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L’appetitosa verdura di Chernobyl

Nuclearisti all’attacco, a colpi di massicce campagne di propaganda e di manipolazione. Ed ecco arrivare la riabilitazione dei luoghi colpiti dal disastro del 1986

di Davide Stasi

Spopolano su internet le varianti e le parodie allo spot TV pro-nucleare dei due scacchisti, che da settimane viene messo in onda con l’insistenza tipica delle campagne di persuasione e manipolazione mediatica di massa. A cui, evidentemente, gran parte del cosiddetto “popolo di internet” è immune, vista la creatività dissacrante delle versioni satiriche e la quantità di persone che le visualizzano on line. Micidiale, in particolare, la traslazione dello spot sulle immagini del “Settimo sigillo” di Bergman, nelle celebri scene della partita a scacchi con la morte.

Intanto, però, il bombardamento mediatico a scopi persuasivi prosegue imperterrito. Ora si passa alla manipolazione dell’informazione. Ne è un esempio iservizio video-giornalistico proposto ieri dal sito di Repubblica, dal titolo “A Chernobyl tornano le piante. E sono sane”. La notizia, ripresa anche da altri media, sarebbe che a 25 anni dal disastro, pur restando altissimi i livelli di radiazione, tali da rendere la zona inabitabile per gli esseri umani, la flora sta rinascendo. Addirittura, sostiene il servizio, nascono piante rare, forse addirittura resistenti alle radiazioni.

Il tono dell’informazione è inteso a trasmettere tranquillità e sorpresa rispetto a un tema su cui sono consolidati molti dubbi. Così si rileva con allegro stupore l’imminente realizzazione nella zona di progetti per l’apertura di un parco naturale o di un’area dedicata al turismo adventure. Addirittura si parla di aprire la coltivazione di frutta e verdura nel perimetro contaminato a 30 Km dalla centrale. Va segnalato, a questo proposito, che già da tre anni si commercializzano, teoricamente solo a livello locale, prodotti agroalimentari coltivati nelle aree a oltre 30 Km dalla centrale. Fingendo di ignorare che nel 1986 tracce di contaminazione radioattiva erano state rilevate fin presso la costa orientale del Nord America.

Nonostante questo, si procede con il tentativo di sdoganamento delle aree, quindi dell’incidente e delle sue conseguenze. L’argomentazione portata dalle autorità locali poggia su alcune ricerche di scienziati slovacchi (e, va ricordato, la Slovacchia va a nucleare) secondo cui le piante stanno ricrescendo grazie al recupero di un gene atavico, lo stesso che nella preistoria attivava una proteina che consentiva loro di resistere alle alte radiazioni, allora presenti spontaneamente in natura.

Siamo a venticinque anni dal disastro. Una generazione. I ricordi cominciano a sbiadirsi, a gran parte dei giovani la parola Chernobyl non suscita alcuna emozione, e tutto questo mentre si sta tentando da più parti, anzitutto in Italia, un rilancio nucleare. In realtà, di notizie come quelle diffuse oggi se ne ha traccia in varie fasi del recente passato. Pochi anni dopo l’incidente, l’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica iniziò a sostenere progetti di ricerca, volti inizialmente a ridimensionare o negare gli effetti delle radiazioni sulle zone contaminate, poi per sostenere i tentativi di revival nucleare. Ed è così che periodicamente viene sollevato il clamore sulla crescita della vegetazione o sulla circolazione della fauna.

Un clamore che in genere si basa su studi e dati o molto deboli dal punto di vista scientifico, oppure semplicemente citati negli articoli e nei servizi solo in modo generico. Tanto l’audience media non s’accorge di nulla. E non ha la curiosità per cercare e scoprire che già più di dieci anni fa, nel 1998, un pool di studiosi francesi e americani rilevarono mutazioni genetiche e talune mostruosità ben visibili nella fauna erbivora attorno a Chernobyl, oltre alla scomparsa del 50% delle specie di uccelli e di un numero imprecisato di insetti. Fattori tuttora sotto osservazione, con risultati che testimoniano l’esistenza, in una vasta area attorno alla centrale, di un ecosistema apertamente in crisi. Dove, per di più, le coltivazioni e le pratiche agricole come l’aratura stanno contribuendo a disseppellire e immettere in circolo molti isotopi interrati, mettendoli anche in contatto con le falde acquifere.

Chernobyl e dintorni sono, di fatto, un’enclave enormemente anomala, buona al massimo per creare un bioparco di studio scientifico sugli effetti devastanti delle radiazioni sull’ecosistema. Eppure, stando ai tentativi di manipolazione della comunicazione messi in atto dai gruppi di interesse pro-nucleare, già oggi con le verdure coltivate a Chernobyl potremmo farci un’insalata prelibata. Con il non trascurabile vantaggio di poterla mangiare al buio, essendo fluorescente.

Davide Stasi

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