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Milano “made in Asia”

Un caso esemplare: il Comune guidato da Letizia Moratti si fa fare i gadget all’estero. E come tutta risposta alle critiche si appella all’era della globalizzazione

di Ferdinando Menconi

Milano, il simbolo dell’Italia industriale, ha deciso di promuovere il suo “brand” con un bella serie di stupidi gadget per turisti che, nella tradizione meneghina, si sono rivelati lo specchio della situazione industriale italiana: sono prodotti in Asia, fra Bangladesh, Cina e Cambogia. Perché stupirsi, però? Quello che conta per la politica nazionale è la promozione è tutela del “marchio Italia”, e per quella meneghina è la tutela e promozione del “marchio Milano”. Ma, si badi bene, del marchio e solo del marchio. Del lavoro e della reale italianità o padanità del prodotto poco importa; anzi, semmai danno fastidio.

Questo di Milano è solo un riflesso marginale, per quanto eclatante, di quanto e come si stia svendendo la nazione: “Italia” è un valore aggiunto ai fini dell’etichetta e va strombazzato per vendere meglio il prodotto, ma il valore aggiunto deve sostanziarsi solo nel marchio, non certo nella reale italianità del prodotto. Quello che conta è l’italianità di un logo che assicuri un vantaggio commerciale al possessore o gestore del medesimo, e pazienza se poi, da vero patriota come Marchionne, per ottimizzare i suoi “italici” profitti delocalizza la produzione fra Cambogia e Polonia.

Confindustria lascia fare. In fin dei conti è la confederazione non della “industria italiana”, ma degli industriali “italiani” o delle multinazionali che hanno fatto shopping di marchi in Italia. Cioè di quelli che spesso hanno più interessi, e stabilimenti produttivi, fuori dai confini. E che, quindi, fanno sì che debba essere soprattutto tutelato il “marchio italiano” di ciò che loro producono materialmente all’estero, piuttosto che il lavoro e le professionalità nazionali. Obiettivo: impedire che le imitazioni abusive, magari prodotte illegalmente proprio nella stessa fabbrica che produce per loro e che quindi assicura lo stesso identico standard nei materiali e nella lavorazione, invadano i mercati con i loro prezzi ridotti. Che poi sono quelli che è giusto che abbiano in base all’effettivo Paese di provenienza, anziché quelli che il “marchio Italia” consente nel falso presupposto che siano davvero opera di maestranze italiane.

Peccato, insomma, che quell’Italia che compare nel marchio sia più fasullo dei prodotti di imitazione. Cosa resta delle “Fabbrica Italiana Automobili Torino” che produce a Detroit e in Polonia? La delocalizzazione le andrebbe permessa, ma impedendo che vendano in Italia e nel mondo col marchio che oggi è loro permesso di millantare. Anzi, un’altra condizione andrebbe imposta all’arroganza umiliante di Marchionne: quella di cedere il glorioso marchio Alfa Romeo – industria che fu regalata alla Fiat nella prima delle grandi privatizzazioni autolesioniste – alla Volkswagen, che invece saprebbe sicuramente far ritornare ai fasti di un tempo la grande fabbrica lombarda, valorizzandone quell’italianità che i tedeschi sanno apprezzare così a fondo. 

Ma si sa: a molti lombardi, oggi, l’italianità dà fastidio. A quanto sembra, però, dà fastidio anche la valorizzazione del loro stesso territorio, visto che è su iniziativa dell’assessore leghista Alessandro Morelli che le felpe, vendute a 40 euro, vengono prodotte altrove. Un’altrove che sono i paesi da cui proviene un’immigrazione che altrimenti  dicono di combattere a tutela del lavoro padano, a meno che portare lavoro laggiù non sia una strategia per tenere a casa l’immigrato, però questa come strategia sembra un po’ autolesionista se non suicida. 

Come fatturato la questione gadget Milano realizzati in Asia è infinitesimale rispetto alla vergogna Fiat e alle molte altre vergogne meno note dei “nostri” imprenditori, ma è concettualmente più grave. Più grave perché non si tratta dell’iniziativa di un imprenditore, che strutturalmente, com’è noto, si fa i cazzi suoi e basta, ma di un’amministrazione pubblica che dovrebbe curare gli interessi della collettività, con l’aggravante di essere stata promossa da un esponente leghista che dovrebbe trarre la sua forza da una particolare, ma evidentemente solo millantata, attenzione al territorio e al popolo padano. Un’attenzione talmente limitata che il settore tessile lombardo non è stato considerato in grado di rappresentare degnamente il capoluogo: meglio delegare a fabbriche cinesi o cambogiane, in modo che il guadagno dell’imprenditore ammanicato si espanda al massimo grado e nulla vada in tasca alla Lombardia e alla sua gente; tranne, naturalmente, il lustro del tutto apparente di un marchio applicato su prodotti provenienti dai paesi della contraffazione e della scarsa qualità.

A fronte della denuncia di questo scandalo l’assessore leghista non ha battuto ciglio: «è il mercato», e di fronte al mercato anche i solenni riti con l’acqua del sacro Po devono inchinarsi, così come i lombardi, e tutti rigorosamente a 90°. Nessuna violazione. Come ha aggiunto lo stesso Morelli, ci si è «affidati a una società esterna nel rispetto di tre principi fondamentali. La promozione dell’immagine della nostra città, l'alta qualità delle merci, e la loro distribuzione nei circuiti commerciali internazionali». Cina, Bangladesh e Cambogia ringraziano per l’opportunità, regalata dalle autorità milanesi, di dimostrare la loro superiorità sul prodotto italiano. Verrebbe da domandarsi chi lo ha messo a quel posto di assessore, non fosse che la risposta è nota: è stata una donna come Letizia Moratti, che ha avuto il coraggio di dichiarare che «Viviamo in un mondo globale... Questa credo sia una risposta di attenzione alle nostre imprese in un’ottica globale. Naturalmente possiamo intensificare la possibilità di dare lavoro alle nostre imprese, sempre in un’ottica di mercato libero».

Come dire: l’impresa, leggi il titolare di un marchio, deve avere la più completa facoltà di produrre fuori dai confini nazionali, ovverosia “globalizzatamente”. Il lavoro alle imprese va dato in un’ottica globale, per cui vadano pure a produrre dove vogliono, delocalizzando senza alcuna remora ogni volta che il lavoratore pretende l’assurdità di un trattamento dignitoso, come Fiat insegna. Non una parola, naturalmente, sul “lavoro dei lavoratori”, sulla creazione di nuovi posti per mitigare la disoccupazione nazionale: solo impresa e marchio. Questa donna, però, non è stata “messa lì”: sono i milanesi, che adesso si ritrovano la loro città delocalizzata in Asia, ad averla votata. A loro discolpa va comunque detto che non è che avessero grandi alternative: gli unici ad uscirne puliti sono i non votanti.

Solo il simbolo Milano è salvo. Il simbolo resta italiano e anche padano. Peccato che anche questo sia “globalizzato”, seppur in tono minore: “Milano”, come marchio, appartiene a Vicenza. L’ultimo tocco di ridicolo in una situazione nazionale che è sempre più disperata, ma sempre meno seria.

Ferdinando Menconi

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