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L'ETA annuncia il cessate il fuoco

Gli indipendentisti baschi la presentano come una scelta definitiva, ma le reazioni del governo spagnolo restano tiepide. Nel timore che di definitivo non ci sia proprio nulla

di Marco Giorgerini

L'ETA ha scelto la via legalitaria. Più che una novità è la riconferma di quanto aveva annunciato nel settembre scorso: sospendere la lotta armata e aprire il dialogo con la comunità internazionale. Nel comunicato che il gruppo indipendentista basco ha diffuso ieri attraverso il quotidiano Gara si annuncia un cessate il fuoco «permanente, generale e verificabile a livello internazionale». Si aggiunge anche che è stato avviato un «procedimento definitivo» che si concluderà inevitabilmente con la «fine del confronto armato», senza dimenticare la necessità di risolvere democraticamente un conflitto che si trascina da almeno cinquant'anni. Non si menzionano possibili soluzioni, ma quando l'ETA parla di «volontà del popolo basco come massimo punto di riferimento» pare riferirsi allo strumento del referendum. 

Da oltre un anno e mezzo non si hanno attentati di matrice basca sul suolo spagnolo e, stando al video diffuso in autunno dal gruppo terroristico, i vertici avrebbero scelto il dialogo già da molto tempo. Se la sostanza delle dichiarazioni è più o meno la solita, anche le reazioni al comunicato di ieri sono le stesse che si ebbero in occasione di quello precedente. Tutte nel solco dello scetticismo, sottolineano l'inopportunità di fidarsi troppo delle parole del gruppo armato che, in ogni caso, sono «al di sotto delle aspettative». Ad aprire il coro dei delusi è stato il ministro dell'Interno Alfredo Perez Rubalcaba, che ha dichiarato: «Non è una cattiva notizia ma non è la notizia». Subito dopo ha aggiunto: «Se mi chiedete se sono più tranquillo, direi di sì. Se mi chiedete se questa è la fine dell'Eta, la risposta è no». Anche esponenti del governo basco a guida socialista si aspettavano qualcosa di più. 

Insomma, i toni concilianti e il dare carta bianca agli osservatori internazionali non bastano. Dal Palazzo della Moncloa fanno sapere che dai terroristi bisogna esigere la fine immediata della lotta armata e non ascoltare nessuna loro richiesta. Non si tratta con l'ETA, e anzi c'è chi oltre a negare ogni contropartita auspica il completo scioglimento dell'organizzazione. È il caso del segretario generale del principale partito di opposizione, Maria Dolores de Cospedal. 

Tornando al comunicato di ieri, molti sospettano che sia stato Arnaldo Otegi, leader del partito Batasuna – braccio politico dell'organizzazione clandestina – a dettare la linea. In effetti ha mostrato di avere in mente un disegno preciso nell'intervista che ha rilasciato al Wall Street Journal una quindicina di giorni fa. Ribadendo l'estraneità del suo movimento a ogni forma di violenza, ha parlato di «sviluppi futuri». Forse quelle parole celavano la volontà di svincolarsi dagli indipendentisti che ricorrono ad azioni militari e che finora hanno messo in ombra i molti che perseguono lo stesso fine ma disapprovano l'uso delle armi. O forse lasciavano intendere soltanto la nuova presa di posizione del gruppo resa nota ieri. 

Sta di fatto che chi si prefigge l'indipendenza di Euskadi (Paesi Baschi) si trova tra due fuochi. La condanna della violenza da parte della Spagna e della comunità internazionale da una parte, e il rifiuto che Madrid oppone al referendum dall'altra. Rifiuto che non viene da Zapatero come non veniva da Aznar: è la costituzione spagnola a respingere esplicitamente il diritto all'autodeterminazione. Le due regioni in cui il paese iberico è stato diviso non hanno un potere legislativo proprio. Dopo la morte di Franco alcune istanze di autonomia sono state riconosciute alle province basche, ma rimane loro negata la possibilità di decidere il proprio destino nazionale. È autonomo il corpo della polizia così come sono autonome le scelte in materia fiscale; la lingua basca viene insegnata nelle scuole pubbliche e la Comunidad Autonoma ha potuto erogare consistenti finanziamenti alle università basche. Tuttavia chi denuncia limiti di democrazia può fare leva su elementi innegabili come la messa al bando del partito Batasuna o la chiusura di giornali che rivendicano la loro visione autonomista. 

Pur condannando le bombe e gli attentati, la maggioranza dei baschi desidera l'autonomia. Basti pensare che nel paese soltanto il 31 per cento dei votanti approvò la costituzione spagnola del 1978. Le formazioni nazionaliste promossero il boicottaggio, e il 56 per cento dell'elettorato lo mise in atto.

Marco Giorgerini

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