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Berlusconi e Marchionne, culo e camicia

Finora il Governo aveva lasciato il compito di appoggiare la Fiat al ministro del Lavoro Sacconi. Adesso si muove il presidente del Consiglio, con parole di estremo cinismo

di Massimo Frattin

Ormai non ci sono più dubbi. Con la discesa in campo – per usare una terminologia a lui cara - di Berlusconi ad appoggiare la linea-Marchionne, diventa chiaro a tutti che l’affaire Fiat altro non è che il banco di prova sul quale testare il futuro dei lavoratori italiani. 

«È assolutamente positivo lo sviluppo che sta avendo la vicenda, con la possibilità di un accordo tra le forze sindacali e l'azienda nella direzione di una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro. Ove questo non dovesse accadere ovviamente le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi». Con queste parole il presidente del (mal)consiglio benedice le azioni del numero uno del Lingotto, caricando senza remore il peso dei fallimenti del governo in materia di politica economica e del lavoro sulle spalle del mondo operaio in blocco. Non solo. Così facendo si dà il placet all’utilizzo di una serie di strumenti ai limiti della costituzionalità per “rinnovare”, nel senso peggiorativo del termine, il rapporto datore di lavoro/dipendente con conseguenze facilmente immaginabili. E infine si autorizza a proseguire sulla linea di un crescente divario economico tra chi lavora – e il cui reddito può tranquillamente essere toccato – e chi fa il manager, col Marchionne di turno che può tranquillamente godersi una trentina di milioni di euro all’anno come ringraziamento dei proprietari per i suoi sforzi nel tagliare i costi. Ovverosia nel destabilizzare la vita di migliaia di famiglie.

Manco a dirlo, la maggior parte del mondo imprenditoriale è d’accordo. Secondo un sondaggio, effettuato dall’Osservatorio Giornalistico Mediawatch su un campione di 1.003 manager del nostro Paese, il 70% approva le misure proposte dalla Fiat, appoggiando quindi quasi in blocco i diktat di Marchionne, pur di fronte alla consapevolezza che si tratta di condizioni di lavoro peggiorative. 

Nulla di casuale, quindi: i toni e i contenuti dell’intervento di Berlusconi, che si aggiungono alle cicliche uscite del ministro del lavoro Sacconi, mostrano, con una chiarezza fin qui solo sospettata o denunciata, che dalla parte del tavolo di Marchionne siede anche il Governo, e non per tutelare l’operato e la dignità dei lavoratori, bensì per accrescere con qualsiasi mezzo la produttività aziendale e il profitto dei manager e degli azionisti. Da parte del capo del Governo, infatti, non c’è una sola parola per chi si trova nell’alternativa tra accettare condizioni ricattatorie o perdere il lavoro. Viceversa, si comprende e si giustifica l’abbandono da parte di un’ azienda come la Fiat – nonché, è implicito, di tutte le aziende che intendessero imitarne la strategia – di migliaia e migliaia di dipendenti,  se questi ultimi non dovessero accettare le nuove condizioni contrattuali che tendono a colpevolizzare proprio loro delle mancate vendite. 

Poco importa che la Fiat sia il marchio più in crisi in Europa. Poco importa che l’impresa sia stata gestita come sappiamo e che le sue vetture non incontrino il favore del mercato. Altrove si ragionerebbe sulla validità della progettazione e sulla qualità dei materiali. Qui da noi si scarica la colpa sui dipendenti che hanno (avrebbero) lavorato poco e male. Mentre invece, con questo nuovo contratto, dovranno darsi più da fare e rilanciare la produzione, arrivando a 1 milione e 650mila tra vetture e veicoli commerciali nel 2014. Per venderle a chi, non si sa, e forse Marchionne troverebbe la domanda “offensiva”.

Si capisce allora che degli operai di Mirafiori – compressi in una morsa che in un modo o nell’altro è destinata a stritolarli – non frega niente nemmeno al Governo, il cui intento è far accettare le imposizioni di Marchionne per poterle poi praticare a tutto campo dovunque se ne individui la necessità. I diritti dell’intero mondo lavorativo italiano rischiano di essere prossimi a venire sacrificati in nome dell’arricchimento di una fascia sociale già ricca per profitti e capitali evasi o non tassati. Diversamente, risulterebbe difficile comprendere questa ostinazione a conquistare Mirafiori da parte di un personaggio come Marchionne che ha ribadito a più riprese che senza l’Italia la Fiat starebbe meglio e che l’impresa dispone di svariate alternative, serbe, piuttosto che brasiliane o canadesi, pronte a subentrare in caso di esito sfavorevole del referendum. 

L’unica cosa certa è che si è approfittato di un momento di indubbia crisi per introdurre nelle trattative sindacali l’arma del ricatto a danno dei lavoratori.In questo modo tutto il resto rischia di rimanere purtroppo in secondo piano. Comprese questioni sacrosante, si badi bene, come la responsabilizzazione degli operai, come la sconfitta dell’assenteismo, come il confronto con la competizione internazionale. E come il ruolo del governo nel rilanciare le politiche del lavoro. Tutte questioni sovrastate – si direbbe a bella posta – dalle modalità con cui si è agito, imponendo il ricatto di una sola e terrorizzante alternativa: o cedere, o finire disoccupati. Ed è ben difficile esprimersi democraticamente, con questo buio davanti a sé. 

Massimo Frattin

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