Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Tunisia: Ben Ali traballa

Il dilagare delle proteste mette alle corde il presidente-dittatore. Per quanto prive di guida e di una strategia precisa, le manifestazioni contro il regime sembrano ormai inarrestabili

di Marco Giorgerini 

Nonostante le belle promesse del presidente Ben Ali, i dimostranti tunisini gridano sempre più forte. Gli scontri con la polizia si fanno più frequenti, la protesta si è allargata e ha contagiato la capitale. 

È un passo importante: come ricorda il poeta e giornalista Taoufik Ben Brik «nella capitale c'è il vento del potere», e ogni dittatore lì si trincera sperando che i rivoltosi non entrino nel cuore politico del paese. Per il capo di Stato è stata una vana speranza, il confine di Tunisi è stato varcato, almeno sette persone sono state uccise e Ben Ali ha dichiarato il coprifuoco dalle otto di sera alle sei del mattino. Violenti scontri sono avvenuti anche a Thala, a Kasserine, persino a Douz, “la porta del Sahara” che dista cinquecento chilometri da Tunisi. Qui si sono registrati almeno cinque morti, mentre altre vittime si contano a Dagache, ad Hammamet e a Qabali. Le fiamme, poi, distruggono centri commerciali e banche sparse nel paese. Il bilancio è salito a ventuno vittime secondo le autorità, mentre l'opposizione parla di oltre sessanta morti.

Il presidente, che fino a tre giorni fa riteneva i manifestanti «terroristi al servizio di forze straniere», ha abbassato i toni e all'improvviso ha mostrato clemenza. Due giorni fa ha ordinato di scarcerare tutti i dissidenti detenuti, e ha dimesso il capo di Stato maggiore e il ministro degli Interni. Ieri ha disposto che non si spari sui dimostranti. Il resto sono promesse: fondi per la disoccupazione e lavori a termine per ridurre la povertà dei giovani e sedare così la “rivoluzione del gelsomino”. Per i dimostranti sono gli ultimi assi nella manica di un regime ormai morente, e proprio per assestare il colpo definitivo manifestano con maggior determinazione. «Non si governa all'infinito un popolo nell'impunità», afferma ancora Ben Brik, che aggiunge: «qualunque sia l'esito l'insurrezione ha già vinto».

L'esito, però, non è così trascurabile. I tunisini stanno mostrando fierezza e dignità, ma è per un futuro di democrazia che scendono nelle strade rischiando la vita. Uno studente universitario, in una testimonianza riportata sul blog Nawaat, teme il pericolo che l'impeto sacrosanto di questi giorni venga meno non appena la situazione cambierà. Non appena, magari, Ban Ali lascerà il posto a un nuovo presidente. Il ragazzo denuncia l'assenza di una vera organizzazione: «La tribù è pronta, ma il capo manca all'appello». Del resto, se ci fosse un capo il rischio di eventuali strumentalizzazioni crescerebbe, e per i più questo pericolo va tassativamente scongiurato. Il blogger El Halani è chiarissimo: «Non vogliamo che comunisti e islamici mettano il cappello sul nostro movimento. Le nostre proteste sono unicamente finalizzate alla richiesta di un cambiamento nella politica tunisina attraverso la concessione di maggiori libertà democratiche». 

Libertà democratiche che latitano, nello Stato magrebino, a causa del golpe di oltre venti anni fa che portò al potere il dittatore. Zin El-Abidine Ben Ali fu dichiarato presidente della Repubblica nel 1987, dopo aver deposto il presidente Bourguiba. La complicità dei servizi segreti occidentali fu assoluta, e furono proprio gli 007 italiani a occuparsi particolarmente del cambio al vertice del paese. Lo dichiarò esplicitamente l'ammiraglio Martini in un'intervista a repubblica del 1999: «Non fu un brutale colpo di Stato: fu un'operazione di politica estera, messa in piedi […] con decisione dagli uomini che guidavano l'Italia in quegli anni». Quasi tutti i leader europei dell'epoca, comunque, plaudirono all'operazione: il nuovo leader si dichiarava infatti filoccidentale. Ancora oggi, a ventitré anni di distanza, è facile imbattersi in articoli che elogiano le misure da lui intraprese in campo economico. Dati alla mano, la ricchezza dello Stato è aumentata. Il PIL, eterno Moloch a cui l'Occidente è disposto a sacrificare ogni cosa, è cresciuto. 

A che prezzo? Oltre ai brogli elettorali tipici di ogni regime (alle elezioni del 1999 e del 2004 fu riconfermato con più del 95 per cento dei voti), Ben Ali ha assunto un controllo assoluto sui media e con la riforma costituzionale del 2002 si è assicurato la possibilità di rimanere per un tempo indefinito alla presidenza. Eppure in un sito a lui dedicato in mezzo agli altri elogi si legge che «il Presidente Zine El Abidine Ben Ali riesce nel sanare il clima sociale». Chi invece mette in dubbio il sistema economico occidentale riceve puntualmente cori di riprovazione. Basti pensare a Chavez.

Marco Giorgerini

Tunisia e Algeria. Proteste strumentalizzate?

Milano “made in Asia”