Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 09/09/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Berlusconi: io vado avanti”. Editoriale di Giovanni Sartori: “Populismo costituzionale”. In alto: “Fumogeni e urla contro Bonanni. Contestazione violenta alla festa del Pd”. In un riquadro: “Andreotti su Ambrosoli: ‘Se l’andava cercando’”. A centro pagina: “‘Costituzione e federalismo, ecco come la penso’ di Gianfranco Fini”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Berlusconi cambia idea: no al voto”. In un riquadro: “Festa Pd, assalto al palco di Bonanni”. “Tra Silvio e Umberto il patto dei 15 giorni” di Francesco Bei. A centro pagina: “Sakineh, Teheran ferma la lapidazione”.

LA STAMPA – In apertura: “Torino, aggredito Bonanni”. In alto: “Berlusconi a Bossi: ‘Niente elezioni devo governare’”. “Fini esulta: ‘Qualcuno ha sale in zucca’”. A centro pagina: “Il Papa in Gran Bretagna: Ratzinger vedrà una donna prete. Ma a Londra continuano gli attacchi”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Bossi: Lega pronta a sfiduciare”. A sinistra: “Marcegaglia: recesso atto di chiarezza. Bonanni contestato”. A centro pagina: “Le compravendite di case ripartono dopo tre anni”. “Unicredit affida a Rampl il mandato per approfondire la posizione dei soci libici”.

LIBERO – In apertura: “Bossi kamikaze anti-Fini”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Accettare Casini sarebbe la vera boma della Lega”. In un riquadro: “Tulliani bocciata dalle ministre”. A centro pagina: “Fumogeni contro Bonanni. Il Pd si scopre squadrista”. A fondo pagina: “Sakineh è salva. Ma il Medioevo è stato lapidato”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Voto, stop di Berlusconi a Bossi”. Editoriale di Paolo Pombeni: “Teatrino della politica, ora basta”. In un riquadro: “Fumogeni contro Bonanni alla festa del Pd. Bersani: attacco squadrista”. A centro pagina: “Matera, muore dopo il cesareo”. “Case, compravendite in crescita”. A fondo pagina: “La Roma va verso l’asta”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “L’8 settembre del Caimano”. Editoriale di Marco Travaglio: “C’è Giuda e Giuda”. A centro pagina: “Bonanni contestato dai centri sociali”. In un riquadro: “Il Cavaliere e quelle case dell’amore”. A fondo pagina: “Sakineh, la lapidazione può attendere”.

IL TEMPO – In apertura: “Silvio ha una sorpresa”. Editoriale di Mario Sechi: “Caro Berlusconi, in aula sia severo”. In un riquadro: “Cosa non sa Fini su Montecarlo”. A fondo pagina: “Fumogeni sociali contro Bonanni”. “Ripresa e fiducia. Acquisti di case +3 per cento”.

L’UNITA’ – In apertura: “La ‘sfiducia’ di Bossi”. In un riquadro: “Livello di guardia”. A fondo pagina: “Gheddafi ora punta sull’acqua del Velino”. “Minzolini oltre ogni decenza. Ma per il dg Masi il caso non esiste”. (red)

 

 

2. Berlusconi: voglio governare, convincerò la Lega

Roma - Bossi accelera, ma Berlusconi frena. La strategia d’uscita dalla crisi del centrodestra divide il ministro dal presidente del Consiglio. Il leader della Lega insiste sulle elezioni anticipate e ipotizza pure un voto contrario a una eventuale mozione di fiducia. Cauto il premier, contrario alla fine anticipata della legislatura: ‘Ho il dovere di governare’. Il presidente Napolitano sulla possibile sfiducia al governo: ‘Non mi pronuncio’. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “La scommessa è quella di arrivare, nel voto alla Camera che si terrà a fine di settembre sul discorso programmatico di Berlusconi, ad almeno 316 voti certi, senza contare quelli che dovrebbero arrivare dal gruppo di Futuro e Libertà. E Silvio Berlusconi è convinto di farcela a portare a casa il risultato, a raggiungere ‘l’autosufficienza’ da Fini e dai suoi, se è vero che nell’ufficio di presidenza di ieri sera, ai suoi ministri e capigruppo, ha detto sorridendo che ‘scommetto ci saranno sorprese... La maggioranza sarà più ampia di quella che c’è stata finora...’. È questa l’ultima sfida del Cavaliere, supportata da tutto il Pdl che in una sua larga parte (la componente di Liberamente di Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, i ‘moderati’ come Paolo Bonaiuti, i ‘realisti’ come Fabrizio Cicchitto, l’eterna colomba Gianni Letta, nonché l’amico fraterno Confalonieri che anche ieri consigliava prudenza) da settimane chiede a Berlusconi di non rischiare un voto pericoloso non solo per il centrodestra ma anche per lui, un voto che per dirla con Bonaiuti ‘gli italiani non ci chiedono, perché vogliono che andiamo avanti a governare portando avanti il nostro programma’, un voto — è stato il coro dei presenti — che darebbe una vittoria certa solo a Bossi, che infatti lo pretende, sapendo che per lui sarebbe il trionfo e per il Pdl ‘una probabile batosta’, quel Bossi che ‘se ne frega della possibile ingovernabilità del Parlamento’. Insomma, come ha detto applaudito Galan’Silvio , non puoi metterti nelle mani di chi ti definì il mafioso di Arcore!’”

“Tutti discorsi – prosegue il quotidiano di via Solferino – che Berlusconi ha ascoltato attentamente, e che, assieme alla lettura dei sondaggi (alto rischio di astensione, possibile sconfitta del centrodestra al Senato), alla considerazione che non è scontato che Napolitano (con il quale il colloquio resta ancora in dubbio) sciolga le Camere, e alla constatazione che, se la Corte costituzionale bocciasse il legittimo impedimento, resterebbe esposto a possibili condanne in mancanza di un nuovo scudo, hanno convinto definitivamente Berlusconi che bisogna provare ad andare avanti. ‘Abbiamo il dovere di verificare se la maggioranza esiste ancora, serve responsabilità, se poi qualcuno si tirerà indietro ne pagherà le conseguenze’, ha ribadito il premier. Facendo a lungo i conti con i suoi: senza i finiani, si parte da una base certa alla camera di 307 deputati. Ieri, dopo l’incontro con gli esponenti dell’Mpa (ai quali Berlusconi ha promesso lo sblocco dei fondi Fas per la Sicilia) si conta su altri 5 deputati che voterebbero sì, e altrettanto potrebbero fare i tre liberaldemocratici e i 5 di Io Sud. Qualche nuovo arrivo si attende anche al Senato. E sullo sfondo, è chiaro che si guarda anche a Casini (che però smentisce contatti e attende ‘le comunicazioni alla Camera’) e anche se Berlusconi non farà aperture al presidente della Camera nel suo discorso, si tiene vivo il rapporto almeno con i moderati finiani: ieri sembrava dovesse essere sancita l’incompatibilità degli incarichi di partito tra esponenti del Fli e il Pdl, ma la decisione è stata rimandata: si faranno ‘colloqui individuali’ prima di decidere. In ogni caso, assicura Cicchitto non c’è ‘alcuna incompatibilità con i ministri finiani’.Insomma, se arriveranno i numeri che Berlusconi si aspetta, ‘non si vede come Bossi potrebbe votare la sfiducia...’ dice Gaetano Quagliariello, a conferma che si è aperta la partita dei rapporti di forza interni con la Lega. Se poi davvero Berlusconi riuscirà a portare a casa i provvedimenti ai quali tiene, a partire dallo scudo giudiziario che pure nel vertice — è stato detto — Fini ha assicurato, si vedrà presto, quando a ottobre si entrerà nel vivo con i voti sui provvedimenti. Ma intanto, sfuma l’ipotesi delle urne entro l’anno. I tempi tecnici, ammettono anche i leghisti, non ci sono più”. (red)

 

 

3. Governo, "il patto dei 15 giorni tra Silvio e Umberto"

Roma - Silvio Berlusconi è convinto stavolta di avere la mano giusta. L’ha anche detto al leader della Lega, Umberto Bossi, che insisteva per andare al voto già a fine novembre: ‘Umberto, mi servono altri quindici giorni di tempo ed è fatta’. Scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA: L’operazione a cui sta lavorando il Cavaliere (ma sono Denis Verdini e Ignazio la Russa a curare i dettagli) ha anche un nome, l’ha ribattezzata ‘maggioranza di responsabilità nazionale’. E l’obiettivo è uno soltanto: fare a meno dell’apporto dei finiani. ‘Non permetto a nessuno di ricattarmi’, ha ripetuto anche ieri il premier riferendosi al presidente della Camera. Questa nuova maggioranza ‘politica’ avrà il suo banco di prova il 28 settembre, quando Berlusconi esporrà il suo discorso programmatico in aula e si voterà una risoluzione d’appoggio al governo. E i finiani? ‘Se vorranno aggiungersi tanto meglio. Ma l’importante è che non siano determinanti’. A Montecitorio il Pdl e la Lega, con i cespugli, partono da 307 deputati e Berlusconi è certo di poter conquistare altri dieci "ascari" per superare quota 316. Ma l’ipotesi delle elezioni anticipate è tutt’altro che tramontata. Lo dimostra la presenza di Claudio Scajola ieri sera all’ufficio di presidenza del Pdl. È stato il premier a chiedergli di tornare sulla scena, dopo le dimissioni da ministro, per affidargli la guida della macchina elettorale nel caso la situazione dovesse precipitare. La prospettiva delle urne resta in piedi infatti perché la Lega la ritiene ancora la strada non solo più lineare ma più vantaggiosa per sé. Se quindi, a fine settembre, il progetto di ‘nuova maggioranza di responsabilità nazionale’ dovesse dimostrarsi un’illusione, a quel punto Berlusconi - lo ha garantito a Bossi - alzerebbe le braccia e si andrebbe al voto. Nella galassia del presidente del Consiglio ci sono tuttavia anche pianeti che si muovono su orbite diverse e non necessariamente confliggenti. C’è anche chi, come Gianni Letta e i ministri di "Liberamente", spinge davvero per riallacciare un’intesa minima con il presidente della Camera. A partire dai contenuti. Tanto che ieri mattina proprio Letta ha sondato per telefono Gianfranco Fini prima della partenza di questi per il Canada. ‘Senti Gianfranco - gli ha chiesto il sottosegretario - ma davvero, come hai detto a Mirabello, voi votereste la mozione che presentiamo in Parlamento?’. ‘Certo Gianni, lo confermo’. ‘E uno scudo giudiziario per il presidente del Consiglio?’. ‘Come ho già detto, lo votiamo sicuramente, a patto che non ci ripresentiate la norma transitoria sul processo breve’”.

“In parallelo all’operazione a cui il Cavaliere si sta dedicando per rendere ‘ininfluente’ il gruppo di Fli, si profila dunque uno ‘scambio’, favorito dalle colombe berlusconiane. I finiani hanno infatti bisogno di tempo per organizzarsi e sono favorevoli a lasciare che Berlusconi governi fino alla fine della legislatura. In cambio garantiscono appoggio sulla questione che sta a cuore al premier, quella dell’usbergo contro i processi milanesi. Un’altra colomba - mentre Letta riferiva a Berlusconi della ‘disponibilità sincera’ di Fini - ha volteggiato sopra palazzo Grazioli: Fedele Confalonieri. Toccando il tasto sensibile del Cavaliere, quello della difesa delle aziende. ‘Finché al governo restiamo noi stiamo tranquilli, le elezioni invece sono un rischio troppo grande. E se arrivasse un governo che ci aggredisce politicamente? Li hai sentiti no? Già riparlano di conflitto di interessi’. Un argomento che ha fatto breccia. Nella cerchia berlusconiana ci sono tuttavia due ministri di primo piano che non condividono fino in fondo questa frenata e sono più inclini a valutare i vantaggi di andare al voto. Il primo - Ignazio La Russa - per un motivo tattico, che ha illustrato anche ieri durante la riunione. È il timore che gli avversari del premier, finiani compresi, possano alla fine trovare un accordo e compiere ‘un blitz’ sulla legge elettorale. L’altro ministro è Giulio Tremonti, che non a caso ieri è rimasto in silenzio mentre quasi tutti i membri dell’ufficio di presidenza chiedevano di arginare l’offensiva leghista sul voto. ‘Ogni volta che qualcuno di noi si esprimeva contro le elezioni - riferisce divertito uno dei partecipanti - Tremonti scuoteva la testa e bofonchiava tra di sé’”. (red)

 

 

4. La strategia anti Fli di Silvio: "Li metterò a dura prova"

Roma - “‘Li metterò a dura prova’. Berlusconi frena, un po’ perché il canto delle colombe qualche risultato lo sta ottenendo un po’ perché non è poi un male che sia Bossi a scardinare un governo che difficilmente potrà arrivare a fine legislatura. Ma è una frenata – scrive IL GIORNALE – che non lascia troppi segni se il Cavaliere punta comunque a un chiarimento che non sia ‘di facciata’. Niente fiducia sui cinque punti programmatici, infatti, ma una decisamente meno decifrabile comunicazione del premier alle Camere. L’occasione per fare finalmente quel discorso in Parlamento che medita da tempo, ma pure un modo per cercare di rendere più stringente un successivo voto. La strada, insomma, sembra quella di procedere con un voto per così dire ‘semplice’ e mettere da parte la fiducia. Perché in qualche modo - e pur senza un rimpasto - certificherebbe la nascita di un Berlusconi-bis, visto che il governo si troverebbe a due anni di distanza ad avere la fiducia su dei punti programmatici non di due soli partiti (Pdl e Lega) ma di tre. Un cambio di maggioranza che ora è nei fatti e che avrebbe a quel punto il timbro di un passaggio parlamentare di rango, con il Fli che legittimamente la rivendicherebbe come una sua vittoria. Senza contare in un’eventuale crisi di governo i finiani potrebbero farsi forti proprio di quel voto per rispe­dire al mittente le responsabilità della rottura. Eppoi, ironizzava il Cavaliere con i suoi, star lì a senti­re Bocchino che ‘mi concede’ la sua fiducia e quella del Fli me lo risparmio volentieri. Insomma, l’ennesima partita a scacchi nel gioco del cerino che va avanti ormai da settimane tra Berlusconi, Bossi e Fini. Con il Cavaliere che in questo modo riuscirà a tenere in mano il pallino fino alla vigilia del suo intervento in Parlamento previsto per la fine di settembre. Già, perché un documento programmatico va scritto, limato e corretto mentre un discorso lo si può tarare e modulare anche in corso d’opera. E sarà concentrato soprattutto sui temi della giustizia, perché deve essere chiaro - ragiona Berlusconi con i suoi - che non si può continuare a far politica con le procure. Cosa che, è la convinzione del premier, ormai non fa più solo l’opposizione ma anche il presidente della Camera. Senza considerare che non è certo un mistero il fatto che ormai Ghedini dia per scontata la bocciatura a novembre del legittimo impedimento da parte della Consulta, con i processi Mills e Mediatrade che riprenderebbero in pompa magna. Ed è per questo che- pur avendo il premier assicurato che non sarebbe stato nei cinque punti programmatici - il processo breve non è mai stato messo davvero nel cassetto. È proprio sulla giustizia, poi, che in queste ore il Cavaliere sta sondando non solo parlamentari del gruppo misto ma anche del Fli. E da alcuni finiani avrebbe ricevuto garanzie di un sostegno, un elemento che insieme alle fortissime pressioni di tutti i ministri del Pdl avrebbe contribuito ad ammorbidire la linea del premier delle ultime ore. Anche se di qui al 28 settembre di acqua sotto i ponti ne passerà an­cora molta. E solo allora, dopo il discorso alle Camere e la successi­va votazione, si capirà davvero che piega prende la legislatura”. (red)

 

 

5. Fini esulta: “Per fortuna qualcuno ha sale in zucca”

Roma - “Meno male che nel Pdl c’è ancora qualcuno con il sale in zucca’. Fini – scrive LA STAMPA – aveva “intercettato” che l’ufficio di presidenza del Pdl sarebbe finito con un Berlusconi ‘pompiere’ rispetto all’’incediario’ Bossi. Tra l’altro a fargli capire che questa sarebbe la linea del premier sono stati i movimenti e l’incontro di Letta con i ministri Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, Galan: tutti contrari a seguire la Lega. Ma sono ad essere contrari sono in molti nel Pdl, a cominciare da un altro ministro di peso come Alfano, e lo stesso Berlusconi ha capito che deve tentare di salvare il suo governo. Insomma, per Fini è un’altra vittoria tattica. Ha capito che Berlusconi alla fine avrebbe dato ascolto a coloro che nel Pdl gli chiedevano di non ascoltare le sirene leghiste che hanno interesse a fare il pieno di voti al Nord. Con conseguente carneficina di parlamentari del Pdl. E magari trovarsi, dopo la chiusura delle urne, senza una maggioranza al Senato. ‘A quel punto - spiegano i finiani - Bossi darebbe il ben servito all’”amico Silvio” e chiederebbe di passare la palla a Tremonti. Un capolavoro’. Per questo quelli con il ‘sale un zucca’, ragionano nel quartier generale di Futuro e Libertà, lo hanno invitato a riflettere e a non dare retta nemmeno agli ex colonnelli di An. Secondo i finiani infatti tra i cattivi consiglieri ci sarebbero La Russa, Gasparri e Matteoli che voglio la resa dei conti con il loro ex generale Fini. Il quale, ovviamente, non pensa che Berlusconi si sia definitivamente placato. È però convinto che il Cavaliere e il Senatùr non stanno recitando la parte del poliziotto buono e di quello cattivo. C’è tra di loro una reale divisione. Anche aver fissato per il 28 settembre l’intervento di Berlusconi in Parlamento e il voto su una risoluzione è considerato un segnale positivo. È un modo per prendere tempo: non ci sarebbe spazio per indire elezioni entro l’anno come vuole Bossi. Se il 28 settembre dovesse precipitare tutto, si avvierebbero i riti costituzionali: consultazioni al Quirinale e un eventuale incarico esplorativo. Tra una cosa e l’altra si andrebbe alla fine ottobre. E siccome ci vogliono 60 giorni per indire i comizi elettorali dal momento dello scioglimento delle Camere, l’unica finestra utile per andare a votare sarebbe a ridosso di Natale. ‘E con il bambinello che nasce e gli italiani impegnati con le festività - osservano con sarcasmo i finiani - non si possono aprire le urne’”.

“Altro elemento della frenata berlusconiana – prosegue il quotidiano torinese – è considerato il fatto che l’incompatibilità dei finiani riguarda solo chi ha incarichi di partito e non i ministri, viceministri e sottosegretari. Non è un caso che il viceministro Urso sarà presente al Consiglio europeo ‘con mandato pieno’ per porre il veto sull’accordo di libero scambio tra Ue e Corea per tutelare l’industria automobilistica italiana. ‘È la prima volta - spiega tra l’altro lo stesso Urso - che l’Italia pone il veto da sola per bloccare un accordo che, così come è formulato, danneggerebbe l’industria automobilistica nazionale’. Quanto alle conclusioni dell’ufficio di presidenza l’esponente finiano dice di apprezzare ‘il segnale di responsabilità. È quello che noi abbiamo sempre sostenuto e notiamo la differenza di valutazione rispetto a Bossi. Spero che questo ritorno al realismo porti anche a considerare la nostra proposta di un patto legislatura e riconosca il contributo che Fli può dare all’azione governo. Andare a votare non risolverebbe i problemi del Paese e aggraverebbe quelli della coalizione, rafforzando il peso della Lega’. Per i finiani c’è un ultimo elemento (non secondario nella logica berlusconiana) che avrebbe potuto far tirare il freno a mano al premier: dopo Mirabello i sondaggi di Arcore direbbero che le quotazioni elettorali del presidente della Camera sono in crescita”. (red)

 

 

6. Governo, non solo gioco delle parti fra Lega e Cav.

Roma - “Si nota una dissonanza crescente fra la voglia di elezioni della Lega e quella di Silvio Berlusconi di continuare a governare. Viene da pensare che sia un gioco delle parti, ma forse c’è di più. Il loro asse – spiega Massimo Franco nella sua Nota sul CORRIERE DELLA SERA – è reso ferreo dalla defezione di Gianfranco Fini, che ieri in Parlamento si è iscritto al suo Futuro e Libertà, lasciando il gruppo del Pdl; ed aprendo la strada all’espulsione dei suoi seguaci a livello locale. Ma la pressione di Umberto Bossi per arrivare al voto entro il 2010 tenta e insieme preoccupa il presidente del Consiglio, proprio perché per il centrodestra i vantaggi sono evidenti: il partito di Fini è privo di radici; e il Pd non ha un candidato per palazzo Chigi. Dunque, l’idea di andare alle urne ‘per uscire dal pantano’, come titolava ieri la Padania, è suggestiva. D’altronde, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti ripete da settimane che i conti pubblici sono al sicuro. Esisterebbe una ‘finestra per l’economia tranquilla’ che i leghisti additano come ulteriore motivo per sciogliere le Camere. Ma la perentorietà di Bossi, che non esclude un ‘no’ al governo pur di provocare la crisi, trova un Pdl recalcitrante. E Giorgio Napolitano aspetta una richiesta di colloquio, che potrebbe non arrivare mai. Berlusconi si presenterà in Parlamento a fine settembre. E intanto cerca di arruolare un numero di deputati sufficienti a ridurre il peso dei finiani. L’appoggio garantito ieri da Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia e leader dell’Mpa, è un primo segnale. Non basta tuttavia a mettere il governo al riparo da una situazione precaria. Formalmente Futuro e libertà è pronto a sostenerlo; nei fatti, secondo palazzo Chigi, vuole logorarlo. L’altra risorsa alla quale il premier si affida è il timore di una fine anticipata della legislatura; e la consapevolezza che sarebbe un vantaggio soprattutto per Bossi. Non solo. La disponibilità finiana ad offrire uno scudo giudiziario a Berlusconi segnala un problema aperto, che il centrodestra vuole risolvere. Il lodo costituzionale rimane sullo sfondo come testimonianza di una strategia altalenante e contraddittoria. Non è detto che le elezioni risolvano il problema. L’ipotesi più verosimile è che l’asse Pdl-Lega le vinca di nuovo. Ma con rapporti di forza sbilanciati a favore del Carroccio; e l’eventualità che un’alleanza centrista guidata da Pier Ferdinando Casini strappi seggi decisivi al Senato. Un esito del genere renderebbe incerta la permanenza di Berlusconi a palazzo Chigi. L’Udc sostiene che una Lega rafforzata punterebbe su Tremonti premier. Il ‘senso di responsabilità’ e ‘il rispetto del patto con gli elettori’, con i quali il vertice del Pdl ha ribadito ieri sera la volontà di andare avanti, nascono anche da questa consapevolezza. Il tentativo è di provare a non gettare la spugna fino a marzo; e magari spostare l’orizzonte anche oltre. Ma la sensazione è che di fronte ad uno sfilacciamento della situazione la Lega elettorale decida di forzare la mano al premier, ed i tempi della resa dei conti”. (red)

 

 

7. "Problema politico": gelo di Napolitano su sfida di Bossi

Roma - “Il capo della Lega minaccia di schierare in piazza dieci milioni di persone, come contestazione anticipata a ogni ipotesi di governi tecnici? E ventila addirittura la possibilità di sfiduciare Berlusconi, pur di andare subito a elezioni? ‘È un problema puramente politico, sul quale non mi pronuncio. È un annuncio, una scelta... non so come definirlo... di cui posso solo prendere atto’. Riflette lampi di freddezza e quasi d’incredulità, la risposta del presidente della Repubblica ai cronisti che tentano di sondarlo sulle ultime provocazioni di Umberto Bossi. Una mossa, quella del Senatur, studiata per aizzare la rincorsa al voto che — nel merito — ovviamente non può riguardare il Quirinale. Almeno fino a quando – scrive il CORRIERE DELLA SERA – un’eventuale crisi non si materializzerà concretamente in Parlamento e, dopo le consultazioni previste dalla Costituzione, risultasse chiaro che non esistono maggioranze alternative. Una mossa che segue lunghi giorni di escalation polemica, con proclamazioni a forte rimbalzo di un imminente confronto sul Colle tra il premier, lo stesso Bossi e Giorgio Napolitano. Con la pretesa che ‘sposti’ Gianfranco Fini dal più alto scranno della Camera e chiuda in fretta la legislatura. In modo appunto di aprire le urne entro Natale. Un’istanza irricevibile, almeno per la sua prima parte, come ha spiegato il Corriere ieri. Senza contare che un minimo di galateo imporrebbe di chiedere le udienze riservatamente (e spiegandone le ragioni), e di sicuro non per via mediatica. ‘Io gli incontri li prevedo quando mi vengono richiesti. E fino a questo momento non ho ricevuto nessuna richiesta d’incontro’, spiega ancora il capo dello Stato, con vaga aria di fastidio, entrando a Villa Lante per un pranzo con la sua omologa finlandese, Tarja Halonen. Di fatto, se Berlusconi sembra aver rinunciato in extremis a reclamare che il Quirinale cacci Fini dal suo posto di Montecitorio, resta invece in piedi l’urgenza di una sorta di consulto sulle fibrillazioni della maggioranza. Certo: con un particolare ‘ingrandimento’ sul disagio (per usare un eufemismo) denunciato dal Pdl e dalla Lega a proposito di come il cofondatore espulso a fine luglio dal partito esercita oggi il proprio ruolo. Altro tema obbligato, in quell’incontro (che potrebbe avvenire tra la giornata di lunedì e il pomeriggio di mercoledì, cioè subito prima o subito dopo una visita del presidente a Salerno), sarà la proposta di nomina del successore di Claudio Scajola al ministero per lo Sviluppo economico. Il premier si era impegnato già a metà luglio a risolvere la questione in una settimana. Promessa ripetuta di recente e che, in tempi di scelte cruciali per i bilanci dello Stato, appare ormai ineludibile”. (red)

 

 

8. Quando Fini disse: "La Pivetti fa politica, lasci"

Roma - “‘La terza carica dello Stato deve essere super partes, non può dire ‘ora non parlo come presidente della Camera’ e dire quel che le pare, soprattutto se poi ‘è stata eletta da coloro che ritiene irresponsabili, traditori e persino attentatori della democrazia’, e se poi esprime ‘giudizi netti e così polemici senza mettere in dubbio il fatto che parla come singolo parlamentare o privato cittadino e non più come presidente della Camera’. Insomma una terza carica del genere, se proprio vuole fare politica e dare giudizi sugli altri leader, forse dovrebbe ‘prendere in considerazione anche l’ipotesi di rimettere il mandato’. Ma chi parla qui? Brunetta? Cicchitto? Bossi? Capezzone? Nessuno di loro – scrive IL GIORNALE – è Gianfranco Fini, anzi era, perché il tempo è galantuomo ma anche malandrino quando si cerca una linea di coerenza nelle parabole di certi politici. Per catapultare Fini in una situazione diametralmente opposta a quella di oggi, con le parti esattamente invertite, bisogna tornare indietro di quindici anni, all’inizio del 1995. Si è appena consumato il ‘cosiddetto’ ribaltone della Lega, il primo governo Berlusconi è finito con le dimissioni del Cavaliere, un nuovo governicchio di transizione, guidato da Lamberto Dini, è alle porte. Nel mentre, sulla poltrona più alta di Montecitorio siede ancora una deputata della vecchia maggioranza, la leghista Irene Pivetti, che lì rimarrà fino alle successive elezioni del ’96. Qualcuno però, in quel febbraio, chiede con forza le sue dimissioni, dopo un discorso molto partigiano della Pivetti a una festa della Lega a Milano. La fotocopia di quel che sta accadendo in questi giorni, con lo strappo di Fini a Mirabello e il suo discorso da leader politico, contro la maggioranza che lo ha eletto, ma sempre da presidente ‘super partes’ della Camera. Anche quella volta, molti di coloro che chiedono le dimissioni di Fini adesso invocarono l’incompatibilità dell’allora presidente della Camera in quel ruolo di garanzia. Francesco Storace, a quel tempo portavoce di An, spiegò come fosse ‘gravissimo che la terza carica dello Stato si agitasse come un capo di partito’, Forza Italia chiese un atto di responsabilità alla Pivetti, un avvocato milanese addirittura la denunciò per ‘tradimento del giuramento prestato’”.

“Tra i sostenitori delle dimissioni - scherzi del tempo - c’era anche Fini, che ora liquida come analfabetismo costituzionale i rilievi sulla sua incompatibilità, da leader di un nuovo partito, con quella carica. Fu proprio Fini, in una lunga nota, a spiegare perché un presidente della Camera part time è inaccettabile, soprattutto dopo un’esternazione molto polemica su un partito politico (la Pivetti quella volta criticò Forza Italia, così come l’altro giorno Fini ha dichiarato morto il Pdl attaccandone il leader). ‘Dovrebbe rendersi conto - ammonì Fini - che il giorno dopo aver detto cose così incredibili e gravi, torna a essere presidente della Camera, determinando un clima che non è in sintonia con la serenità che tutti reputano necessaria’. Anche perché, ad aggravare l’anomalia, c’era il fatto che l’attacco della Pivetti era rivolto a quella stessa maggioranza che l’aveva eletta presidente della Camera. Curiosamente, l’identico paradosso che ora investe Gianfranco Fini, che pure - adesso - non ci trova nulla di anomalo. In quindici anni cambiano molte cose, in certi casi anche le idee. Poi, a Fini, l’indignazione per quello sfregio al ruolo super partes di presidente della Camera passò. Alla fine, dopo aver sollecitato le dimissioni, Fini adottò per quell’anomalia la battuta che fece Sgarbi: ‘È come se il Papa, per andare a donne, si spogliasse del suo ruolo spiegando che c'era andato come Wojtyla e non come pontefice’. Un paradosso, come quello di un presidente della Camera che fa il capopartito contro la maggioranza che l’ha messo lì. Comunque,la Pivetti restò incollata lì per un altro annetto, fino allo scioglimento delle Camere. Lo stesso progetto, tanto per fare l’en plein delle analogie, che ha in mente Fini”. (red)

 

 

9. Ricolfi: "Il Fli è illiberale: vuole l’assistenzialismo"

Roma - Luca Ricolfi, uno dei più importanti sociologi italiani, è un osservatore disincantato della politica, non certo ascrivibile al ‘berlusconismo’. “Sul partito di Fini però – spiega in un’intervista al GIORNALE – ha un’opinione molto dura, che paradossalmente lo avvicina alle tesi dei falchi berlusconiani, pur essendo il suo punto di vista molto diverso e ispirato da considerazioni prevalentemente scientifiche. Professore, lei ha detto che Fini guida un partito che si proclama liberale ma non lo è. Perché è così severo? ‘Perché per un partito di ispirazione liberale i temi agitati da Fini - legalità, rispetto delle istituzioni, autonomia della magistratura, pluralismo dell’informazione, diritti individuali (compresi quelli di immigrati e gay)- sono semplicemente ovvi, dati per scontati. Mentre i temi discriminanti sono quelli dell’economia, meno tasse e meno spesa pubblica improduttiva. Non è che fra i finiani questi ultimi siano del tutto assenti (penso alle posizioni di Baldassarri), ma hanno un peso minore, sono come sommersi dall’impostazione antifederalista di Futuro e libertà’. Eppure Fini vorrebbe presentarsi come il rappresentante della vera destra liberale italiana, anzi europea. ‘Può farlo perché il Pdl, com’è oggi, di europeo ha ben poco, è un partito carismatico con forti tratti illiberali in materia di dissenso interno, di diritti civili, di concezione delle istituzioni. E finché il discorso verte sullo stato di diritto, uno dei cardini della visione liberale, il partito di Berlusconi è destinato a soccombere in una gara di liberalismo con il partito di Fi­i. Mentre se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente, perché la visione di Berlusconi ­ per quanto lontana dal libera­ismo - è comunque più liberale di quella di Fini’”.

“Deluso dal discorso di Mirabello? ‘No, non mi ha deluso perché non mi aspettavo niente di più di quello che ha detto. Fini, come D’Alema, è un tattico, molto abile a gestire il breve periodo ma poco incline a pensare nel registro della lunga durata’. Le tasse, un grande tema del pensiero libera­le, non sembra­no una priorità dell’agenda di Fini, che anzi la­menta i tagli li­neari di Tre­monti. Insom­ma Fli come en­nesimo partito della spesa pub­blica? ‘Ovviamente sì, come potrebbe es­sere diversamen­te per un partito che prende i voti soprattutto dal La­zio in giù?’. Per esempio Fi­ni ha appoggia­to la protesta dei precari con­tro la riforma della Gelmini. Ma chi ha ragio­ne, i precari so­stenuti da Fini o il ministro? ‘L’azione della Gelmini andreb­be nella direzione giusta se fosse mol­to più radicale, e soprattutto se spie­gasse con fran­chezza agli italia­ni i veri mali della scuola e dell’uni­versità. Sui preca­ri, più che essere giusta, è inevitabi­le, e non fa che con­tinuare la politica di Fioroni (mini­stro dell’istruzio­ne del governo Prodi)’. Fini sembra in­somma una rie­dizione del solito centri­smo filo- Sud. Eppure certi commentatori e intellet­tuali sembrano incantati dal nuovo Fini.Un’ennesi­ma prova del conformi­smo intellettuale italiano, i cui danni lei ha ben de­scritto in Illusioni itali­che ? ‘Mah, forse più che di con­formismo si tratta di wishful thinking , di pie illusioni. Mol­te persone di destra istruite sognano un partito conserva­tore classico, europeo, possi­bilmente liberale e di massa. E appena qualcuno glielo pro­mette, ci credono con fanciul­lesca fiducia’”.

Fini ha attaccato molto du­ra­mente la Lega e il federa­lismo voluto da Bossi. Non sarebbe abbastanza ‘soli­dale ‘ secondo Fini. Ma co­sa vuol dire ‘federalismo solidale’? ‘I finiani, e più in generale i paladini del Sud, hanno già ri­portato una vittoria campale quando, nella primavera del 2009, il governo ha affossato la proposta federalista della Lombardia (inclusa nel pro­gramma elettorale del Popo­lo della libertà) per adottare una versione molto più mor­bida di federalismo, caldeg­giata dal Partito democratico e dalle regioni del Sud. A que­sto punto l’unica questione è di trovare il modo di far fun­zionare il federalismo, non certo di annacquarlo ulterior­mente ‘. Fini dice che bisogna stu­diare attentamente ‘cosa voglia dire fondo perequa­tivo ‘, cioè capire come so­stenere comunque il Sud che altrimenti dovrebbe fa­re troppi ‘sacrifici’ a fede­ralismo attuato. ‘Veramente il federalismo, se attuato sul serio, comporte­rà anche sacrifici al Nord (in Liguria,Valle d’Aosta,Trenti­no Alto Adige) e al centro (Umbria e Lazio). Quanto al Sud, ci sono anche regioni che potrebbero guadagnare dal federalismo, come la Pu­glia e l’Abruzzo, che oggi so­no sotto finanziate’. Insomma hanno qualche ragione i leghisti che vedo­no nel movimento di Fini un partito sudista-assi­stenzialista? ‘No, non hanno qualche ra­gione, hanno tutte le ragio­ni ‘. Ma secondo lei che spazio c’è a “destra” per Fini? ‘Difficile dirlo, ma molto di­penderà dalle alleanze. Se sta­rà con il centrodestra potreb­be recuperare circa la metà dei voti di Alleanza naziona­le, diciamo il 5-6 per cento. Se invece strizzerà l’occhio al centro e alla sinistra potreb­be rubare voti un po’ a tutti, compresa l’areadi Di Pietro e dei Grillini, ma perderebbe buona parte dello zoccolo di An. Il saldo è difficile da valu­tare, ma dubito che possa su­perare il 5 per cento’. Ci dica la verità, lei cosa prevede per Fini: muovo leader del centrodestra ita­liano o le­ader di un partiti­no in una coalizione “ mar­mellata” con Rutelli, Casi­ni e gli altri? ‘La seconda che ha detto’. (red)

 

 

10. Fini: Costituzione e federalismo, ecco come la penso

Roma - “Gentile direttore, con l’articolo di martedì scorso, ‘Le scelte di Fini dopo la rottura nel Pdl. Destra moderna o Lega Sud?’, Angelo Panebianco mi ha rivolto l’invito a precisare meglio alcuni aspetti del discorso che ho pronunciato a Mirabello; in particolare, ad approfondire il tema delle questioni costituzionali e dell’attuazione del federalismo. Accolgo volentieri l’invito, sperando di dare un contributo, sia pure in modo sintetico, ad una maggiore conoscenza e consapevolezza di tali argomenti da parte dell’opinione pubblica. In merito alle riforme costituzionali – spiega Fini al CORRIERE DELLA SERA – ho sempre sostenuto che qualsiasi approccio riformatore, ritenuto indispensabile da 15 anni ma mai realizzato compiutamente, non possa prescindere dall’intangibilità dei principi fondamentali sanciti dalla prima parte della Costituzione; essi rappresentano, infatti, i capisaldi di quel ‘Patto repubblicano’ del 1948 che ha assicurato all’Italia gli attuali livelli di sviluppo economico e progresso civile, oltre che la coesione stessa della nostra società. La pari dignità delle persone, l’eguale libertà delle confessioni religiose, la piena libertà di espressione e di associazione, l’autonomia delle formazioni sociali, la dimensione ‘universalistica’ dei diritti sociali, le varie declinazioni del principio di sussidiarietà fanno ormai parte di un patrimonio davvero condiviso da tutti gli italiani e ciò grazie anche alla maturazione e alla trasformazione di tutte le culture politiche che, proprio perché si sono via via riconosciute in questi valori, hanno garantito, nel tempo, la vitalità dei principi e dei valori della cosiddetta ‘Costituzione materiale’. In relazione, invece, alle esigenze di modifica della seconda parte dell’ordinamento costituzionale, mi preme innanzitutto ribadire che la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo e la necessità di conferire maggiore incisività e stabilità all’esecutivo non devono necessariamente comportare il ridimensionamento o, peggio ancora, l’abbandono del modello di democrazia parlamentare”.

“Il problema di fondo, semmai, è quello di aumentare contestualmente la capacità deliberativa e di controllo del Parlamento e quella decisionale del Governo e di farlo in un quadro di rispettiva ed armoniosa crescita dei ruoli, per garantire una più efficiente funzionalità del sistema che non può esaurirsi, come sempre più spesso si sostiene, nel momento elettorale. La forza delle istituzioni, ed è sempre bene ricordarlo, non dipende soltanto dalla capacità di decidere, ma anche dalla loro fattiva inclinazione e capacità di interpretare attese e domande sociali, di mobilitare coscienze e volontà sulle scelte da compiere e sulle innovazioni da realizzare. Ed è per tutto questo che, nelle moderne democrazie, il ruolo dei parlamenti non è mai marginale, nemmeno nelle democrazie ad ordinamento presidenzialista, Usa in primis. Quanto al tema delle riforme dell’ordinamento in senso federale, ho sempre sostenuto che il federalismo non si deve configurare semplicemente come l’assetto dei poteri più rispondente all’obiettivo di valorizzare la diversità delle culture e delle tradizioni nei diversi territori, ma anche come strumento attraverso cui liberare energie positive, favorendo assetti normativi ed istituzionali più avanzati, nella consapevolezza che, in ogni società autenticamente democratica, le regole non possono essere dettate solo ‘dall’alto’ secondo schemi rigidamente uniformi. Ciò, tuttavia, proprio con riguardo alla scottante questione del federalismo fiscale, non può comportare che il passaggio da un sistema di finanza derivata (basato sul cosiddetto criterio della ‘spesa storica’, che, per troppo tempo, ha consentito lo sperpero di denaro pubblico) ad un sistema che dovrà far leva sul cosiddetto ‘costo standard’ (vale a dire sull’effettiva quantificazione della spesa dei servizi offerti ai cittadini di tutti gli enti territoriali) avvenga in modo disgiunto dal corretto funzionamento di meccanismi di perequazione, in grado, se gestiti a livello centrale e in modo imparziale, di ridurre il divario esistente, e non più tollerabile, tra le aree del Paese maggiormente sviluppate e quelle affette da ritardi storici”.

“Ovviamente, in questo contesto, non mi sfugge il fatto, per rispondere a quanto osserva puntualmente Panebianco, che le classi dirigenti del Sud saranno chiamate a compiere un significativo salto di qualità in termini di efficiente gestione della ‘cosa pubblica’ e sono certo che, se rinnovate, ne saranno capaci. Sotto questo profilo, federalismo fiscale e federalismo istituzionale sono due facce della stessa medaglia e seguono il filo di una necessaria linea di continuità che deve richiamare tutte le forze politiche, nei diversi ruoli che esercitano ai vari livelli di governo territoriale, ad una comune ed ineludibile responsabilità di fronte ai cittadini. Penso sia questa la vera via per onorare quel patto con gli elettori che ha fatto raccogliere al Centro-destra, nelle elezioni del 2008, un così vasto consenso in tutte le regioni d’Italia. È questa la strada, alla vigilia dei 150 anni di storia unitaria, per crescere insieme, Nord e Sud, lontani da irresponsabili ipotesi di sviluppo autosufficiente della parte dell’Italia più avanzata economicamente. Presidente della Camera.

“Ringrazio il Presidente Fini per la sua cortese replica. Mi permetto però di dire che i miei dubbi permangono. Per quanto riguarda gli aspetti costituzionali, osservo che rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nell’ambito delle democrazie parlamentari (il caso dei presidenzialismi è ovviamente diverso). Le democrazie parlamentari oscillano, in genere, fra sistemi con parlamenti forti (‘la centralità’) e governi deboli e sistemi con governi forti e parlamenti deboli o subordinati. È difficile trovare una terza via. Per quanto riguarda il federalismo fiscale, mi pare che se si segue la strada degli interventi perequativi (per il Mezzogiorno), occorra anche indicare come impedire che tali interventi servano più a conservare gli antichi vizi che a stimolare le nuove virtù. E su questo non si può che aspettare di valutare le proposte che, sicuramente, insieme ad altri, farà il suo nuovo movimento politico. Angelo Panebianco”. (red)

 

 

11. Festa Pd: parla Bonanni, assalto al palco

Roma - “Il candelotto fumogeno vola sopra le teste accaldate, sfiora decine di braccia tese e si abbatte morbido sul fianco di un atterrito Raffaele Bonanni. Sono da poco passate le 17 e il segretario generale della Cisl – scrive LA STAMPA – tenta inutilmente di aprire bocca al convegno sul Lavoro alla festa nazionale del Pd di Torino. Istintivamente, con uno scatto della mano, il sindacalista getta lontano il candelotto infuocato che semina scintille. Poi guarda stupito la bruciatura sul giubbotto. Un attimo e gli agenti di scorta lo prendono di peso, lo portano fuori e lo caricano in macchina. È illeso. Finisce così, in maniera ingloriosa, quello che avrebbe dovuto essere un dibattito sul lavoro fra l’ex ministro ulivista e attuale responsabile Pd dell’Economia, Enrico Letta, e il segretario della Cisl Bonanni. Un dibattito atteso, all’indomani della disdetta del contratto 2008 da parte di Federmeccanica: operazione duramente contestata dalla Fiom e avallata da Cisl e Uil. Lo scontro fra Fiat e Fiom su Pomigliano e sui licenziamenti a Melfi è durissimo. La spaccatura fra Fiom, spalleggiata dalla Cgil, e gli altri sindacati è netta. Che al dibattito alla Festa di Torino potessero nascere contestazioni era quanto meno probabile. Eppure, ed è la prima incongruenza, polizia e carabinieri si tengono a debita distanza dalla tensostruttura che ospita la manifestazione. Dentro si notano un po’ di militanti cislini e un servizio d’ordine a dir poco blando. Si dirà: la Festa è aperta a tutti. Certo, ma fra militarizzazione e liberi tutti esisterà pure una via di mezzo. Quando sul palco salgono Letta e Bonanni la sala è piena. Sul fondo si nota un gruppo di giovani. Sono seduti, composti e in silenzio, da almeno mezz’ora. Il moderatore Dario Di Vico, giornalista del Corriere della Sera, dà la parola a Bonanni. Il segretario della Cisl non riesce, però, a proferire parola. Come un sol uomo i giovani in fondo alla sala scattano in piedi urlando ‘Buffone, buffone’ e ‘Vergogna’. Dall’esterno un’altra cinquantina di voci si unisce al coro con fischietti e raffiche di insulti. Chi sono? Autonomi del centro sociale Askatasuna, precari, studenti, qualche Cobas, un gruppo di ragazzi con la maglietta rossa pro-Pomigliano. Sulla testa delle centinaia di persone che avrebbero voluto assistere al dibattito piovono finte banconote da 50 euro con il faccione sorridente di Bonanni. Banconota riprodotta anche su uno striscione che come d’incanto viene srotolato nel corridoio centrale che porta al palco. Lo sconcerto è totale. In sala nessuno sembra in grado di reagire. Sul palco non sanno che fare. Letta urla ‘Voi non avete niente a che fare con la democrazia. Siete antidemocratici’. Si sgola, il dirigente del pd, ‘Fuori i violenti da questa sala’, ma non succede nulla”.

“Sono attimi interminabili. I contestatori puntano il corridoio centrale e srotolano un lenzuolo con la scritta ‘Marchionne comanda, Bonanni ubbidisce’. La folla oscilla, i pochi militanti della Cisl e gli uomini del servizio d’ordine vacillano. Partono schiaffoni e qualche pugno, volano le prime sedie. Tutti urlano. Fuori un tenente dei carabinieri osserva serafico il parapiglia parlando con un sottoposto. Poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa rimangono ai margini. Poi si accendono i primi fumogeni. Una ragazza avanza verso il palco e ne lancia uno contro Bonanni. Il candelotto sprizza scintille, sfiora teste e braccia e per un attimo che pare eterno sembra zittire ogni voce. Come se la sala profanata trattenesse tutta il respiro. Il leader della Cisl colpito di striscio e con il giubbotto bruciacchiato viene trascinato fuori dalla scorta. Le urla riprendono, un militante Cisl schiumante di rabbia fa roteare una sedia sulla testa degli autonomi. Finalmente compare la polizia. Qualcuno applaude: ‘Era ora, ma che cosa aspettavano a intervenire?’. Partono le manganellate, gli agenti premono e i contestatori allentano la presa. Riescono comunque a occupare per oltre mezz’ora un lato della sala, con sottofondo ininterrotto di fischietti, fronteggiati dai poliziotti schierati. Alla fine restano le polemiche. Letta accusa la Questura di aver sottovalutato colpevolmente la situazione: ‘Solo per un caso non si sono avute conseguenze drammatiche’. Resta il fatto che il Pd si trova di fronte al terzo episodio di intolleranza dopo quelli contro Franco Marini e Renato Schifani. E il non riuscire a garantire l’agibilità dei dibattiti in casa propria diventa inevitabilmente un problema politico”. (red)

 

12. Festa Pd, Bonanni: Fuoco su giubbotto, potevano rovinarmi

Roma - “La voce, al telefono, non è quella di sempre. Tradisce invece una nota d’incertezza, come di chi è ancora sotto shock. È passata una mezz’ora da quando il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ha dovuto abbandonare il palco della festa del Pd a Torino in seguito all’aggressione organizzata di un gruppo di giovani. ‘Vuole sapere che è successo? Che dei delinquenti dei centri sociali hanno imposto il silenzio rispetto al dibattito e alla democrazia, questo è successo’, racconta con amarezza Bonanni. ‘Saranno stati una trentina. Per fortuna c’erano i cislini, i miei militanti, che li hanno contenuti, perché loro miravano a salire sul palco e a fare violenza’. Che comunque – scrive il CORRIERE DELLA SERA - c’è stata. ‘Mi hanno tirato addosso un candelotto acceso, che mi ha colpito sul fianco e ha incendiato il giubbotto che indossavo. Se mi avessero preso in faccia o sui capelli mi avrebbero rovinato’, continua il leader della Cisl. Non c’è rabbia nelle sue parole, ma molta preoccupazione. E ancora di più tra i suoi più stretti collaboratori. Uno dei quali confida: ‘Ti assicuro che si è sfiorata la tragedia. Se l’avessero preso in faccia l’avrebbero accecato. Io avevo cercato di portarlo via, ma lui niente: è rimasto lì, fino a quando non è stato centrato dal bengala e il giubbotto sintetico ha preso fuoco’.Se non l’aggressione fisica, la contestazione anche dura era prevedibile. Non è un mistero che certe formazioni dell’estrema sinistra sociale e politica considerino Bonanni un ‘nemico’, un ‘venduto’ ai ‘padroni’. Non è un mistero che il leader della Cisl, come altri protagonisti delle relazioni industriali, sia costretto a muoversi da anni sotto scorta. Eppure, dice Bonanni, ‘la polizia non c’era o se c’era non me ne sono accorto’. Era questa che doveva intervenire, non tanto il servizio d’ordine del Pd, osserva il sindacalista, perché lui è stato vittima ‘non di una contestazione politica ma di un’aggressione personale’. E in questo senso ‘è stato un caso diverso da quello capitato al presidente del Senato’, Renato Schifani, qualche giorno fa, sempre alla festa del Pd a Torino. ‘Questi non erano venuti per fischiare e dire parolacce. È stata invece un’azione organizzata a tavolino dai centri sociali col preciso scopo di menare le mani e tirare candelotti. Non si è trattato neppure di una violenza politica, ma di una violenza e basta, come quella che si può esprimere in uno stadio come in piazza. Per fortuna che i miei li hanno fermati. Certo la polizia, che li conosce uno ad uno, doveva pensarci che una cosa del genere poteva succedere’”.

“E adesso? ‘Si va avanti — risponde Bonanni —. Purtroppo quando il linguaggio si incrudisce non viene niente di buono. Ecco perché io consiglio sempre di essere più cauti, di abbassare i toni. Se invece si spara ad alzo zero con le parole poi c’è chi è subito pronto a fare il passo successivo e a precipitare nella violenza. Fino ad arrivare a fatti gravissimi come quelli che troppe volte nella storia del nostro Paese abbiamo dovuto subire. Se uno lancia ingiurie contro qualcun altro dicendo che è un venduto o un traditore dei lavoratori, presta argomenti ai violenti, fino agli assassini’. Non va oltre il segretario della Cisl. Non se la prende con qualcuno in particolare, quasi a voler dimostrare che lui i toni non li alza. Ma è chiaro che pensa anche a frange sindacali estremiste. ‘Con persone come quelle che mi hanno aggredito oggi non si può parlare. Chi fa queste scelte ha superato il dosso della dialettica e del confronto politico, vuole solo menare le mani’, dice Bonanni. Che considera il Pd vittima anch’esso dei violenti. ‘Loro non hanno nulla a che fare con i centri sociali, esattamente come noi della Cisl’. Tra le prime delle moltissime telefonate di solidarietà che ha ricevuto c’è stata proprio quella del leader del Pd, Pier Luigi Bersani, e la cosa gli ha fatto indubbiamente piacere. Per il resto Bonanni si augura che il partito rinunci a ogni tentazione di alleanza con formazioni dell’estrema sinistra che invece con i centri sociali hanno rapporti: ‘Sarebbe un suicidio, ma non mi pare che nel Pd ci sia questa vocazione. O almeno lo spero’”. (red)

 

13. Festa Pd, scontro sull'ordine pubblico

Roma - “‘Dicono che siamo rimasti a guardare? Ah sì? Ora le spiego com’è andata sabato scorso: prima che arrivasse Schifani, volevano addirittura che non montassimo le transenne per tenere alla larga chi aveva annunciato la contestazione’. Sette di sera, un funzionario della Digos di Torino osserva alcuni organizzatori della Festa democratica e scuote la testa. Poco distante, al primo piano della Prefettura, i responsabili del Pd sono a rapporto dal prefetto Di Pace e dal questore Faraoni. Il chiarimento – scrive LA STAMPA – dura più di mezz’ora. C’è una polemica da smorzare. Ci sono dettagli da rivedere. L’ordine del questore è chiaro: d’ora in poi si fa come diciamo noi, se sarà necessario si provvederà a filtrare la gente agli ingressi dell’area dibattiti. La tensione è alta: per il presidente del Senato erano stati fischi e insulti; stavolta un bengala ha sfiorato il segretario della Cisl Bonanni, sono volati pugni, calci, sedie, sgabelli; ci sono due poliziotti feriti e alcuni contusi tra i militanti. L’affondo del vice segretario del Pd Enrico Letta non aiuta: ‘Mi spiace, con il massimo rispetto per le forze di polizia oggi l’ordine pubblico non è stato garantito. Per un’ora la festa è stata ostaggio dei violenti. Perché tornasse la calma si è dovuto aspettare che se ne andassero da soli’. Accuse che ai responsabili dell’ordine pubblico non vanno giù. Non sono le uniche. Gioacchino Cuntrò, segretario dei democratici torinesi, dice di essere stato avvisato solo mezz’ora prima dell’inizio del dibattito: ‘Hanno chiamato dicendo che una decina di persone all’interno della sala avrebbe potuto creare problemi. Noi abbiamo chiesto di tenerli d’occhio’. Lino Paganelli, responsabile organizzativo della Festa, rincara la dose: ‘L’attività di prevenzione spetta alle forze dell’ordine e mi auguro che d’ora in poi sia gestita con più attenzione’”.

“La versione che filtra dalla Questura è ben diversa, per tempi e dimensioni della contestazione. ‘Gli organizzatori sono stati allertati un’ora prima del dibattito’, precisa il questore. ‘E a loro è stato spiegato che i contestatori sarebbero stati una quarantina. Dall’inizio della festa ci è stato chiesto un servizio “morbido”. Forse Letta è stato un po’ precipitoso. Forse non sapeva quali erano le richieste del Pd’. Il grande cortocircuito arriva al culmine di dieci giorni di tensione strisciante: da una parte le forze dell’ordine, a suggerire maggiori misure di sicurezza; dall’altra il Pd, a chiedere che la piazza non venga militarizzata. ‘La festa è aperta a tutti e tale resterà’, dice Paganelli. ‘Il nostro servizio d’ordine non deve fare pubblica sicurezza; sono altri a dover garantire l’incolumità delle persone’, ribadisce Cuntrò. Lo ripete anche in Prefettura, ma la replica è secca: si punta il dito sull’inefficienza del servizio d’ordine e sulle pressanti richieste degli organizzatori di evitare schieramenti di uomini in divisa. ‘Se c’è stato qualche buco nella sicurezza è stato nell’organizzazione’, spiega il questore. ‘Nei giorni scorsi abbiamo addirittura incontrato obiezioni sul posizionamento delle transenne’. Da ieri non più: il bengala che ha colpito Bonanni produrrà un drastico cambio di registro”. (red)

 

 

14. Sviluppo economico, Berlusconi insiste su Romani

Roma - “È un fatto ‘gravissimo’, ‘un favore’ a Mediaset da parte del futuro ‘ministro della famiglia Berlusconi’. Piovono le polemiche su Paolo Romani – scrive LA REPUBBLICA – probabile successore di Claudio Scajola allo Sviluppo economico, che da viceministro alle Comunicazioni ha concesso a Mediaset di anticipare l’uso delle migliori frequenze del digitale terrestre ben prima dello svolgimento della gara pubblica per la loro assegnazione. Opposizione unita - dall’Idv all’Udc, passando per il Pd - nel condannare l’operato di Romani svelato ieri da Repubblica. Dal canto suo il viceministro si è difeso tramite un comunicato del dicastero attualmente guidato ad interim dallo stesso premier Berlusconi: ‘Nessun regalo a Mediaset, ma un provvedimento assolutamente legittimo finalizzato a consentire la sperimentazione a beneficio dell’utenza e a proteggere da possibili occupazioni abusive un patrimonio di risorse frequenziali attualmente inutilizzato’. Per l’opposizione le cose non stanno così e scatta la denuncia di una mossa che avvantaggia dal punto di vista tecnico Mediaset rispetto alla concorrenza. Risponde il ministero parlando di autorizzazione ‘già concessa ad altri soggetti (Rai) ed eventualmente ottenibile da chiunque’. E Telecom Italia Media subito annuncia che chiederà ‘l’accesso agli atti’ per valutare la scelta di Via Veneto. Intanto fonti governative raccontano la determinazione di Berlusconi di portare avanti la candidatura di Romani allo Sviluppo economico, convinto di poter piegare i dubbi su questa nomina da parte del Colle, che da luglio preme per la nomina di un ministro dopo oltre quattro mesi di vuoto. Secondo indiscrezioni la promozione a ministro di Romani dovrebbe avvenire a breve, con il premier che potrebbe salire al Quirinale oggi o nei prossimi giorni (domani e sabato Berlusconi sarà in visita in Russia). Ma l’opposizione incalza. Paolo Gentiloni (Pd) parla di ‘grave regalo’ a Mediaset che da Romani ha ricevuto ‘un nuovo canale digitale che arricchisce la sua offerta in Hd’. E ancora l’ex ministro del governo Prodi si chiede retoricamente: ‘Non sarà che Romani ha già concesso a Mediaset di accaparrarsi il canale migliore’ tra quelli che verranno assegnati con la gara tra i diversi operatori? Per l’Idv, invece, la vicenda spiega il perché ‘Berlusconi non vuole dimettersi da premier e continua a tenersi il ministero dello Sviluppo economico che vuole cedere solo al fido Romani’. E Leoluca Orlando, portavoce del partito di Antonio Di Pietro, descrive Romani come ‘già socio di Berlusconi ed ex editore’ che quando arriverà alla guida del ministero di Via Veneto dovrebbe ricevere ‘il nome più appropriato di ministero dello Sviluppo di Mediaset’. Anche l’Udc, con Roberto Rao, parla di ‘aspetti controversi’ e chiede di fare chiarezza sulla vicenda”. (red)

 

15. Sakineh, l’Iran frena: "Lapidazione sospesa"

Roma - “‘Il verdetto riguardante le relazioni extraconiugali’ di Sakineh Mohammadi Ashtiani ‘è stato bloccato ed è in fase di revisione’, ha dichiarato ieri alla tv iraniana Press Tv il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehmanparast. È la prima volta – scrive il CORRIERE DELLA SERA – che nella Repubblica Islamica un’autorità di tale livello conferma, personalmente e ufficialmente, quanto era trapelato a inizio luglio da fonti giudiziarie: lapidazione sospesa per la prigioniera comune che sta sollevando nel mondo più critiche all’Iran del suo programma atomico. Le reazioni sono state in genere positive: dai ministri Frattini e Carfagna, in prima fila in Italia nella campagna per salvare Sakineh, alla Commissione e al Parlamento europei (ieri a Strasburgo si è tenuta anche una fiaccolata), moltissime voci hanno sottolineato il ‘segnale di ragionevolezza’ arrivato finalmente da Teheran e il successo del pressing mondiale. ‘È una novità importante che il regime, solo perché spinto dalla pressione internazionale, si sia piegato a fornire elementi sulla sorte di Sakineh: di solito non dà nemmeno il nome dei giustiziati, solo le iniziali — ha commentato ieri Mahmud Moghaddam di Iran Human Rights —. Ma non dobbiamo mai fidarci: sospensione non significa annullamento, per il quale occorre la grazia della Guida Suprema Ali Khamenei. E il periodo non è stato chiarito: nel 2007, due settimane dopo aver sospeso due esecuzioni, uno dei condannati è stato giustiziato’. Cautela anche da parte del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, capofila a Parigi della campagna in cui è impegnato quotidianamente: ‘Non è che un inizio molto timido — ha scritto sul suo sito, dove l’appello per Sakineh ha raggiunto le 100 mila firme —. La lotta non è ancora vinta e bisogna ottenere che questo riesame del dossier si traduca nella grazia e nella liberazione’. O che almeno ci sia ora un atto formale della magistratura sulla sospensione della condanna: l’avvocato di Sakineh, Javid Houtan Kian, ancora ieri sera dichiarava di ‘non saperne niente’.C’è un altro elemento che preoccupa chi segue da vicino e da mesi il caso di Sakineh, a partire dai due comitati per l’abolizione delle pene capitali e delle lapidazioni. Il fatto che Mehmanparast abbia sì confermato la sospensione della lapidazione ma abbia aggiunto che su un’altra accusa, complicità nell’omicidio del marito, ‘le indagini stanno proseguendo per arrivare al verdetto definitivo’. Se per l’omicidio il rischio è la morte pe r i mpiccagi o ne, l a complicità può portare a 15 anni di carcere, in condizioni immaginabili. ‘Sakineh era già stata prosciolta nel 2006 da questa accusa che ora torna fuori, il regime crea confusione per guadagnare tempo e reprimere. Sappiamo che lei è innocente e fino a quando non sarà libera non possiamo parlare di vittoria’, dice dalla Svezia l’esule iraniano Ahmad Fatemi, portavoce dei due comitati. ‘Non capisco perché tanti siano già ora così contenti: sappiamo per certo che è stata nuovamente frustata, non è vero quanto è stato dichiarato ieri da un parlamentare iraniano che la prigioniera "sta bene e non è mai stata maltrattata", temiamo che anche i figli e Kian, se dovesse calare la pressione internazionale, possano finire male. Il regime è spietato, nessuno lo deve dimenticare’”. (red)

 

16. Marea nera, la Bp scarica le colpe

Roma - “Valvole difettose, un tipo di cemento non idoneo, errori nell’interpretazione dei test e un ritardo di ben quaranta minuti nel lanciare l’allarme: secondo il primo rapporto della BP sull’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che il 20 aprile scorso uccise undici tecnici e provocò il più grande disastro ecologico della storia americana, ‘la tragedia non ha avuto una sola causa, ma è stata determinata da una serie di fattori concomitanti’. E le maggiori responsabilità – spiega LA REPUBBLICA – non sarebbero della BP, ma delle due maggiori ditte appaltatrici: la Transeocean, proprietaria della piattaforma, e la Halliburton, che eseguì i lavori di cementificazione del pozzo a più di 1500 metri sotto il livello del mare. Lungo 193 pagine, redatto da una cinquantina di esperti della BP sotto la guida di Mark Bly, responsabile per la sicurezza del colosso petrolifero, il rapporto è stato presentato ieri a Washington. Wall Street ha subito premiato le quotazioni del gruppo, grazie anche a una "promozione" dell’agenzia di rating Fitch. Ma le reazioni politiche e degli ex partner della BP sono state di segno diverso. ‘La BP fa a scaricabarili, cercando di nascondere l’elemento centrale dell’incidente, che resta la pessima progettazione del pozzo da parte dei suoi tecnici’, ha fatto sapere in un comunicato la Transocean, accusando anche la società britannica di una serie di scorciatoie che fecero abbassare i costi del pozzo e aumentare i rischi. Il presidente della sotto-commissione parlamentare d’indagine sul disastro, Ed Markey, ha ironizzato sull’assenza di qualsiasi "mea culpa". ‘Delle otto cause citate dal documento - ha osservato il deputato democratico - la BP se ne assume la responsabilità solo per mezza’. Il rapporto non è certo conclusivo: oltre all’indagine del ministero della giustizia per decidere su eventuali azioni civili e penali, sono in corso altre inchieste da parte della guardia costiera, del dipartimento delle estrazioni minerarie e delle aziende appaltatrici. Del resto gli studi non sono ancora completi: è appena giunta nei laboratori della Nasa, dopo essere stata recuperata in fondo al mare, una delle valvole che avrebbe dovuto bloccare automaticamente la fuoriuscita di petrolio e che invece non ha funzionato. Con il risultato che in 87 giorni, cioè fino a quando la falla non è stata neutralizzata, sono usciti 4,9 milioni di barili di petrolio che hanno inquinato il Golfo del Messico e ne hanno mutato gli equilibri ambientali. Le 193 pagine della BP servono tuttavia a capire la strategia giudiziaria e di pubbliche relazioni che il colosso intende seguire nei prossimi mesi (e anni) per minimizzare i contraccolpi dell’incidente. Da un lato cercherà di coinvolgere nelle azioni legali anche le due società appaltatrici, nella speranza di non accollarsi miliardi di dollari di risarcimenti e multe, in aggiunta a quelli già versati; da un altro lato moltiplicherà le iniziative per apparire diligente, sensibile ai danni causati e pronta a meglio attrezzarsi per il futuro. ‘Siamo rammaricati per l’accaduto’, ha ripetuto ieri Bob Dudley, che sta per sostituire Tony Hayward alla testa del gruppo. ‘Vogliamo migliorare la sicurezza delle nostre operazioni e investiremo i mezzi necessari a questo scopo’. E il rapporto elenca venticinque misure per evitare il ripetersi di incidenti analoghi, a cominciare da una maggiore supervisione dei contrattisti”. (red)

 

 

17. Unicredit per i libici si affida a Rampl

Roma - “È tregua armata in Unicredit sulla questione Libia. Il confronto serrato, a tratti anche duro, tra i soci e l’amministratore delegato Alessandro Profumo sull’operazione che ha portato gli investitori pubblici di Tripoli in posizione di forza nel gruppo bancario, si è risolto per ora con la più classica delle soluzioni pragmatiche. Il comitato governance, riunito ieri a Milano in seduta straordinaria, ha incaricato il presidente Dieter Rampl ‘di intraprendere tutti i necessari approfondimenti’ sulle possibili ricadute dell’aumento della partecipazione del fondo sovrano Lia, veicolo finanziario che fa capo al governo di Muammar Gheddafi. L’istruttoria condotta da Rampl – spiega REPUBBLICA – si evince da un breve comunicato diffuso al termine dell’incontro durato quasi tre ore, sarà quindi sottoposta al consiglio di amministrazione convocato per il 30 settembre e fornirà gli elementi necessari per poter rispondere alla Banca d’Italia. Subito a dopo il blitz libico, realizzato a fine luglio e comunicato ai primi di agosto, la Vigilanza ha acceso un faro sulle possibili ricadute nella governance di Unicredit. Il 2,07 per cento del capitale raccolto dalla Lia va infatti ad aggiungersi al 4,99 per cento già in mano a un altro veicolo del paese del Colonnello, la Central Bank of Libya. Il governatore di quest’ultima, Farhat Bengdara, è anche membro del consiglio della Lia. I legami assai evidenti tra le due istituzioni lasciano pensare a un abbozzo di scalata e al tentativo di aggirare il tetto statutario del 5 per cento al voto di ogni singolo socio. Ma su tutto pesa l’irritazione del presidente Rampl e di alcuni azionisti con Profumo, l’unico o uno dei pochi a sapere dell’operazione dei libici. ‘Ho rispettato le regole’, ha sostenuto l’amministratore delegato ieri con i rappresentanti dei soci, facendo presente di essere tenuto alla riservatezza. Alla vigilia del Comitato, il manager aveva già chiarito di non aver comunque sollecitato lui gli acquisti di Tripoli ma di considerare gli investitori arabi al pari degli altri e di non aspettarsi richieste di posti in consiglio. Argomenti che paiono aver convinto solo a metà, ma non è chiaro se il malumore degli azionisti nei confronti di Profumo sia davvero originato dalla vicenda libica o se non sia in atto un nuovo tentativo di limitare il margine di manovra di un banchiere che si è sempre mosso in grande autonomia. Il primo round lo si era visto la scorsa primavera, con la richiesta dei soci di nominare un direttore generale con poteri a capo della Banca Unica. Alla fine il compromesso fu raggiunto sull’introduzione del country chairman. Ma ancora aperta c’è tra le altre, e soprattutto per le fondazioni, la questione dei dividendi. Dopo dieci anni con il vento in poppa e ricche soddisfazioni per il territorio, la crisi ha drasticamente ridotto le cedole e richiesto le maxi iniezioni di capitali del dopo-Lehman. Completamente diverso è il tema del confronto tra Rampl e Profumo, un binomio professionale messo alla prova davvero dal caso Libia. Per il presidente bavarese si tratta di un test per misurare l’indipendenza della prima banca paneuropea e la tenuta della sua governance. Nella comunità finanziaria sono circolate a più riprese voci di un contrasto divenuto insanabile dopo la mancata comunicazione di Profumo a Rampl sull’investimento libico. Ma per dirla con Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Bds, ‘chi si aspettava veder correre il sangue è andato deluso’”. (red)

 

18. Crisi, Fmi: ripresa troppo lenta in Italia

Roma - “In Italia la ripresa fatica a decollare. Il Fondo monetario internazionale – scrive LA EPUBBLICA – la prospetta ‘più lenta’ di Francia e Germania. Per quest’anno il Pil atteso è dello 0,9 per cento; nel 2011 l’1 per cento appena, corretto anche al ribasso. Il governo prevede rispettivamente 1 per cento e 1,5 per cento. Sull’attività economica del paese pesa un ‘persistente problema di competitività’, peraltro denunciato a più riprese da tutte le autorità competenti. Come sempre, prima degli incontri annuali di Washington, in programma a inizio ottobre, dal Fmi filtrano le prime indicazioni sullo stato di salute dell’economia mondiale che, nel complesso, ‘resta fragile’, con ‘elevati’ rischi al ribasso, sempre trainata dai paesi emergenti e piegata dal dramma della disoccupazione: 9,6 per cento negli Usa, 10,1 per cento nella media dell’area euro, 8,7 per cento in Italia. Nel raffronto con i principali partner Ue, il dato sui senza lavoro italiani è superiore a quello della Germania (7,3 per cento) ma inferiore alla Francia (10 per cento) e alla Spagna (19,3 per cento), che continua a detenere questo triste primato. In Europa in particolare la strada della ripresa è ‘accidentata’ e con ogni probabilità resterà ancora ‘moderata e irregolare’: 1,1 per cento il dato medio del Pil per quest’anno, 1,3 per cento il prossimo. Ecco, in questo contesto, il cammino dell’economia nazionale appare agli occhi del Fmi lento, frenato dal cronico deficit di competitività del paese che ‘limita lo spazio per la crescita dell’export’; il consolidamento fiscale ‘indebolisce la domanda privata’. Una ‘ripresa moderata’ è ipotizzata per l’economia tedesca che quest’anno crescerà dell’1,6 per cento, un rialzo sulle stime iniziali. Giusto ieri però è stato comunicato il brusco, inatteso calo dell’export del paese a luglio (-1,5 per cento); il governatore Weber tuttavia ha assicurato di non condividere i timori di una doppia recessione. ‘Modesta’ la crescita ipotizzata dal Fmi per la Francia (più 1,5 per cento), anch’essa al rialzo. Per la Spagna la stima 2010 rimane a meno 0,4 per cento. Nero il dato greco: meno 4 per cento, in linea con il ribasso del 3,4 per cento del Pil nel secondo trimestre comunicato ieri dalle autorità. In Europa restano ‘differenze pronunciate’ già rilevate dal Fmi e connesse con le condizioni dei bilanci pubblici. Proprio per via di queste differenze, il Portogallo è riuscito ieri a piazzare bond per oltre un miliardo di euro, ma a tassi in rialzo (4-6 per cento). L’Italia ha collocato dei global bond da 2 miliardi di dollari con rendimento 2,215 per cento. In Spagna Zapatero ha confermato il congelamento delle pensioni anche per il 2011. Per il domani, il Fondo raccomanda ai governi di mettere in campo misure mirate. Tra queste l’accelerazione della riforma della finanza, indispensabile per ridare vigore alla domanda privata. Prioritario è l’avvio del consolidamento dei bilanci pubblici già a partire dal prossimo anno. Le nuove stime del Fondo monetario arrivano nel giorno in cui le Borse europee tornano sui massimi degli ultimi quattro mesi (Milano più 0,91 per cento). A Tokyo i listini perdono il 2,41 per cento, il dollaro tocca nuovi minimi sullo yen e la Banca del Giappone si dice pronta a intervenire. Negli Usa, scendono le richieste di mutui”. (red)

 

 

19. Obama: meno tasse a classi medie, basta sgravi per ricchi

Roma - “‘Non farò altri 700 miliardi di debiti per regalare riduzioni d’imposta ai milionari e ai miliardari’. Barack Obama sceglie la cittadina di Parma, sobborgo operaio di Cleveland nell’Ohio, per una sterzata a sinistra che dà il tono della nuova strategia elettorale. ‘Questa è la scelta davanti a noi – dice il presidente in un comizio dai toni batteglieri – se vogliamo tornare alle politiche fallimentari del passato, rassegnarci a un lento declino, oppure rilanciare l’economia e sostenere le classi lavoratrici’. Obama – scrive Federico Rampini sulla REPUBBLICA – rompe gli indugi su una scelta chiave che va fatta entro la fine di quest’anno: prorogare, oppure lasciar decadere, le riduzioni di aliquote per l’imposta sui redditi che furono varate da George Bush. Per i repubblicani qualsiasi aumento d’imposta è tabù. Gli stessi democratici fino a ieri erano divisi sul da farsi. ‘La vecchia strada – dice Obama – vuol dire meno tasse sui ricchi, meno regole per i potentati economici, e anche meno investimenti sul futuro: nella scuola, nella ricerca, nelle energie rinnovabili’. In concreto, entro dicembre Obama vuole che l’aliquota marginale sui redditi più elevati – oltre 200.000 dollari annui per un single, oltre 250.000 lordi per un nucleo familiare – risalga dall’attuale 35 per cento al 39,6 per cento. ‘È lo stesso livello di prelievo – ricorda – che esisteva sotto l’Amministrazione Clinton, in un’epoca di forte crescita economica, in cui furono creati 22 milioni di posti di lavoro, e i conti pubblici erano in attivo’. Sulla crescita in effetti si gioca il verdetto elettorale di novembre. Il presidente ammette che il ritmo della ripresa ‘è dolorosamente lento’, e con un mercato del lavoro depresso ‘gli americani sono frustrati, insoddisfatti, preoccupati per il futuro’. La sua popolarità è crollata ai minimi, negli ultimi sondaggi fino al 60 per cento degli americani ritiene che il paese "è sulla strada sbagliata". Le elezioni legislative di mid-term rischiano di essere un’avanzata trionfale per la destra repubblicana, che capitalizza lo scontento per l’alta disoccupazione (9,6 per cento della forza lavoro) e la paura dei deficit pubblici. Ma anziché lasciarsi logorare dal populismo di destra Obama indica ai suoi un’altra strada: tentare una controffensiva sfoderando un populismo di sinistra, l’attacco alle lobby di Wall Street, ai milionari e miliardari che sotto due mandati di George W. Bush hanno visto calare sostanziosamente la pressione fiscale. ‘A loro i repubblicani vorrebbero donare un taglio d’imposte di 100.000 dollari a testa, questa è la filosofia che ci ha portati al disastro economico’, lancia Obama. Precisa: ‘Gli sgravi fiscali che scadono a fine anno riguardano solo il 2 per cento della popolazione, mentre io penso al futuro della middle class’. Beneficiari della sua politica dovrebbero essere la maggioranza degli americani, quel vasto ceto medio che in questo paese include anche i colletti blu. Non a caso un messaggio affidato a Cleveland, Ohio, nel cuore della vecchia America industriale stremata da una recessione che sembra ancora in corso. Una "growth recession", così l’economista Nouriel Roubini definisce la fase attuale: il Pil in effetti ha ripreso a crescere (da tre trimestri) ma la velocità dello sviluppo si è affievolita a tal punto (solo 1,6 per cento nell’ultimo trimestre) che sembra di essere ancora in recessione, per l’impatto sociale sull’occupazione e il reddito da lavoro. Obama sa che mancano le condizioni politiche per un secondo "pacchetto di stimolo", non può riproporre al Congresso una maximanovra di spesa pubblica come quella varata nel gennaio 2009. Tanto più che quella iniezione di spesa pubblica pari a 800 miliardi di dollari non ha dato gli effetti sperati. Molti elettori moderati e indipendenti che lo votarono nel 2008 oggi gli voltano le spalle perché delusi da tanto deficit per così poco risultato. Obama quindi ci riprova con misure più mirate e di dimensioni più limitate: 180 miliardi di dollari di nuove spese che vuole far passare al Congresso entro la fine dell’anno. Lì dentro ci sono crediti d’imposta per gli investimenti nella ricerca, ammortamenti accelerati, e 50 miliardi di investimenti nelle infrastrutture (a cominciare dall’alta velocità). In quest’ultimo settore la capacità di spesa dovrebbe essere amplificata dalla creazione di una banca per gli investimenti in infrastrutture: una proposta a lungo caldeggiata dalla sinistra del suo partito, sia per gli effetti di tipo keynesiano a sostegno della crescita, sia perché le infrastrutture sono al collasso e il loro degrado minaccia la competitività nei confronti della Cina. La svolta a sinistra di Obama giungerà in tempo per cambiare le dinamiche della competizione elettorale? I repubblicani insistono sulle loro obiezioni: alzare le tasse sui ricchi significa anche colpire tanti piccoli imprenditori, scoraggiandoli dal fare nuove assunzioni. ‘Incentivare gli investimenti sembra bello – dice Charles Grassley, il più importante repubblicano nella commissione Finanze del Senato – ma se il prezzo da pagare è un aumento della pressione fiscale, non ci siamo proprio’. Al Senato i repubblicani hanno i numeri per fare ostruzionismo. Potrebbe mancare il tempo per far passare il nuovo pacchetto da 180 miliardi prima delle elezioni di novembre. Intanto però Obama ha dato la linea al suo partito: se c’è una speranza di ridurre le perdite di seggi, va cercata accusando i repubblicani di essere il partito del privilegio fiscale per una minoranza agiata”. (red)

Grecia secondo estratto (a usura)

Il nucleare in Iran, tra sanzioni e business