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Sindacati: chi pecora si fa...

Era solo questione di tempo, ma la mossa era nell’aria e, a suo modo, era anche inevitabile: Federmeccanica ha disdetto il contratto di categoria, in vigore fino al primo gennaio 2012, invocando le solite “ragioni” tanto care agli industriali alla Marcegaglia e ai manager alla Marchionne. «Il convincimento unanime – afferma il presidente dell’associazione, Pier Luigi Ceccardi (quello che a giugno aveva definito «nichilista» il veto della Fiom sull’accordo-capestro per Pomigliano) è la necessità di proseguire con determinazione nell’adeguamento delle relazioni industriali, sindacali e contrattuali alla domanda di maggior affidabilità e flessibilità che proviene dalle imprese per consentire loro una migliore tenuta rispetto all’urto della competizione globale»

La solita tiritera. Le aziende sono sotto pressione, a causa della concorrenza di chi produce in Paesi in cui la manodopera costa assai meno che da noi, e perciò l’unica alternativa alla delocalizzazione è affrancarsi dai vincoli preesistenti in materia di lavoro subordinato. Come ha sottolineato efficacemente Marco Rizzo dei CSP – Comunisti Sinistra Popolare, il tentativo in atto è quello di «importare in Italia il modello di contrattazione polacco». La pressante richiesta di modifica delle relazioni industriali, sindacali e contrattuali non è affatto una vera richiesta, che presuppone una libera discussione tra le parti e un accordo con reciproche concessioni. È un diktat. Ceccardi, ipocritamente, parla di «adeguamento», ma il termine giusto è un altro. È smantellamento.

Federmeccanica, e più in generale Confindustria, strumentalizzano alcuni elementi oggettivi, come la crisi e la globalizzazione, per ridurre ai minimi termini la funzione stessa del sindacato. Non più interlocutore con cui fare i conti, ma semplice interfaccia tra le imprese e i lavoratori. Le imprese decidono, col facile alibi dello stato di necessità indotto dalla «competizione globale», e i lavoratori si adeguano, lasciando che i sindacati sottoscrivano senza tante storie i nuovi contratti predisposti dalle aziende. Guarda caso, è lo stesso genere di situazione in cui si trova chiunque di noi quando stipula una polizza assicurativa, a cominciare da quella obbligatoria per l’automobile, o un mutuo immobiliare, a sua volta pressoché obbligatorio se si vuole acquistare un’abitazione. Tecnicamente si chiamano anch’essi contratti, poiché disciplinano il rapporto tra le parti, ma in realtà appartengono a una categoria del tutto particolare, che è quella dei cosiddetti “contratti per adesione”. Un soggetto, quello più forte, li redige a suo piacimento, mentre l’altro soggetto si limita a controfirmarli accettandoli in toto. 

Conscio di questa tendenza, ormai prossima a trasformarsi in un dato di fatto che in avvenire sarà assai difficile rettificare, il segretario generale della Fiom va dritto al sodo e parla di «uno strappo alle regole democratiche grave perché si impedisce ai lavoratori di decidere sul loro contratto». A partire da questa consapevolezza, però, sarebbe doveroso approdare ai nodi essenziali. Primo, in tutti questi anni le imprese hanno solo finto di condividere certe conquiste dei lavoratori – sopportandole alla stregua di una congiuntura sfortunata da cui uscire non appena possibile – e pertanto l’unico modo di relazionarsi con questo tipo di proprietari resta basato sui rapporti di forza, che discendono dalle strategie adottate nel medio e nel lungo periodo. Secondo, non può esistere nessuna funzione sindacale che sia svincolata da una visione, e da un’azione, politica complessiva.

È da qui che dovrebbe ripartire la Fiom, ammesso e non concesso che non sia già troppo tardi: dalla consapevolezza che se siamo arrivati a questo punto è anche perché in passato la Cgil si è prestata, e prostrata, alle manovre del centrosinistra. Lasciandosi risucchiare, in nome del senso di responsabilità e degli interessi nazionali, in un atteggiamento così “comprensivo” da diventare inerme. 

 

Federico Zamboni

I disastri della British Petroleum. Finanziari.

E liberaci da tutti i governi tecnici