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Tunisia e Algeria. Proteste strumentalizzate?

Qui da noi si guarda con malcelata simpatia ai tumulti nordafricani. E allora bisogna chiedersi se dietro la benevolenza non ci sia l’intento di “modernizzare” i due Paesi in chiave occidentale

di Alessio Mannino 

A noi viene un sospetto. E se le rivolte d’Algeria e Tunisia dessero un’involontaria, grossa mano ai rispettivi establishment al potere? Se, pur essendo spontanee, fatte da popolazioni per il 70% composte in media da trentenni e scatenate per una ragione molto concreta, il prezzo del cibo, fornissero un buon pretesto a chi regge le fila dei due paesi nordafricani per ridefinire i rapporti di forza politici ed economici (con l’Occidente pronto a trarne vantaggio, vedi la canea di commentatori ed economisti sui nostri giornali, che chiedono a gran voce “riforme” in senso liberista in particolare ad Algeri)?

È il contesto della ribellione maghrebina, più complesso di quel che ci viene detto, a farci venire il dubbio che quei ragazzi possano essere strumentalizzati. Due gli elementi critici passati sotto silenzio. Il primo è la differenza di regime e di organizzazione economica fra i due Stati confinanti. In Tunisia comanda un ex poliziotto, Ben Ali, che ha strappato la poltrona più alta della repubblica con la violenza ed ora governa col pugno di ferro (si rischia la galera anche solo per aver aperto un sito internet sgradito), pur avendo finora mantenuto in vita elezioni e opposizione. In Algeria, Bouteflika, uomo della potentissima lobby militare, ha sancito la democratizzazione formale della vita politica dopo aver posto fine alla sanguinosa guerra civile contro il Fronte di Salvezza Islamico; tuttavia ad Algeri i palazzi della politica devono fare i conti con i potentati clanici, religiosi e regionali (l’insofferente Cabilia, per esempio, una sorta di Catalogna algerina) sparsi sul suo territorio, in un delicato equilibrio che finora ha retto grazie all’appoggio internazionale di cui gode il presidente “democratico”, all’ipoteca repressiva dei generali e soprattutto agli abbondanti proventi del petrolio, oggi alle stelle, coi quali è stato definitivamente cancellato il debito estero. 

E di qui giungiamo al diverso modello economico. Quello algerino è a forte partecipazione dello Stato, il quale protegge i beni di prima necessità come il pane e il latte, ma anche l’olio e lo zucchero che hanno causato l’infiammata di questi giorni. Difatti, lo stato di penuria è endemico fra gli algerini, così come endemiche sono le sommosse che scoppiano ricorrentemente (in quest’ultimo decennio se ne sono contate a decine, anche se da noi non vengono sempre reclamizzate). Eppure le casse statali rigurgitano di petro-quattrini. I tunisini, invece, hanno un’economia più simile alla nostra, dove l’iniziativa privata è predominante. Il governo non ha negato il via libera agli investimenti stranieri, che però si sono concentrati sulle zone costiere (turismo) creando in quelle interne lo scontento per la disuguaglianza economica che ne è derivata. Ha però negato, almeno fino a questo momento, un’invasione massiccia nell’economia nazionale, timoroso di dover fare i conti con interessi troppo grandi per lui. Petrolio, qui, non ce n’è, e il 28% di giovani disoccupati non è che sia un tasso spaventosamente alto da oggi. È da tempo che un buon terzo della jeune Tunisie è a spasso. 

E allora, come mai proprio adesso queste sollevazioni di massa, con morti, feriti e incendi nelle strade? La possibile motivazione ce la suggerisce il secondo elemento che ci ha colpito: la contemporaneità delle due insurrezioni. Stanti le diverse condizioni che abbiamo riassunto sopra, il contagio appare strano. La copertura mediatica da parte dei mezzi di disinformazione occidentali alimenta questa simultaneità e, more solito, la fa passare come irrazionale ma al contempo inevitabile. Arrivando a puntare il dito contro gli agenti provocatori delle Gestapo locali, cosa che le finte verginelle nostrane si guardano bene dal fare quando si tratta delle violenze nelle piazze occidentali. 

Dalle nostre parti c’è, insomma, una malcelata simpatia verso gli insorti (benché, di contro, il nostro ministro degli esteri Frattini si sia affrettato a rendere nota la posizione dell’Italia a fianco dei governi in carica; ma sono reazioni d’obbligo). Il rapido diffondersi del “Kifaya!” (basta!, in arabo) non rappresenta nulla di nuovo in Algeria; è un segno di debolezza, questa sì inedita, per il regime poliziesco in Tunisia; ma combinato assieme e sparato sui media stranieri come un unico evento gravido di rivolgimenti eccezionali, getta le premesse di accordi in alto loco che producano cambiamenti pilotati, interni alle oligarchie dominanti, accomodanti, e compiacenti verso gli affaristi senza patria (vedi intervista di pochi giorni fa al Corriere della Sera e al Tg1 del tunisino Tarek Ben Ammar, finanziere e imprenditore televisivo molto amico di Berlusconi, che ha riconosciuto la bontà degli scontri poiché, a suo dire, altro non sono che la manifestazione, seppur degenerata, del bisogno di “modernità”, leggi: di inondare il Maghreb di business e cultura euro-americana, come lui sta già facendo con la sua tv satellitare). 

Vorremmo tanto sbagliarci ma quei ragazzi in rivolta, così belli e ammirevoli perché così simili a noi (anche loro, per lo meno quelli di città, hanno internet, sono ben istruiti, godono di un certo benessere minacciato, come il nostro, da inflazione e disoccupazione) e allo stesso tempo così diversi da noi (scendono in strada con questo grido viscerale, liberatorio: «urliamo, bruciamo e spacchiamo tutto, perché è l’unico linguaggio che riescono a capire») ci sembrano i burattini di paglia di un gioco che sta sopra di loro. E di vedere sfruttata la rabbia di chi ha di fronte a sé il futuro, ma dietro di sé l’ombra di maneggi inconfessabili, ne abbiamo abbastanza. Kifaya, ragazzi!

Alessio Mannino 

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