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Bambine sexy. In vetrina su Vogue.

Non che sia la prima volta, ma in questo caso scoppia lo scandalo e la direttrice si dimette. Tutti a parlare di pedofilia, mentre il vero problema sta nella mercificazione senza limiti

di Davide Stasi

Come ci ha raccontato il film "Il diavolo veste Prada", il mondo delle riviste patinate che parlano di moda è il baricentro di giri d’affari e posizioni di potere talvolta al di sopra di ogni immaginazione. Anche per questo fanno notizia le dimissioni di Carine Roitfeld, direttrice storica del magazine “Vogue”, costretta a lasciare il timone dopo che la casa editrice, il gruppo francese Condé Nast, è stata seppellita di proteste indignate. Motivo della sollevazione generale, un servizio apparso sul numero di dicembre dell’edizione francese, a firma del noto fotografo Tom Ford, dove bambine di sette-otto anni vengono ritratte in abiti seducenti, ovviamente firmatissimi, e pose da donne adulte e più che navigate.

Meravigliano la tempestività e il pugno di ferro usati contro una direttrice che si considerava inamovibile. Ma, a fronte delle polemiche, il presidente di Condé Nast e molti inserzionisti della rivista non hanno avuto altra scelta che trovare una testa da tagliare e da offrire all’opinione pubblica. La loro preoccupazione non era certo di natura morale, ma commerciale: una riprovazione diffusa avrebbe minato l’immagine della rivista e dei prodotti che vi sono pubblicizzati, con il rischio di avere meno vendite, e quindi meno utili.

In effetti lo scandalo è dilagato in fretta su tutti i media, con una parola ossessivamente ricorrente: pedofilia. La parola più facile da pronunciare, in un caso come questo, che del resto non è certo il primo nella storia della comunicazione di massa. Ma anche la più superficiale, che suscita pruriti e curiosità (quindi audience per i media), e nessun approfondimento. Sicuramente un servizio fotografico come quello di Tom Ford, se non induce alla pedofilia, di certo gratifica chi ha già il cervello infettato da quella deviazione. E questo deve bastare per mettere alla berlina chi ha realizzato e pubblicato gli scatti. Ma la sola pedofilia rischia di essere lo schermo che nasconde altre conseguenze, più implicite ma altrettanto dannose.

Sostiene Benjamin R. Barber, nel suo saggio “Consumati – Da cittadini a clienti”, che l’attuale modello economico, con il sostegno fondamentale dei pubblicitari, sta ormai puntando direttamente sui bambini, i più vulnerabili ai messaggi delle réclame e il più efficace vettore nei processi di persuasione all’acquisto. L’obiettivo è duplice: da un lato trattare i bambini come adulti, crescendoli da subito col pallino del consumo. Dall’altro infantilizzare gli adulti, neutralizzando così la loro capacità razionale di controllo, l’unica in grado di disincentivare l’acquisto voluttuario. Anche con questa strategia il cittadino viene gradualmente disarmato, e si involve in un’altra forma, priva di personalità e sterile: il consumatore. Il servizio incriminato di “Vogue” rientra perfettamente in questo paradigma.

Così i genitori-bambini finiscono per avere come massima aspirazione che i propri figli diventino a ogni costo delle star televisiva, o appaiano su riviste come “Vogue”, considerando questo tipo di percorso come l’unico davvero appagante. Un tempo l’orgoglio dei genitori era soddisfatto da una laurea, oggi basta un’apparizione TV, anche se ottenuta al prezzo della dignità. Quella stessa dignità violata negli scatti di Tom Ford oggi, come lo era negli sculettamenti delle Boncompagni-girls di vent’anni fa. E quand’anche i genitori mantengano equilibrata la propria capacità educativa, un effetto si produce comunque sui ragazzi, che vengono educati fin da piccolissimi a giudicare se stessi e gli altri anzitutto sulla base delle griffe di ciò che si indossa. Ossia su ciò che c’è di più esteriore e superficiale. Ma soprattutto che va comprato, solitamente a caro prezzo, perché è di moda.

Ma quando si parla di pubblicità e commercio, al danno segue sempre una beffa. Investito dalle critiche, anche il fotografo Tom Ford ha dovuto difendersi, e l’ha fatto sostenendo che le sue immagini servono «per sottolineare come la società, oggi, imponga degli status symbol inadeguati per le più giovani, con atteggiamenti che annullano l’innocenza e la spensieratezza delle piccole generazioni». La scusa classica di chi usa col più spietato cinismo la comunicazione a fini commerciali. Come sostenere che pubblicizzare i MacDonald’s serva implicitamente a denunciarne i vizi e a reclamizzare lo slow food. Pura ipocrisia. A meno che non si parli di un grande artista, e non è il caso di Tom Ford, l’attacco alla negatività va esplicitato, senza lasciarlo talmente sottinteso da farlo risultare invisibile. Tanto più in una comunicazione pubblicitaria, destinata per sua natura a teste vuote o in via di svuotamento.

Davide Stasi

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