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Cina, troppo forte per tacere

Da oggi, e fino al 20, Hu Jintao in visita di Stato negli Usa. Per discutere con Obama dei futuri rapporti tra i due Paesi, facendo pesare fino in fondo la propria potenza economica

di Federico Zamboni 

La Cina è in ascesa, gli Stati Uniti in declino. La Cina ha un potenziale immenso che non ha ancora raggiunto il suo zenit. Gli Stati Uniti annaspano nelle sabbie mobili di una crisi generalizzata, che è strutturale e che, perciò, investe tanto l’economia privata quanto quella pubblica. La Cina ha costruito la sua forza attuale attraverso una paziente opera di tessitura, che le ha permesso di accumulare una miriade di piccoli miglioramenti strategici. Gli Stati Uniti hanno dissipato il loro smisurato vantaggio, che dopo il crollo dell’Unione Sovietica sembrava incolmabile e che per qualche anno li ha resi – o li ha illusi di essere – l’unica superpotenza a livello mondiale, destinata ad ampliare sempre di più la sua influenza sugli altri Paesi e a diffondere ovunque il proprio modello.

Il parallelo potrebbe continuare a lungo. E ad ogni elemento successivo ribadirebbe la stessa conclusione: le due nazioni si trovano in fasi diametralmente opposte della loro storia. Nel giro di una quarantina d’anni i loro rapporti di forza si sono modificati a tal punto da esigere una ridefinizione a tutto campo, che investa non solo le relazioni reciproche ma i rispettivi ruoli nello scacchiere globale. Hu Jintao, il presidente cinese che inizia oggi la sua visita di Stato negli Usa, ne è perfettamente consapevole, al punto che ancora prima di iniziare i colloqui ufficiali non ha mancato di porre una questione cruciale come la supremazia valutaria della moneta statunitense. Nelle interviste rilasciate al Washington Post e al Wall Street Journal ha affermato che quella supremazia è «un prodotto del passato». Benché il dollaro «debba essere mantenuto a un livello ragionevole e stabile» il suo strapotere è virtualmente finito. Sia pure nell’ambito di un «un processo giustamente lungo» è invece lo yuan cinese a dover rivestire un’importanza crescente.

La questione, com’è ovvio, ha enormi implicazioni e mina alle fondamenta il dominio americano sul resto del mondo. Nel momento in cui il dollaro smettesse di essere considerato la pietra angolare dell’intero sistema finanziario, appunto a livello planetario, Washington perderebbe la sua antica e perversa certezza di essere al di sopra di qualsiasi obbligo in materia di deficit statale. Ovverosia di essere immune, per definizione, al rischio di default. Il cambiamento sarebbe davvero epocale, privando la Casa Bianca della possibilità di espandere a dismisura il debito pubblico e costringendola a fare i conti con le proprie debolezze strutturali. Il che, in una società segnata già oggi da gravissime sperequazioni nella distribuzione della ricchezza, significherebbe dover scegliere tra un ulteriore ridimensionamento del welfare e un robusto incremento della tassazione dei redditi più elevati. E sorvoliamo, per ragioni di brevità, sul problema degli aiuti ai settori in maggiore difficoltà, dall’industria alle banche, e su quello del finanziamento delle spese militari, dalle truppe dislocate all’estero alla ricerca di nuove tecnologie.

«Le parti – dice Hu Jintao – devono mantenere il sangue freddo nello sviluppo delle loro relazioni, accrescere gli scambi, rafforzare la fiducia reciproca e cercare dei terreni d’intesa nonostante le divergenze, gestire i problemi e favorire lo sviluppo a lungo termine, sano e costante, delle relazioni cino-americane». È palesemente un avvertimento, assai più che un’offerta di collaborazione. Persi nel loro delirio di onnipotenza, gli Stati Uniti hanno preferito dedicarsi ad altre partite. Hanno lasciato che quella con la Cina procedesse per forza d’inerzia, senza rendersi conto che il tempo lavorava a favore dell’avversario e che il ritardo stava diventando irrecuperabile. Oggi, costretti a concentrare lo sguardo sulla scacchiera, vedono che il proprio schieramento è pieno di falle, mentre quello di Pechino è compatto e minaccioso come non mai. 

Anche se la partita prosegue, lo scacco matto è nella logica delle cose. 

Federico Zamboni

 

Secondo i quotidiani del 18/01/2011

Il cosiddetto “allarme diossina” in Germania