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Secondo i quotidiani del 13/01/2011

1. Le prime pagine

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Fiat, Berlusconi con Marchionne”. Editoriale di Giovanni Belardelli: “La politica dei cancelli”. Di spalla sempre su fiat, Marchionne: “E’ immorale perdere tempo”. E sull’economia: “Così l’euro per un giorno ha battuto gli speculatori”. Nella foto a colori: “Morti e coprifuoco in Tunisia”. In taglio medio: “Consulta, oggi il verdetto”. In un riquadro: “Il gruppo dei responsabili a quota 24 alla Camera”. A fondo pagina: “Noi madri orientali inflessibili e migliori” e “Con il calcio all’estero la Rai fa un autogol”.

LA REPUBBLICA - In apertura, Berlusconi sul referendum a Mirafiori: “Con il no giusto che Fiat vada via” L’analisi “Quando il governo offende gli operai”, il reportage: “L’ultimo grido di Torino: ‘non saremo schiavi’”. L’editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “La fuga del sovrano” subito sotto a “Consulta, Berlusconi attacca i giudici: ‘sono una malattia’”. In taglio centrale con fotonotizia: “Ancora morte e sangue in Tunisia, scatta il coprifuoco”. Il racconto “Io studente blogger prigioniero di Ben Ali” In taglio basso per la rubrica R2 “Al telefono non si parla più i cellulari servono a fare altro”. In un riquadro: “Genova 100 mila euro per restaurare il bagno del prefetto” e “Ecclestone boccia Alemanno: ‘Niente Formula 1 a Roma’”

LA STAMPA - In apertura: “Mirafiori, il giorno che decide tutto” e “Berlusconi se vince il no, Fiat fa bene ad andare via”. Al centro con fotonotizia: “Tunisia, scatta il coprifuoco” e il reportage: “Non abbiamo più paura”. A destra: “Sì al referendum sul legittimo impedimento”. Il caso: “Senza Belluno non è più il vero Veneto”. In un riquadro: “Wikileaks: “Mafia, accuse Usa all’Italia”. In taglio basso di Massimo Gramellini: “Viva il rock”.

IL GIORNALE - In apertura sulla presenza di Vendola ai cancelli di Mirafiori: “Vendola vai a lavorare” . L’editoriale di Nicola Porro: “Le riforme silenziose che servono al mercato”. Di spalla sulla decisione attesa dalla Consulta: “L’ora della verità sul legittimo impedimento”. In taglio centrale, sulla lista Falciani: “I miti snob della sinistra col tesoretto in Svizzera” e la ricerca: “Attento a come guardi puoi sembrare fascista”. In taglio basso: “Guida al purgatorio nell’era di internet”.

IL RIFORMISTA: In apertura sulle decisioni del Pd, dalla Fiat alle alleanze: “Ultima chiamata”. In taglio centrale: “Berlusconi è già in campagna elettorale”. Di spalla intervista a Sergio Chiamparino: “Questa sinistra fuori dal mondo mi ha stufato” e di Goffredo Bettini: “Governo con Casini. Partito con Vendola”. In taglio basso sul fotografo Toscani: “No alle torte di pelo di Toscani” e in un riquadro: “Tunisia, il nostro ‘amico’ Ben Ali è nei guai”.

IL FOGLIO. In apertura sul referendum Fiata: “Il Cav rompe il silenzio per dire che adesso è marchionniano pure lui”. Sui cristiani e l’Islam: “I nuovi perseguitati”. Sul Libano: “Così Hezbollah annulla il governo e allontana le sentenze dell’Onu”. Sulla conferenza stampa da Berlino: “Un Berlusconi baldanzoso lucida le armi da battaglia”.

IL MESSAGGERO - In apertura: “Berlusconi con Fiat, è polemica”. In un riquadro sui conti pubblici: “L’Unione europea: l’Italia non ha bisogno di nuove manovre”. L’editoriale sul rapporto Germania-Italia: La rotta nel mare europeo agitato”. In taglio centrale con fotonotizia “Lista Falciani, 900 indagati a Roma” e “Legittimo impedimento oggi il giorno del verdetto” Sullo scioglimento della giunta comunale a Roma: “Tempi lunghi per la giunta, almeno cinque i nuovi assessori”. In taglio basso: “Wojtyla, beatificazione in arrivo” e sui tempi della giustizia: “Roma, assolti dopo 13 anni per due rapine mai commesse”.

IL TEMPO – Apertura a tutta pagina sul referendum e le dichiarazioni di Berlusconi: “Catena di smontaggio”.

L’UNITA’ - In apertura con foto di Berlusconi a tutta pagina sulle dichiarazioni del premier su Fiat: “L’Antitaliano”

ITALIA OGGI - In apertura: “Le ipoteche si pagano”. In un riquadro, Serracchiani “Il caso Marchionne, noi del Pd ce lo siamo fatti scoppiare in mano”. In un riquadro: “Si terrà il 27 marzo il Referendum a San Marino per entrare nella Ue e chiudere la guerra con Tremonti”. In taglio centrale: “Giro di vite contro le fatture false”. In un riquadro sull’auditel: “Col digitale volano le tv che non sono Rai e Mediaset” e “La lista Falciani finirà in una bolla di sapone”

2. Scudo, La Corte decide e ammette il referendum

Roma - "Il referendum sul legittimo impedimento si potrebbe fare. La Corte Costituzionale si è espressa: il quesito abrogativo, su cui i dipietristi hanno raccolto le firme nei mesi scorsi, è stato dichiarato ieri «ammissibile». E oggi la Corte si esprimerà sulla legge stessa. Chiaro, però, che le due decisioni non sono scollegate. I supremi giudici da giorni si vanno confrontando sulla costituzionalità o meno della legge che permette al premier di schivare per diciotto mesi i suoi processi. E dunque, anche alla luce della decisione di ieri, prende sempre più forza la previsione della vigilia, ovvero che ci sarà una cosiddetta «sentenza interpretativa di rigetto», scrive Francesco Grignetti a pagina 9 della STAMPA: Significa, fuori di gergo giuridico, che il ricorso dei giudici di Milano sarà rigettato, implicitamente dichiarando costituzionale l’impianto della legge, ma allo stesso tempo verrà «riscritto» qualche passaggio attraverso una interpretazione costituzionalmente orientata da parte della Consulta. Se così sarà, si pensa che i giudici ritoccheranno il meccanismo dell’automatismo per cui oggi il premier può autocertificarsi sei mesi di impedimenti (reiterando la sospensione per diciotto mesi complessivi) e il giudice non può far altro che prenderne atto, ma è in bilico anche l’articolo che delimita il campo (considerato troppo esteso) degli «impegni istituzionali» che permettono il rinvio. Tutto lascia pensare, insomma, che il referendum si farà, anche se l’ultima parola è riservata alla Cassazione e occorre attendere la sentenza di oggi. Se per ipotesi la legge fosse abrogata per totale incostituzionalità, infatti, il referendum sarebbe superato in radice. Ma molto difficilmente andrà così. «Ritengo - dice l’onorevole Gaetano Pecorella, Pdl, in passato avvocato del premier ma ora non tanto in sintoniacon il Cavaliere - che la Corte possa raddrizzare un po’ la legge: deve essere lasciata al giudice la facoltà di valutare le ragioni dell'impedimento. Dall’altra la legge ha chiarito, come aveva già fatto in passato la Corte, che di fronte a un impegno istituzionale il processo deve essere rinviato». E c’è chi già pregusta la battaglia. Antonio Di Pietro ora sogna di trasformare il referendum in un plebiscito pro o contro Berlusconi. «Il referendum - dice - può avvenire tra aprile e giugno di quest’anno, salvo che, nel frattempo, non si vada a votare. In questo caso slitterebbe di un anno. Insomma, la Corte Costituzionale o i cittadini, grazie a questa azione dell’Italia dei Valori, hanno messo all’angolo il presidente del Consiglio, il quale, oggi, deve rassegnarsi ad essere una persona come tutti gli altri e farsi giudicare. La resa dei conti per Silvio Berlusconi si avvicina inevitabilmente e inesorabilmente». «Prendiamo atto della decisione della Consulta e siamo pronti ad affrontare con serenità il confronto politico e quello referendario», dice intanto Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl. Dichiarazione che va interpretata: nel centrodestra, infatti, già si medita su una nuova legge. L’obiettivo è un ritocco all’attuale norma sul Legittimo impedimento, recuperando le osservazioni della Corte costituzionale, e allo stesso tempo il tentativo è di bloccare il temuto referendum. Che peraltro avrebbe il traino dei quesiti su nucleare e acqua." 

3. Scudo, ipotesi bocciatura con la Corte divisa a meta'

Roma - "La previsione è di una bocciatura 8 a 7 della legge sul legittimo impedimento, sia pure con una sentenza che non la cancelli del tutto ma che ne riduca il campo d’applicazione. E, paradossalmente, tanto più «forte» sarà (cioè tanti maggiori commi coinvolgerà) tanto maggiori saranno le probabilità che l’Ufficio centrale della Cassazione «blocchi» , una volta che sia stata scritta la sentenza, il referendum dell’Idv che è stato dichiarato ammissibile, scrive Maria Antonietta Calabrò a pagina 2 del CORRIERE DELLA SERA. Nel secondo Palazzo che sorge sul colle del Quirinale ieri sera si respirava un’atmosfera simile a quella dell’inizio di ottobre del 2009, quando in modo secco fu «bocciato» il Lodo Alfano, cioè «lo scudo processuale» per il premier, derubricato questa volta -su suggerimento dell’Udc -a una tipizzazione dell’istituto (già previsto dal codice per tutti i cittadini) del legittimo impedimento. Insomma, al termine della camera di consiglio sui referendum, alla Corte costituzionale, molti giudici hanno avuto la sensazione di rivivere l’esperienza passata. In pratica, sono caduti nel vuoto i tentativi di raggiungere un’accordo o una mediazione, che dir si voglia, in modo da raggiungere l’unanimità su una possibile illegittimità parziale molto circoscritta. Quindi, domani potremmo assistere di nuovo a un copione già visto: bocciatura e commenti gridati da una parte e dall’altra dello schieramento politico. Anche se la sentenza potrebbe non incidere affatto. Né sull’esito finale dei tre processi milanesi a Berlusconi (Mills, Mediaset e Mediatrade), che con la battuta d’arresto dovuta ai ricorsi alla Consulta hanno accumulato un ritardo che li destina con quasi certezza alla prescrizione. Né sul ricorso alle urne per il referendum dipietrista. Non pochi sono i giudici convinti che la legge possa essere salvata. La strada sarebbe quella di intervenire con un lavoro di taglio e cucito (la cosiddetta sentenza additiva di illegittimità) che consentirebbe di eliminare le parti più controverse sul piano costituzionale: riducendo, anche molto, le ipotesi di impedimento connesse alla funzione di presidente del Consiglio e restituendo ai giudici la discrezionalità della decisione sulla sospensione del processo in una logica di leale collaborazione tra le istituzioni. Una soluzione, questa -è il ragionamento che continua a prevalere alla vigilia della decisiva camera di consiglio nella quale, comunque, le posizioni potrebbero ancora cambiare -che consentirebbe di rendere la norma meno generica e di ridurre i rischi di un abuso dell'autocertificazione degli impedimenti a comparire in udienza da parte dei membri del governo. Che «la Corte possa raddrizzare un po’ la legge» lo ha sostenuto ieri lo stesso Gaetano Pecorella, uno dei legali del premier che difese il Lodo Alfano: «Deve essere lasciata al giudice la facoltà di valutare le ragioni dell'impedimento» , ha spiegato. Ma in se stesso il legittimo impedimento -ha detto -«stabilisce un principio che la Corte costituzionale aveva già affermato, ovvero la prevalenza di un impegno istituzionale sui tempi del processo. Per questo escluderei una soluzione radicale come sarebbe una pronuncia che stabilisca l’incostituzionalità completa della legge» . Possibile, invece, la sentenza interpretativa: una sentenza cosiddetta additiva di illegittimità, con forza di legge, erga omnes. Scenari, ipotesi per una camera di consiglio i cui tempi nessuno si spinge a prevedere (nonostante le precarie condizioni di salute di uno dei giudici, Maria Rita Saulle, convalescente)". 

4. Consulta, il Cav: Se bocciano lo scudo la campagna è fatta

Roma - "Sebbene il nuovo nome del partito non sia stato ancora scelto, il pendolo di Silvio Berlusconi sta tornando a puntare le elezioni anticipate. Non è ancora una decisione, ma l´opzione è sul tavolo e la finestra sarebbe a maggio, in un election day che metta insieme le amministrative con le politiche. Una possibilità che diventerebbe più concreta se la Consulta oggi bocciasse il legittimo impedimento, scrive Francesco Bei a pagina 6 della REPUBBLICA. Gli avvocati hanno infatti spiegato al Cavaliere che i suoi processi saranno comunque ghigliottinati dalla prescrizione e, al dunque, tanto vale sfruttare l´occasione. «Faremo la campagna elettorale - minaccia il premier - spiegando agli italiani che un manipolo di magistrati tiene in ostaggio il paese da quindici anni». Insomma, le saltuarie apparizioni ai processi diventeranno per il Cavaliere una passerella mediatica per sparare a zero sui pm e per gridare alle telecamere la sua verità. Una possibilità tanto concreta che ne hanno parlato a lungo in questi giorni Casini e Fini, nel tentativo di disinnescare la bomba-processi. E anche di questo si è discusso ieri mattina in un incontro a tre alla Camera, che ha visto intorno al tavolo Fini, Casini e il segretario del Pd Pierluigi Bersani. «Berlusconi - va spiegando il leader dell´Udc ai suoi compagni di viaggio terzopolisti - non aspetta altro che presentarsi come una vittima dei pm e dei "traditori" della maggioranza. È il ruolo che gli riesce meglio e non possiamo fargli questo regalo». Anche in questa chiave vanno lette le interviste che "in parallelo" hanno rilasciato sia Fini che Casini, con la medesima offerta a Berlusconi di un «patto» per tirare il paese fuori dall´emergenza. Un messaggio che il premier non solo non ha raccolto, ma ha interpretato come l´ennesima «trappola» della coppia terzopolista. L´ira del premier ha trovato soprattutto Fini come bersaglio cui appuntarsi: «Che disastro: avrebbe potuto essere il prossimo leader del Pdl e invece sembra diventato ormai il portavoce di Casini». Quanto al «patto» di unità nazionale suggerito dal presidente della Camera, Berlusconi parlando con i suoi lo ha accolto con tutto lo scetticismo possibile: «Ma come? Se ci troviamo in questa situazione è proprio per colpa sua e di quelli che lo hanno seguito! E ha la faccia tosta di venirsi a proporre come il salvatore della patria?». Insomma, né incontri né tregue con Fini sono nell´orizzonte del Cavaliere. Tanto più che al premier non dispiacerebbe affatto "soffiare" a Fli un senatore (si parla di Giuseppe Menardi, ma l´interessato ha già smentito) così da imporre a Fini l´onta di non poter più avere un gruppo a palazzo Madama. Berlusconi, come unica alternativa al voto, prevede infatti soltanto il compimento dell´operazione "responsabili". Ieri a Berlino, conversando con alcuni ministri al seguito, ha confidato il suo vero obiettivo: «Il nuovo gruppo partirà con 24 deputati. Se riusciremo a essere autosufficienti, Bossi toglierà il veto all´ingresso dell´Udc nella maggioranza». Oggi stesso il premier, insieme a Denis Verdini, vedrà Francesco Pionati e Francesco Nucara per fare il punto della situazione. Ma intorno al progetto, nonostante gli annunci del premier, dentro il Pdl prevale la prudenza. Due sera fa si sono incontrati in gran segreto tutti i deputati provenienti da Alleanza nazionale, quelli rimasti fedeli al Pdl, alla presenza dei colonnelli. Una riunione che è servita a fare il punto della situazione, con una valutazione realistica degli assetti parlamentari. «La verità - ha spiegato Ignazio La Russa - è che servirebbero 28 deputati. E´ questa la soglia minima affinché il nuovo gruppo di responsabilità renda la maggioranza davvero autosufficiente in tutte le commissioni parlamentari». Se i calcoli di La Russa sono giusti, al progetto di Berlusconi mancano ancora 9 deputati, visto che finora i "responsabili" ufficialmente censiti sono soltanto 19. E l´ipotesi di un qualche prestito dal Pdl - come il deputato Mario Pepe oppure Antonio Leone - non fa che aumentare la sensazione di fragilità che circonda l´intera operazione. Anche il caos politico nella Capitale rende più difficile l´operazione, tanto che il premier sarebbe molto irritato con il sindaco Alemanno per aver azzerato la giunta 'nel momento più sbagliato'". (red)

5. Berlusconi: Se vince il no, Fiat fa bene ad andare via

Roma - “Da stasera si comincia a votare a Mirafiori, ed è Silvio Berlusconi - gettando altra benzina sul fuoco della polemica - ad avallare apertamente l’intenzione espressa dall’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne: se vince il no, la produzione verrà spostata. In una conferenza stampa con la cancelliera Angela Merkel annota Roberto Giovannini sulla STAMPA a pagina 2 - -, Berlusconi dice di valutare «assolutamente positivo la possibilità di accordo tra sindacati e azienda in direzione di una maggiore flessibilità dei rapporti, del lavoro». «Ci auguriamo che la vicenda abbia un esito positivo», dice il premier, anche perché «se ciò non dovesse accadere - cioè se l’intesa venisse bocciata dagli operai - le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi». Una dichiarazione che solleva una vera e propria rivolta a sinistra. «Parole vergognose», accusa il segretario del Pd Pierluigi Bersani: «Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario ma noi gli paghiamo uno stipendio che gli sembrerà misero per occuparsi dell’Italia e fare gli interessi del Paese, e non per fare andare via le aziende». Durissima anche la leader della Cgil, Susanna Camusso. «Il presidente del Consiglio sta facendo una gara con l’amministratore delegato della Fiat tra chi fa più danno al nostro Paese», afferma chiudendo l’assemblea Cgil di Chianciano. «Non conosco un presidente del Consiglio di nessun Paese che si augura che se ne vada il più grande gruppo industriale nazionale - dice Camusso -. Non conosco un presidente del Consiglio di nessun’altra nazione che non pensi e non sappia che per lui viene innanzitutto le condizioni di lavoro del suo Paese e la cittadinanza dei suoi lavoratori». Berlusconi a questo punto «è bene che se ne vada»; Marchionne? «Ci ha risposto che è molto affezionato all’Italia - spiega la sindacalista - continuiamo ad avere qualche serio dubbio. Potremmo prenderlo come fatto positivo se seguissero dei fatti», se cominciasse a scoprire «qual è il piano industriale» di Fabbrica Italia. Emma Marcegaglia - che pure vede con preoccupazione aumentare l’interesse del mondo delle imprese per il modello Marchionne, che prevede l’uscita da Confindustria - insiste: «Noi siamo dalla parte della Fiat - dice il presidente degli industriali, anche lei a Berlino - speriamo e pensiamo che il referendum su Mirafiori possa passare. È un momento importante in cui fare un passo in avanti». E la possibile emigrazione all’estero di imprese di cui parla Berlusconi? «È un problema reale - risponde - il Paese non attrae investimenti esteri e ha una scarsa competitività. Nessuno vuole distruggere nulla né ledere diritti, ma le cose che la Fiat chiede ci sono già in altri Paesi e in Germania da molti anni». Dopo il voto, «bisognerà ripensare le regole sulla rappresentanza, e c’è già una disponibilità a trattare. Ma prima serve un accordo tra Cgil, Cisl e Uil». «Marchionne non è un santo e sta facendo delle forzature evidenti: mi auguro però che i lavoratori votino Sì al referendum». Parola del leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, secondo il quale se dovesse venire meno l’investimento della Fiat in Italia «sarebbe un campanello d’allarme sulla fuga dall’Italia di altri investitori». Ieri il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni ha invitato i lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori a votare sì, in un intervento su Youtube: «La vittoria del sì darà un salario più alto e maggiori garanzie ai dipendenti del Lingotto - afferma Bonanni nel video - all’azienda Fiat ed agli investitori, prospettive di crescita e di sviluppo all’Italia intera. Lo vogliono i sindacati e soprattutto i lavoratori che agiscono con forte senso di responsabilità, lontani da inutili demagogie e populismi». Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi invece torna sul rischio di perdere la fabbrica di Mirafiori se vincessero i «no»: in questo caso Torino perderebbe «non solo una grande realtà produttiva per sé ma anche il cuore pulsante della filiera dell'automobile». Sacconi poi dice che il governo ha svolto un ruolo positivo in questa vertenza: 'abbiamo cercato di favorire il dialogo tra le parti», ed è ben comprensibile che il governo e la sua maggioranza siano d’accordo su un investimento senza il quale l’auto perde una dimensione strategica per il Paese'". 

6. Fiat, gli operai di Mirafiori contestano Vendola

Roma “In una frazione di secondo, ieri pomeriggio, davanti ai cancelli di Mirafiori, è apparsa un’istantanea che ha sepolto un vecchio mondo. Appena Nichi Vendola si è presentato alla porta 2 della fabbrica, un folto gruppo di operai lo ha subissato di buuu e fischi, sventolando diverse copie del Giornale” scrive Giancarlo Perna a pagina 3 del GIORNALE a proposito delle contestazioni registrate da Niki Vendola ieri a Mirafiori. “Per la cronaca, i contestatori inalberavano pagina sette del numero di ieri su cui campeggiava il titolone: ‘Sorpresa, Vendola a Bari fa il Marchionne’. Vendola era arrivato a Mirafiori per incoraggiare le maestranze a votare no al progetto Marchionne nel referendum di oggi e domani, in aperto appoggio all’arcigna posizione della Fiom-Cgil, contro quella morbida di Cisl e Uil. La contestazione, Giornale in pugno, ha svergognato Vendola e la frusta leggenda che ancora oggi, nel 2011, la sinistra monopolizzi fabbriche e operai. Nichi ha avuto l’imprudente sfacciataggine di presentarsi a Mirafiori da solo, come fosse il massimo rappresentante della sinistra e la quintessenza dell’operaismo. È riuscito invece solo a sottolineare che grandi assenti alla vigilia del referendum erano il Pd e i suoi papaveri. Costoro sono divisi tra chi appoggia Marchionne e chi sta con la Fiom. Immaginiamo che le maestranze incerte sulla scelta di domani si siano sentite anche più sole nel vedersi trascurate da quello che fu il partito di rife¬rimento e nel trovarsi davanti solo un simpatico fricchettone. Più intrigante, lo sventolamento in faccia a Nichi del Giornale . Che molti nelle fabbriche, stufi degli smargiassi alla Landini (capataz della Fiom), si fidino più del centrodestra è assodato. Le settimane scorse il Giornale ha ospitato centinaia di firme di tute blu e quadri di Pomigliano che prendevano le distanze dagli oltranzisti. ‘Noi rischiamo la fabbrica e il posto per il protagonismo dialcuni con l’occhio punta¬to a una futura carriera politica’, ha scritto uno di loro, rappresentando il pensiero di tutti. Da quando il berlusconismo ha messo l’accento sul «fare» - anche con qualche retorica - , chi vive di salari e stipendi si trova più a suo agio a destra che a sinistra. Il Pdl si è schierato con la realistica ricetta di Marchionne e chiede qual¬che sacrificio in più sull’età pensionabile, gli orari di ufficio, eccetera. Però punta comunque al lavoro, a tempo determinato o indeterminato che sia, e incoraggia il darsi una mossa. La sinistra appoggia tutti i capricci sindacali, gli orari brevi, le cure termali e continua a considerare l’imprenditore come il nemico da combattere. Dove passa, crescono come gramigna cassa integrazione e disoccupazione. Questo già basterebbe per spiegare perché Nichi sia stato accolto a Mirafiori con lo sventolio del Giornale . Ma nel suo caso c’è di più. In Puglia - questo raccontav¬mo nell’edizione di ieri -Vendola ha col sindacato lo stesso rapporto che ha Marchionne: cane e gatto. La differenza è che l’ad di Fiat è in dissenso solo con la Fiom. Il governatore di Bari con la Triplice al completo. Cgil, Cisl e Uil gli rinfacciano di essere sordo ‘alle istanze dei lavoratori’, di decidere ‘unilateralmente’ e, più in generale, di intrattenere ‘scorrette relazioni sindacali’ nella Regione. Sembra di sentire lui che se la prende col negriero Marchionne. È tipico degli uomini di sinistra pensare che a loro sia permesso ciò che condannano negli altri. Questa regola distorta vale per Nichi dieci volte più che per chiunque del suo giro. Vendola si considera un essere speciale. Un angelo caduto in terra per imporre le mani e salvare il mondo. Quelle che i sindacati pugliesi considerano decisioni «unilaterali» sono per Nichi espressioni di una personalità carismatica. La sua. A essa, tutti dovrebbero piegarsi grati ed estasiati. Se poi non lo capiscono, vadano all’in¬ferno. In sette anni di guida della Puglia - nonostante de¬ficit paurosi, scandali di ogni genere, inchieste giudi¬ziarie da farne un tribunale a cielo aperto - Nichi non ha fatto uno straccio di mea culpa. Anzi, da semplice deputatino di uno sparuto e anti¬diluviano partituccio marxista (Rifondazione) si è talmente montato la testa da puntare alla presidenza del Consiglio. La via - vincere le primarie del Pd e poi le elezioni politiche - è impervia come farsi prendere sul se¬rio con l’orecchino al lobo, ma lui ci crede. Vendola non è un radicalchic. Di sé ha una percezione più alta e irripetibile. È un uomo del popolo che si è riscattato dalla povertà del¬le origini e il mondo è suo. In filigrana, la storia di Gesù. Sentite come parla del pro¬prio mestiere di governato¬re: ‘Tra me e i pugliesi c’è un rapporto prepolitico. Non¬ne e madri mi fermano. I bambini mi mandano lettere di consigli’. Ciò che gli accade ha sempre significati trascendenti. Oltre all’orecchino porta un anello. Glie¬lo donò un pescatore il giorno in cui fu eletto presidente della Regione. Tendendolo, l’uomo disse: ‘Avevo giurato che se vincevi ti avrei dato la cosa più cara: è la fede di mia madre’. Nichi infilò la vera (al pollice, essendo troppo larga per l’anulare) e proclamò urbi et orbi : ‘Simboleggia il mio matrimonio col popolo’.C’è tutto Vendola in questa trombonata. Ecco poi cosa pensa di sé: «Sono cattolico, sia pure nella forma più imperfetta. Etero¬dosso, perché inguaribil¬mente libero. Vecchio, perché vivo sulla mia pelle l’atrofizzazione del capire». E fin qui siamo nel tran tran del quotidiano. Sentite invece come sbarella quando s’invola nelle astrattezze. ‘La vita altrui che è il para¬digma del limite nostro, violando il quale romperemmo il senso della nostra vita e di tutta la vita’. Un tipetto dal pensar scorrevole, non c’è che dire. Con questo bel¬l’istinto per la comunicazione, Nichi si è recato a parlare con gli operai di Torino af¬fossando, tra gli sventolii del Giornale , quel che restava di fiducia nella sinistra. Gli è andata bene, poteva finire peggio”.

7. Giavazzi: A Mirafiori puo' iniziare fine di Confindustria

 Roma -“Francesco Giavazzi non se la sente di consigliare gli operai che in queste ore a Mirafiori votano sull’accordo con Fiat, però si dice certo che l’ad del Lingotto, Sergio Marchionne, stia suonando la sveglia innanzitutto per gli industriali italiani, scrive IL FOGLIO Marco Valerio Lo Prete. L’economista bocconiano invita soltanto le tute blu a “non sottovalutare” la fermezza di Marchionne nel trarre le conseguenze dal risultato del referendum. Uno degli alfieri del liberismo in Italia fa sua la tesi del “ricatto”? Tutt’altro, lo choc americano di Marchionne “è positivo” per il paese: “Questo signore non è una meteora – spiega Giavazzi al Foglio – quando dice di pensare a portare Fiat fuori dall’Italia, lo pensa veramente”. E pone un problema, è la tesi dell’editorialista del Corriere della Sera, “soprattutto per i nostri imprenditori, quelli per cui di certi problemi non bisogna parlare”. Gli stessi problemi – dalle relazioni industriali ingessate alla bassa produttività del lavoro – che sono alla radice della “scomparsa quasi totale degli investimenti esteri nel nostro paese”. Il manager italo-canadese, non a caso, “è uno dei pochi ad avere una visione globale. Uno che correttamente, prima di fare un investimento, si chiede: qual è il vantaggio comparato di questo paese rispetto ad altri?”. In America, dove insegna al Mit di Boston, Giavazzi passa ogni anno almeno metà del suo tempo; e di tipicamente “americano”, nella rivoluzione marchionnesca, ci vede soprattutto il superamento dell’associazionismo Confindustria-style: “Adesso il re è nudo. Fiat ha abbandonato viale dell’Astronomia; perché in futuro gli altri dovrebbero restare iscritti, se Confindustria non riesce nemmeno a battersi per riformare le regole in senso utile a produrre con efficienza?”. L’accordo sulla concertazione del 1993, quello di cui Marchionne ha deciso di fare a meno, “servì in occasione di una svalutazione della lira e per limitare l’aumento dei salari. Oggi non c’è più la ragione d’essere di quell’intesa”. “Già nel 2004, quando fu eletto presidente di Confindustria Antonio D’Amato, ritenuto portatore di un vento liberale a viale dell’Astronomia – continua Giavazzi – scrissi quale fosse la mossa che auspicavo per la sua prima settimana di lavoro: la chiusura della Confindustria stessa. Nelle economie liberali, infatti, non esistono ‘Confindustrie’”. Le decisioni di Marchionne hanno contribuito poi a rendere più nitidi i contorni di un problema “che finora era percepito in modo ovattato”, aggiunge Giavazzi: “Marchionne sottolinea spesso la differente accoglienza ricevuta in America o in Italia. A Detroit la crisi è stata drammatica, e lui è stato apprezzato per aver proposto una via d’uscita. Qui invece i risultati della cassa integrazione sono stati disastrosi. I lavoratori non hanno percepito che Fiat era praticamente fallita e, mentre in cassa integrazione, si sono probabilmente lasciati sfuggire altre occasioni di lavoro. Per questo in futuro sarebbe meglio introdurre un sussidio di disoccupazione, garantire i lavoratori e non i posti di lavoro”. A questo punto la polemica investe il governo. Ieri, a dire il vero, perfino il premier, Silvio Berlusconi, si è schierato per il ‘sì’ all’accordo di Mirafiori: “Invece di prendere posizione, perché l’esecutivo non introduce regole sulla rappresentanza sindacale? Cosa accadrà ai lavoratori non rappresentati da un sindacato? Eppure mi pare che in Parlamento ci siano proposte intelligenti sul tema, a partire da quella – che condivido – del deputato Pd Pietro Ichino”. Poi ovviamente, ‘sono salutari choc solitari come quello di Marchionne, ma affinché il sistema-paese cresca serve altro. E’ inutile, per intenderci, che il ministro dell’Economia Tremonti parli di liberalizzazioni e abolizione dell’articolo 41 della Costituzione salvo poi sostenere una legge che aumenta le prerogative della corporazione degli avvocati’”.

8. Governo, quota 24 per gruppo 'responsabili' alla Camera

Roma -"Ieri sera il deputato siciliano Saverio Romano, presidente in pectore del gruppo di sostengo al governo «Area di responsabilità» , ha parlato al telefono con Silvio Berlusconi al quale ha illustrato lo stato dell’arte del nuovo rassemblement: «Vediamo cosa succede dopo la pronuncia della Consulta sul legittimo impedimento...» , ha detto il presidente del consiglio al suo interlocutore sperando che le notizie in arrivo oggi dalla Consulta non mandino in soffitta la nuova entità filo governativa, scrive Dino Martirano a pagina 5 del CORRIERE DELLA SERA. Poche ore prima, durante la colazione offerta a Berlino dalla cancelliera Angela Merkel, il presidente del Consiglio aveva parlato anche di politica italiana e si era mostrato ottimista pronosticando che il nuovo gruppo di appoggio al governo partirà con 24 deputati. Il gruppo di «responsabilità» , dunque, aspetta nuove adesioni per superare quota 20 ed essere costituito formalmente: 19 i parlamentari già iscritti d’ufficio, uno ancora ballerino (l’ex leghista Maurizio Grassano prestato ai liberal democratici), due corteggiati (Ferdinando Latteri e Aurelio Misiti dell’Mpa), un candidato al corteggiamento (il finiano Luca Barbareschi). E c’è anche un’aliquota della «legione straniera» del Pdl guidata dall’eclettico Mario Pepe e disposta a trasferirsi armi e bagagli nel nuovo raggruppamento. Secondo Pepe, «il gruppo ha bisogno di un bravo vice capogruppo e di un segretario d’aula capaci di mettere in campo la propria esperienza parlamentare» . Osvaldo Napoli, vice capogruppo del Pdl, dice che tutto si deciderà alla luce della sentenza della Corte: «Ove ci fosse bisogno, qualcuno del Pdl, ma solo d’intesa con i vertici del partito, potrebbe anche spostarsi nel nuovo gruppo» . E anche sulla presidenza c’è da capire come andrà a finire: se Saverio Romano e Francesco Pionati guadagnano una posto nel governo, rimane libera la poltrona del capogruppo per Silvano Moffa, ex Fli, che non votando la sfiducia al governo all’ultimo minuto ha contribuito a regalare la vittoria di misura ottenuta lo scorso 14 dicembre da Berlusconi. Intanto, però, la campagna acquisti alimentata proprio da Silvano Moffa arriva anche al Senato dove corre qualche rischio l’integrità del gruppo di Futuro e libertà (dieci componenti) che in caso di una sola defezione verrebbe cancellato come entità autonoma. E così ieri, durante la riunione del gruppo — erano assenti Barbara Contini e Francesco Pontone — il senatore Giuseppe Menardi ha sentito il dovere di smentire alcune voci che lo danno in procinto di abbandonare la scialuppa finiana: «Io che esco dal gruppo di Fli al Senato? Non mi risulta. Io non lascio e non commento le indiscrezioni» . Eppure i finiani che ormai vivono sotto assedio avrebbero già predisposto le contromisure necessarie per blindare il gruppo a quota 10: una di queste potrebbe essere quella di convincere il senatore genovese Enrico Musso (ex Pdl passato al Misto, già impegnato pubblicamente per la causa del terzo polo, ad aderire a Futuro e libertà. Intanto, però, non si escludono altre incursioni ai danni di Fli, osserva il finiano Giuseppe Valditara: «C’è qualche furbacchione che per conquistare qualche medaglietta si presta a un balordo gioco del calcio mercato» . Che riserva sorprese ogni giorno: «Il senatore Giuseppe Astorre, del gruppo Misto, è pronto ai rientrare nell’Idv» , annuncia il dipietrista Massimo Donadi".

 9. Asse Fli-Udc: Casini: Insieme anche alle urne

Roma -"Il terzo polo con i suoi cento parlamentari serra le fila. Resiste all´assalto della campagna acquisti berlusconiana, almeno per ora, e si prepara ad affrontare sotto un unico simbolo il primo banco di prova: le amministrative di primavera, scrive Carmelo Lopapa a pagina 7 di REPUBBLICA. La linea dettata dal presidente della Camera Gianfranco Fini con l´intervista a Repubblica - la proposta di un «patto di salvezza nazionale» per far fronte alle emergenze e a un «governo paralizzato» - viene condivisa in pieno dall´altro leader del Polo della Nazione, Pier Ferdinando Casini, anche lui sulla linea del "patto di pacificazione". «Impeccabile, bella, chiara, limpida e precisa» dice il leader Udc dell´intervista di Fini. Condividendo anche la previsione di una corsa a tre in caso di elezioni: il loro Polo si presenterà unito alle urne. Certo, da lì a qualche ora, da Berlino, il premier Berlusconi ha poi chiuso la partita rispetto a qualsiasi prospettiva di governo di emergenza o di "grosse koalition" in stile primo esecutivo Merkel. Ma su un suo ripensamento nessuno, d´altronde, era pronto a scommettere. «Se Berlusconi pensa di poter risolvere i problemi con due o tre parlamentari in più a noi va bene così» sottolinea sarcastico Casini. Vuol dire che continuerà a logorarsi, è il non detto che aggiungono i suoi. Così anche Fli. «Noi non abbiamo mai parlato di un patto di governo - replica a Berlusconi anche il coordinatore finiano Adolfo Urso - ma di un patto per le riforme nel quale chi è all´opposizione ci resta, nessun interesse per le poltrone». La verità, a sentire Italo Bocchino, è che «Berlusconi è tutto tranne che moderato: è la destra estremista, siamo noi i moderati». Resta invece aperto il dibattito interno ai terzopolisti sulla sfiducia a Bondi. «Ci riuniremo e poi decideremo» taglia corto Casini. «Se si dimettesse ci sarebbe un problema in meno» rincara Bocchino. Della questione si stanno occupando Buttiglione e Rutelli. A farsi largo nelle ultime ore è l´ipotesi della mozione di «censura» di finiani e centristi, che consentirebbe loro di non votare la sfiducia del centrosinistra. Il pressing berlusconiano, soprattutto sugli uomini di Raffaele Lombardo, intanto continua. Ma ieri sia Ferdinando Latteri che Aurelio Misiti hanno smentito il passaggio: «Non siamo in vendita». E se Fini quanto Casini hanno escluso un´intesa elettorale con il centrosinistra, il segretario Pd Pierluigi Bersani - che nei giorni scorsi aveva avanzato la proposta di un patto tra le opposizioni - ora avverte: «Non faremo il giro delle sette chiese» in cerca di alleati. «I problemi sono tali che serve una convergenza di forze per andare oltre il berlusconismo. Noi proporremo un progetto, ognuno poi si assumerà le proprie responsabilità». Il Pdl, che aveva plaudito alle aperture di Casini, si mostra più cauto rispetto a quelle di Fini. Pesano le riserve che il premier mantiene nei confronti del presidente della Camera. L´obiettivo di Berlusconi è sempre quello rompere l´asse tra i due. Ultimo blitz, il tentativo di strappare il decimo senatore Fli Giuseppe Menardi. Fallito. Lui nega: «Non lascio». Quanto a Fini, per Sandro Bondi, coordinatore Pdl, «l´alleanza con Casini gli ha fatto bene: appare ora più moderato, più riflessivo ed equilibrato che nel passato». Fabrizio Cicchitto dà un´altra lettura alle parole della terza carica dello Stato: 'È finita ogni ipotesi di governo tecnico. Ora si continua col governo Berlusconi o si vota». Osvaldo Napoli apprezza i toni ma «Fini propone rimedi a pasticci che ha causato lui'".

10. Pd, Renzi lancia Zingaretti

Roma -“Come tutti i sodalizi di ferro, quello tra Matteo Renzi e Nicola Zingaretti è nato in osteria, in questo caso di fronte a una fiorentina con l’osso, scrive a pagina 12 della STAMPA Carlo Bertini. Ma come spesso capita l’idillio è sbocciato dopo uno scontro all’arma bianca: un duello in piena regola dopo le regionali, quando il centrosinistra perse di misura con Emma Bonino nel Lazio e Renzi accusò dalle colonne del Corriere Zingaretti di non aver avuto il coraggio di candidarsi. Il presidente della Provincia di Roma gli rispose che la politica non significa salire al volo sul treno più bello e il sipario si chiuse lì. Un mese dopo, lontano dai riflettori, i due si videro a Firenze, ma solo ora si comincia a vedere il risultato di quel pranzo di fine giugno tra due personaggi dai caratteri opposti, ma complementari: uno fumantino e incline alla battuta da toscanaccio irriverente, l’altro pacato, istituzionale e fin troppo prudente. Alla vigilia della Direzione Pd più delicata degli ultimi mesi, Renzi getta un sasso nello stagno mentre presenta il libro di Vespa a Firenze: ‘Io mi candido a guidare la nuova fase del Pd da subito e insieme ad altri ma con il ruolo istituzionale di sindaco’. E questo per far vedere che lui non intende candidarsi alle primarie se mai dovessero svolgersi nel 2011, perché sarebbe una partita troppo ravvicinata. Ma anche se lo stesso varrebbe per Zingaretti, che rifiutò di scendere in campo contro la Polverini perché non si può abbandonare un mandato un anno dopo esser stato votato, ugualmente Renzi gli regala una ‘carezza’ ben accetta: «Riusciremo a individuare un leader all’interno della nuova generazione, ma per come è la sinistra, uno a cui non lo faranno mai fare sono io, ma non c’è dubbio che Nicola Zingaretti stia studiando da leader. Ed ha delle caratteristiche di mediazione più forti delle mie, mette d’accordo D’Alema e Travaglio». E in ogni caso, ecco la stoccata a Bersani, «quando va giù Berlusconi o si cambia o si perde». E tanto per esser ancora più chiaro, «lo scenario Berlusconi-Bersani non è riproponibile». E se è vero che in questi mesi Zingaretti non ha mai speso una parola contro il «rottamatore» e che i due ormai ogni giorno si parlano via sms, dietro questo scambio di amorosi sensi c’è un patto generazionale, benedetto non a caso dai leader della minoranza di Modem: non è un mistero che Fioroni non veda male la crescita di quello che considera un suo «pupillo», cioè Renzi; così come è nota la stima che nutre Veltroni per Zingaretti. Il quale, pur apprezzando la sortita del suo nuovo sodale, si guarda bene dall’accreditare qualsiasi voglia di scendere in campo, mantenendo un profilo basso ed evitando accuratamente ogni invito di uscire allo scoperto con interviste e apparizioni in tv per parlare del Pd. Ben sapendo di dover salire ancora un gradino prima di poter aspirare al trono più alto. E se a detta di Vespa l’opa sul Pd ha più chances di vincerla Renzi di Vendola, quest’ultimo ora indica pure quale sarebbe il suo sfidante preferito: Sergio Chiamparino, avversario perfetto perché incarna un’idea di sinistra alternativa alla sua. In tutto ciò Bersani si troverà a fronteggiare oggi una Direzione tormentata dal caso Fiat, con i veltroniani che gli chiedono un «mea culpa» dopo le chiusure di Fini e Casini su eventuali alleanze e gli ulivisti di Parisi sulle barricate per difendere le primarie. Sostenuti, guarda caso, dai rottamatori di Renzi che oggi dirà la sua su questo e altro”.

11 Chiamparino: Questa sinistra fuori dal mondo mi ha stufato

Roma -Sergio Chiamparino dice al RIFORMISTA di essere ‘stufo del benaltrismo di una sinistra’ che ormai ragiona ‘come se fosse fuori dal mondo reale’. Sostiene che ‘in qualsiasi altro paese, Marchionne sarebbe stato accolto col tappeto rosso’. Aggiunge che la posizione del Pd sul caso Fiat ‘rimane confusa’. E parlando della classifica del Sole 24 ore sui sindaci più apprezzati, scandisce: ‘Renzi primo, io secondo. Sono un pensionando e lo dico con molta umiltà: è ora che il Pd inizi ad ascoltare davvero queste persone che hanno dimostrato di avere cultura di governo. Oppure l’unico requisito per entrare nel gruppo dirigente nazionale del partito è quello di non aver mai vinto un bel niente?’. Chiamparino – chiede Tommaso Labate - , Berlusconi dice che se vince il ‘no’ al referendum di Mirafiori, la Fiat farà bene ad andarsene. È d’accordo? ‘Se malauguratamente vincesse il no, il governo dovrebbe convocare un tavolo per trovare un rimedio. Anche se sarebbe molto difficile farlo. Come ha ben spiegato Marchionne, le auto che vanno vendute sulla “piazza” internazionale hanno bisogno di essere prodotte con modalità e tempi coerenti con la domanda dei mercati’. Come sta Torino a poche ore dal referendum di Mirafiori? ‘Mi creda, la gente è infastidita dal tentativo di politicizzare una questione sindacale, economica e sociale. E soprattutto la città sa che Marchionne è stato l’uomo che ha salvato il Gruppo Fiat e che, insieme agli enti locali, ha impedito la chiusura di Mirafiori’. Visto l’acceso dibattito in corso tra i lavoratori, non le sembra di esagerare un po’? ‘Nel 2003-2004 Mirafiori era praticamente chiusa. Al punto che c’erano già alcune proposte per riconvertire quell’area persino in un mastodontico parco divertimenti. Una specie di Gardaland di Torino, non so se mi spiego. Quanto a Marchionne, rimane l’uomo che ha preso quella macchina ingrippata che era diventata la Fiat e l’ha salvata. Tornando a Mirafiori, c’è la possibilità storica non solo di portare quella produzione che là manca da vent’anni. Ma di farne un vero e proprio “hub” dell’innovazione per la mobilità sostenibile’. Sembra una gigantesca réclame del sì, non trova? ‘Detto con la massima sincerità, io sono esterrefatto per tutte le polemiche su Marchionne. L’ad della Fiat sta solo proponendo un nuovo modo di lavorare. Nel settore del tessile e dell’alimentaristica lavorano così da vent’anni. Ma soprattutto sono senza parole perché, in qualsiasi altra parte del mondo, uno che mette sul tavolo un miliardo di investimenti sarebbe stato accolto col tappeto rosso’. Però non vorrà negare l’accordo prevede l’appesantimento dei carichi di lavoro. ‘L’appesantimento c’è e va compensato. Alzando i salari e coinvolgendo sempre di più il sindacato nelle decisioni dell’azienda’. Il modello tedesco. ‘Appunto. Se al referendum vince il sì, tutte le strade sono praticabili. Se passa il no, invece, si finirà tutti a fare i gatti neri in un gigantesco limbo. Dobbiamo metterci in testa che nelle relazioni industriali italiane c’è sempre questo gap di dieci anni che va colmato. Le faccio un esempio: se l’accordo del 1993 fosse stato fatto dieci anni prima, come proponevano Tarantelli, Modigliani e la Cisl, i lavoratori ne avrebbero guadagnato in diritti e in tutela del reddito. Oggi ci troviamo di nuovo a un bivio. Se non anticipiamo, finiremo per subire. Le vie sono due: votare sì al referendum per lasciare aperte tutte le strade e correggere in seguito tutte quelle criticità che ci sono nell’accordo. Oppure, se vince il no, tocca prepararsi al nulla’. Torniamo a Marchionne. Come giudica il fatto che, considerando le stock options, l’ad Fiat paga meno tasse dei suoi operai? ‘Tra Marchionne e un metalmeccanico c’è uno scarto troppo grande. Primo, per una ragione di natura morale, visto che chi guadagna di più dovrebbe versare dei contributi straordinari. Secondo, per una distorsione nel meccanismo delle stock options. Questo discorso però non vale solo per Marchionne, ma anche per moltissimi altri manager’. Questo è un tema sollevato da sinistra. Non sembra un aspetto di poco conto. ‘Io sono stufo di questo “benaltrismo” della sinistra, di questo modo di ragionare che alla sinistra ha provocato e sta provocando danni irreparabili. Ormai, a sinistra, è quasi sempre così. Il problema è sempre ben altro’… Iniziamo dalla Fiom. Ce l’ha con Landini? ‘Io non ce l’ho con Landini. Ma siamo seri, la torsione politica della Fiom è ormai una cosa scontata’. Ripone le sue speranze nella Camusso? ‘Tenuto conto dei vincoli che derivano dal peso della Fiom sull’intero sindacato, bisogna riconoscere che la Camusso si sta muovendo con saggezza. Se passano il sì al referendum e la sua linea di firmare, un minuto dopo si può porre il tema della rappresentanza sindacale che sta tanto a cuore alla Cgil’. Dal “benaltrismo” al “maanchismo” di cui è stato accusato il suo partito, il Pd, sul caso Mirafiori. Deluso? ‘Se fossi stato il segretario del Pd avrei detto le stesse cose che sto dicendo adesso. Tiri le somme e veda lei se sono deluso o no. Io mi rendo conto che il leader di un partito come il nostro senta la necessità di provare a tenere “tutti dentro”. Ma alcune cose non sono chiare. L’approccio del Pd alla questione Fiat è stato all’insegna di una grande incertezza. Oggi, da quell’incertezza, è scaturita la linea del dire ‘sì agli investimenti’ e no a tutto il resto’. Il sospetto del “ma anche”, appunto. ‘Il problema è che mi devono spiegare come il sì agli investimenti può convivere col fatto che il responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, continui a parlare di «accordo regressivo». Di regressivo, in questa storia, ci sono soltanto le attuali relazioni sindacali che il Pd continua inspiegabilmente a difendere. Le stesse che hanno contribuito a portare a meno salari per i lavoratori e meno produttività per le aziende’. Sta dicendo che il Pd è fuori dalla realtà dell’anno 2011? ‘Oltre al benaltrismo della sinistra, il Pd ha un altro grave problema. Sembra infatti che questo partito sia prigioniero di un diaframma invisibile che ci ributta addosso tutte le nostre parole. E la Fiat, purtroppo, è soltanto uno dei temi sui quali potremmo sfondare e invece andiamo all’indietro. Perché una sinistra che non pensa a prospettive di crescita che siano fuori dall’ombrello della spesa pubblica è una sinistra fuori dal mondo. Le faccio un esempio?’ Prego. ‘Vorrei rivolgere un quesito all’amico Vendola. È più “di sinistra” tenere il 60 per cento delle società ex municipalizzate e conservare le poltrone? Oppure mantenere il controllo di quelle aziende limitandosi al 30 per cento e col ricavato dell’altro 30 costruire gli asili nido? Io credo che sia più di sinistra la seconda opzione. Certo, bisogna rinunciare a qualche poltrona per aumentare i servizi per i cittadini’. Chiamparino, sia sincero. Con queste parole sta pensando ad “altre” prospettive politiche? ‘Per me mancano quattro mesi all’alba, e cioè alla fine del mandato. Il mio obiettivo è la scadenza pensionistica di luglio, alla quale arriverò finendo di pagare il riscatto degli anni dell’università’. E la sua intenzione di candidarsi alle primarie per la premiership? ‘Le faccio una rivelazione. Ho deciso di ascoltare i consigli di Beppe Severgnini. Quando finirò di fare il sindaco, mi metterò “a disposizione”. Valuterò le eventuali proposte non necessariamente nell’ambito della politica di chi me ne farà, di chi sente di aver bisogno di un’esperienza come la mia’. Ne sta già valutando qualcuna? ‘Niente di particolare, per ora’. Secondo lei, il Pd tenterà di ridimensionare le primarie? ‘Per me le primarie non hanno una funzione salvifica. Ma non capisco davvero che bisogno c’è di farne a meno. Viene il sospetto che le si vogliano accantonare per tentare di coinvolgere qualche possibile alleato che, in realtà, non ci sta neanche a sentire’. Si riferisce a Casini? ‘L’idea secondo cui per fare un’alleanza con l’Udc bisogna mettere in discussione noi stessi non la capisco affatto’. Renzi primo. Lei, secondo, ha raggiunto il podio per il decimo anno consecutivo. De Luca terzo. Tre piddì guidano la classifica del sindaci del Sole24 ore. ‘Renzi è uno su cui puntare per il futuro. Detto questo, visto che io sono un pensionando, vorrei umilmente chiedere ai vertici del Pd: non sarebbe il caso di ascoltare e coinvolgere un po’ di più questo pezzo di partito che sul territorio ha dimostrato di avere capacità di governo? In caso contrario, inizierei a sospettare che il requisito necessario per entrare nel gruppo dirigente nazionale del nostro partito sia il non aver vinto mai niente’. Pensa forse a un congresso straordinario? ‘Ai congressi non ci credevo nemmeno quando servivano a discutere e non solo a contare delle tessere. Io chiedo soltanto che questo partito, una buona volta, impari a fare chiarezza. E a stare se possibile nel mondo reale, non al di fuori’”.

12. Informazione Tv, Masi: Stop al monopolio di Rai3

Roma -"Mauro Masi, atto se­condo. Il direttore generale Rai, dopo le polemiche che hanno investito la prima parte del suo mandato, per la seconda tranche della sua gestione non fa retromarcia ma anzi accelera scrive Paolo Bracalini nell'intervista a Masi a pagina 9 del GIORNALE. Il top ma­nager di Viale Mazzini, per la prossima stagione (sono ancora da definire i palinse­sti di quasi tutto il 2011), punta a cambiare radical­mente il volto delle tre reti generaliste Rai, soprattutto sul delicato fronte dell’infor­mazione, da rivedere e rifor­mulare sia nella collocazio­ne («vorrei un programma d’informazione in prima se­rata su RaiUno ») sia nei con­tenuti. «Dobbiamo dare un segnale di grande cambia­mento » spiega il dg Rai. «Ba­sta con la tripartizione rigi­da, che risale a 30 anni fa ed è ormai superata, fra una Ra­iUno votata all’intratteni­mento delle famiglie, una RaiDue più giovanilistica e una RaiTre con il monopo­lio esclusivo dell’approfon­dimento dell’informazione e culturale. Questa divisio­ne rigida non sta più né in cielo né in terra». Direttore Masi, significa che vorrebbe più infor­mazione su RaiUno e me­no su RaiTre? «Sì anche, ma non semplifi­cherei in questo modo. Io penso a un grande salto di qualità dell’offerta Rai, an­che in termini di plurali­smo. Perché vede, il plurali­smo di sostanza, non quello di forma, latita in Rai». Ohibò, è quello che la­menta la sinistra. «Al contrario, è evidente che in Rai l’approfondimen­to informativo lo fa in preva­lenza la terza rete, che lo fa secondo i propri standard ». Tendenzialmente anti­berlusconiani... «Non entro nel merito politi­co ma penso sia un grave er­rore gestionale lasciare che l’approfondimento infor­mativo sia di fatto detenuto solo da una rete.C’è un altro tema fondamentale, quello del pluralismo degli ospiti e dei servizi. Spesso in questa stagione abbiamo assistito a programmi bilanciati ri­spetto all’ospite politico ma totalmente sbilanciati su servizi ed esperti». Vuol dire che intende an­che aggiornare il tanto criticato «Codice Masi», quello che disciplina la presenza del pubblico nei programmi, interve­nendo anche sull’impar­zialità di servizi e opinio­nisti? «Se si gira il mondo e si esce dall’ottica provinciale della vecchia Rai, si capisce che certi talk show che si vedo­no in Rai non esistono in nes­sun paese del mondo. Per questo dico che serve un grande sforzo, nell’interes­se di tutti, per avere un’infor­mazione più pluralistica. Faccio appello anche alle componenti più attente del centrosinistra. E poi, vede, credo fermamente che que­sta del cambiamento sia un’esigenza che i nostri di­rettori devono sentire come la sento io». Quando non è successo, si è finiti in tribunale. «La magistratura va rispetta­ta e le sue sentenze applica­te o semmai impugnate nel­le sedi opportune. Detto questo, non posso non nota­re­che la Rai si trova a compe­tere in un mercato estrema­mente concorrenziale co­me quello della tv, con dei vincoli giuridici assoluta­mente pesantissimi, che di fatto stanno portando avan­ti un concetto anacronistico di inamovibilità che sta pre­giudicando in maniera seria le capacità gestionali del­l’azienda e che si risolve in un palese vantaggio per la nostra concorrenza...». Insomma i giudici stanno facendo un favore alla Me­diaset della famiglia Ber­lusconi. «Io mi limito a dire che la Rai deve fare conti con senten­ze totalmente incredibili di cui è difficile trovare prece­denti in Italia o in altri Paesi occidentali, e che hanno un peso tale nella governance che si trasformano oggetti­vamente in un vantaggio per tutti i concorrenti». Come va con il sindacato Usigrai, suo acerrimo ne­mico? «Non c’è nessuna posizione apodittica sul sindacato da parte mia. Io sono sempre aperto al dialogo, ma solo con chi vuole affrontare i problemi strutturali della Rai, che per troppo tempo sono stati fatti marcire. Tro­vo difficile dialogare con chi invece combatte per difen­dere piccinerie di micro lob­by di potere». C’è anche la lobby degli sprechi Rai... «Il recupero delle risorse è il tema più ampio del bilan­cio. Abbiamo imboccato una strada virtuosa ma cer­tamente dura. L’azienda si è dotata di un Piano Industria­le vero, che porterà la Rai ad un piccolo ma significativo avanzo di bilancio, già nel 2011 (per la prima volta dal 2005) compreso tra i 25 e 30 milioni di euro. Ho affronta­to le spese ridondanti: ho bloccato tutte le carte azien­dali, abbiamo tagliato in ma­niera feroce l’uso della mac­chine aziendali, i telefonini, ho chiesto sacrifici anche a direttori di rete e testata che sono in fibrillazione su que­sto... ». Ci dica una cosa che pro­prio non le va in questa Rai. «C’è una cosa che non va as­solutamente bene, lo dico con franchezza, ed è la quali­tà­del nostro palinsesto in re­lazione al servizio pubblico. Dobbiamo fare tv di maggio­re qualità. Anche se non è fa­cile, perché Rai deve fare al tempo stesso servizio pub­blico e mercato. Ed è un ba­lance molto complesso». Più cultura nella tv pub­blica? «Sì ma per cultura intendo anche i grandi spettacoli po­polari. E per far questo cre­do serva un maggiore sforzo di produzione propria e d’autore». Troppe produzioni ester­ne? Un taglio anche qui? «Sicuramente, anche se a volte costa meno fare pro­durre all’esterno. Ma serve soprattutto qualità. Io mi adopererò perché la Rai si consolidi come la prima azienda culturale, in senso popolare, del nostro Pae­se".

13. Tunisia, scontri nella capitale governo ordina coprifuoco

Roma -"In un´insolita mattinata di pioggia, Tunisi si risveglia coi carrarmati per strada. Dopo l´ultima notte di violenza in un sobborgo a ridosso della capitale (Ettandhamoum) il governo ha deciso per il giro di vite. Impedire ogni assembramento, l´ordine partito dall´alto, Tunisi deve restarne fuori. Ma Ben Ali ha fatto male i conti, scrive l'inviato di REPUBBLICA Renato Caprile. Alla fine di una convulsa giornata che ingrosserà il bilancio dei morti di almeno altre 6 unità sarà perfino costretto a decretare il coprifuoco dalle 8 di sera alle 6 del mattino. La cosiddetta "rivoluzione del gelsomino" non rientra nei ranghi dopo qualche promessa. Non serve a calmare la piazza nemmeno l´annunciato licenziamento del ministro dell´Interno né la scarcerazione di tutti i dimostranti arrestati, meno che meno l´impegno a istituire una commissione parlamentare anti-corruzione. La notizia poi, non confermata, del siluramento del capo di Stato maggiore dell´esercito aggiunge tensione a tensione. Il generale Rashid Ammar si sarebbe infatti rifiutato di aprire il fuoco contro chi dimostrava sotto il palazzo del presidente a Cartagine. Qualcuno arriva addirittura a sperare o temere che i militari si preparino a un golpe. Mentre al sud, a Douz che dista 500 chilometri da Tunisi, la polizia mostra il volto feroce di sempre e uccide 5 persone (altri morti ci sarebbero poi a Dagache e Qabali) e un altro manifestante viene ucciso ad Hammamet, nel centro militarizzato della capitale per la prima volta sindacati e comunisti trovano il coraggio di sfilare insieme in corteo. Sono un centinaio di persone in tutto, uomini e donne. In mezzo a loro ci sono 2 giornalisti italiani del TG3, Maria Cuffaro e l´operatore Claudio Rubino. L´unica troupe che possa filmare quel documento. Rubino riprende, la Cuffaro intervista, quando improvviso parte l´attacco, strappano la telecamera a Rubino e il microfono alla Cuffaro, Rubino viene per giunta manganellato alla testa. Niente di grave, per fortuna, se la caverà con qualche cerotto. La telecamera rispunterà solo un´ora più tardi, non escluso per l´intervento deciso della nostra ambasciata. Hanno tentato di cancellare il girato, ma Rubino è riuscito comunque salvare qualcosa. La libera informazione evidentemente non s´addice al regime di Ben Ali. L´ex poliziotto che guida da oltre 20 anni la Tunisia col pugno di ferro è in difficoltà come non mai. «Per la prima volta -sottolinea dalla Francia Karim Emile Bitar dell´Istituto di relazioni internazionali e strategiche - sotto attacco della piazza c´è lui, la sua famiglia, la sua cricca di potere». D´altra parte il fronte di chi protesta si allarga di giorno in giorno. La rabbia dei senza lavoro sta diventando movimento politico. A manifestare infatti non sono più solo i disoccupati ma sindacalisti, lavoratori, studenti, avvocati, artisti, che chiedono la partenza di Ben Ali, la fine della dittatura e rivendicano democrazia e libertà. Quella che proprio non c´è. Ad Hamma Hammami, leader del Partito comunista degli operai di Tunisi (Pcot), è bastata essere intervistato dalla rivista italiana Left per finire nuovamente in galera. A capo di una formazione politica considerata illegale, Hammami, era già stato in carcere in passato. Spira un vento nuovo che sembra coinvolgere larghi strati della società. Ma c´è chi non nasconde la preoccupazione che tutto questo possa essere strumentalizzato. 'Ed è esattamente ciò che non vogliamo - spiega il blogger El Hani - la protesta è nata inizialmente come un´iniziativa dei tanti disoccupati di questo Paese che chiedevano solo posti di lavoro, con il passare dei giorni e a causa della repressione della polizia, dei morti è cresciuta trasformandosi in un movimento che chiede cambiamenti politici reali. Non vogliamo che comunisti e islamici mettano il cappello sul nostro movimento. Le nostre proteste sono unicamente finalizzate alla richiesta di un cambiamento nella politica tunisina attraverso la concessione di maggiori libertà democratiche. Vogliamo vivere in uno Stato di diritto e non in uno Stato di polizia - conclude - perché senza la democrazia reale non ci potrà essere alcuno sviluppo'".

14 Le repubbliche dei patriarchi che reggono il Nord Africa

Roma -"Ogni discorso sulle condizioni politiche ed economiche dei Paesi nordafricani di cui si è molto parlato nelle scorse settimane dovrebbe partire da alcuni dati anagrafici, scrive Sergio Romano a pagina 17 del CORRIERE DELLA SERA. Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha 82 anni, è capo dello Stato dal 1981 e si accinge a completare il suo quarto mandato. Muammar Gheddafi, guida della rivoluzione libica, ha 69 anni ed è al potere dal 1969. Il presidente della Tunisia Zine el-Abidine Ben Ali ha 75 anni ed è capo dello Stato dal 1987. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika ha 74 anni, è stato eletto per la prima volta nel 1999 e ha iniziato il suo terzo mandato nel 2009. Il primo di questi patriarchi è un generale dell’aeronautica, il secondo un colonnello, il terzo un poliziotto (per alcuni anni direttore della Pubblica sicurezza) e il quarto proviene dai ranghi della guerra di liberazione contro la Francia. Il primo ha conquistato la presidenza dopo l’assassinio del suo predecessore. Il secondo si è impadronito del potere con un colpo di Stato. Il terzo ha estromesso con la forza Habib Bourguiba, fondatore della Tunisia moderna. Il quarto è stato eletto dopo una guerra civile che ha provocato non meno di duecentomila morti. Per restare al potere tutti hanno «aggiustato» la costituzione o eliminato la clausola che limitava il numero dei mandati. Tutti sono sfuggiti a un numero imprecisato di attentati, generalmente organizzati dalle fazioni islamiste del loro Paese. Con una eccezione — il Marocco — non vi è quindi Paese dell’Africa settentrionale che sia riuscito a risolvere il fondamentale problema di ogni Stato moderno: la successione. Mubarak spera probabilmente di trasmettere il potere al figlio Gamal. Gheddafi si accinge a scegliere fra due figli, di cui uno è quello arrestato in Svizzera per una bega domestica. Ben Alì ha collocato qualche familiare nelle posizioni più ambite del regime. Bouteflika non ha eredi apparenti, ma il potere algerino è stato, sin dalla fondazione dello Stato, nelle mani di una oligarchia militare, brutta copia per molti aspetti di quella che ha retto le sorti della Turchia sino all’arrivo sulla scena politica del partito demo-musulmano di Recep Tayyip Erdogan. Le strutture oligarchiche e familistiche sono una delle cause di una corruzione che ha pervaso tutto l’apparato statale e che ne ha screditato l’autorità agli occhi dei cittadini. Resta da capire sino a che punto la precarietà costituzionale di questi Stati sia la maggiore causa delle difficoltà politiche ed economiche che ciascuno di essi sta sperimentando sulla strada della modernità. E qui beninteso occorre passare dalla constatazione delle analogie all’analisi delle differenze. L’Egitto, insieme al Marocco, è il più vecchio Stato arabo della regione. E’ nato nei primi decenni dell’Ottocento grazie all’energia e alle intuizioni di un geniale albanese al servizio dell’Impero ottomano, Mohammed Ali. E’ diventato vassallo dell’impero britannico nel 1882, ma ha conservato anche negli anni del protettorato il suo sovrano, una decorosa funzione pubblica, una élite mercantile e intellettuale, una intelligente apertura all’influenza dell’Occidente, una forte identità nazionale, un buon grado di tolleranza religiosa. Ed è stato, fino alle rivoluzioni islamiste degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, l’unico Paese arabo capace di elaborare modelli politici secolari come il nazionalismo e il panarabismo di Nasser. Ma il nazionalismo è stato sconfitto sui campi di battaglia delle guerre arabo israeliane e il panarabismo non ha mai superato lo stadio sperimentale delle effimere unioni con la Siria e con la Libia. L’Egitto non è uno Stato fallito, ma non riesce a sfamare i suoi troppi cittadini (77 milioni) e a intaccare sensibilmente la percentuale dell’analfabetismo (il 35%della popolazione). E’ accaduto così che in questo Stato laico e culturalmente filo occidentale le masse deluse cadessero nelle braccia dei Fratelli musulmani, nati nel 1929, ma divenuti molto più influenti dopo il fallimento dei processi di modernizzazione nei Paesi della regione. Mubarak tiene a bada i Fratelli con qualche concessione e con qualche compromesso, ma si serve del pericolo islamico per giustificare il suo regime, le leggi d’emergenza e la permanenza al potere. L’Egitto, di conseguenza è meno laico, meno tollerante e meno esemplare di quanto fosse nei momenti migliori della sua storia. Non è dal Cairo, purtroppo, che i Paesi del Maghreb possono importare modelli di sviluppo economico e civile. La situazione è meno grave in Libia dove gli abitanti sono poco numerosi (sei milioni) e le ricchezze naturali riempiono le casse dello Stato. Ma la Jamairiya non è né una monarchia né una Repubblica. E’ soltanto un ricco emirato, retto da un leader stravagante, non privo di una certa bizzarra genialità politica, che ha oggi, per chi deve trattare con lui, soltanto due meriti: ha protetto il suo Paese e se stesso dalle insidie del fanatismo islamico e soprattutto ha smesso di recitare la parte del Don Chisciotte arabo contro i molini dell’Occidente. La Tunisia è per molti aspetti una copia, in piccolo, dell’Egitto. Il suo leader non viene dall’esercito ma dalla polizia e governa il suo Paese con modi apparentemente tolleranti, ma sostanzialmente autoritari. Il Paese non ha grandi ricchezze naturali, ma ha fatto un buon uso delle sue risorse turistiche, ha aperto il suo mercato alle imprese straniere (di cui circa settecento sono italiane), ha una borghesia formata nelle scuole francesi e ha promosso l’istruzione superiore delle ultime generazioni. Ma ha creato attese che la sua economia, spesso corrotta, familistica e clientelare, non è in grado di soddisfare. In ultima analisi anche in Tunisia, come in Egitto e in Algeria, la curva della demografia e quella dell’economia avanzano a un passo diverso. Vi sono stati anni in cui il surplus demografico veniva in parte assorbito dal mercati del lavoro europei. Oggi, dopo la crisi del credito e le leggi restrittive adottate dai maggiori Paesi dell’Ue, la valvola dell’emigrazione si sta chiudendo. I giovani di Tunisi chiedono libertà, ma la chiederebbero con minore passione, probabilmente, se potessero trovare un lavoro corrispondente alla loro preparazione e alle loro ambizioni. Il Paese che corre maggiori rischi è forse l’Algeria. La sua modernizzazione di tipo sovietico è clamorosamente fallita alla fine degli anni Ottanta e ha avuto per effetto l’irresistibile ascesa di un partito religioso (il Fronte islamico della salvezza) che ha vinto il primo turno delle elezioni del dicembre 1991. I militari sono tornati in campo brutalmente, hanno annullato il risultato delle urne e hanno provocato una guerra civile che ha messo in ginocchio per buona parte del decennio una delle più educate e intelligenti società civili della regione. Bouteflika ha avuto il merito di mettere fine all’era del terrore e di restaurare l’ordine costituzionale. Ma ha concluso una specie di compromesso storico con gli islamisti, ha manipolato la costituzione e ha continuato a difendere, nell’interesse dell’oligarchia militare, una economia tendenzialmente chiusa, sospettosa e ostile all’intervento straniero. Il Paese è cresciuto (3,7%, mediamente, fra il 2001 e il 2009) ma non quanto era necessario per dare lavoro a una società in cui i giovani al di sotto dei trent’anni rappresentano il 70%della popolazione. Il Paese ha una grande ricchezza naturale, ma il gas e il petrolio possono essere al tempo stesso una manna e una maledizione: una manna quando la rendita gonfia le entrate dello Stato, una maledizione quando il denaro viene male impiegato in progetti sbagliati o il reddito le brusche oscillazioni di un mercato imprevedibile. Non ho parlato del Marocco. Il Paese ha risolto con un istituto vecchio ma funzionale (la monarchia) il problema della successione. E’ musulmano, ma il suo re e il suo governo amministrano gli ulema e gli imam come un corpo di pubblici dipendenti. Non ha grandi risorse naturali, ma è cresciuto mediamente, durante l’ultimo decennio, di una percentuale superiore al 5%. Ha una alfabetizzazione inferiore a quella dell’Egitto e dell’Algeria, ma una disoccupazioni pari a quella media dell’Unione europea. Ed è il Paese che ha maggiormente approfittato, sul piano culturale, delle sua antica dipendenza dalla Francia. Beati i Paesi della regione che hanno più rare occasioni di finire sulle prime pagine dei giornali"

15 Lista Falciani: 'Tu quoque Stefania?'

Roma -“Tu quoque , Stefania? Guardatela bene: è davvero la Sandrelli. In cima alla lista di coloro che portavano i soldi all’estero c’è proprio lei, la grande attrice immortalata da Bertolucci e da Virzì, da Monicelli e Trintignant, il meglio dei registi intellettuali dell’ultimo secolo. L’ultimo a immortalarla, per la verità, è stato Hervé Falciani, che però non è un regista e nemmeno un intellettuale. È solo un impiegato di banca, che non ha usato la cinepresa ma un computer, che non ha detto ‘ciak’ ma ‘tiè’, e però ha messo su un bel cinema lo stesso, a giudicare dagli effetti speciali” Scrive Mario Giordano a pagina 2 del GIORNALE che prosegue: “Come minimo, merita In effetti è una bella fotogra­fia d’insieme, quella che sal­ta fuori da quell’elenco. Stefa­nia la rossa passa direttamen­te da Ozpetek ai caveau della Confederazione elvetica, dal Novecento di Bernardo Ber­tolucci al 2011 della Procura di Roma, manco fosse la mo­glie di Briatore, per dire. In ef­fetti: nella lista Falciani c’è pu­re lei, la moglie di Briatore, al secolo Elisabetta Gregoraci. Compare accanto a altri no­mi illustri come lo stilista Va­lentino, il gioielliere Bulgari, il presidente della Confcom­mercio di Roma Pambianchi o il commercialista Carlo Mazzieri. Ma vuoi mettere la differenza? Da un commer­­cialista, quasi, uno se lo aspet­ta, da un gioielliere magari pure, figurarsi da una come la Gregoraci che sposa un mi­liardario un po’ burino, che si fa beccare con lo yacht fuori legge e chiama il figlio Na­than Falco. È quasi naturale ritrovarla nella lista dei cattivoni tributari. Stefania Sandrelli, invece. Con tutto quel po’ po’ di Nove­cento nel suo repertorio, con il Leone d’oro di Venezia alla carriera, una spruzzata di Benigni e naturalmente Mucci­no nel palmarès, ebbene, da lei ci si aspetta al massimo l’obolo alla cassa del mutuo soccorso operaio, il contribu­to segreto alla compagnia dei portuali, una donazione alla mensa dei poveri di San Fran­cesco. Mica i versamenti alle banche svizzere. Ma come? Proprio lei, così amata e cele­brata dalla sinistra intellettualmente chic, lei che ispirò Sapore di sale a Gino Paoli e recitò al fianco del compa­gno Volonté, ebbene lei si comporta come tutti gli altri? Ma sicuro. Anzi, in realtà, si comporta come i peggiori de­gli altri, come quelli che la si­nistra da sempre descrive come beceri capitalisti, evasori fiscali, spalloni miliardari capaci di far sparire oltre confine i de­nari destinati a costruire strade e ospedali di casa no­stra. Possibile? Dev’essere proprio un ‘male oscuro’, direbbe il compagno Monicelli. Un male oscuro che, per altro, colpisce non da oggi l’in­tero mondo degli artisti italiani, più o meno impegnati, che hanno sempre il cuore rivolto alla sinistra (conviene, altrimenti la critica diventa impietosa) e il portafoglio rivolto alla destra ( conviene, altrimenti il conto in banca diventa penoso). Da Adriano Celentano, l’uomo che fa l’elogio delle case di ringhie­ra ma poi vive in una villa ex­traluxe grazie anche agli stra­tosferici cachet della Rai, fino ai tre della Gialappa’s, che non perdono occasione per far professione di sinistrismo, salvo arricchirsi con i contratti generosi di Media­set e gli spot delle banche, abbiamo visto che ormai da molto tempo la coerenza, artisticamente parlando, è diventata un optional davvero poco usato. Per non dire di quei grandi intellettuali alla Guido Rossi che smettono di discettare di saggi principi di etica solo quando passano all’incasso di parcelle profes­sionali che da sole sfamereb­bero mezzo Bangladesh. Ed è altrettanto vero che da Sofia Loren a Renato Zero, da Valentino Rossi a Pavarotti è sempre stata lunga la lista dei vip italiani che si sono fatti beccare dal fisco. Eppure tut­to ciò non toglie che il nome della Sandrelli, in cima a quel­la lista, colpisce. Tanto più che ci è finita pure con la fi­glia, quasi come a passare il testimone, come sul grande schermo, anche nel Nuovo Cinema Paradiso Fiscale. Colpisce che la Sandrelli si sia affidata al tanto famigerato scudo fiscale, quello che finisce nel mirino di ogni mili­tante di sinistra che urla in­cazzato nel salotto di Balla­rò . E colpisce che protagoni­sta di tanta incoerenza sia proprio uno dei simboli più celebrati dell’Italia modello sinistra moralmente superiore, quella, per l’appunto, che merita le celebrazioni chic sul Lido di Venezia, i commenti entusiasti dei cineforum, le rassegne ammirate di chi per anni ci ha fatto credere, grazie anche alla sua bel­lezza, che lo faceva ‘Per amore, solo per amore’. Evidente­mente, lo faceva anche per altro, cerchiamo almeno di es­sere franchi. E, per una volta, che non siano franchi svizzeri”.

16. Italia-Germania, Roma spinge Draghi per la Banca europea

Roma -"Ogni volta che si parlano, Germania e Italia producono qualcosa di buono. È successo anche ieri, durante il vertice tra parti consistenti dei governi di Roma e di Berlino, tenutosi nella cancelleria tedesca. Non fuochi d’artificio ma discussioni che potrebbero avere conseguenze concrete, scrive Dino Taino a pagina 13 del CORRIERE DELLA SERA. Non risulta che Silvio Berlusconi e Angela Merkel abbiano parlato del prossimo presidente della Banca centrale europea, da nominare entro l’autunno, alla scadenza del mandato di Jean-Claude Trichet. Rispondendo a una domanda, però, il presidente del Consiglio italiano ha detto che «saremmo onorati se fosse scelto il governatore della Banca d’Italia» . Non è frequente una sponsorizzazione pubblica di Berlusconi per Mario Draghi, ma ieri è arrivata. Il confronto tra i due governi, in realtà, è stato piuttosto ampio. A Berlino sono arrivati, oltre al presidente del Consiglio, i ministri Franco Frattini (Esteri), Giulio Tremonti (Economia), Stefania Prestigiacomo (Ambiente), Paolo Romani (Attività produttive), Altero Matteoli (Infrastrutture) che hanno incontrato i loro corrispondenti tedeschi. In più c’erano la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti e il numero uno di Rewatt Marco Fioravanti, che hanno avuto colloqui con imprenditori e manager tedeschi. Sul tavolo, questioni politiche ma anche progetti di business. Berlusconi e la signora Merkel hanno parlato della situazione europea di fronte alla crisi del debito che colpisce alcuni Paesi. Ma hanno anche affrontato punti di crisi a livello internazionale, per esempio la questione della Bielorussia. E qui Berlusconi ha assicurato alla cancelliera che non si opporrà più all’imposizione di sanzioni contro Minsk, dove in questi giorni è in corso una violenta repressione contro le opposizioni al presidente Alexander Lukashenko. Negli anni scorsi, il premier italiano aveva più volte espresso il suo appoggio all’uomo forte bielorusso, fatto che ha spesso irritato i partner europei preoccupati per la situazione democratica nel Paese. Dopo le elezioni poco chiare del mese scorso e la repressione che ne è seguita, frau Merkel intende però imporre sanzioni e divieti di viaggio in Europa a membri chiave del governo di Minsk, e molti governi sono d’accordo con lei: Berlusconi non ha potuto che accettare. Sul versante degli affari economici, Emma Marcegaglia ha raccontato che gli incontri sono stati positivi. Sia la Confindustria italiana che quella tedesca (Bdi) chiedono che l’Europa abbandoni l’idea di tagliare le emissioni di gas serra del 30%(rispetto ai livelli del 1990) e che si attenga alla decisione di ridurli del 20%. In più, la presidente della Confindustria ha sostenuto che durante gli incontri è stata avanzata la proposta di organizzare acquisti comuni di gas tra Paesi europei, per avere una forza contrattuale maggiore rispetto ai Paesi produttori. «Si è parlato di sforzi comuni per acquisire il gas, soprattutto dalla Russia ma anche da altri Paesi: insieme, Italia, Germania e magari Francia» . Il numero uno delle Ferrovie italiane Mauro Moretti ha da parte sua avanzato una proposta che è stata accolta bene, in via di principio, dai tedeschi. Dal momento che la circolazione dei treni in Europa è stata liberalizzata ma ognuno dei 27 Paesi ha stabilito regole proprie su come debba avvenire, Moretti ha suggerito che Germania e Italia si diano regole uguali, in modo da creare un nocciolo di mercato comune al quale via via altri potrebbero aderire. Si vedrà se la proposta, che potrebbe essere significativa anche sul piano politico, avrà gambe per camminare. Le consultazioni governative italo-tedesche sono appuntamenti importanti. Non tanto quanto quelle tra Berlino e Parigi che si tengono regolarmente ogni sei mesi e che sono il momento qualificante dell’asse franco-tedesco. Ma di rilievo. Dovrebbero tenersi ogni anno ma ormai da un biennio i due governi non si incontravano in questa forma, anche a causa di una cancellazione la scorsa primavera dovuta alle ceneri del vulcano irlandese. Ora sono riprese e a Berlino fanno sapere che potrebbero essere più intense".

L’ACI, in versione Brambilla

Soldi all’estero: i furbetti della Lista Falciani