersani che poi la mette sull’ironia: ‘Quando avremo la Costituzione di Arcore potremo ragionare diversamente...’. E con una battuta se la cava anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: ‘Ormai l’unico che conta in Italia è Bossi: siamo fritti’. La macchina, ormai, sembra essersi messa in moto. E, anche alla luce della proposta di Fini a Mirabello, la legge elettorale resta al centro del dibattito. Da modificare proprio in un eventuale governo tecnico. Bersani ha apprezzato il ‘mea culpa’ del presidente della Camera sul Porcellum e oggi ribadisce: ‘Bisogna restituire agli elettori il potere di scegliere i parlamentari salvando al tempo stesso il bipolarismo, anzi incanalandolo verso un esito più ragionevole e adeguato’. La cornice è tracciata. Il dialogo è aperto e la strada la indica la presidente del Pd Rosy Bindi: ‘Abbiamo il dovere di verificare se in Parlamento si può cambiare una legge elettorale che ha espropriato i cittadini del diritto di scelta e ha causato coalizioni disomogenee’. Al cambiamento punta Arturo Parisi (‘I cittadini scelgano il premier e i propri parlamentari’), ci spera, dalla parte dei finiani, Adolfo Urso (‘L’uninominale è il sistema migliore’). Ci crede meno Nichi Vendola, che in parlamento non c’è e dubita ‘che si riesca a raccogliere una maggioranza su questo tema, da nessuna parte c’è una proposta unitaria’. Il governatore della Puglia continua a insistere sulle primarie ‘subito’, argomento sul quale il Pd, per il momento, nicchia. ‘Prima di tutto c’è la discussione sulla coalizione - dice Bersani - e noi proponiamo il Nuovo Ulivo’. Ospite della festa del Pd di Torino Vendola fa registrare il tutto esaurito: finora il dibattito tra lui e la Bindi è quello in assoluto più partecipato. Prima dell’inizio telefona a Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino che in molti indicano come suo possibile partner per un ticket (‘Ci pensiamo dopo le primarie’, dice Vendola). Solo una telefonata, però, nessun incontro. Durante il dibattito il leader di Sel affonda la proposta di "Nuovo Ulivo", critica Bersani su Melfi (‘Sono rimasto perplesso, non penso che il diritto di sciopero sia un retaggio bolscevico’) e poi avverte: ‘C’è un berlusconismo che ha attraversato anche il centrosinistra. Per portare Berlusconi al capolinea ci vuole un progetto di centrosinistra che capovolga gli ingredienti del berlusconismo’. Strappa un’ovazione quando lancia il suo slogan per le primarie: ‘Io non ho paura’. E gli applausi arrivano anche per la Bindi, quando la presidente del Pd dice: ‘Le primarie si fanno non ho dubbi. Partiamo subito? Io aspetterei che cada il governo. Comunque sia, noi sappiamo farle e Nichi sa anche come vincerle’. Di primarie non parla, invece, Beppe Fioroni, leader degli ex popolari nel Pd che si concentra sulle alleanze e avverte: ‘Fini non è il Messia. Non dobbiamo cercare il salvatore ma mettere in campo un progetto’. Risponde Walter Veltroni: ‘Se cade il governo se ne può fare uno di emergenza anche con Fini’. Antonio Di Pietro, invece, rilancia: ‘Siamo disponibili ad un’alleanza col Pd su un programma condiviso. Se ciò non sarà possibile andremo da soli’”. (red)

 

 

7. Metalmeccanici, Federmeccanica disdice il contratto

Roma - “Nuova escalation nei rapporti già incandescenti tra Federmeccanica e Fiom”. La cronaca de LA STAMPA. “Ieri, riunito a Milano, il consiglio direttivo dell’associazione degli industriali metalmeccanici ha formalmente dato la disdetta al contratto nazionale di categoria firmato nel gennaio del 2008, l’ultimo contratto siglato con le vecchie regole negoziali e sottoscritto anche dalla Fiom-Cgil. Come noto, nell’ottobre del 2009 è poi stato firmato un nuovo contratto - senza l’adesione della Fiom - sulla base del nuovo modello concordato tra governo, Confindustria, Cisl e Uil. Una mossa che fondamentalmente serve, nelle intenzioni degli industriali, ad evitare possibili complicazioni giudiziarie già minacciate dalla Fiom. Ma che - ovviamente - non eviterà l’accendersi di nuove tensioni e mobilitazioni, già annunciate dall’organizzazione guidata da Maurizio Landini. Il presidente di Federmeccanica Pier Luigi Ceccardi, in una conferenza stampa, ieri ha affermato che la decisione di disdettare il contratto non è stata dettata dalle richieste della Fiat: ‘La Fiat non ha spinto - ha argomentato Ceccardi - tutte le 12mila aziende associate hanno bisogno di tornare competitive’. Ma tutto nasce proprio dal caso Pomigliano, ovvero dall’intesa - anch’essa non firmata dalla Fiom-Cgil - che prevede contestualmente a un importante investimento della Fiat una serie di deroghe a quanto stabilito nei contratti nazionali dei metalmeccanici (sia quello del 2008 che quello del 2009) su materie come lo straordinario, la malattia e il diritto di sciopero. Dopo il referendum sull’accordo, approvato solo da circa il 60% dei dipendenti, la Fiat aveva fatto capire che per garantirne l’effettività era pronta a decisioni ‘forti’, non esclusa l’uscita da Confindustria e da Federmeccanica, per arrivare a un contratto del settore dell’auto. Anche perché il contratto dei metalmeccanici (nessuno dei due) non prevede la possibilità di stabilire deroghe del tipo concordato a Pomigliano. La soluzione: riaprire il tavolo del contratto del 2009 per rendere validi gli accordi ‘alla Pomigliano’. Si comincerà a trattare tra Federmeccanica, Fim-Uim-Fismic dal 15 settembre. Il problema, a questo punto, era ed è la Fiom. Per la Fiom l’unico contratto nazionale nazionale valido e riconosciuto è quello del gennaio del 2008, che intende difendere con scioperi e iniziative legali. Insomma, sulla carta erano validi due contratti nazionali: ieri Federmeccanica ha disdetto quello del 2008, ‘in via meramente tecnica e cautelativa’, a partire dal gennaio del 2012, la data della sua scadenza. Gli industriali, ovviamente ritengono valido - insieme con Fim-Uilm e Fismic - il contratto del 2009, E si accingono a modificarlo, perché come spiega Ceccardi, bisogna ‘cambiare le relazioni sindacali: non è possibile che 5 persone, e dico 5 per dire 55, che scioperano fanno chiudere uno stabilimento da 500 persone. Dobbiamo recuperare efficienza - afferma il numero uno di Federmeccanica - solo così non perderemo posti di lavoro, e ne abbiamo già persi abbastanza’. La modifica servirà appunto a consentire ‘intese modificative del contratto nazionale’, ma anche a ‘cambiare le regole del sistema di rappresentanza’. Si tratta dal 15 settembre: se la Fiom ‘decide di riconoscere quel contratto, sono i benvenuti, porte aperte’. Non succederà”. (red)

 

8. Metalmeccanici, la disdetta? Confindustria insegue Fiat

Roma - “La notizia è persino noiosa nella sua burocratica letteralità: Federmeccanica disdice il contratto collettivo del 2008. La traduzione – commenta Nicola Porro sul GIORNALE – è la seguente: Confindustria insegue la Fiat. A viale dell’Astronomia si sono resi conto del pericolo che correvano: l’uscita definitiva della casa automobilistica dall’organizzazione romana. In un colpo solo si sarebbe distrutta la credibilità dell’associazione (la conseguenza più banale), ma soprattutto si sarebbe messo in evidenza come le relazioni industriali in Italia si dividono in due campi. Quelle dei servizi e delle imprese non concorrenziali, delle grandi ex partecipazioni statali, che trovano una grande e calorosa accoglienza nel palazzone romano oggi guidato da Emma Marcegaglia. E le imprese che cercano di resistere ai morsi della concorrenza, che più che ai convegni pensano ai loro conti economici. Non vi mettete a ridere: anche la Fiat oggi fa parte di questa seconda pattuglia. Cerca di vendere auto, costruendole decentemente, a prezzi competitivi e su scala globale. Insomma, Confindustria senza Fiat semplicemente non è. Tanto più che una rottura sulla predisposizione di un contratto delle tute blu, avrebbe visto l’universo mondo dei meccanici (quelli che competono si intende) seguire il Lingotto alla ricerca di un accordo più favorevole e flessibile. Ma andiamo per ordine e vediamo cosa sta succedendo, con qualche semplificazione. Tanto per intenderci. Primo. A differenza del passato la Fiat non ritiene più che le sue relazioni industriali possano essere improntate ad uno scambio con la politica. Quando la Fiat dipendeva, e pesantemente, dagli aiuti statali il rapporto era molto semplice: quattrini pubblici versus pace sociale. L’equilibrio non era sempre perfetto, ma l’intenzione tale era. Oggi non è più così.La fabbrica di Pomiglianod’Arco vale come quella dello sconosciuto imprenditore del Varesotto: tocca lavorare. E Sergio Marchionne rompe così il patto di un lungo passato: pretende il rispetto sabaudo delle regole, licenzia chi scioperando boicotta, e produce all’estero. Secondo. Il leader della Fiat fa un passo in più. Minaccia, clamorosamente, di non applicare più il contratto collettivo delle tute blu. Il contratto nazionale se lo può fare da solo. Non è un inedito: la Telecom ha avuto per anni il suo contratto collettivo. In questo modo non si tratta più a viale dell’Astronomia, ma al Lingotto e alle condizioni, dure, dei torinesi. Le imprese hanno infatti una certa libertà di applicare diversi contratti al loro interno: possono inquadrare i propri dipendenti in modi diversi. Nel passato – ricorda Porro – , proprio per la rigidità del contratto metalmeccanico, chi poteva lo evitava .È il contratto meno innovativo dell’industria italiana (il chimico al contrario è da sempre considerato il più originale e flessibile). Marchionne ci mette poco a capire che la Confindustria, la Federmeccanica sono un ostacolo alle sue relazioni industriali. Far finta che la disdetta di ieri sia un atto spontaneo dell’organizzazione datoriale, è una balla. È il gesto disperato per non p g morire, dal punto di vista associativo. Terzo. Nella sostanza il nuovo contratto collettivo su cui si sta lavorando, il contratto Fiat per intendersi, prevederà una regoletta fondamentale. Che recita più o meno così: ‘Le aziende che si trovano in particolari condizioni economiche o che hanno in corso processi di discontinuità produttiva potranno derogare anche in peius alle regole fissate dai contratti nazionali’. Insomma, a livello centrale si fissano delle regole e a livello aziendale (in casi stabiliti) si possono derogare non solo in meliu s come oggi avviene, ma anche in peius . Roba coreana? Neanche un po’. È più o gg meno quanto hanno fatto in Germania le grandi imprese all’indomani dell’unificazione, sempre sulla spinta di alcuni gruppi che minacciavano l’uscita dalla Confindustria locale. Il risultato finale è che in circa dieci anni i salari dei tedeschi sono aumentati e il costo del lavoro per unità di prodotto è diminuita quasi il 10 per cento. Esattamente l’opposto di quanto è avvenuto in Italia, che ha visto le retribuzioni essere stagnanti e il costo del lavoro per unità di prodotto aumentare del 20 per cento (i dati si fermano al 2007). Quarto. Una parte dei sindacati, Cisl e Uil, che avevano già firmato un accordo che prevedeva deroghe, ma che per la sua natura giuridica non è vincolante, è della partita. La Cgil e la Fiom come sempre negli ultimi anni, non ci stanno. Un atteggiamento che la Fiat ha in uggia”. (red)

 

9. Metalmeccanici, Landini (Fiom): siamo pronti alla denuncia

Roma - “Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà ‘anche con la battaglia legale’”. Lo afferma il leader della Fiom, intervistato da REPUBBLICA. “Maurizio Landini, perché finire in tribunale? ‘Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale’. Dunque? ‘Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido, non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver violato la legge’. Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica? ‘È il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale’. Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto. Non vi convince? ‘Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole dell’accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di Pomigliano un contratto’. Il suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di Federmeccanica non è una notizia. Come risponde? ‘Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo che l’accordo del 2008 era stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani’. Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che dunque possono trattare a nome di tutti.. ‘Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché l’anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al referendum?’. Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le aziende. Non siete d’accordo? ‘La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono chiederci però di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero. L’idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è sbagliata. Negli Usa l’assenza di un contratto nazionale ha consentito ai giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così la Chrysler è fallita’. Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi... ‘Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista: vorrei vedere che li trattasse male’. Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani? ‘Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è l’unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile per i titolari di quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata dalla Fiat’. I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli? ‘Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum, come vuole la democrazia’”. (red)

 

10. Ecofin, Tremonti: nessuna emergenza d’autunno in Italia

Roma - “Il no è secco. Giulio Tremonti lo oppone a chi chiede se i suoi colleghi ministri europei del Tesoro abbiano espresso preoccupazione per un’Italia che corre sull’orlo di una grave crisi politica. Al contrario, precisa ripreso da LA STAMPA, ‘c’è il senso diffuso di una responsabilità e di una serietà che vanno riconosciute al nostro paese a prescindere dai fatti personali e politici’. Evita ogni riferimento diretto alle cose dei palazzi romani, ma il nesso è inevitabile. Il terzo autunno dalla tempesta dei mercati - assicura - non sarà di emergenza o rottura e, con tutta la prudenza del caso perché siamo in "terra incognita", puntiamo a rimettere in piedi l’Italia della competitività’. Qualunque cosa succeda, se ne deduce, non provocherà sconquassi contabili o congiunturali. Il paese va, garantisce il ministro, ed ‘è molto più serio di quanto uno immagini’. Lo afferma nella conferenza stampa al termine del consiglio Ecofin che ieri ha approvato il ‘semestre europeo’, l’esercizio che sin dal 2011 consentirà ai ventisette di coordinare le leggi di bilancio. Tremonti lo definisce ‘un passaggio ad alta intensità politica’ che porta ad una ‘metamorfosi’ del mondo di amministrare le cose dello stato. Gli pare il giusto punto di arrivo per un’Unione ‘che aveva un’economia e 27 strategie diverse: la crisi ha fatto capire che bisogna lavorare in una logica di sviluppo comune’. Nessuno nasconde che il semestre sarà foriero di cambiamenti. ‘Finiscono le politiche nazionali - dice il ministro -, nasce un luogo politico dove avviene una grande devoluzione di poteri dagli stati centrali all’Europa’. Una perdita di sovranità? ‘L’equilibrio resta’, ribatte Tremonti. A Bruxelles si fisserà un quadro comune, ma resterà la piena libertà dei parlamenti di votare i bilanci come lo ritengono. ‘La differenza - insiste Tremonti - è che sinora ti chiedevano di raggiungere con il deficit il 3% del pil senza valutare come ci eri arrivato’. Posto che da tre anni il governo ha anticipato le procedure per la finanziaria trovandosi in linea con gli orientamenti Ue, per l’Italia le novità saranno molteplici. La prossima legge di bilancio, argomenta Tremonti, sarà fatta di ‘tre articoli e tre tabelle’, compatibili con un piano pluriennale. Non saranno ‘manovre correttive’, termine che ‘andrebbe abbandonato’. La rivoluzione avrà effetti anche sul federalismo fiscale ‘che corregge un’anomalia italiana’, quella di avere enti locali non responsabili per la spesa. Il nuovo sistema ‘dovrà tenere conto degli impegni europei’ e per le casse pubbliche potrebbe essere un vantaggio, visto che ‘l’eccesso di centralizzazione ha deresponsabilizzato un po’ tutti’. L’esempio di Tremonti è che ‘la questione meridionale non va pensata come problema nazionale, bensì come un caso legato alla competitività europea nell’ambito delle politiche per il Mediterraneo’. E questo perché ‘noi diamo molti soldi all’Europa e l’Europa ne dà molti a noi: si pone la necessità occorre mettere insieme i nostri interessi comuni’. Il passato dell’Europa ‘hanno dimostrato come i cambiamenti più intensi siano quelli meno formali’, ricorda il ministro. Lo afferma per sostenere il ‘semestre’ ed il discorso calza ad altre riforme difficili, e meno formali, sul tavolo Ue. Tassare le transazioni finanziarie? ‘Siamo in un contesto da "sarebbe bello se fosse possibile"‘, spiega il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. Il dossier è fermo per cause globali, a differenza dell’Italia che avanza. Vuol dire che se si votasse non ci sarebbero pericoli economici? Tremonti non ci casca: ‘Sono cose che dico già da mesi’”. (red)

 

11. Mse, fumata nera ma dietro Romani spunta Casero

Roma - “Sono centoventisette i giorni passati senza che Silvio Berlusconi abbia nominato un ministro allo Sviluppo economico. Più di quattro mesi. Nemmeno quella di ieri –scrive REPUBBLICA – è stata la giornata giusta per trovare un nome al sostituto di Claudio Scajola. Eppure secondo molti poteva esserlo: in calendario, infatti, c’era un consiglio dei ministri. Ma la riunione è durata pochi minuti ed è stata disertata da un premier rimasto a Palazzo Grazioli, indaffarato tra riunioni e telefonate dedicate alla crisi della maggioranza. Prolungando così il suo interim su una poltrona che il mondo economico e industriale vorrebbe assegnata al più presto per fronteggiare la crisi. Al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, non resta dunque che continuare ad attendere la nomina del ministro e del nuovo presidente della Consob. Magari sperando in tempi brevi, visto che solo venerdì scorso Berlusconi aveva assicurato che entro questa settimana avrebbe sciolto le riserve (promessa già fatta ma non mantenuta prima della pausa estiva). ‘Mi auguro che il presidente Berlusconi mantenga la parola data e che la nomina del ministro avvenga presto’, ha detto ieri il viceministro dello Sviluppo Economico Adolfo Urso. E per un altro finiano, Enzo Raisi, il nome ‘più probabile’ resta quello di Paolo Romani, attuale viceministro con delega alle comunicazioni. Un nome che però continua a dividere e ad attirare critiche (anche del Colle) per la sua storica sensibilità in favore delle esigenze di Mediaset. ‘Per il premier Berlusconi proporre Romani sarebbe come chiedere la nomina a ministro di un suo stretto familiare’, ha affermato ieri il Coordinamento nazionale Nuove Antenne. E così, anche se Romani resta in pole position, spuntano nuovi nomi, come quello del sottosegretario all’Economia Luigi Casero. Ieri ha dato nell’occhio la visita a Palazzo Grazioli dove il cinquantenne lombardo, molto stimato da Berlusconi, è rimasto mezz’ora insieme ai ministri Brambilla e Brunetta. All’uscita alle domande dei cronisti sul suo futuro ha concesso un semplice ‘no comment’. Circola anche il nome di Annamaria Bernini, che però resta in corsa per una poltrona da sottosegretario. Resta dunque massima l’incertezza sui tempi entro i quali Berlusconi nominerà il nuovo ministro. Dalla maggioranza fanno sapere che ‘la questione Sviluppo economico al momento è congelata’, anche se questo non vuol dire che non possa sbloccarsi a breve. Addirittura ‘oggi o domani’, spiegano alcuni esponenti del governo, anche se le incognite legate al nome sono appesantite dalla crisi della maggioranza: se prima Berlusconi aveva tenuto libera la poltrona di Via Veneto per offrirla ai centristi di Casini, invitati senza successo a sostituire i finiani, ora è proprio il futuro dei fedeli del presidente della Camera al governo che potrebbe consigliare al premier di rimandare ancora la nomina”. (red)

 

 

12. Scuola, Ocse: l’Italia spende poco e male

Roma - “Primi per il tempo passato tra i banchi (solo Israele ha un numero di ore superiore al nostro), ma tra gli ultimi per rendimento e per la spesa destinata all’istruzione. È questa la scuola italiana – si legge su LA DISCUSSIONE – fotografata nell’ultimo rapporto dall’Ocse, ‘Education at a glance 2010’, presentato ieri a Parigi, che rielabora dati 2007 e 2008. Il Belpaese è agli ultimi posti (siamo penultimi su 33 paesi nella quota di Pil dedicata al settore) per quanto riguarda la spesa destinata alla scuola: il 4,5 per cento del Pil contro una media del 5,7 per cento dei paesi più industrializzati. Tra i tradizionali partner europei la Francia risulta distanziata al 6 per cento, più vicina la Germania, peraltro quintultima in graduatoria con poco più del 5 per cento. A svettare è invece l'Islanda, con oltre il 7,5 per cento seguita dagli Stati Uniti, al 7,5 per cento e Israele, oltre il 7 per cento. Solo la Repubblica slovacca spende meno del Belpaese. Compresi i sussidi agli studenti e i prestiti alle famiglie, la spesa sale al 9 per cento ma sempre al di sotto della media Ocse del 13,3 per cento. Ma veniamo agli altri dati del rapporto. Gli studenti italiani, dice l’organizzazione parigina, passano in media 8mila ore a scuola in un anno, contro una media di 6.777. A seconda dei cicli scolastici, il divario cambia: gli alunni tra i 7 e gli 8 anni passano ogni anno 990 ore a scuola contro una media Ocse di 777. Tra i 9 e gli 11 anni le ore salgono a 1.023 contro 882 e sopra i 12 anni si arriva a 1.089 ore contro una media Ocse di circa 959 ore. Va ricordato che in paesi come la Norvegia e la Finlandia , considerati da sempre punti di riferimento per l’educazione, le ore passate sui banchi sono sotto le 6mila. La vera contraddizione, però, sta nel fatto che a fronte delle tante ore passate in classe gli studenti italiani non imparano di più: risultano ultimi in materie come matematica, scienze e comprensione del testo. Altra pecca del sistema: la flessibilità nei programmi di studio è pari al 12 per cento del monte ore. Tra i 9 e gli 11 anni i nostri ragazzi studiano, per più del 20 per cento dell’orario, italiano. Matematica è ferma al 17 per cento, scienze copre l’8 per cento, le lingue il 13. Siamo quasi ovunque sopra la media Ocse come percentuali anche per la religione: 6 ore contro le 4 medie degli altri paesi. La situazione non migliora se dai banchi ci si sposta alle cattedre. Gli insegnanti, infatti, sono pagati meno della media soprattutto ai livelli più alti di anzianità di servizio. Un maestro di scuola elementare inizia con 26mila dollari e al top della carriera arriva a 38mila (media Ocse 48mila). Un professore di scuola media parte da 28mila per arrivare a un massimo di 42mila (51mila Ocse), mentre un docente di liceo a fine carriere arriva a 44mila (55mila). Al tempo stesso, però, l’Italia é quintultima per le ore di insegnamento diretto. Sono 601 l’anno nella scuola secondaria contro una media Ocse di 703. Tra i dati positici c’è quello che attesta una crescita del livello di istruzione. Ma se la percentuale di diplomati, ormai, supera la media Ocse (da noi sono l’85 per cento (erano il 78 per cento nel 2000 e la media è 80 per cento), restiamo invece su livelli più bassi per quanto riguarda i laureati: da noi sono il 32,8 per cento (si tratta soprattutto di donne), contro una media Ocse del 38 per cento. L’arrivo delle lauree brevi ha portato a un 20 per cento di laureati nel 2008, ma solo tra i 24 e i 34 anni. Percentuale che si dimezza tra i 45 e i 54 (12 per cento) e si abbatte al 10 per cento tra i 55 e 64 anni. Nel complesso la media dell’istruzione terziaria nel Paese resta minimale rispetto a quella dei cosiddetti paesi più ‘ricchi’: solo il 2,4 per cento di tutta la popolazione contro il 33,5 per cento degli Usa, il 14,7 per cento del Giappone, il 5,8 per cento della Germania. Da rilevare anche che tra la popolazione tra i 24 e i 64 anni le persone che si sono fermate alla licenza media sono il 47 per cento. Per l’Ocse, infine, la scuola italiana suscita anche una scarsa attrattiva per gli studenti stranieri. Tra le cause principali i pochi corsi offerti in inglese: nel 2008, 3,3 milioni di studenti universitari hanno scelto di andare all’estero per i loro studi, ma solo il 2 per cento ha scelto il Belpaese. Tra le mete più ambite figurano gli Stati Uniti (scelti dal 18,7 per cento degli studenti stranieri), il Regno Unito (10 per cento), la Germania e la Francia (7,3 per cento)”. (red)

 

 

13. Grossman: Israele è patria degli ebrei, ora serve pace

Roma - “‘In quell’intervista alla tv inglese ho parlato di me e della mia famiglia, di come vedo in Israele la mia patria, del mio futuro e dei miei figli; da lì è stata estrapolata fuori contesto una frase, anzi una parte, e i giornali ci hanno fatto i titoli. Ai miei detrattori, a quelli che non aspettano altro per attaccarmi, voglio dire: resto qui e dovranno continuare a sopportarmi con le mie opinioni’. Non ha perso il filo della sua ironia, ma certamente David Grossman – scrive REPUBBLICA che lo ha intervistato – è molto arrabbiato: ‘Le mie parole sono state riportate in maniera imprecisa, fuori dal loro contesto’. Da tempo - in Israele e nel mondo - il cinquantaseienne scrittore israeliano non è più un privato cittadino, ma un’icona, un punto di riferimento obbligato, per la chiarezza del suo pensiero e del sentimento che lo anima. Dopo la drammatica morte del figlio Uri, ucciso in combattimento con gli Hezbollah negli ultimi giorni della guerra del 2006, Grossman si è trovato ‘in una situazione estrema’, in cui ha esaminato cose diverse, l’idea di lasciare Israele ‘è stata pure evocata, ma al solo scopo di scartarla’. Ci parli di quei giorni... ‘Dopo quella tragedia mi sono tormentato la mente, in quei momenti è il dolore a guidare i tuoi pensieri. Niente ti sembra più scontato, guardi alla tua vita e ti fai delle domande, per esempio: se non fossimo stati qui non sarebbe accaduto. Ma la risposta dentro di me allora come oggi è stata chiara: sono nato qui, appartengo a questa terra, vedo il mio futuro qui e da 30 anni questo posto è il centro di tutto ciò che dico e scrivo. Per noi israeliani la patria è qui, qui dobbiamo affrontare la realtà e affrontare il nostro futuro. E in tutta quell’intervista ho parlato di questo e di quanto sia forte il mio desiderio che Israele sia davvero la "casa" che dovrebbe essere per noi ebrei’. Non è la prima volta che lei diventa un bersaglio per le sue opinioni… ‘È mio pieno diritto avere opinioni di sinistra. Essere a favore della spartizione di questa terra in due Stati, di fare rinunce per arrivare alla pace. Ma detto questo è necessario sapere che queste convinzioni vengono proprio da una preoccupazione profonda, da un impegno, da un amore per questa terra. Ci sono persone che la pensano come me e altre che aspettano ogni scusa per attaccarmi. Mi spiace per la loro reazione ma io sono e resto qui. In genere sono felicemente contento di essere un loro bersaglio ma questa volta non posso collaborare, diventare un bersaglio per una cosa che non ho fatto e non ho detto, proprio no. Ripeto sono e resto qui e dovranno continuare a sopportarmi con le mie opinioni’ È preoccupato per il futuro di Israele? ‘Sono sempre preoccupato per il futuro del mio Paese. Israele viene sempre più isolato e io credo che invece il futuro sia di essere integrato e di essere il paese che deve essere, cioè uno Stato che esplora, che espande le sue capacità e che realizza il suo grande potenziale. Ma tutto questo dipende dalla capacità di vivere in pace con i Paesi vicini, ma certo non sappiamo se la pace sia garanzia che ciò accada veramente. Viviamo in una regione molto imprevedibile e tanti elementi estremi stanno provando a fare di tutto per assassinare questa pace. Quello che posso garantire è che se non c’è nessuna pace la nostra situazione sarà sempre più pericolosa’. E timori per la democrazia interna? ‘Sì certamente ne ho. Perché se continuiamo a vivere in situazioni così estreme la gente sarà presa dall’ansia e dalla disperazione, ci saranno sempre più estremisti che sfrutteranno questa situazione. I nazionalisti, i fondamentalisti e molti altri con le loro promesse di rapide e facili soluzioni. L’unico modo per rimanere veramente noi stessi e per affrontare ciò è guardare la realtà dritta negli occhi, in tutta la sua complessità e possibilità. E di ricordare che noi abbiamo ricevuto una meravigliosa opportunità dalla Storia quando è nato Israele nel 1948 e dobbiamo essere rispettosi di questo privilegio. Dobbiamo capire che il futuro di Israele, la sua identità di Stato e quella dei suoi cittadini sono cose molto, molto, più importanti dei problemi sui confini territoriali’. Grossman che sensazione ha ricavato dalla ripresa del negoziato di pace a Washington dopo quasi due anni di gelo diplomatico? ‘Molto dipende dai due leader, sono loro che devono prendere delle decisioni. Io spero che superino le paure e le diffidenze reciproche e che capiscano che la pace è la sola alternativa per noi, per avere una vita qui, per avere una vera vita. Ma penso anche che dopo anni di violenza talvolta noi non agiamo sempre nel vero interesse e spesso abbiamo fatto la scelta sbagliata. Domani sera per noi ebrei è Rosh Hashanah, è Capodanno, il mio auspicio per il nuovo anno è che finalmente saremo tanto coraggiosi da fare l’inevitabile: trovare una soluzione-compromesso per questa terra e non importa quanti problemi avremo poi per questa fragile pace, ma loro la mantengano. O almeno per una volta ci provino davvero’”. (red)

 

14. 007: torna la licenza di uccidere

Roma - "La data fatale è quella del16 agosto. Un’unica data per due cadaveri. Un unico inizio per due misteri capaci di tenere in scacco il mondo dello spionaggio da Londra a Mosca. Quel giorno – ricorda IL GIORNALE - il 31enne Gareth Williams è ucciso, spogliato, infilato in una sacca sportiva e abbandonato nel bagno dell’abitazione di Alderney Street, nell’elegante quartiere londinese di Pimlico. Quello stesso 16 agosto un gruppo di pescatori turchi trova un corpo semi decomposto sulla spiaggia turca di Hatay. Sono entrambi cadaveri eccellenti. E misteriosi. Il secondo è senza dubbio il più importante. Quel cadavere mutilato, divorato dai pesci e ormai irriconoscibile appartiene al 52enne generale russo Boris Ivanov conosciuto dagli esperti di tutto il mondo come il numero due del Gru, il potente servizio segreto succeduto al Kgb russo. Ma anche il cadavere ignudo e apparentemente immacolato del 31enne Gareth Williams nasconde un bell’enigma. Gareth non è un ragazzotto qualunque, ma un prezioso genio della matematica strappato agli studi universitari e mandato a decifrare codici nella tana dell’MI6, il controspionaggio britannico specializzato in operazioni internazionali. Apparentemente nessuno ha interesse a uccidere quel ragazzo mingherlino e discreto, solitario e sgobbone. Eppure l’assassino agisce con capacità e freddezza degna del miglior killer professionista. Sul suo corpo non si trovano né escoriazioni, né segni di violenza. Nel suo stomaco e nel suo intestino non c’è una goccia di veleno. E allora com’è stato ammazzato?Forse con una sostanza misteriosa e invisibile. Forse con quello stesso polonio usato quattro anni fa per spedire al creatore l’ex spia e dissidente russo Aleksander Litvinenko. Le autorità britanniche per ora negano, ma intanto hanno ordinato le stesse analisi usate per individuare la sostanza nel corpo di Livitnenko. La caccia al polonio fa sorgere altri sospetti, fa ipotizzare un’altra labile connessione tra i due casi. Il polonio è una specialità usata finora soltanto dai sicari di Mosca. Se ne fosse trovata traccia nei tessuti del defunto 007 inglese bisognerebbe chiedersi perché sia stato usato poche ore dopo il ritrovamento del cadavere sfigurato del generale Ivanov. Un ritrovamento tenuto nascosto fino al 28 agosto quando uno scarno necrologio di Krasnaya Zvezda (Stella Rossa), l’organo ufficiale delle forze armate russe, annuncia la morte del generale ‘scomparso- scrive la rivista durante un tragico incidente di nuoto’. Peccato che quell’incidente arrivi subito dopo la visita alle installazioni di Tartus, il porto siriano trasformato da Mosca nella sua principale e per ora unica base navale nel Mediterraneo. Peccato che il generale Boris Ivanov fosse un uomo troppo importante per andar a nuotare tutto solo al largo della costa siriana. Dunque chi lo ha eliminato? I primi sospetti tirano in ballo gli insorti ceceni e i loro alleati di Al Qaida. Ivanov era il cervello della grande caccia ai capi della rivolta caucasica. Una caccia spietata che ha consentito l’eliminazione, dei principali comandanti dell’insurrezione. Tra le prede eccellenti di Ivanov molti annoverano Zelimkhan Yandarbiyev, il mandante dell’attacco al teatro della Dubrovka ucciso nel 2004 da un commando russo nel Qatar. Ma ceceni e Al Qaida non sono in grado di operare all’interno dei confini siriani. E neppure di farsi beffe delle guardie del corpo del numero due del Gru. Anche perché il generale è stato prima rapito e poi ucciso e gettato in mare da un’imbarcazione salpata verso il mare aperto. Chi può aver messo a segno un’operazione così sofisticata e rischiosa ? E perché? Di certo la presenza russa sulle coste siriane non piace a Washington. E tantomeno a Israele. Ma eliminare il numero due del Gru significa mettere a rischio la sicurezza globale. Chi può rischiare tanto? Uno dei pochi a poterlo sapere era Gareth, capace grazie al suo genio matematico di interpretare i messaggi in codice più segreti. Prima di morire era stato in vacanza negli Stati Uniti, negli uffici della National Security Agency, dove gli alleati americani intercettano e analizzano le comunicazioni più riservate. In quel viaggio forse Gareth aveva sbrogliato enigmi di un codice impenetrabile. Un codice che quel fatale 16 agosto gli è costato la vita". (red)

Morire di delocalizzazione

I disastri della British Petroleum. Finanziari.