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Secondo i quotidiani del 11/01/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – Editoriale di Piero Ostellino: “Il Cavaliere e il Professore”. “Mirafiori, pronti ad andarcene’”. “Partite iva, l’alleanza del lavoro autonomo”. In un riquadro: “Elkann: il realismo contro il declino”. “Spintoni e insulti: si allarga il solco”. A centropagina: “Alemanno azzera la giunta: ‘Ho deciso, fase nuova’”. Fotocolor: “Un’altra donna ostaggio dell’Iran”. In un riquadro: “Berlusconi su Casini: un segnale positivo”. “Atto di responsabilità e scelte necessarie”. In basso: “Se la Caritas chiude agli immigrati”. In un riquadro: “Il Papa agli europei: l’educazione sessuale può minacciare la libertà religiosa”. “Bimbo di 20 giorni muore di stenti in Piazza Maggiore. Bologna sotto chock”

REPUBBLICA – “‘Se vince il no, la Fiat se ne va’”. “La nostra seconda vita custodita nei romanzi”. In un riquadro: “La regola del più forte”. “Gli operai ai cancelli; ‘Sì, ma a malincuore’”. Fotonotizia: “Neonato muore di freddo, dormiva in strada a Bologna”. A centropagina: “Alemanno azzera la giunta e vuole Bertolaso come vice”. “Un marziano a Roma”. “Il Cavaliere e la Consulta”. In basso: “‘Mollo tutto, torno tra un anno’, il sabbatico conquista gli anziani”. “Uomini e donne secondo Barney. Amore, turpiloquio e disincanto”. In un riquadro: “Tunisia, Ben Ali chiude le università: ‘Rivolta di terroristi’”. “Il Papa all’attacco: ‘L’educazione sessuale contro la fede’”.

LA STAMPA – “Tunisia nel caos, il governo chiude scuole e università”. “Il business made in Italy non ha paura”. A centropagina: “Fiat sale in Chrysler: è al 25 per cento. ‘Molte alternative a Mirafiori’”. Commento di Boris Biancheri: “In diplomazia vince sempre la comunicazione”. In un riquadro: “Se il calcio perde le coordinate”. A centropagina fotocolor: “Haiti, nel paese azzerato che non sa rinascere”. “Neonato ucciso dal gelo nel centro di Bologna”. In un riquadro: “Consumi fermi ai livelli del ‘99”. In basso: “Italia senza forza”.

IL GIORNALE – “Le carte segrete di Berlusconi”. Fotonotizia: “La svolta di Alemanno: giunta licenziata”. In un riquadro: “Cari ragazzi, basta retorica: datevi da fare”. “Consumi a picco? Per rilanciarli serve più libertà”. A centropagina: “Quel neonato morto di freddo nella dotta e ospitale Bologna”. In un riquadro: “Il Papa: ‘L’Occidente dimentica le sue feste’”. “La burocrazia a caccia dei colobrì del premier”. “L’arte della diplomazia”. “‘Abruzzo peso morto’. Borghezio sbaglia mira”. In basso: “Ora la donna sexy indossa la pancera”. In un riquadro: “Dimmi cosa leggi in metro e racconterò che faccia hai”.

IL TEMPO – Editoriale di Mario Sechi: “Scelta giusta ma sia la vera svolta”. “L’Alemmannaia”. “‘Se vince il No vado in Canada’”. E la Fiom si fa il suo partito”. A centropagina: “Rapina in banca con ostaggi”. Fotocolor: “Cicchitto: ‘Non c’è l’erede di Silvio’”. In basso: “Totti-Ranieri a muso duro”.

L’UNITA’ – Fotonotizia: “Pena Capitale”. “Marchionne aspetta il sì ma è pronto a traslocare”. A centropagina: “Muore a 20 giorni di freddo e stenti in pieno centro. Bologna sgomenta”.

LIBERO – “Perché lo vogliono morto”. Fotocolor: “Quell’ad detestato quanto Berlusconi”. A centropagina: “Fini va a sinistra: cittadinanza agli stranieri”. In un riquadro: “Santanchè vuol fare le scarpe al Cav”. In basso: “Il Corriere esalta la giornalista che gettò fango su Calabresi e Falcone”. “‘Abruzzo peso morto’. Borghezio spara. Ma un po’ fa centro”. In un riquadro: “La sinistra esporta il clima d’odio negli Usa”. “Nella ‘solidale’ Bologna il bebè muore in strada”.

IL MESAGGERO – “Alemanno azzera la giunta”. In un riquadro: “Fiat, Marchionne: Se vince il no andremo all’estero”. Fotocolor: “Totti pensa allo strappo: se non servo più pronto a lasciare la Roma”. “Facciamo i conti con la realtà”. “Il lavoro prima di tutto”. A centropagina: “Roma, rapina con ostaggi”. In un riquadro: “Neonato muore di freddo, dormiva in strada con i genitori”. “Derby di coppa, si rischia l’anticipo alle 15”. In basso: “Borghezio shock: Abruzzo peso morto”. “Il Papa: la libertà religiosa minacciata dall’educazione sessuale nelle scuole”.

IL FOGLIO – “Da Tunisi a Nuova Delhi è scoppiata la crisi del panino con la cipolla”. “Parole fra noi”. “Tra il Pdl e Casini c’è un Tremonti da scalare. Ma il Cav. ha un piano”. “Quel mezzo no di Casini scombina i piani di Bersani”. “Il dollaro in piazza”. “Sindacati sotto assedio”.

IL RIFORMISTA – Editoriale di Peppino Caldarola: “Se casini si ispira alla ‘non sfiducia’ di Andreotti”. “Ultimatum a Tremonti”. “Saluto romano”. A centropagina: “Marchionne minaccia il Canadà”. “Il Pd si interroga sui tatticismi di Pierferdy”. “La tela di Camusso per limitare i danni”. In un riquadro: “Così cambia il futuro di Obama”. “Terrorismo, il Quirinale contro il Giornale”. In basso: “Vince Messi, perde la Spagna”. In un riquadro: “La Giffords era odiata da destra e sinistra”.

IL SOLE 24 ORE – Editoriale di Raghuram Rajan: “Il lavoro scompare dentro le bolle”. “Fiat sale al 25 per cento di Chrysler”. In un riquadro: “In Tunisia colpito il sistema Ben Ali”. “Elkann: siamo interessati ai camion Volkswagen”. “nel 2010 vendite al top per i gruppi europei”. “La fabbrica torinese tra timori e incertezze”. A centropagina: “Trichet: Crescita ok. La Bce sostiene i bond portoghesi”. Fotocolor: “capitalismo a teatro. Da stasera al Piccolo”. In basso: “In corsia aumentano i rischi e la polizza si allontana”.

2. Fiat, Marchionne: Mirafiori? Ci sono tante alternative

Roma - “‘Paura per le minacce? No. Certo, non fa piacere. Ma non è una questione personale. È una vicenda che denota mancanza di civiltà. Un male per il Paese. Per l'Italia come per qualunque altro Paese. Noi, invece, speriamo che prevalgano comportamenti razionali’ . Al Salone di Detroit, l'amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, si presenta a sorpresa col presidente del Lingotto, John Elkann, e liquida subito la questione delle stelle a cinque punte e delle scritte ingiuriose comparse su alcuni muri di Torino – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Vuole parlare dei progressi della Chrysler, del referendum per Mirafiori del clima di ripresa che si respira in America nel settore dell'auto. Dopo aver convocato i giornalisti alle 7,45 del mattino di un'alba gelida e serena, li rimprovera scherzosamente per le domande critiche che gli rivolgono: ‘Ma avete proprio dormito male. Andate giù, nell'area espositiva e respirate il clima di fiducia che regna. E non me lo inquinate col vostro pessimismo’ . Battuta per battuta, ma Marchionne, quando trova il tempo di andare dal dentista? L'incisivo che gli manca al centro della bocca sta diventando un segno distintivo, come il pullover nero. Lui ride: ‘Ci vuole tempo. Una volta ci sono andato, dal dentista. Di notte’ . Il dente che gli duole, adesso, è quello della Fiom. Quel Landini col quale non c'è da dialogare: ‘Siamo in due mondi diversi, noi facciamo un discorso chiarissimo, parliamo di produrre auto in Italia, di massimizzare i modelli e l'occupazione, loro vogliono parlare d'altro, discorsi di lungo periodo, Chrysler, ideologia. Che differenza dal sindacato Usa. Con loro si discute, ma quando si fa un accordo, si va avanti, si passa ai fatti. E tutti lavorano in un'unica direzione. Poi, quando finirà la tregua, verrà il momento di rivendicare. Ma avendo prima creato ricchezza’”.

“Eppure la Fiom torna di continuo: ‘Come si fa a discutere con chi eccepisce su tutto. Anche sulla legittimità di un referendum per Mirafiori che è stato voluto dal mondo del lavoro. L'hanno indetto i sindacati ma per la Fiom è illegittimo. Sarebbe colpa nostra, della Fiat. Ma come si fa?’ L'ala sindacale che contesta l'accordo vuole ricorrere al tribunale del lavoro. ‘Lo facciano pure’ , replica Marchionne. ‘Raggiunto il 51 per centodei consensi al referendum, si chiude il discorso’ . E se l'accordo non passerà? ‘Non faremo l'investimento e torneremo a Detroit a festeggiare, quantomeno, i successi della Chrysler, un gruppo che abbiamo portato anche in Italia’ . È già pronto il ‘piano B’ per le produzioni che erano state destinate a Mirafiori? ‘Di piani B ne abbiamo a volontà: in Canada e negli Usa tutti ci chiedono di produrre di più negli stabilimenti, da Brampton a Sterling Heights. Chiedono di introdurre il terzo turno, di lavorare sei o anche sette giorni a settimana. Solo da noi tutto questo è un problema. Solo in Italia devi assumere il 115 per centodella forza lavoro perché ti manca sempre un 15 per centodi presenze in fabbrica: non succede in nessuna parte del mondo. In Italia, invece, sembra un fatto quasi naturale. Un problema strutturale. Non si può più andare avanti così. Chiediamo solo di restare in Italia, producendo in condizioni di economicità. E rischiamo in proprio. Non abbiamo chiesto niente a nessuno, anche se all'estero, dagli Usa al Brasile, i governi incentivano gli investimenti industriali. Ma se ottenessimo un euro in Italia parlerebbero della solita Fiat che si fa assistere dallo Stato e quindi non chiediamo nulla’ . E Marchionne – conclude il CORRIERE -, fino a quando resterà a capo dei due imperi automobilistici? ‘Sicuramente oltre il 2011. Non so se fino alla conclusione del piano quinquennale, nel 2014’”. (red)

3. Fiat, Dudenhoeffer: Perderebbero soprattutto i lavoratori

Roma - “‘Capisco i critici di Marchionne, le rinunce richieste sono molte. Ma il piano di Marchionne può offrire garanzie a lungo termine’. Lo dice il professor Ferdinand Dudenhoeffer, massimo esperto tedesco del comparto auto. Professore, dunque dà ragione a Marchionne? – scrive REPUBBLICA -. ‘Le sue idee forse possono consentire alla Fiat auto di essere capace di stare sul mercato anche tra 15, 20 o 25 anni. Il rischio, se la linea Marchionne non passa, è che la Fiat o non ce la faccia o lasci l’Italia. Non credo abbia senso per l’Italia andare verso scontri e scioperi, i perdenti sarebbero non solo Fiat ma i lavoratori, i loro figli e nipoti’. Ma la strategia Marchionne - Chrysler col marchio Lancia, eccetera - non è rischiosa? ‘Vedo grandi rischi in questo punto, ma non vedo alternative per Fiat. È difficile conservare le dimensioni attuali dell’azienda. Pensi alle quote di mercato perdute, o alle intenzioni di Vw su Alfa Romeo. Servono scelte a lungo termine. Negli ultimi 5 anni Marchionne ha salvato Fiat, senza di lui sarebbe fallita’. Ma i diritti dei lavoratori in Germania sono ben altri. ‘Sì, ma in Germania vige il principio della responsabilità sociale dei sindacati, non solo diritti e di posti di lavoro di oggi bensì anche quelli futuri. I sindacati tedeschi hanno rinunciato a lungo ad aumenti salariali, in nome della priorità a certezze per il futuro. È un modello di consenso senza cui Vw non sarebbe arrivata a vendere 7 milioni di auto’. Cultura del consenso da decenni. A Fiat non è troppo tardi? ‘Non è ancora troppo tardi, Marchionne ha tenuto la Fiat in vita. Chiediamoci: qual è l’alternativa? Lo scontro, la chiusura di impianti. È l’ultima chance, non ne verrà un’altra’”. (red)

4. Fiat, Bersani sotto il fuoco incrociato

Roma - “A 48 ore da un referendum decisivo per le sorti di Mirafiori, a differenza di altre illustri personalità del suo partito, Pier Luigi Bersani non si schiera pro o contro, perché, come fa ben notare Giorgio Airaudo, responsabile della Fiom auto, ‘credo che il pluralismo nel Pd sul tema continuerà’ – riporta LA STAMPA -. È questo il principale punto di disaccordo con la Fiom di Landini che ritiene illegittima la consultazione a Mirafiori. Il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, conferma come la linea del Pd sia convergente con quella del leader della Cgil Camusso: ‘Con la Fiom concordiamo sul fatto che l’accordo sia regressivo, ma noi sosteniamo che bisogna stare dentro i processi e che comunque vada debba essere riconosciuto il risultato della consultazione’. Una consultazione ‘condizionata fortemente dalle parole di Marchionne, ma compito di un partito non è dire ai lavoratori come votare, perché sono scelte che vanno fatte in piena autonomia’. Il segretario dei democrats si chiude tutto il pomeriggio nel suo studio e riceve i vertici dei tre sindacati di settore, prima la Fiom e poi Film e Uilm insieme, per dimostrare che il suo ‘assillo è quello di favorire i punti di convergenza’. Ma anche per pararsi il fianco dalle critiche dell’ala più riformista che non digerisce un Pd schiacciato sulla Cgil e che vorrebbe piuttosto una presa di posizione più netta a favore dell’accordo firmato da Cisl e Uil. Ha gioco facile infatti Airaudo a prevedere che il Pd continuerà a marciare in ordine sparso fino all’ultimo, visto che sul referendum e sul merito dell’accordo la pluralità di voci è massima. Tanto più che giovedì, in contemporanea con il voto degli operai di Mirafiori, Bersani dovrà reggere il timone di una direzione che non si preannuncia facile su tre temi cruciali come Fiat, primarie e alleanze politiche in caso di voto”.

“E sulla Fiat, tanto per schematizzare, nel Pd al momento esistono tre diverse posizioni: una che fa capo a Bersani e D’Alema più vicina alla Cgil di Camusso; una più trasversale che accomuna il vicesegretario Letta, Fassino, Marini, Veltroni, Gentiloni, Fioroni, favorevoli ad accettare ‘la sfida di Marchionne’ pur ponendo precise condizioni, ma che in sostanza sostengono le ragioni dei firmatari dell’accordo, cioè Cisl e Uil; e un’altra di pieno appoggio alla Fiom, capofila Sergio Cofferati, sulla stessa linea di Vendola. Non sorprende dunque che Bersani, dopo l’incontro con Landini e Airaudo, se la prenda pubblicamente con ‘l’irresponsabile latitanza del governo’ e chieda ‘nuove regole di rappresentanza sindacale che garantiscano sia l’esigibilità degli accordi che i diritti individuali e i diritti sindacali di chi dissente’. Senza soffermarsi sulle critiche di merito all’accordo, ribadite invece nel chiuso dell’incontro con i vertici Fiom. Se prima di entrare a Largo del Nazareno Landini aveva chiesto al Pd di ‘prendere una posizione’, dai report trapelati dopo l’incontro la sua richiesta pare soddisfatta, perché - dicono alla Fiom - ‘il Pd ha preso posizione su tutto meno che sul referendum’. Una versione confermata nella sostanza da Fassina, perché ‘per noi gli investimenti sono importanti e sono una priorità, ma abbiamo ripetuto che l’accordo è regressivo in molti punti che andrebbero modificati e che siamo preoccupati per un piano industriale molto nebuloso. E con loro c’è piena sintonia sul tema della rappresentanza e delle libertà sindacali’. E dunque non stupisce nemmeno che uscendo dallo studio di Bersani, Fim e Uilm abbiano chiesto al Pd di mostrarsi meno timido sulla vicenda Fiat. Per dirla con Giovanni Contento, segretario della Uilm, ‘il Pd ha avuto poco coraggio a partire da Pomigliano e dovrebbe uscire dal limbo del super partes’. E mentre Vendola si appresta ad ascoltare domani ‘le ragioni dei lavoratori’ ai cancelli di Mirafiori prima di incontrare Landini, Bersani è già bersaglio di un fuoco incrociato. Perché dopo aver subito la scossa di Veltroni che ha indicato sulla Stampa le sue condizioni per accettare la sfida di Marchionne, in queste ore è incalzato a sinistra dagli ex comunisti e dagli altri leader della minoranza modem. ‘Io sono favorevole all’accordo - chiarisce Fioroni - e il Pd non può dare la sua benedizione alla Cgil che propone alla Fiom una “firma tecnica”. Noi non siamo il partito della Fiom e Landini rischia di finire come la “Sora Camilla” che alla fine nessuno si piglia...’. E ancora più duro è Paolo Gentiloni – conclude LA STAMPA -: ‘Criticando l’assenza del governo in realtà eludiamo il problema, non prendiamo una posizione chiara, favorendo di fatto la linea CgilFiom. E se venerdì vince il no al referendum, che facciamo, festeggiamo?’”. (red)

5. Fiat: Cgil e tute blu torinesi, quella sconfitta del '55

Roma - “Correva l’anno 1955, e a Torino succedeva qualcosa che, come oggi, metteva sotto i riflettori la Cgil. L’occasione? La sconfitta della Fiom nelle elezioni della commissione interna Fiat: una ‘débacle’ che non si verificava dai tempi della prima guerra mondiale – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Quel 1955 alla guida della Cgil c’era Giuseppe Di Vittorio. Il quale, a poche ore dalla sconfitta, tenne di fronte al comitato direttivo una relazione che per molti fu come un ‘terremoto’ . Le cause della sconfitta — disse Di Vittorio quasi 60 anni fa — vanno ricercate in ‘errori di linea, errori di politica sindacale’ da individuare al più presto. Non abbiamo capito — aggiunse — ‘le profonde modifiche che si sono prodotte nelle grandi fabbriche, per quanto concerne i metodi produttivi e la struttura delle retribuzioni’ ; in Veneto sono arrivati ‘esperti americani ed hanno messo in atto il sistema della produttività’ ; di fronte a questa e altre novità non si possono avere ‘impostazione generiche e schematiche che non convincono nessuno’ ; occorre raccogliere notizie, dati, informazioni e porre mano ‘a una democratizzazione tempo all’ordine del profonda della vita del sindacato’ perché ‘si è formato un diaframma tra i nostri attivisti’ e le masse’ . Di Vittorio, personaggio ‘sui generis’ per una certa sinistra di quei tempi (l’anno dopo condannò l’invasione sovietica dell’Ungheria), chiuse così il capitolo ‘sconfitta’ . E iniziò quella che Bruno Manghi (sociologo con una lunga storia da sindacalista nella Cisl) chiama oggi ‘una stagione innovatrice, in cui la Cgil capì che bisognava spostare di più il baricentro sindacale verso le fabbriche’ . E adesso? ‘Penso che vincerà l’accordo’ , pronostica Manghi”.

“E poi? ‘Escludo che la maggioranza Fiom voglia mettere in piedi la quarta confederazione, il militante medio non è disponibile a lasciare la vecchia Cgil per un’avventura al buio, non vuole diventare un Cobas. Si andrà invece avanti caso per caso, con intese parziali. Per vedere chi vincerà bisognerà aspettare i prossimi anni, quando la luce dei riflettori sarà meno forte. Comunque a mio parere non ci saranno morti. Sono sì almeno 30 anni che la Cgil non è in grado di dettare la sua legge al mondo sindacale, ma il mondo sindacale non può fare a meno della Cgil’ . Uno sguardo al futuro lo lancia anche Cesare Annibaldi, responsabile delle relazioni sindacali Fiat dal 1977 al 1995. In anni, quindi, che hanno visto la fabbrica, l’Italia e il mondo passare dagli slogan della ‘lotta operaia’ al riflusso e al rilancio del capitalismo. ‘Per il sindacato — spiega — ci sarà la necessità di affrontare una stagione caratterizzata non solo da accordi simili a quello su Fiat. Ricordiamoci che produttività e flessibilità sono già da tempo all’ordine del giorno, non solo in Italia ma anche all’estero. E qui arriva una grossa novità rispetto a 56 anni fa: allora l’Italia era un sistema più chiuso, oggi bisogna più che mai affrontare i grandi temi della competizione internazionale’ . Nel 1955, subito dopo la sconfitta della Cgil— raccontano gli storici — alcuni dissero che era colpa del padrone e parlarono di ricatto delle commesse americane appese a un certo esito elettorale. Eppure – conclude il CORRIERE - arrivò il ‘mea culpa’”. (red)

6. Roma, Alemanno azzera la giunta

Roma - “Un colpo di forbice. O meglio, in linguaggio informatico, un generale reset. Con due ordinanze, firmate ieri, Gianni Alemanno compie la sua rivoluzione: in un colpo solo, la giunta comunale di Roma non c’è più – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. ‘Azzerati’ tutti gli assessori e le rispettive deleghe comprese quelle — alcune pesanti: centro storico, sicurezza, sport — conferite ai consiglieri del Pdl. Un azzardo, secondo qualcuno. Una mossa coraggiosa, secondo altri. Di sicuro, il tentativo di cambiare rotta all’amministrazione guidata dal Pdl, arrivato al potere cittadino per la prima volta ad aprile 2008, e finito impastoiato tra problemi, scandali come Parentopoli (le assunzioni nelle municipalizzate Atac ed Ama) e la difficoltà in questi oltre due anni e mezzo di incidere realmente. Alemanno, dopo giorni passati a sfogliare la margherita, ha deciso il tutto per tutto: ‘Si è conclusa— ha detto il sindaco — una prima fase di governo che ha ottenuto importanti risultati come l’approvazione del piano di rientro dal debito ereditato dalle precedenti amministrazioni, l’avvio della riforma Roma Capitale e la definizione dei progetti più importanti del Piano strategico di sviluppo’ . E adesso? ‘Ora— continua Alemanno — è necessario lavorare perché questi progetti e i nuovi poteri di Roma Capitale vengano calati sul territorio. È necessario avviare un cambiamento della giunta che fissi, per ogni assessore, le deleghe, gli obiettivi prioritari, secondo un preciso cronoprogramma’ . Il tutto ‘in vista degli Stati generali della città convocati per il 9 e 10 febbraio all’Eur, dove sarà presentato il piano di sviluppo e il Comitato promotore della candidatura alle Olimpiadi del 2020’ . Un rimpasto ampio, quindi. Almeno nelle intenzioni. Cinque i possibili uscenti: Sergio Marchi (Mobilità), Fabio De Lillo (Ambiente), Enrico Cavallari (Personale), Laura Marsilio (Scuola), Umberto Croppi (Cultura). I primi due, i più coinvolti da Parentopoli, sono i più a rischio”.

“A ruota i seguenti, con un’altra differenza: Croppi è finito nel mirino dopo la sua adesione a Futuro e libertà, ma è difeso da Alemanno. Non è detto, naturalmente, che saltino tutti e cinque gli assessori in bilico: qualcuno, ad esempio, già parla di ‘rimpasto a tre’ . E l’allargamento della giunta, ad Udc e La Destra? ‘Non è all’ordine del giorno’ , dicono dal Pdl. E mentre Francesco Storace preme per entrare in giunta, Pier Ferdinando Casini frena: ‘Il giudizio su Alemanno è negativo, restiamo all’opposizione’ . Per il sindaco, ora, è il momento delle consultazioni. Ieri mattina, Alemanno ha avvisato Gianni Letta delle sue intenzioni, poi ha incontrato i capigruppo di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. Nel pomeriggio, altro appuntamento con i referenti del Pdl in Campidoglio. A tutti, le stesse, stringate, parole: ‘Ho deciso, cambio tutto’ . Una comunicazione, più che un confronto. Oggi potrebbe essere la giornata clou: in agenda, infatti, due riunioni (una al mattino, una al pomeriggio) che potrebbero già fare un po’ di chiarezza. L’obiettivo del sindaco, infatti, è chiudere tutto in fretta: ‘Giovedì ci saranno i nuovi nomi degli assessori’ , fa sapere Simone Turbolente, portavoce di Alemanno. L’idea, infatti, è di presentarsi venerdì in udienza da Benedetto XVI (per l’incontro annuale con gli amministratori locali) con la nuova squadra di governo: una sorta di benedizione, insomma. Incaricata dei colloqui tra le varie componenti, una triade composta dal capogruppo pdl al Comune Luca Gramazio (ex An), dal vicesindaco Mauro Cutrufo (della Dca) e dall’assessore ed eurodeputato Alfredo Antoniozzi (ex FI). L’opposizione, dopo il terremoto annunciato da Alemanno, è andata all’attacco: ‘La città è senza governo, il sindaco si dimetta’ , dice Marco Miccoli, responsabile cittadino del Pd – conclude il quotidiano di via Solferino -. ‘È una scelta disperata, ma insufficiente’ , insiste Vannino Chiti. Il centrodestra fa quadrato: ‘Una scelta coraggiosa, Parentopoli non c’entra’ , dice Vincenzo Piso, coordinatore regionale e deputato del Pdl”. (red)

7. Alemanno, atto di responsabilità e scelte necessarie

Roma - “La decisione del sindaco di Roma di azzerare una giunta sfigurata dallo scandalo di ‘parentopoli’ è la prova che non si poteva continuare a fare finta di nulla – commenta Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA -. Anche se questo, va detto chiaramente, è soltanto il primo passo. Gianni Alemanno è ora chiamato a una prova ciclopica: dimostrare di essere capace di riscattare un periodo buio macchiato da favoritismi e clientele voltando pagina nella gestione della capitale. Un cambio di passo dovuto a tutti i cittadini romani, i quali hanno vissuto come un’onta la vicenda delle centinaia o forse migliaia di assunzioni pilotate nelle aziende comunali. E non soltanto dovuto a quanti, ormai più di due anni e mezzo fa, hanno votato per l’attuale amministrazione. Quello che ci si aspetta, dopo l’atto di responsabilità che va riconosciuto al sindaco Alemanno, non è sicuramente una di quelle giravolte indolori alle quali troppo spesso la politica ricorre quando deve mettere un mucchio di polvere sotto il tappeto. L’Italia, lo sappiamo, è una Repubblica democratica fondata sul rimpasto. La tecnica è sopraffina: si smonta un governo o una giunta per farne una diversa, ma utilizzando gli stessi ingredienti. E la storia insegna così che i rimpasti spesso non sono altro che “ ammuine” di borbonica ispirazione. Recitava una regola in vigore nella real marina di Franceschiello: ‘Al comando di: “ Facite ammuina”, tutti chilli che stann’a prora vann’a poppa e chilli che stann’a poppa vann’a prora; chilli che stann’a dritta vann’a sinistra e chilli che stann’a sinistra vann’a dritta; tutti chilli che stann’abbascio vann’ncoppa e chilli che stann’ncoppa vann’abbascio passann’ tutti p’o stesso pertuso; chi nun tiene nient’a ffa, s’aremeni a ’ cca e a ’ llà’”.

“Ma come quella disposizione del codice borbonico, con l’obiettivo di moltiplicare in apparenza il numero dei marinai, finiva soltanto per aumentare la confusione, non ci si può illudere che un semplice rimpasto della giunta comunale possa sanare una faccenda irrisolvibile con un’operazione di semplice maquillage politico. La storia delle assunzioni di favore all’Atac, all’Ama e chissà in quali altre aziende del Comune di Roma è squallida per almeno due motivi. Il primo è l’occupazione scientifica, manu militari, di posti pubblici: come se le aziende di tutti non fossero altro che oggetti privati, di cui disporre a piacimento. Come se assumere il potere con elezioni democratiche conferisse per via automatica anche il diritto di sistemare tutti gli amici, i militanti, i familiari e i famigli. Il secondo è l’assoluto disinteresse per la cosa pubblica, la categorica mancanza di senso dello Stato che questa occupazione lascia intravedere. Nessun rispetto delle regole, anche quando queste regole ci sono, e disprezzo assoluto per il criterio del merito. Come se il denaro “ di tutti” fosse il denaro “ di nessuno” e se ne potesse quindi fare anche l’uso più sconsiderato. Basterebbe ricordare la disastrosa situazione finanziaria in cui versano Atac e Ama, che nel corso degli anni hanno aperto autentiche voragini nei conti comunali. Far dimenticare tutto questo non sarà facile: servono interventi radicali. Alemanno – conclude Rizzo -, dev’essere consapevole che da questo dipenderà il suo futuro politico”. (red)

8. Casini non frena le trattative con Berlusconi

Roma - “Grande tatticismo, tanta confusione, e le elezioni restano sullo sfondo – scrive LA STAMPA -. Casini sembra lanciare una ciambella al premier, casomai voglia procedere con le riforme; ma anziché rallegrarsene, il Cavaliere teme trabocchetti dell’astuto Pier, per cui cerca di mettersi al sicuro e raddoppia l’impegno nella ‘compravendita’ di deputati. Proprio oggi vedrà il capo degli autonomisti siciliani Lombardo, il cui gruppo di seguaci alla Camera conta cinque ‘peones’ che temono di non essere rieletti la prossima volta. Qualcosa di più stasera capiremo. ‘Timeo Danaos’ Così pare che Berlusconi abbia citato l’Eneide. Lui teme i centristi perfino quando recano doni. Il regalo di Casini, stile Cavallo di Troia, è racchiuso più nel titolo dell’intervista ieri mattina al ‘Corsera’ che nel testo di Aldo Cazzullo: ‘Pronti a un patto di pacificazione’. Il premier ha letto riga per riga, scoprendo che la mano tesa non è a lui ma ‘all’Italia’; che in fondo la musica è sempre la stessa (sostegno, ma senza impegno); che l’Udc si attende misure concrete di aiuto alle famiglie, nell’ambito di una dura trattativa sul federalismo destinata a rendere vieppiù centrale il ruolo di Tremonti. Tra parentesi: Giulio e Pier pare si siano sentiti in vena di cordialità. Né è sfuggito a Berlusconi quanto pure il cattolico-democratico Fioroni sottolinea: Casini per la prima volta prende in esame, sia pure per scartarla, l’ipotesi di un governo con il Pd. Il silenzio del Cavaliere Vuoi vedere, si domanda Silvio, che Casini dialoga solo per ostacolare la mia ‘campagna acquisti’? Per impedirmi di fare razzia tra gli incerti che temono elezioni anticipate?”.

“A Berlusconi servono perlomeno altri 10-15 voti a Montecitorio, stasera farà il punto con Moffa, magari si sentirà con Augello e con tutti coloro che possono indicargli piste nuove per allargare la maggioranza. Su Casini, invece, zero entusiasmo e bocca cucita. Che ‘gela’ l’esultanza di Frattini, la speranziella di Bondi, l’’interesse’ di Cicchitto, la mano tesa di Capezzone, i calcoli in prospettiva di Osvaldo Napoli, i quali tutti si erano passati la voce in sintonia con quel grande, unico, inarrivabile cultore del dialogo, che è Gianni Letta. E proprio conoscendo l’animo del premier, il portavoce Bonaiuti getta acqua sul fuoco: ‘Quello di Casini è un passo avanti, uno spiraglio, ma per ora niente di più’. Gasparri, presidente dei senatori Pdl, predica realismo: ‘Sono ancora giornate interlocutorie...’. Bossi scommette guascone: il federalismo passerà. Ha spedito Calderoli nell’odiata Capitale per trattare con Fini e Casini, il quale però avverte, ‘difficilmente voteremo sì’. Deve prima discuterne col suo ‘socio’ Gianfranco che solo ieri è tornato dai Tropici, non si sa bene in quale stato d’animo. Poi c’è da attendere il responso della Corte che stamane comincia a discutere di ‘legittimo impedimento’, e il mondo berlusconiano teme la ‘grande fregatura’ (per dirla con garbo), cioè una sentenza che tolga di fatto lo ‘scudo giudiziario’ al capo del governo mettendolo alla mercè dei magistrati. L’unico vero sforzo di chiarezza in queste ore lo compie Daniela Santanché, leader della fazione ultrà più potente del Pdl: getta la maschera e si candida personalmente alla successione di Silvio, ‘sarebbe il momento di una donna’. L’agenzia di stampa Dire assicura che il nuovo nome del Pdl è pronto, si chiamerà ‘Italia’, così pure il simbolo. Segno che – conclude LA STAMPA -, al netto delle chiacchiere, la resa dei conti è vicina”. (red)

9. Legittimo impedimento, oggi l'udienza

Roma - “Ferve il toto voto alla Consulta. Chi, e come, si pronuncerà per promuovere, bocciare, o azzoppare parzialmente la legge sul legittimo impedimento – riporta REUBBLICA -. Le ultime anticipazioni della vigilia - ieri sera, a 12 ore dall’udienza pubblica che si apre stamattina alle 9 e 30 - davano per prevalente la totale o parziale pronuncia di incostituzionalità, con sette giudici schierati contro la norma che, dall’aprile del 2010, ha congelato i tre processi di Berlusconi. All’opposto una pattuglia di cinque alte toghe pronte a promuoverla. E infine tre incerti, ancora oscillanti tra il primo e il secondo fronte. I nomi? Eccoli, col beneficio dell’indiscrezione spigolata tra una chiacchierata e l’altra in un palazzo in fibrillazione per il grande evento per cui oltre cento giornalisti hanno presentato richiesta di accredito. Italiani ed esteri. Carta stampata, agenzie, tv. Il presidente De Siervo, il relatore Cassese, e poi Criscuolo, Gallo, Lattanzi, Silvestri, Tesauro pronti a fermare il legittimo impedimento. Accogliendo del tutto, o solo in parte, le istanze dei giudici di Milano che vedono violati due principi della Carta. Il 138, in quanto la legge, nonostante introduca una ‘prerogativa’ per premier e ministri, è stata varata con legge ordinaria. Proprio come il già bocciato lodo Alfano. E l’articolo 3 perché il cittadino Berlusconi è ‘esente’ dai processi e quindi non è più uguale agli altri suoi pari. Verdetto temuto, in queste ore, da Berlusconi, anche se i suoi due legali, Niccolò Ghedini e Piero Longo, cercano di persuaderlo che il risultato è ininfluente perché tanto i tre processi non ripartiranno. Ma resta la sconfitta, per i consiglieri giuridici del premier, di andare verso l’ennesima brutta figura. Cassato il primo lodo, abortita la blocca-processi, fermato il processo breve, "morte" le intercettazioni, in soffitta il nuovo scudo costituzionale. Il film della strategia perdente sulle leggi ad personam. Su cui si potrebbe abbattere l’ultima scure della Corte. E non bastasse, ieri anche la risoluzione del Csm che "tutela" il pm Fabio De Pasquale, proprio quello dei processi al Cavaliere, da lui definito ‘famigerato’. Accusa ‘grave, del tutto infondata, da respingere’ come scrive la prima commissione del Consiglio, col solo voto contrario del leghista Brigandì. ‘Solo un complotto’, dicono i legali”.

“Che, nelle memorie difensive alla Corte scrivono che il legittimo impedimento non è affatto una prerogativa, ma solo uno strumento per garantire al premier la sua potenzialità di governo. Come diceva ieri Marcello Dell’Utri ‘io vado ai processi perché non ho un c... da fare, mentre Berlusconi è il presidente del Consiglio ed è sempre impegnato’. Questa è la tesi che convince chi, tra gli alti giudici, vuole tenere in vita la legge-ponte che, con un guizzo inventivo, pensò e scrisse l’attuale vice presidente del Csm Michele Vietti in nome e per conto del suo leader Casini. Tant’è che oggi dice ‘ha una seria base giuridica’ e non sarà bocciata. Oggi cinque giudici - i due, Mazzella e Napolitano, che parteciparono alla famosa cena con Berlusconi e Alfano prima del verdetto sul lodo; l’avvocato Frigo, la Saulle e Quaranta - sarebbero schierati per confermare la validità del legittimo impedimento. Perché, come sosterranno stamattina Ghedini e Longo e la stessa avvocatura dello Stato (Michele Di Pace e Maurizio Borgo), la legge risponde a un principio stabilito dalla stessa Corte, il legittimo diritto di governare. In tre nomi sta il destino della legge. Finocchiaro, Grossi, Maddalena, i tre giudici dati ancora per incerti. La loro scelta farà la differenza. Ma, per onestà e correttezza di cronaca, va detto che alla Corte quasi nessuno scommette su una promozione della legge. Rispetto alle precedenti sentenze, sul caso Previti nel 2005, sul lodo Schifani (2004) e sul lodo Alfano (2009), il legittimo impedimento presenta evidenti crepe di costituzionalità. Soprattutto viola quel principio del giudice che, tra opposte esigenze, del giudice a fare il processo, dell’imputato-figura istituzionale a star dietro ai suoi compiti e impegni, sceglie il giusto ‘bilanciamento’. La legge che, per un anno, ha consentito a Berlusconi di dimenticarsi di Mills, Mediaset e Mediatrade pende da una sola parte, la sua. Deprivando il giudice del suo potere di sindacato. Come diceva il giurista Vittorio Grevi appena prima di morire essa ‘impedisce al giudice qualsiasi valutazione sull’impedimento del premier o di un ministro’. Per questo fissa una prerogativa – conclude REPUBBLICA -. Quindi va bocciata”. (red)

10. Pressing su Tremonti per allargare la maggioranza

Roma - “Il giorno giusto dell’incontro con Tremonti potrebbe essere giovedì quando Berlusconi sarà rientrato a Roma dall’incontro a Berlino con la Merkel. Sono molte le cose che i due dovranno chiarire – riporta LA STAMPA -. Il premier vuole sapere se il ministro dell’Economia intende svolgere il ruolo del ‘facilitatore’ dell’allargamento della maggioranza e dell’approvazione del federalismo fiscale oppure continuare a tenere chiusi i cordini della borsa. Rigore e sviluppo per il presidente del Consiglio sono due facce della stessa medaglia. Per cui è necessaria una certa ‘generosità’ da parte di via XX Settembre: tranne se Tremonti ha veramente un progetto politico in tasca (sostituirlo a Palazzo Chigi) e allora discutere sarà inutile. Tuttavia conviene anche a Bossi convincere il responsabile dell’Economia ad attenuare il suo rigorismo estremo se vuole che tutti i decreti attuativi del federalismo vadano in porto. Tremonti è scettico, non vede un’orizzonte politico chiaro, sa che l’allargamento della maggioranza e il dialogo con l’Udc hanno un costo che l’Italia non può permettersi. Abbiamo i fucili di Bruxelles puntati addosso, i mostri della speculazione sempre in agguato: basta seguire cosa accade in Europa per rendersene conto. Insomma, l’incontro rischia di risolversi nell'ennesimo flop. Ma come spiega un ministro molto vicino al premier, ‘prima ancora che sui problemi economici, i due dovranno chiarirsi a livello personale perché i sospetti, i veleni e le questioni caratteriali hanno avuto il sopravvento’. Ecco qual è la prima mina che Berlusconi dovrà disinnescare nei prossimi giorni. Ieri però si è occupato prevalentemente di legittimo impedimento. È rimasto riunito ore a Villa San Martino ad Arcore per discutere la linea difensiva che i suoi avvocati Ghedini e Longo oggi esporranno davanti la Consulta nell’udienza pubblica. Anche da Palazzo dei Marescialli passa il crinale della legislatura, e non solo dal dialogo con il Terzo Polo che ha messo a fuoco richieste specifiche per votare il federalismo fiscale. Casini sostiene che allo stato attuale ‘è molto difficile votare sì’ ai decreti attuativi, ma Calderoli sta lavorando sodo per venire a capo della trattativa. La dichiarazione di Casini è stata interpretata dal Pdl come una contraddizione rispetto a quel ‘patto di pacificazione’ che il leader Udc ha lanciato ieri in un’intervista al Corriere della Sera. Una mano tesa tattica per fermare i suoi deputati in libera uscita, per impedire gli abbordaggi del Pdl. Per il momento Berlusconi lascia in stand by i nuovi arrivi, evita di aprire le porte a quei deputati dell’Udc che vogliono passare al gruppo di responsabilità che fa riferimento a Saverio Romano (in predicato di diventare ministro) e Silvano Moffa (possibile capogruppo)”.

“‘Noi - spiega Romano - siamo già 20 e possiamo costituire il gruppo. Non è escluso che presto questo numero possa crescere. Altro discorso è invece il rapporto con Casini che sembra avere rimesso indietro le lancette a circa otto mesi fa. Crediamo sia necessario cogliere lo spirito costruttivo della sua proposta e metterlo alla prova. Quanto a Tremonti, è giusto non abbassare la guardia sui conti pubblici, ma questo è il momento in cui deve sforzarsi a dare una mano al premier’. Mettere alla prova Casini significa non votare la mozione di sfiducia al ministro Bondi e avere un atteggiamento morbido sul federalismo fiscale. Pochi giorni ancora per discutere, per capire cosa vuole fare il Terzo Polo. Oggi Berlusconi vede il governatore Lombardo, anche lui pressato dai suoi deputati per un accordo con il Cavaliere. Circola la voce di una proposta che Berlusconi gli farà: mettere fine all'esperienza della giunta siciliana allargata al centrosinistra e dare vita a una nuova alleanza fra centrodestra e Terzo polo. Se questa proposta non verrà accettata, il premier aprirà la porta a parlamentari dell’Mpa pronti a fare il salto della quaglia. Anche l’Udc e il Fli avranno pochi giorni per decidere. Casini in particolare dovrà decidere se vede in prospettiva un’alleanza elettorale con il Pdl e Lega. ‘Mi auguro - dice il ministro Frattini - che l’Udc sia pronta a un’intesa a partire da quelle comunali di primavera’. Per Berlusconi il confronto non potrà essere eterno e teme il doppio gioco di Casini. ‘Mi fa piacere che ora Pier parli di pacificazione, ma non accetterò di tirarla per lunghe’. Primum vivere, portando a casa quei dieci deputati – conclude LA STAMPA -, che a suo dire bussano alla porta della maggioranza”. (red)

11. Pd, battaglia su alleanze e primarie

Roma - “Minoranza all’attacco. Veltroni e il suo Movimento, nella direzione Pd di giovedì, incalzeranno Bersani sulla Fiat, sulla proposta di un’alleanza repubblicana che vada da Vendola a Casini e Fini (che definiscono ‘irrealistica’), sul check up alle primarie e anche sul ‘caso Sicilia’ – scrive REPUBBLICA -. Sono i ‘nodi’ sul tavolo. E se il segretario sembra intenzionato a evitare conte, e quindi a non mettere ai voti la sua relazione, Dario Franceschini è convinto del contrario, e cioè che votare è meglio. ‘Il voto è un momento di chiarezza - ha detto in una riunione - Tenere aperta la strada verso il centro non sostitutiva delle alleanze a sinistra, è la strategia politica sostenuta dal segretario, da Areadem, da D’Alema, ovvero dalla maggioranza del Pd’. Chiarezza per chiarezza, è Casini ieri a gelare Bersani. Il leader Udc offre una ‘pacificazione’ per affrontare le emergenze, quella economica in primo luogo. È di fatto un’apertura al governo. Ai Democratici pone un aut aut, di rinunciare alle alleanze con Vendola e Di Pietro. Massimo D’Alema non si scoraggia: ‘Quelle di Casini sono solo schermaglie, io sono d’accordo con Bersani, il Pd deve insistere sulla sua proposta’. Strada pericolosa per il leader di Sel, Nichi Vendola già autocandidato alle primarie per la premiership, che avverte: ‘A me Casini sta simpatico, vorrei parlargli di famiglie... quello che non capisco è chi dà tutto questo spago a Casini, perché poi possa preparare le corde per impiccare gli altri’. Veltroni e Fioroni hanno avuto ieri un colloquio con il leader Udc al ristorante della Camera. Ma l’asse bersaniano resta quello di ‘uscire dal berlusconismo con una fase costituente e un patto repubblicano’”.

“Controcanto di Paolo Gentiloni (con Veltroni e Fioroni fondatore di Modem) : ‘È la strategia di un Pd spostato a sinistra e poi alleato con il centro e che non sembra affatto promettente’. Si porta dietro la polemica sulle primarie. Il segretario sostiene che avranno bisogno di un check-up. ‘È il partito casomai ad avere bisogno di un check up: un Pd che ha paura delle primarie ha paura di se stesso’. Questione Fiat. Gentiloni chiede di non ‘scartare l’ostacolo’: ‘Il vertice Pd non prende davvero posizione: al referendum di Mirafiori ci auguriamo che vinca il no? A me pare che dobbiamo dire se accettiamo o no il terreno di Marchionne’. Bersani dal canto suo, dopo avere incontrato Landini della Fiom ma anche Fim e Uilm, parla di ‘rispetto dell’esito del referendum’ e di ‘mettere mano alle regole della rappresentanza’. E Fioroni darà battaglia sul "caso Sicilia" : ‘Bisogna che ci riconciliamo con la nostra base, quindi ci vuole una consultazione’. In pratica, un referendum sull’appoggio al "governatore" Lombardo sì o no. Un fatto tutt’altro che secondario. Disgelo D’Alema e Veltroni. I due leader, i cui scontri hanno segnato un capitolo della sinistra italiana, erano insieme sul palco a Brescia per denunciare le stragi impunite come quella di piazza della Loggia. Voi due insieme è un evento raro? La risposta – conclude REPUBBLICA -: ‘Stiamo insieme da 25 anni e per fortuna discutiamo, se no sarebbe noioso’”. (red)

12. Federalismo, Bossi ottimista: Intesa vicina

Roma - “Parte oggi la corsa finale per chiudere in Bicamerale la partita sul federalismo municipale e aprire un nuovo schema di gioco che consenta alla legislatura di procedere – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Nel primo pomeriggio il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli incontrerà i relatori di maggioranza (Enrico La Loggia) e di opposizione (Giuliano Barbolini) e poi i rappresentanti del Terzo Polo (Api, Fli, Udc) che ieri sera si sono riuniti per trovare una linea comune. Sul federalismo municipale è arrivata la benedizione ottimistica del leader della Lega Umberto Bossi che lo ha definito ‘il Risorgimento degli enti locali’ . ‘Calderoli è già a Roma e oggi tasterà il terreno con Fini e Casini, ma mi pare che il terreno sia positivo — ha affermato in una intervista a Telepadania —, c’è attesa ma sono convinto che tutto andrà bene perché stiamo parlando con tutti’ . Meno ottimista si mostra però proprio Pier Ferdinando Casini, che giudica ‘difficile’ , al momento, un voto favorevole da parte del terzo polo. Il tempo di manovra per varare questo decisivo tassello per l’autonomia impositiva scade il 28 di gennaio, dopo che è stata già concessa una proroga di 20 giorni. La partita resta sempre tesissima. Il futurista Mario Baldassarri, il cui voto è determinante nella Commissione bicamerale sul federalismo dove l’impasse è totale (15 voti contro 15), ha già iniziato a spostare i riflettori su un altro decreto. ‘Il federalismo dei Comuni è importante — ha detto il professore — ma il grosso del federalismo è delle Regioni e della sanità, quello è il vero problema’ . E quindi tutto deve essere collegato, in filiera. Poi ci sono i sindaci, terrorizzati che tutto il gioco avvenga sopra le loro teste. Il presidente dell’associazione che li rappresenta (Anci), Sergio Chiamparino, ieri ha scritto al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, a Calderoli e a La Loggia (presidente della Bicamerale) per chiedere un incontro urgente”.

“‘Vista la mancata intesa tra il governo e la conferenza unificata del 28 ottobre scorso— questo il senso della missiva —, chiediamo di comprendere e intervenire sulle modifiche apportate e di poter esprimere il nostro parere’ . In questo quadro decisivamente complicato si è inserita anche Italia Futura, l’associazione fondata da Luca di Montezemolo il cui sito ha pubblicato un editoriale anonimo che si esibisce in un frontale con la Lega e con il ministro Tremonti ‘da considerare a tutti gli effetti un esponente di punta del Carroccio’ . ‘La Lega, che pure era nata come forza di contrapposizione verso il peso del fisco— si legge— è ormai impegnata in battaglie ideologiche e si sta rivelando il difensore più tenace delle nuove forme di statalismo etno-territoriale che si diffondono ovunque a livello locale’ . Il sito montezemoliano – conclude il CORRIERE -, salva il ministro degli Interni Roberto Maroni — ‘l’unico che ha saputo agire con forza, misura e senso dello Stato’ — e prende di mira quello dell’Economia ‘che non è riuscito a elaborare una efficace iniziativa a favore dello sviluppo e competitività del Paese’ . Insomma tanto fumo e poco arrosto: dove sono finite, tra le altre, le promesse per un’ ‘improcrastinabile riduzione del carico fiscale per chi produce e compete’ ? E via criticando sostenendo le ragioni e la ‘solitudine delle imprese’”. (red)

13. Bce: Ripresa più forte previsto. Migliorano conti Italia

Roma - “La ripresa dell’economica mondiale è ‘migliore delle previsioni in alcuni Paesi emergenti’ nei quali, tuttavia, cominciano a manifestarsi, come elemento comune, ‘minacce inflazionistiche’ ha spiegato ieri Jean-Claude Trichet da Basilea in qualità di presidente del Comitato dei governatori di tutto il globo – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Aggiungendo che queste minacce sui prezzi ‘non sono necessariamente presenti anche nei Paesi avanzati’ . Non ancora. Per questo secondo il numero uno della Bce ‘non è il momento di compiacersi’ ed è quindi importante che le banche centrali mantengano ‘il controllo sulle aspettative di inflazione’ e prendano ‘decisioni appropriate’ dove necessario. Trichet ha sottolineato più volte ieri di ‘non parlare per conto del Consiglio della Bce’ , che si riunirà giovedì, e venerdì scorso ha assicurato che ‘l’inflazione è sotto controllo’ . Tuttavia, secondo gli esperti, la Bce aumenterà i tassi nell’ultimo trimestre del 2011, in anticipo rispetto alle previsioni. Ma le preoccupazioni di Eurolandia ieri si sono concentrate sul risorgere della crisi del debito. E in particolare sulle voci di primi contatti fra il Portogallo e la Ue per eventuali aiuti, che potrebbero aggirarsi intorno ai 60-80 miliardi di dollari. E di un aumento delle pressioni sul Portogallo — oltre a Francia, Germania e la Bce, si sarebbero aggiunte anche l’Olanda e la Finlandia affinché Lisbona accetti gli aiuti della Ue, prima che la crisi si estenda anche a Spagna e Belgio. Voci smentite dalla Commissione e da Berlino. Ma i timori dei mercati si sono concentrati sul Portogallo, nonostante le rassicurazioni del premier José Socrates. Domani nuove emissioni portoghesi— a 3 e 10 anni— costituiranno un ulteriore test per i mercati”.

“Nel frattempo gli spread europei, in netto aumento durante la giornata, sono calati leggermente in serata (quelli portoghesi a quota 430 punti) grazie all’intervento di acquisto di titoli portoghesi, greci e irlandesi da parte della Banca centrale europea. Mentre il Btp dopo un massimo di 200 punti, è ridisceso a 198-199 punti. rispetto ai Bund. Le tensioni sul Portogallo hanno affondato le Borse, soprattutto i titoli bancari: Milano ha perso il 2,36 per cento, Francoforte l’ 1,31 per cento, Parigi l’ 1,64 per centoe Londra 0,47 per cento. Nel frattempo, migliorano i conti pubblici italiani: l’Istat ha reso noto per il terzo trimestre un miglioramento dell’indebitamento netto, al 3,2 per centodel pil, dal 3,9 per centodel terzo trimestre 2009. Mentre nei primi nove mesi dell’anno il deficit è sceso al 5,1 per centodel pil, dal 5,5 per centodell’analogo periodo del 2009. Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha ribadito al quotidiano francese Les Echos che l’Italia ‘non ha avuto problemi di collocamento’ per i titoli di debito pubblico (un’emissione di Bot è attesa per oggi) e che pertanto proseguirà con la strategia di un ‘estremo rigore dei conti’. Tremonti – conclude il CORRIERE -, ha aggiunto la sua proposta di emettere eurobond ‘avanza e ha la maggioranza al Parlamento europeo’ , anche perché compatibili con il Trattato di Maastricht e con le esigenze di stabilità di Eurolandia”. (red)

14. Fusione gasdotti, Ue fredda sulla ipotesi di Thorne

Roma - “La politica energetica europea piace agli Stati Uniti ma non convince l’Europa – scrive LA STAMPA -. L’ambasciatore Usa in Italia David Thorne, con la sua intervista a La Stampa , ha rilanciato l’ipotesi di una fusione tra Nabucco e Southstream spiegando che l’idea - attribuita all’ad dell’Eni Paolo Scaroni - ha disteso i rapporti con la Russia. Le reazioni dicono di una situazione più complessa e fluida, perché non sembra facile fare una sola cosa dei due gasdotti (il primo piace agli americani perché riduce la dipendenza europea dalle forniture russe di Gazprom, il secondo piace a Mosca per il motivo contrario). La Farnesina plaude: ‘Condividiamo pienamente le valutazioni’ di Thorne, spiega il portavoce Maurizio Massari, parlando di ‘forte intesa e sintonia sui dossier internazionali. Il nostro rapporto con gli Usa è solido così come la collaborazione e l’approccio’ alla scena internazionale: ‘Italia e Stati Uniti vanno nella stessa direzione di impegno positivo con la Russia’. A Bruxelles il tono è molto più sobrio, mentre si sostanziano i dubbi. La portavoce del commissario europeo per l’energia Guenter Oettinger lo dice chiaro e tondo: ‘Non è prevista nessuna fusione. Per noi la priorità resta il corridoio sud, ovvero Nabucco, la linea che ci darebbe accesso diretto al gas dell’Azerbaijan’ riducendo la dipendenza dalla Russia. Non si vede come si potrebbe far rientrare Mosca in un accordo del genere. La chiave della faccenda è nella decisione che gli azeri prenderanno alla fine di marzo: quanto gas esportare e dove esportarlo. ‘Serve un secondo fornitore’, insistono fonti vicine a Oettinger, che tra l’altro si peritano anche di spiegare che l’ipotesi di fusione avanzata da Scaroni era una ‘posizione personale’”.

“Il tempo tuttavia stringe: Oettinger sarà giovedì in Azerbaijan e venerdì in Turkmenistan insieme con il presidente della Commissione Ue Manuel José Barroso proprio per sondare la disponibilità dei due paesi a diventare fornitori dell’Europa indipendentemente dai fratelli maggiori russi. Un anno fa il Turkmenistan non s’è preoccupato di irritare Mosca cedendo più gas del previsto ai cinesi, dunque è chiaro che alla fine la spunterà l’offerta più conveniente. Non è secondario il fatto che l’Europa ha già stanziato 200 milioni per Nabucco. La cifra rappresenta una parte minima della spesa - e diventeranno soldi veri solo quando sarà firmata la lettera definitiva - ma è il segnale di un’intenzione precisa. Nè è secondaria la posizione di Eni, dove fanno notare che Nabucco, così com’è, pur essendo un progetto da 30 miliardi di metri cubi di gas annui non potrebbe contare che su una quindicina scarsa: otto abbondanti dall’Azerbaijan, qualcosa più di sei dal Turkmenistan. Il messaggio è chiaro, senza Gazprom a trenta non si arriva. L’attenzione comunque resta molto alta. Sempre giovedì Paolo Scaroni sarà con Silvio Berlusconi in visita da Angela Merkel. Non è un mistero che la Germania sia orientata a entrare in Southstream con una quota del 10 per cento. Per una volta, le direzioni prese dalla politica europea e da quella tedesca sono divergenti. Anche questo – conclude LA STAMPA - è un segnale di quanto è importante la partita, e di quanto sarà complicato chiuderla”. (red)

15. Gasdotti, Scaroni: Con Usa trasparenza, non sudditanza

Roma - “La fusione dei gasdotti è morta perché Nabucco non sembra avanzare. Non si può essere sinergici con chi non esiste I documenti che abbiamo letto su Wikileaks erano le opinioni di qualche funzionario non la voce degli Stati Uniti In Europa ci sono 5 o 6 Paesi dipendenti dal gas russo. Colpa anche dell’Ue che non ha una politica per le interconnessioni – riporta LA STAMPA -. Nel 2005 è diventato amministratore delegato di Eni Per prima cosa Paolo Scaroni disinnesca la mina Wikileaks. ‘I documenti che abbiamo letto - dice - erano le opinioni di qualche funzionario, certo non rappresentavano la voce degli Stati Uniti’. Con i quali, assicura l’amministratore delegato dell’Eni, ‘abbiamo sempre avuto un rapporto di trasparenza, e non di sudditanza, che alla fine si è dimostrato vincente’. Ora che l’ambasciatore americano a Roma David Thorne proclama ‘la fase di dialogo costruttivo’ fra Washington e il colosso energetico, il top manager assicura che sui temi delicati, soprattutto Iran e Russia, ‘ci sono state idee forse diverse, ma mai divergenti’. Cominciamo da Teheran. Washington voleva la fine di ogni rapporto e voi siete restati. Un problema, vero? ‘La nostra presenza in Iran è storica. Quando sono scattate le sanzioni avevamo due contratti, uno del 2000, l’altro del 2001. Dovevamo rispettarli, anche se questo ci poneva in una situazione complicata’. Cosa avete fatto? ‘È stata scelta la trasparenza. Siamo andati a spiegarci apertamente al dipartimento di Stato e al ministero del Tesoro. Non abbiamo abbassato la testa. L’Eni si è allineata immediatamente alle decisioni prese da Ue e Italia. Gli Stati Uniti non hanno autorità su di noi. In dicembre una lettera da Washington ci ha informato di non essere stati inclusi nella lista nera di chi violava l’embargo. Ecco che la trasparenza aveva pagato’. E la Russia? Vi hanno definito la seconda Farnesina.. ‘Anche questo era un capitolo delicato perché con Mosca dialoghiamo sin dagli Anni 60, in piena Guerra fredda. Pensi che nel mio ufficio ho una foto di Enrico Mattei col premier russo Aleksej Kossighin. Quando Gazprom ci ha contattato per costruire South Stream, una pipeline che arrivasse in Europa evitando Paesi di transito, l’abbiamo ritenuta una buona opportunità per l’Eni, per l’Italia, e per la stessa Ue. Anche l’allora ministro Bersani era favorevole. Si trattava d’un progetto che ci consentiva di fare meglio il nostro mestiere, ovvero fornire gas ai nostri clienti europei’”.

“A Washington c’è chi ha visto in South Stream l’antagonista del Nabucco. ‘Non lo è, non hanno nulla in comune. Lungo il Nabucco dovrebbe correre gas non russo, dunque azero, turkmeno, forse iracheno. Il South Stream punta a portare altre risorse, che altrimenti passerebbero in Ucraina, direttamente in Europa. Ne abbiamo parlato anche con Richard Morningstar, consigliere Usa per il Caspio. Ci ha compreso. Il messaggio di Thorne lo dimostra’. Siete stati in Azerbaigian. Era un segnale per gli Stati Uniti? ‘Lavoriamo da tempo all’ipotesi di portare il gas turkmeno compresso attraverso il Mar Caspio. Abbiamo avuto contatti a ogni livello. Nell’ottica americana, immagino che il vederci impegnati a studiare altre soluzioni oltre a South Stream contribuisca a chiarire che la nostra posizione è puramente commerciale, aperta a ogni ipotesi’. Pare che i russi abbiano arricciato il naso... ‘Nessuna tensione. Una delle possibilità è che il progetto sia fatto in collaborazione con Gazprom. Prima, però, ci sono problemi tecnici e politici da risolvere, date anche le relazioni fra turkmeni e azeri’. Nuovi viaggi oltre Oceano? ‘C’è un appuntamento a fine gennaio. I rapporti sono solidi e frequenti, è questione di trasparenza. Quando ci sono temi sensibili preferiamo spiegarli noi piuttosto che altri’. Thorne accenna a una convergenza fra i gasdotti South Stream e Nabucco. Un’idea che lei sostiene da mesi, confermano a Bruxelles. ‘C’è una parte “a terra” che potrebbe farli viaggiare paralleli, dalla Bulgaria in su. Un anno fa avevo pensato che si potessero ridurre gli investimenti con un tratto comune. Poi il tema è morto, perché il Nabucco non mi sembra avanzi. Non si può essere sinergici con chi non esiste’. Bruxelles sostiene che il Nabucco è prioritario perché porta e riduce la dipendenza dalla Russia. Che ne dice? ‘La dipendenza dell’Europa dal gas russo è molto diminuita. Vent’anni fa eravamo al 70 per cento, oggi siamo intorno al 30, grazie anche all’Eni e alle connessioni con Libia, Algeria e nel Mare del Nord. Il problema vero è un altro’. Quale? – conclude il quotidiano torinese -. ‘In Europa ci sono 5 o 6 Paesi dipendenti totalmente dal gas russo. È un fatto storico. Ma è anche colpa dell’Ue che non ha impostato una vera politica per le interconnessioni. Quando l’inverno scorso la Bulgaria rimase senza gas, per l’ennesima crisi russo-ucraina, in Italia e in altri Paesi ne avevamo in abbondanza. Ma era impossibile farlo arrivare fino in Bulgaria senza una rete di gasdotti comune. Chi era satellite politico di Mosca è rimasto satellite dal punto di vista energetico. Nessuno a Bruxelles ha mai voluto veramente occuparsi di creare un sistema di gasdotti europei’”.+ (red)

16. Tunisia, Ben Ali chiude le università

Roma - “A Regueb, a Thala, a Kasserine seppelliscono i morti, funerali sconciati empiamente dai lacrimogeni e dalle manganellate delle forze di sicurezza – riporta LA STAMPA -. Perché un popolo intero segue i cortei funebri delle vittime del massacro del fine settimana come torce da incendio: non per piangere, semmai per gridare la rabbia, rinnovare la volontà di non arrestare la rivolta, la voglia di vendetta su un regime simoniaco. E non solo più i giovani, la ‘generazione dei laureati senza lavoro’ gridano ‘abbasso la dittatura’, ‘presidente Ben Ali togliti dai piedi’. Adesso ci sono anche le madri di famiglia, avvocati e insegnanti; e perfino il sindacato ufficiale che ha fretta di disfare venti anni di ubbidienze e di collaborazionismo. Lui, il vecchio padrone, è apparso in televisione, la seconda volta da quando, un mese fa, la ribellione è esplosa nelle strade. Massiccio, rapace, cementificato in una eterna giovinezza tricologica, martellando le parole come se volesse avvolgere gli spettatori con una catena, ha promesso trecentomila mirabolanti posti di lavoro per placare la fame dei suoi sudditi, diventati così fastidiosamente disubbidienti. Ma poi fermi lì. Nessuna marcia indietro, nessun mea culpa. Anzi, ha chiuso scuole e università ‘per ragioni di sicurezza’. Ha catechizzato con la paroletta terribile e malfamata: terroristi, nelle strade si sono scatenati dei terroristi. È la rendita con cui vivacchia da un decennio, speculando sulla paura dell’Occidente per l’avanzata degli islamisti in questa piccola isola conficcata nel tribolato Maghreb di Al Qaeda. Il piano è semplice: isolare la rivolta nella Tunisia profonda, interna, dove della goduria consumistica non hanno visto neppure le scintille; e spegnerlo poi a poco a poco, a colpi di manganello e di populismo. L’importante è che la protesta non si estenda al palcoscenico, alla costa del turismo, alla capitale. Ieri i poliziotti non hanno faticato molto a disperdere a bastonate uno sparuto corteo di studenti riuniti nella ‘place du Passage’, a Tunisi, vetrina della Tunisia chic. Si erano dati convegno su Facebook che fa galoppare questa rivolta; i giovani hanno scelto come segno di riconoscimento la bandiera tunisina macchiata di sangue”.

“Nel centro del paese, dove le vittime sono una ventina, è tutt’altro affare. A Regueb hanno seppellito, nella collera, una ragazza uccisa domenica da una pallottola nella schiena. A Thala la polizia ha fatto ricorso a pallottole di gomma per disperdere una manifestazione che chiedeva la liberazione degli arrestati. A Kasserine, 80 mila bitanti, la città dove Rommel colse la sua ultima vittoria in terra d’Africa, i manifestanti si sono barricati nella sede del sindacato ufficiale e secondo un dirigente dell’Ugtt, Sadok Mahmoudi, nella furia repressiva i poliziotti hanno lanciato lacrimogeni anche in un hammam. Di fronte a questo panorama che trasuda rabbia e determinazione il discorsetto di Ben Ali è apparso un rito insipido, sconnesso con i tempi, un riflesso condizionato dell’epoca d’oro del ‘novantanove per cento’ quando con mano maestra guidava al suo pascolo elettorale un popolo obbediente. ‘Abbiamo deciso di moltiplicare le possibilità di impiego e la creazione di reddito in tutti i settori quest’anno e il prossimo’, ovvero trecentomila nuovi posti oltre ai 50 mila promessi dagli imprenditori. Ma dopo aver lisciato il pelo dei disoccupati ha protocollato i ribelli: ‘Sono stati commessi atti terroristici da bande di teppisti incappucciati’; e ha evocato dei manipolatori ‘che non esitano a coinvolgere i nostri ragazzi in atti di vandalismo con slogan e informazioni false’. È la promessa di una repressione giudiziaria implacabile, il teorema della congiura già confezionato per le requisitorie dei pubblici ministeri: ‘A quelli che vogliono portare attacchi contro gli interessi del Paese o manipolare la nostra gioventù, diciamo che applicheremo la legge’. Invitando i genitori tunisini ‘a difendere i loro figli da questi malfattori’. Con passo di tartaruga anche l’Unione europea inizia a accorgersi che la leggenda aurea della Tunisia è di princisbecco. ‘La signora Ashton - ha detto la portavoce del capo della diplomazia - è inquieta per la ondata di violenza e invita alla liberazione immediata dei bloggers, dei giornalisti, avvocati e altre persone detenute che hanno manifestato pacificamente’. Ben Ali – conclude LA STAMPA -, deve aver adorato quell’avverbio: pacificamente. Lui in galera ha solo ‘terroristi’”. (red)

17. Tunisia, Ben Ammar: Rivolta è il prezzo della modernità

Roma - “‘In Tunisia stiamo pagando il prezzo della modernità’ . Tarak Ben Ammar è un imprenditore di tv e cinema che nell’Italia della grande finanza è noto soprattutto come consulente del premier Silvio Berlusconi e consigliere di Mediobanca e Telecom – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Tunisino, appartiene a una famiglia che ha avuto ruolo di protagonista nell’indipendenza del Paese: nipote del primo presidente Habib Bourguiba, figlio del primo ambasciatore, a Roma. Città dove Ben Ammar ha vissuto e studiato per lungo tempo. In questi giorni è in Tunisia per girare il film ‘L’oro nero’ sulla scoperta del petrolio negli anni Trenta nel Golfo Persico. E da imprenditore non rinuncia allo spot: ‘Con Antonio Banderas... e il regista è Jean-Jacques Annaud. Ricordate "Il nome della Rosa?"‘ . . Ma disoccupazione e guerra del pane fanno parte della modernità? ‘La mia famiglia, dopo che Zine El-Abidine Ben Ali ha "sollevato"Bourguiba nell’ 87, è estranea a ruoli di governo. Ma io non sono contro il governo. Bourguiba e Ben Ali hanno entrambi promosso tre direzioni nella politica del Paese: libertà della donna (il divorzio in Tunisia c’è dal 1957), laicità delle istituzioni e libertà di culto, l’educazione. Oggi in Tunisia escono dall’università 100 mila giovani ogni anno e non tutti trovano posto di lavoro. Anzi. Giovani istruiti, come quello studente "costretto"a fare il venditore ambulante in un piccolo paese senza avere la licenza. Si è scontrato con un piccolo impiegato che gli ha chiesto la mazzetta e lui ha cercato di difendere i propri diritti invocando le autorità. Si è dato fuoco non perché sindacalista o uomo politico, ma perché umiliato. Ciò ha colpito fortemente il Paese, i giovani senza lavoro. Ed è scoppiata la rivolta. Questo è il prezzo della modernità’ . E anche della mancanza di libertà. Hanno arrestato perfino i navigatori del web... ‘Ma li hanno liberati. Comunque sono d’accordo. Fra i giovani istruiti, disoccupati, la mancanza di libertà fa esplodere frustrazione e rabbia. Il governo ha raccolto questi segnali. E io ne posso offrire una testimonianza diretta’”.

“Quale? ‘Sono proprietario, con Mediaset al 25 per cento, dell’unica tv privata tunisina commerciale satellitare Nessma, che significa "Brezza": si rivolge all’intera area del Maghreb, che significa 90 milioni di persone, per il 60 per centosotto i 25 anni. Ebbene, il 28 dicembre alla tv è andato in onda un programma tipo il vostro Ballarò al quale hanno partecipato politici, imprenditori, giovani, sindacalisti. Abbiamo mostrato le immagini della rivolta, abbiamo alimentato un dibattito sulle ragioni. E il giorno dopo ne hanno parlato tutti i media del Paese. La licenza per la tv me l’ha data Ben Ali ed è un passo dal quale non si può tornare indietro’ . Nel frattempo scoppia però la battaglia del pane... ‘E Ben Ali ha illustrato un programma di governo per creare 300 mila posti di lavoro’ . Nello stesso giorno in cui ha annunciato la chiusura di scuole e università. Ma 300 mila posti da dove conta di ‘estrarli’ , dal turismo che significa il 20 per centodelle entrate? ‘I programmi inizialmente ne prevedevano 150 mila entro il 2012. Ora il governo ha accelerato con varie agevolazioni per consentire la nascita e lo sviluppo di piccole imprese, che sono il motore dell’economia tunisina. Ben Ali ha poi chiesto che dal mese prossimo partiti, sindacati, imprenditori e studenti siedano a un tavolo comune per una consultazione nazionale sull’occupazione. L’apertura è positiva’ . Sulle aperture siamo solo agli inizi, no? Ieri l’Unione europea lanciato un monito a Tunisia e Algeria per il rispetto della libertà. ‘Giusto, però guardiamo anche l’altra faccia della medaglia. Il muro fra Est e Ovest è stato sostituito da un muro fra Nord e Sud: com’è possibile che i giovani maghrebini non possano avere il visto, viaggiare, conoscere l’Europa? Loro saranno la futura classe dirigente del Paese, ma grazie a questo nuovo muro non disporranno della stessa conoscenza della cultura europea e occidentale che hanno avuto i nostri ‘padri della patria’. E se un domani questi Paesi dovessero cadere nell’area fondamentalista, come è accaduto all’Iran? –conclude il CORRIERE -. ‘Le élite liberali non potranno far altro che fuggire, rifugiarsi in Italia, Francia. Il governo di Tunisi sospetta che nella rivolta si sia infiltrato il radicalismo religioso. È il grande pericolo. Per tutti. Lo posso ben dire io, musulmano liberale’”. (red)

18. Spagna: Eta offre tregua permanente, ma non consegna armi

Roma - “Una tregua ‘permanente e verificabile dalla comunità internazionale’. Con un comunicato raccolto e pubblicato dal quotidiano basco Gara, l’Eta compie un altro importante passo verso la fine della lotta armata. Siamo ancora lontani dalla conclusione di un processo iniziato solo 7 mesi fa – riporta REPUBBLICA -. Ma la serie di incontri segreti tra alcuni dirigenti della vecchia Herri Batasuna, braccio politico dell’organizzazione, e gli emissari del governo Zapatero, sono riusciti ad ottenere qualcosa che sembrava impossibile. Nel suo comunicato l’Eta tuttavia non accenna alla decisione forse più importante e richiesta più volte da tutti gli esponenti politici spagnoli: la consegna delle armi e la fine di ogni attività terroristica. Stanco di una guerra che ha condotto per 40 anni, con una scia di sangue di 829 morti, il gruppo basco offre una ‘tregua permanente di carattere generale che possa essere verificata da una comunità internazionale’. L’obiettivo finale, si legge ancora nel comunicato, ‘è un processo di soluzione definitivo che punta alla fine del confronto armato’. Non si tratta, ovviamente, di un’offerta gratuita. L’Eta insiste nelle sue richieste che considera come condizioni irrinunciabili. ‘In cambio della tregua chiediamo alle autorità francesi e spagnole di abbandonare per sempre le misure repressive, di riconoscere i Paesi Baschi come entità politica e territoriale autonoma, di consentire loro di sviluppare tutti i progetti politici, inclusa l’indipendenza’. La nuova mossa del gruppo basco è stata accolta con freddezza dal governo Zapatero. Per il premier il gruppo separatista ‘deve fare passi più convincenti’ e soprattutto ‘definitivi’. ‘Non accetteremo trucchi’, ha avvertito. Ma nello stesso Psoe le posizioni sono diverse. Il segretario generale del partito, Marcelino Iglesias, giudica ‘importante’ la decisione. Maria Dolores de Cospedal, segretaria generale del Partito Popolare, boccia invece ogni ipotesi di trattativa. ‘L’unico comunicato che il mio partito accetterà sarà quello che annuncia la dissoluzione della banda e la fine della sue attività criminali’”.

“Doccia fredda anche da parte dell’associazione delle vittime del terrorismo. Maite Pagazaurtundua, presidente dell’organizzazione e sorella del poliziotto ucciso in un attentato nel 2003, reagisce con stizza: ‘Questo comunicato non merita alcun commento. L’Eta deve fare solo una cosa: sparire’. Ma dietro le frasi e i commenti di circostanza, nei Paesi Baschi si avvertono in modo chiaro i segnali di un cambiamento. Restano radicati i sentimenti di autonomia che sfiorano i sogni di un’indipendenza difficile e forse impossibile. Ma cresce il desiderio di chiudere una stagione che ha prodotto molti guasti, tantissimi morti e in fondo pochi risultati. I baschi sono stanchi di attentati, dei taglieggi, delle estorsioni che colpiscono spesso la florida imprenditoria locale. La regione deve fare i conti con una crisi che, come nel resto della Spagna, si fa sentire in modo pesante. Ma si confronta anche con il problema delle centinaia di detenuti politici per i quali reclama trattamenti diversi, flessibilità nelle visite, speranze di una futura amnistia. Nell’ultimo anno la sinistra abertzale, nata dalle ceneri di una Batasuna messa fuori gioco, ha svolto una mediazione importante. Ha avviato una discussione politica con le nuove leve del gruppo, oggi diretto da un triunvirato, e la vecchia guardia in carcere riunita in una commissione. Il risultato è stata una prima intervista concessa il 5 settembre scorso alla Bbc nella quale l’Eta annunciava una nuova tregua, la nona dal 1988. Una seconda intervista, rilasciata da Arnaldo Otegi, leader di Batasuna in carcere, al Wall Street Journal il 28 dicembre scorso, spiegava che l’Eta era pronta ad abbandonare la lotta armata e a seguire una via pacifica per creare uno Stato basco indipendente. Due tappe di una trattativa lunga, difficile ma ancora in piedi. Un confronto che oggi, nonostante un diffuso scetticismo, è arrivato alle sue battute conclusive. All’orizzonte ci sono le elezioni amministrative di maggio. La sinistra abertzale non ci vuole rinunciare. Molti sono convinti che anche l’Eta, dopo l’Ira – conclude REPUBBLICA -, stia per chiudere con il suo passato per mettere fine al più lungo conflitto armato nella storia dell’Europa”. (red)

19. Iran, condannata a 11 anni di carcere la legale di Ebadi

Roma - “Nasrin Sotoudeh è una dei pochi avvocati rimasti a difendere i diritti umani in Iran. Ha rappresentato minorenni nel braccio della morte, attivisti studenteschi, curdi, del movimento operaio, donne della campagna ‘Un milione di firme’ attive contro la discriminazione delle leggi iraniane, detenuti di religione bahai, prigionieri politici, e anche personaggi noti come il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Dopo aver passato gli ultimi quattro mesi in cella a Teheran — con lunghi periodi in isolamento — Nasrin Sotoudeh è stata condannata ieri a 11 anni di carcere. Lo ha reso noto il marito, Reza Khandan. Cinque anni per aver ‘minacciato la sicurezza nazionale’ , uno per ‘propaganda contro il regime’ , altri cinque per essere apparsa senza velo sul capo in un video. Quest’ultima accusa è spuntata, a sorpresa, nelle scorse settimane. Il filmato risale a due anni fa: seduta alla scrivania, capelli corti, occhiali, il corpo nascosto in un’ampia giacca nera, Nasrin ringrazia l’organizzazione di Bolzano ‘Human Rights International’ per averle conferito il ‘premio diritti umani 2008’ . Non aveva potuto ritirarlo di persona perché le era stato confiscato il passaporto, e perciò aveva inviato in Italia quel video, che un sostenitore ha poi diffuso su YouTube. Sulla scrivania si vede una statua della Giustizia, con la spada nella mano destra e una bilancia nella sinistra. La condanna di ieri le proibisce anche, per 20 anni, di lavorare come avvocato e di lasciare il Paese. Gli Usa hanno chiesto la sua liberazione immediata. Nasrin ha 47 anni, una figlia di 11 e un figlio di 3. ‘Donna-tigre dalla voce tenera’ , ‘sempre calma, soprattutto nei casi più dolorosi, per poterli gestire con efficienza’ : l’ha descritta così una giornalista iraniana che la intervistò qualche anno fa, quand’era ‘magra ed esile persino al quarto mese di gravidanza’ . Per protesta contro l’isolamento, ha condotto ora un lungo sciopero della fame. Il marito Reza, che di mestiere fa il grafico pubblicitario, dice che ha potuto vederla solo durante le udienze, e all’ultima ‘era così emaciata da essere quasi irriconoscibile’”.

“Gli attivisti per i diritti umani affermano che Nasrin Sotoudeh è stata arrestata per il coraggio nello svolgere il suo lavoro. Parvin Ardalan, una delle fondatrici della ‘Campagna di un milione di firme’ , sua amica ed ex cliente, spiega dalla Svezia che le autorità volevano che l’avvocatessa smettesse di concedere interviste ai media stranieri sui detenuti politici da lei rappresentati, arrestati dopo le contestate elezioni presidenziali del 2009. Le era stato anche ordinato di abbandonare la difesa della Ebadi (è accusata di evasione fiscale; e il principale foglio del regime ha scritto che collabora con l’intelligence straniera). Ebadi e Ardalan hanno lasciato l’Iran nel 2009, Sotoudeh è rimasta. ‘Questo verdetto ingiusto e duro mostra quanto la Repubblica Islamica abbia paura dei difensori dei diritti umani. Vogliono dissuadere chiunque dall’occuparsene’ , ha detto la Ebadi. Almeno 15 avvocati e attivisti dei diritti umani sono stati incarcerati o spinti all’esilio dal 2009. Il marito Reza presenterà appello. Intanto cerca di tenere alta l’attenzione sul caso. Di lui Nasrin ha detto: ‘Non si lamenta mai del mio lavoro e degli orari strani che faccio’ . Lo ha definito un uomo ‘moderno’ che ‘crede nella vera democrazia’ e ‘un amico’ . Reza è stato avvertito (l’ultima volta ieri) che se non smette di parlare con i media verrà arrestato. Ma ha continuato a passare i messaggi della moglie alla stampa. L’ultimo – conclude il CORRIERE - prima del verdetto, diceva: ‘Se uno deve andare all’inferno, meglio farlo a testa alta. Lasciate che mi condannino con una sentenza dura, mi farà onore’”. (red)

20. Il Papa: Educazione sessuale minaccia libertà religiosa

Roma - “‘La libertà religiosa non è minacciata solo dalle bombe dei fondamentalisti islamici. Il diritto a professare una propria fede oggi è messo a dura prova anche da quegli Stati che promuovono per legge stili di vita contrari ai principi della fede come l’educazione sessuale o civile nelle scuole e la disgregazione della famiglia tradizionale; non difendono la vita nascente ricorrendo a manipolazioni genetiche, contraccezioni e aborto, o limitando il diritto dei medici all’obiezione di coscienza; ma vietano pure la pubblica esposizione dei simboli sacri come il Crocifisso o cancellano le ricorrenze religiose nei calendari, rinunziando di fatto a riconoscere le proprie radici socio-culturali’”. È lungo e dettagliato l’elenco che Benedetto XVI traccia sui pericoli che - a suo parere - stanno minando il diritto della libertà religiosa nel mondo. Un vero e proprio allarme – scrive REPUBBLICA - destinato anche a sollevare polemiche, lanciato ieri in Vaticano nel discorso di inizio d’anno al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, un parterre di 178 ambasciatori. In apertura, Ratzinger evoca le sofferenze delle minoranze cristiane del Medio Oriente, in difesa delle quali sollecita un più diretto e ‘consistente’ intervento di ‘autorità civili e capi religiosi musulmani’, chiedendo ‘misure più efficaci per la loro protezione’. Parole di apprezzamento riserva invece ai paesi dell’Unione Europea che, sotto la spinta dell’Italia e della Francia, nei giorni scorsi sono intervenuti per condannare l’attentato di Capodanno alla Chiesa copta di Alessandria d’Egitto. Ma anche - sottolinea Benedetto XVI parlando di ‘lungimiranza politica’ con particolare riferimento all’Italia - per farsi carico ‘della incolumità di tutte le comunità cristiane mediorientali’ e per aver ‘firmato il ricorso al tribunale di Strasburgo in difesa del Crocifisso’. Ma la libertà religiosa è un problema che non riguarda solo Iraq, Egitto o Pakistan, dove il Papa ha sollecitato, tra l’altro, l’abolizione della legge sulla blasfemia perché troppe volte usata per reprimere le minoranze religiose”.

“Anche l’Occidente, Europa in testa, secondo il Papa, devono farsi carico di questi problemi. E come prova addita gli attacchi "laicisti" a cui la Chiesa cattolica da qualche tempo viene sottoposta sul piano socio-culturale ‘anche con legislazioni e imposizioni di stili di vita’ contrari alla tradizione cristiana. ‘Non posso passare sotto silenzio - lamenta infatti il Pontefice - un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione’. Ratzinger non fa nomi, ma non è azzardato immaginare che tra i paesi europei ‘incriminati’ ci possa essere la Spagna di Zapatero. Analogo fermo stop arriva anche per quelle nazioni - ‘specialmente in America Latina’, precisa il Papa - ‘dove si punta ad imporre un insegnamento scolastico interamente monopolizzato dallo Stato, senza permettere, ad esempio alla Chiesa cattolica, di aprire proprie scuole d’accordo con le famiglie’. Non meno preoccupato il riferimento che il Papa fa alle legislazioni pro aborto e alle pratiche bioetiche – conclude REPUBBLICA -, contrarie alla morale cattolica come l’inseminazione artificiale eterologa, esperimenti sugli embrioni, pillole anticoncezionali”. (red)

21. Società, l'anno sabbatico conquista gli anziani

Roma - “Chiamatelo come volete, all’antica (anno sabbatico), all’inglese (gap year) o in stile manageriale (career break). O, romanticamente, Grand Tour, quel viaggio della vita al quale si dedicavano britannici e americani che – forse – non avrebbero dovuto rientrare al lavoro neppure una volta tornati in patria – scrive REPUBBLICA -. Eppure questa idea, malvista dalle aziende italiane fino all’altroieri, considerata eccentrica se non eccessiva dalla maggior parte delle associazioni industriali, sta riconquistando terreno e contagiando anche il nostro paese dopo essere diventata abitudine per inglesi, svedesi, olandesi. La novità la fanno i giovani pensionati, ancora abbastanza giovani da averne voglia, liberi del loro tempo, pronti a sbarazzarsi di ogni senso di colpa ma anche a restituire qualcosa, magari dall’altra parte del mondo: due su dieci di loro viaggiano all’estero, lo 0,2 per cento lo fa per oltre tre mesi all’anno (fonte: Infotourist). Una legge del 2000 - la stessa che istituì i congedi per i neo papà - prevede che a chiedere un anno di pausa possa essere qualunque lavoratore dipendente con almeno cinque anni di anzianità. Peccato però che l’azienda possa rispondere di no. Ma sempre di meno: ‘Da noi tutte le ultime domande sono state accolte, e a fare la differenza è la serietà del progetto che ci viene sottoposto - dice Gianmaurizio Cazzarolli, responsabile delle Risorse Umane della Tetrapak di Modena, 700 dipendenti - Purtroppo non riusciamo ancora a incoraggiare questa pratica, ma diciamo che l’ostilità è scomparsa e si cominciano invece a cogliere le potenzialità di una pausa che serve al lavoratore ma poi può tornare anche alla società, sotto forma di idee, competenze, cultura’. Accenture e Ibm, come Cisco, sono - anche loro - in testa alla classifica delle multinazionali presenti in Italia più "liberali" nel venire incontro al bisogno di cambiamento dei collaboratori”.

“Ma quando si è in pensione non si deve chiedere il permesso a nessuno, e si è liberi (anche prima di andarci) di sognare navigando su siti come Medici Senza Frontiere o Cisv, l’associazione di volontariato internazionale che ogni anno organizza decine di "missioni" in Africa e Sudamerica. Un medico ancora giovane - meglio se epidemiologo o igienista - può essere accolto a braccia aperte a 65 anni, un ingegnere è ricercatissimo per tutta la vita, come un agronomo o un geologo, e non mancano le proposte rivolte a geometri e architetti. Non c’è retribuzione, ma spesso viene offerta l’ospitalità, e i risparmi servono a collocare, prima o dopo l’impegno, un viaggio-vacanza ben meritato nella stessa zona del mondo. ‘Per me - racconta Luigi Malgoli, ingegnere idraulico in pensione da un anno dall’azienda pubblica della sua città - lavorare in Senegal è stata in assoluto l’esperienza più significativa in 45 anni di lavoro. Mi è cambiata la testa, mi sono liberato da una routine che era diventata faticosa, ho ritrovato energie e ho visto da una prospettiva opposta tutti i problemi che prima mi creavano ansia, dalla salute ai figli. La mia famiglia ha capito, mia moglie mi ha raggiunto alla fine del campo, dopo sei mesi, e insieme abbiamo viaggiato per altre otto settimane, continuando a dormire nei villaggi o sotto una tenda’. ‘Per i giovani, un anno di pausa tra la fine dell’università e l’inizio del lavoro ha il senso di una moratoria psico-sociale prima delle responsabilità della vita adulta - spiega la sociologa Chiara Saraceno - ed è un’usanza molto diffusa in tutti i paesi del nord-Europa. L’altro sabbatico radicato nella storia è quello dei professori universitari, che possono ottenerne uno per studiare e formarsi ogni dieci anni di lavoro’”, conclude REPUBBLICA. (red)

La stella di Marchionne

Dati economici e percezione