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Il nucleare in Iran, tra sanzioni e business

L’Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica fa sapere di essere preoccupata. L’Iran ha aumentato del 15% la produzione di uranio a basso arricchimento. Il rapporto dell’Aiea sottolinea che il progetto di Teheran sul nucleare, ad uso civile, è andato avanti nonostante le sanzioni internazionali. E fin qui, nulla di nuovo. Ahmadinejad aveva già chiarito che misure di quel genere non lo avrebbero fermato. 

Stavolta però, le cose sono un po’ più complicate. Le autorità iraniane hanno contestato a due incaricati Onu la facoltà di effettuare controlli, e l’Aiea è insorta affermando che «è preoccupante che le ripetute obiezioni sulla scelta di ispettori esperti ostacolino il processo di ispezione e riducano le capacità dell’agenzia di implementare il livello di salvaguardi in Iran». Per il rappresentante dell'Iran presso l'Agenzia, Ali Asghar Soltanieh, di «preoccupante» non c’è proprio nulla: «Quei due non sono più ispettori designati. Altri lo sono, e possono continuare a visitare il paese». Nessuna intenzione di interrompere l’attività di vigilanza, quindi. Solo l’intenzione, sempre secondo la versione di Teheran, di «bandire dal paese i due ispettori autori dell’ultimo rapporto» a causa delle false informazioni che hanno diffuso. Nel resoconto di fine maggio, infatti, i due supervisori hanno scritto che l’Iran continuava ad accumulare materiale nucleare e che si stava preparando per un maggiore arricchimento d’uranio. Ali Akbar Salehi, principale esponente dell’Organizzazione per l’energia atomica, ha smentito replicando che «il loro rapporto era totalmente falso» e che perciò «abbiamo chiesto che non mandino più questi due ispettori in Iran e ce ne assegnino invece altri due»

Ora, tenendo presente che per utilizzare l’energia atomica a fini militari l’arricchimento dell’uranio deve avere una percentuale almeno del 90% e che il governo iraniano vorrebbe arrivare soltanto al 20% per alimentare un suo reattore con finalità mediche, qual è il problema? Il progetto è già stato comunicato all’Aiea, l’8 febbraio scorso. Ma il punto è che Teheran ha anche rifiutato un accordo proposto a ottobre 2009 da Usa, Russia e Francia, in base al quale avrebbero provveduto loro a fornire l’uranio arricchito al 20% da utilizzare per il reattore ad uso civile. In cambio, l’Iran avrebbe dovuto consegnare il 70% delle sue scorte di uranio, arricchito al 3,5. Ahmadinejad, invece, preferisce collaborare con il Brasile e la Turchia. Il 17 maggio i tre concludono la trattativa che prevede lo scambio di uranio scarsamente arricchito con combustibile nucleare. 

Con questa alleanza le potenze occidentali avrebbero dovuto tranquillizzarsi, visto che il “baratto” permette un controllo internazionale maggiore sull’attività nucleare. Al contrario, la preoccupazione permane. O si aggrava. Per la Casa Bianca l’Iran «rifiuta di rispettare gli obblighi internazionali sul nucleare continuando gli sforzi per ampliare il suo programma e avvicinarsi ad una capacità militare atomica». Intanto, però, Washington ha di recente concluso un accordo in India in base al quale rifornirà New Dely di tecnologia e combustibile nucleare per ricavarne uranio e plutonio. In cambio gli Usa riceveranno l’adesione parziale al Trattato di non proliferazione; gli ispettori dell’Aiea potranno sorvegliare quattordici impianti nucleari con l’esclusione di otto ad uso militare. L’India possiede testate nucleari e l’apertura all’energia elettronucleare creerà un mercato che è stato stimato in 150 miliardi di dollari. 

L’Iran, viceversa, non ha bisogno di richiedere la “materia prima” perché l’uranio è un minerale presente nel suo stesso sottosuolo, con tutto quello che ne consegue ai fini del raggiungimento dell’indipendenza energetica e delle possibilità di sviluppo economico. Un’autonomia che agli Usa, com’è noto, non piace per niente. 

 

Pamela Chiodi

Secondo i quotidiani del 09/09/2010

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