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La marea nera di Porto Torres

All’inizio hanno minimizzato, poi hanno dovuto riconoscere che la situazione era grave: 18 mila litri di petrolio riversati in mare e il litorale devastato

di Davide Stasi 

Martedì scorso la petroliera Esmeralda è attraccata a Porto Torres, dove sta svolgendo le normali operazioni di trasferimento del carburante dal bordo alle cisterne della terraferma. Una delle tubature interrate nel cemento, usate per trasferire l’olio combustibile dal porto ai depositi di una termocentrale dell’interno, si guasta. Risultato: dalla condotta fuoriesce il petrolio, che inizialmente invade la banchina, riversandosi subito in mare.

Come da copione, quando si tratta di incidenti legati a fonti energetiche, si cerca subito di minimizzare, parlando di un guasto da niente, e di una perdita di poco conto. Lo stesso sindaco di Porto Torres accorre a tranquillizzare tutti, secondo la solita formula: «non c’è nessun pericolo, è tutto sotto controllo». Si ricrederà qualche giorno dopo, alla vista dello stato del litorale. Già il mattino successivo all’incidente, infatti, le spiagge ad est di Porto Torres, nell’area di Platamona, un sito dichiarato per altro di rilevanza comunitaria e sede di un’oasi lagunare del WWF, testimoniavano una realtà tutt’altro che tranquillizzante.

L’impresa responsabile del carburante, nonché proprietaria dei depositi a cui questo era destinato, è la E.On., una multiutility tra le tante nate come funghi dopo la liberalizzazione del mercato dell’energia in Italia. Una complessa struttura di scatole cinesi, società dipendenti e partecipazioni, che conducono direttamente alla casa-madre tedesca, con sede a Düsseldorf. In Italia, come tutte le multiutility, ha le mani in pasta ovunque serva per trafficare con l’energia: gas, petrolio, ma anche acqua, per la consolidata realtà idroelettrica, certo, ma anche per la prospettiva nucleare. Insomma, una delle tante società private che, in adorazione del Dio-utile, impugnano saldamente il cappio che strozza e strozzerà sempre di più i cittadini.

La E.On. dà l’allarme 36 ore dopo l’incidente. Un ritardo dovuto a una sottovalutazione dell’accaduto o forse necessario a capire se e quanto si poteva tenere tutto sotto silenzio. Trascorso un giorno e mezzo dallo sversamento, la società è costretta a diramare un comunicato laconico e subito autoassolutorio, dove si parla di un «imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina». Chiacchiere. Il centro del comunicato è quell’imprevedibile con cui la E.On. mette le mani avanti rispetto a richieste di danni che, dopo il precedente di British Petroleum, rischiano di essere salatissime.

Altra reticenza viene esercitata sulla comunicazione delle quantità sversate in mare, definite nell’immediato di «modesta entità». Solo recentemente è risultata più o meno definita l’ammontare del petrolio disperso in mare, pari a circa 18 mila litri. L’effetto sulle spiagge è devastante, anche a causa del maestrale, che ha diffuso il carburante su un’ampia area. Tanto da indurre lo stesso sindaco di Porto Torres, pochi giorni dopo l’incidente, a rimangiarsi i toni tranquillizzanti e ad alzare la voce con la E.On., a cui adesso richiede un impegno diretto e concreto nel risanamento delle coste.

Operatori della società tedesca sono tuttora impegnati a bonificare la banchina dell’area industriale di Porto Torres e le spiagge circostanti, sforando ampiamente i tempi imposti dalle autorità pubbliche locali, le quali, anche a seguito delle rassicurazioni della E.On., esigevano risultati già dopo una settimana. Col passare del tempo però, le proporzioni dell’accaduto e le responsabilità inevitabilmente vengono a galla: «l’emergenza è stata sottovalutata», dichiara Stefano Mannoni, comandante dei rimorchiatori intervenuti nelle aree contaminate, «sono stati messi in campo pochi mezzi, e subiremo ancora a lungo le conseguenze dell'incidente».

Le popolazioni di Sassari, Porto Torres e delle cittadine costiere intanto si mobilitano per dare una mano alla ripulitura, ma anche per costituirsi in comitati di difesa del territorio e dar forza all’inevitabile battaglia contro le resistenze della E.On. ad assumersi le proprie responsabilità. Su tutto incombe un piano dell’ENI di cui si sa poco, se non che l’obiettivo è l’installazione a Porto Torres del più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo, con un conseguente enorme traffico di navi petroliere nell’area che oggi si tenta di bonificare. Si tratta di capire se le autorità e soprattutto le comunità locali sapranno operare affinché lo sversamento di questi giorni non sia il prologo “made in Italy” di una futura catastrofe ambientale pari a quella del Golfo del Messico.

Davide Stasi

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