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Biofuel all’alga marina. Per chi ci crede

Un altro modo di ricavare energia pulita. O piuttosto l’ennesimo tentativo di giustificare il business, travestendolo da iniziativa ecologica

di Pamela Chiodi

Le più grandi industre di energia alternativa stanno sviluppando dei progetti per utilizzare le alghe come biocarburante di nuova generazione. Tuttavia, è un business che ancora non riesce a prendere piede proprio a causa dell’assenza delle tecnologie necessarie a rendere economica la nuova e “geniale” scoperta. Ciononostante, nessuno si dà per vinto. Nel giro d’affari entrano anche i colossi petroliferi come la Exxon che ha creato una joint venture con la società di biotecnologie, la Synthetic Genomics, finanziandone una ricerca con circa 600 milioni di dollari. L’investimento servirà a sviluppare un particolare tipo di alga che dovrà avere caratteristiche tali da permettere un raccolto sempre abbondante, così da rendere efficiente e conveniente la produzione stessa. Che dovrà essere supportata da vari sistemi di produzione, necessari per la commercializzazione. 

Secondo la Exxon, le alghe potrebbero produrre in un anno oltre duemila litri di carburante per ogni ettaro coltivato, a fronte dei 250 che si ricavano dal mais. E questo sarebbe il motivo principale che ha determinato l’interesse per la coltivazione delle alghe. Gli studi condotti dalle aziende del settore, infatti, ipotizzano una netta diminuzione delle terre sfruttate per coltivare le piante con cui si fanno i biocarburanti, perché sarebbero sostituite in gran parte dalla produzione di alghe. Che a loro volta non occuperanno terreni coltivabili ma saranno sistemate in zone deserte. Oppure, in alternativa, si costruiranno delle piattaforme galleggianti dove posizionarle. E visto che alcune specie hanno bisogno di una certa percentuale di salinità, quale luogo migliore della superficie del mare? L’ipotesi è inserita in una ricerca condotta dalla Banca Mondiale, che vede nelle alghe una specie di Eldorado per i Paesi in via di sviluppo da cui trarre la manodopera necessaria alla manutenzione delle strutture. 

Davvero esilarante. Tutti ne sono estasiati. Soprattutto perché le alghe, attraverso la fotosintesi, potrebbero ridurre la quantità di Co2 presente nell’aria. Ovviamente, tutti evitano di considerare il fatto che, essendo delle piante, ne rilascerebbero altrettanta. A sottolineare questo aspetto è solo qualche sporadica ricerca, subito messa nel dimenticatoio. Una di queste è stata condotta dal National Renewable Energy Laboratory. Oltre a mettere in guardia dall’elevata produzione di anidride carbonica, si rileva che potrebbe esserci il rischio di una bassa resa del raccolto, dovuta ai luoghi impervi in cui le industrie vorrebbero coltivarla. In zone come il deserto o il mare aperto, le condizioni ambientali non sono delle più favorevoli. Nel primo caso, l’aspetto più discutibile riguarda non solo le basse temperature notturne che caratterizzano i deserti, ma soprattutto le modalità di irrigazione delle piante. Come trasportare lì l’acqua necessaria? E soprattutto, quanta? Nel secondo caso, invece, il problema sarebbe la manodopera. Chi dovrebbe essere confinato in mare aperto per controllare gli impianti e la coltivazione stessa? A questa domanda, però, ha già risposto brillantemente la Banca Mondiale: i piani di formazione ce li mette lei, mentre i Paesi in via di sviluppo dovranno fornire la manovalanza necessaria. 

Dopo tutto, sono problemi irrilevanti, e dunque risolvibili facilmente. Di certo non implicheranno lo stop del progetto che ha preso piede anche in Italia. Una delle società che sta lavorando alla creazione di un impianto adeguato alla coltivazione e produzione di energia è la genovese Bioterma. «Siamo partiti dall'idea di produrre biomasse liquide da un elemento che non rientrasse nel mercato del food», dice il presidente del consiglio di amministrazione, Cristiano Ferraresi. «In tutto il mondo si cerca la soluzione a questo problema. Le microalghe, come tutte le piante di questo mondo, contengono degli oli e si possono coltivare. Il problema è che finora nessuno è riuscito a industrializzare il sistema. Grazie all'uso di particolari bioreattori siamo riusciti a passare da 2 gr per litro a 5 grammi per litro. E sottoponendo le alghe a stress attraverso luce e sostanze nutritive possiamo aumentare la produzione di circa il 300 per cento. Abbiamo capito che inoculando zuccheri si può triplicare la produzione rispetto al sistema fototrofico (basato sulla luce, Ndr), ma si sviluppano anche muffe e batteri. Abbiamo comunque deciso di continuare la sperimentazione anche in questa direzione e abbiamo chiesto dei fondi alla Regione Sardegna per realizzare un prototipo. L'idea è questa: in Sardegna bisogna risolvere il problema dello smaltimento del siero e della scocca di latte, sottoprodotti dell'industria casearia. Per noi quelle sostanze, opportunamente trattate, sono ideali per ottenere gli zuccheri per nutrire le alghe. Così smaltiamo il siero mentre continuiamo a sperimentare». Davvero un quadretto romantico. 

Pamela Chiodi

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