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Cyber Command: gli Usa spiano la Rete

Con la scusa di proteggersi dagli hacker, il governo americano avvia il progetto di un mega computer in grado di controllare tutti i dati immessi in internet

di Pamela Chiodi

Il super cervello elettronico americano utilizzerà circa un ettaro di territorio, e l’intera struttura occuperà uno spazio totale di un milione di metri quadrati. Per costruirlo serviranno fino a diecimila addetti tra operai ed ingegneri vari che dovranno darsi da fare per completarlo entro il 2013. 

Situato nello Utah, sarà «il più grande progetto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti», nonché una vera e propria eccellenza di ingegneria e tecnologia, come dichiara la National Security Agency, responsabile del programma “U.S. Cyber Command”, cioè un’organizzazione che ha il compito di difendere la rete degli Usa dagli, eventuali, attacchi cibernetici condotti ad opera di hacker o governi stranieri. E il super cervello, ovvero il “data center”, avrà il compito di supervisionare e controllare tutti i dati immessi in internet. In una parola, spierà. 

A detta della Nsa, l’impianto «supporterà la comunità di intelligence negli sforzi per rafforzare ulteriormente la protezione e la sicurezza informatica della nazione». Come al solito la Casa Bianca inietta la sua dose di panico dipingendo la rete come un covo di pericoli che rischierebbero di destabilizzare l’intero paese. Secondo il vicedirettore della Nsa, John Inglis «in un’epoca in cui la nostra nazione e i suoi alleati sono sempre più dipendenti dall’integrità delle informazioni, trasmesse o memorizzate nel ciberspazio è necessario che questo spazio sia il più sicuro possibile». È per questo che il governo americano ha chiuso un occhio sulla moratoria che aveva applicato alle costruzioni dei “data center”. Le agenzie federali avrebbero solo dovuto preoccuparsi della manutenzione di quelli già esistenti. Che, a quanto pare, non sono sufficienti a fronteggiare la grave situazione. Obama stesso ne descrive gli apocalittici scenari dichiarando che la «minaccia informatica è una delle più gravi sfide alla sicurezza economica e nazionale dobbiamo affrontare come nazione» e che «la prosperità economica dell'America nel 21esimo secolo dipenderà dalla sicurezza informatica». 

Ancora più angosciante è il quadro dipinto dal direttore generale della Nsa e comandante del “Cyber Command”, Keith Alexander, che parla di «duecentocinquantamila sonde» che avrebbero «cercato di insinuarsi nella rete del Dipartimento della Difesa, minacciandola ad ogni ora. Gli attacchi informatici alle agenzie federali sono aumentati del 150% dal 2008. Perciò, hanno bisogno di maggiori protezioni». E la Nsa è stata istituita proprio con queste finalità. Ha sotto il suo controllo tutte le attività e le comunicazioni elettroniche della popolazione americana di cui ha violato la privacy quando, dopo l’attacco dell’11 settembre, ne controllò messaggi ed e-mail. Il pretesto era ovvio: impedire nuovi attacchi. Ma l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale non è mai stata incriminata. D’altronde, se rientra nei suoi compiti «raccogliere (anche con mezzi clandestini), elaborare, analizzare, produrre e diffondere le informazioni e i segnali di informazioni e di dati di intelligence stranieri per sostenere le missioni nazionali e dipartimentali», va da sé che possa giustificare il controllo sulle attività dei cittadini comuni sbandierando l’obiettivo di «sconfiggere i terroristi e le loro organizzazioni in patria e all'estero». In che modo? Diffondendo il panico. 

Come nel caso dell’attacco del 2001 al World Trade Center che ha generato una spirale di paura contro l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa, mai esistite. Molto simile, è ora la strategia del terrore adottata nel caso del programma del “data center” che fa parte, insieme al “Cyber Command”, del piano di ciber-sicurezza nazionale, varato da Bush e portato avanti da Obama, il “Comprehensive  National Cyber Security Initiative”. È un progetto che ha lo scopo di «difendersi contro l'intero spettro di minacce alla sicurezza informatica e migliorare le capacità di controspionaggio (...); rafforzare il futuro contesto di sicurezza informatica ampliando la cyber istruzione, indirizzando gli sforzi di ricerca e sviluppo in tutto il governo federale, e lavorando per definire e sviluppare strategie per prevenire le attività ostili o dannose nel cyberspazio». Finalità più che plausibili, se non fosse per un particolare. 

Tra i suoi propositi c’è anche quello di «stabilire una prima linea di difesa contro le minacce alla sicurezza informatica, creando o potenziando, nell’immediato, la consapevolezza condivisa della situazione di vulnerabilità di rete, le minacce e gli eventi all'interno del governo federale, e quindi, di conseguenza, agire per ridurre le vulnerabilità attuali e prevenire le intrusioni». Con ingenuità, o spudorata schiettezza, si ammette che devono essere create le condizioni che rendono indispensabile la lotta alla rete. E nessuna tattica, finora, si è rivelata più efficace della diffusione del terrore. 

Pamela Chiodi

 

 

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