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Secondo i quotidiani del 21/01/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il Vaticano chiede più moralità”. L’editoriale di Francesco Giavazzi: “La ricchezza non ci salverà”. Al centro: “‘Cambio la Confindustria. E dico sì alla partecipazione dei lavoratori agli utili’”. In un riquadro: “No dei Comuni al federalismo. Tremonti media”. Sempre al centro, la fotonotizia: “La montagna di sale davanti al Duomo”. In basso: “Il Cacciari no global che sfratta la precaria” e “‘Non ti ho salvato’. Suicidio di una madre”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Ruby, condanna del Vaticano”. Al centro: “Rottura sul federalismo, l’ira della Lega”. In basso: “Nel censimento 2011 anche le coppie gay” e “Il Colle scrive a Dilma: ‘Consegnateci Battisti’”. 

LA STAMPA - In apertura: “Il Vaticano: Più moralità”. L’editoriale di Lucia Annunziata: “C’è un rischio anche nel voto”. Di spalla: “A Oriente si è chiusa una ferita”. Al centro, la fotonotizia: “Unità d’Italia, festa nazionale il 17 marzo”. In un riquadro: “Mafia in Usa. L’Fbi decapita le 5 famiglie di New York”. 

IL MESSAGGERO - In apertura: “Il Vaticano: Moralità e legalità”. L’editoriale di Paolo Pombeni: “Segnale forte, parole che pesano”. Al centro: “Federalismo: no da Terzo Polo e Pd. La lega tratta: se non passa si vota”. E ancora, la fotonotizia: “Festini, coca e corruzione: undici indagati a Roma”. In basso: “‘Prove incerte, Busco è innocente’”. 

IL SOLE 24 ORE: In apertura: “Flessibilità, le nuove regole”. La fotonotizia: “Madrid nazionalizza le ‘Cajas’”. In basso: “Bastano tre mosse per dare ‘scacco matto’ al mutuo”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Macelleria Santoro”. L’editoriale di Giuliano Ferrara: “Sermoni senza decenza”. La fotonotizia: “Il corpo della donna che piace all’Unità”. Al centro: “Alle ragazze di via Olgettina adesso tocca anche lo sfratto”. 

LIBERO - In apertura: “Santoro non ce la fa a stuprare Berlusconi”. L’editoriale di Fausto Carioti: “Stai a vedere che Silvio se la cava anche stavolta”. Al centro: “A chi dà davvero i soldi il Cavaliere”. 

IL TEMPO – In apertura: “Dietro il Bunga Bunga”. L’editoriale di Mario Sechi: “Per abbatterlo non basta Drive In”. Al centro: “Silvio, Giulio e gli inutili sospetti”. In basso: “L’Unità si celebra. Ma al risparmio”. 

IL RIFORMISTA: In apertura: “Censurato”. Al centro: “Hu il buono non convince il Congresso”. Di spalla: “Meglio 10 milioni di voti che di firme”. 

IL FOGLIO - “Così Napolitano smette l’abito da stabilizzatore per fare paura al Cav”. E ancora: “Per proteggere le centrali l’Iran usa un esercito di guardiani informatici”. In basso: “Ballando attorno al totem del ‘93”. 

L’UNITA’ - In apertura: “Il prezzo del peccato”. In alto: “10 milioni di firme per cacciarlo”. 

IL FATTO QUOTIDIANO - In apertura: “Parola d’ordine: Minetti”. Al centro: “Perfino il Vaticano non ne può più”. 

ITALIA OGGI - In apertura: “Case fantasma fino a marzo”. Al centro: “Autovelox lontani dagli incroci”. In un riquadro: “Fede, in autunno, raggiunti gli 80 anni passerà da direttore a opinionista del Tg4”. 

2. Caso Ruby, Vaticano invita a senso di responsabilità

Roma - “Il Ruby-gate ‘preoccupa’ il Vaticano che perciò chiede ‘più moralità e legalità nella vita politica italiana’. Dopo le critiche dei mass media cattolici alle ‘notti di Arcore’ (come titola ‘Famiglia Cristiana’), il segretario di Stato Tarcisio Bertone – scrive LA STAMPA - rompe il silenzio ufficiale della Santa Sede per assicurare che nei Sacri Palazzi si ‘segue con attenzione e in particolare con preoccupazione queste vicende italiane’. Il Vaticano, inoltre, ‘alimenta la consapevolezza di una grande responsabilità soprattutto di fronte alle famiglie, alle nuove generazioni, alla domanda di esemplarità e ai problemi che pesano sulla società italiana’. Il braccio destro di Benedetto XVI evidenzia che ‘la Chiesa spinge e invita tutti, soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica in qualunque settore amministrativo, politico e giudiziario, ad avere e ad assumere l'impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di legalità’. A margine di una visita al ‘Bambin Gesù’, Bertone chiarisce che la Santa Sede ‘ha i suoi canali, le sue modalità di intervento e non fa dichiarazioni pubbliche’. Bertone condivide il ‘turbamento’ espresso nei giorni scorsi dal presidente Napolitano. ‘Lo dimostra la nota del Quirinale pubblicata sull'Osservatore Romano - sottolinea -. Moralità, giustizia e legalità sono i cardini di una società che vuole crescere e dare risposte positive a tutti i problemi del nostro tempo’. Nel richiamo a una maggiore moralità della politica Bertone ribadisce il monito anti-illegaltà lanciato sabato all' inaugurazione dell’anno giudiziario vaticano. ‘Non stupisce che Bertone abbia espresso le preoccupazioni della Santa Sede e l’incoraggiamento per un recupero di moralità, giustizia e legalità da parte di tutti - puntualizza il direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian -. Fu lui, infatti, a metà degli Anni ‘90, quando era presidente della commissione Cei per i problemi sociali e la giustizia a promuovere iniziative per l’educazione alla legalità e alla moralità. Sabato ha ricordato che le radici dell’illegalità risiedono nella mancanza di una morale secondo verità’. L'asse Bertone-Napolitano, puntualizza Vian, nasce da ‘preoccupazioni comuni ai due colli che si guardano: il Quirinale e il Vaticano’". 

3. Ma per Berlusconi è solo un “avvertimento”

Roma - “‘Più che una scomunica, è un avvertimento che ci mette in difficoltà: è il minimo che Bertone poteva fare. Poteva andarci peggio’. Gli uomini più vicini a Berlusconi cercano di parare il colpo, sostengono che le parole del Segretario di Stato vaticano sono quasi ‘un atto dovuto’. Ma adesso – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - bisogna incassare il colpo, fare finta di niente, prendere ciò che di buono c’è nelle parole del cardinal Bertone. Insomma il solito discorso del bicchiere mezzo pieno perché ‘come sempre - dice il cattolico Maurizio Lupi - dalla Chiesa arrivano parole illuminanti. Invece di strumentalizzarlo e usare le sue affermazioni come armi della propaganda dovremmo andare al fondo del suo richiamo’. ‘Condividere e meditare’, aggiunge un altro cattolico come Osvaldo Napoli, perché è un messaggio alla sobrietà rivolto a tutti, anche ai magistrati. Mentre il ministro Sacconi, che si è distinto per le posizioni a favore della Chiesa, cerca di recuperare terreno affermando che presto ci sarà modo di ‘misurare ciascun parlamentare sui valori non negoziabili della vita in occasione dei prossimi appuntamenti parlamentari’. Il riferimento è chiaramente al testamento biologico, che arriverà presto nell’aula di Montecitorio, a febbraio, e che sta molto a cuore alle gerarchie d’Oltretevere. Un’accelerazione che dovrebbe ancora una volta sgombrare il campo sul ‘fatto incontrovertibile’ che il centrodestra sta dalla parte del Vaticano. E magari far dimenticare l’imbarazzo del caso Ruby e delle feste hard a casa Arcore. Ma dietro le parole diplomatiche dei berlusconiani c’è grande preoccupazione perché notano il crescente isolamento del governo di fronte alle prese di posizione del Capo dello Stato al quale lo stesso Bertone si è richiamato espressamente. Ieri Berlusconi aveva altre grane da risolvere: doveva disinnescare la bomba del federalismo fiscale, con le minacce della Lega di staccare la spina al governo se il provvedimento non dovesse passare. Un fronte incandescente dopo la bocciatura dell’Anci e l’irrigidimento del Terzo polo proprio sul federalismo municipale. Il federalismo rischia di impantanarsi e con esso Berlusconi. Non ci voleva poi l’esternazione del Segretario di Stato vaticano e quelle frasi di Bossi che ha difeso Berlusconi maldestramente, dicendo che il Cavaliere si è trovato la casa circondata e controllata. ‘Per loro (i vescovi e i cardinali, ndr) è facile parlare. Perché non hanno controllato anche là’, ha detto il Senatùr indicando le mura vaticane. Poi ha rettificato, precisando di non aver mai criticato il Vaticano né tantomeno il cardinale Bertone che conosce da tempo e che considera ‘amico e stimo molto’. Ma è fin troppo chiaro il nervosismo che attraversa la maggioranza che teme che i voti cattolici possa andare verso l’Udc. Per Berlusconi, comunque, le parole di Bertone sono un atto dovuto perché riceve molte pressioni dalla base, dai vescovi, dagli ambienti cattolici che vivono con disagio le ‘frottole’ sulla vita privata. Il premier è convinto che il rapporto con le gerarchie ecclesiastiche non è rovinato. È certo un ‘avvertimento’, una spia di un clima che diventa sempre più pesante. Ma se il governo dovesse cadere non è per le parole di Bertone e nemmeno per lo scandalo Ruby: la pistola fumante può essere trovata dentro casa, nell’alleato leghista quando toccherà con mano che il federalismo fiscale non lo porterà a casa. E poi c’è l’appuntamento del 24 gennaio con la mozione di sfiducia al ministro Bondi. Sarà quello il primo banco di prova della tenuta della maggioranza. Lì si capirà se il centrodestra si allarga oppure rimarrà impigliato nella ragnatela che si sta costruendo attorno a Berlusconi”. 

4. Caso Ruby, Bossi critica la Santa Sede. Poi rettifica

Roma - “Umberto Bossi si conferma l’alleato più stretto di Silvio Berlusconi. Un alleato – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - che non esita a criticare la Santa Sede per la presa di posizione del cardinale Tarcisio Bertone sul caso Ruby. ‘Il Vaticano non si commenta— osserva il capo leghista — per loro è più facile parlare. Berlusconi si è trovato con la casa circondata: controllavano tutti quelli che entravano e uscivano’ . Ed ecco una domanda che poi provocherà reazioni aspre nei suoi confronti. ‘Perché — si chiede il Senatur — non hanno controllato anche là?’ . Opinione che poi corregge: ‘Non ho mai criticato il Vaticano né tantomeno il cardinale Bertone che conosco da tempo e che considero amico e stimo molto’ . In ogni caso, Giuseppe Fioroni dice che sono espressioni ‘fuori luogo per il tono e i contenuti’ . Anche Bersani prende le parti di Bertone: ‘Sono parole pesanti che segnalano un passo della Chiesa che sa di essere e che chiede di essere un’autorità morale. Io sento un disagio molto diffuso da parte della gente’ . Bersani annuncia anche che ‘come Pd lanciamo un’iniziativa per dare voce a tutti gli italiani indignati. Dai primi di febbraio allestiremo diecimila gazebo per raccogliere 10 milioni di firme su un testo molto semplice: Berlusconi vai a casa’ . Dall’estrema sinistra Nichi Vendola (Sel) si unisce al coro di quanti condividono ‘il sentimento di indignazione che serpeggia nelle parrocchie’ e denunciano ‘lo scandalo etico che viene percepito dalla coscienza cristiana’ . Di tenore non dissimile il commento di Adolfo Urso (Fli): ‘Il forte richiamo della Chiesa — sostiene l’esponente finiano — apre gli occhi a chi non vuole vedere’ . Dal campo del Pdl si levano le voci del vicecapogruppo Osvaldo Napoli e del ministro Maurizio Sacconi. Il primo fa notare che ‘il richiamo di Bertone ha la forza di ogni messaggio che si rivolge erga omnes, e tutti i palazzi dove risiede e si manifesta il potere siano a Roma o a Milano, faranno bene a fare tesoro delle sue parole’ , insomma si rivolge a tutti e non cita espressamente Berlusconi. Sacconi coglie invece nelle reazioni a sostegno dell’ammonimento vaticano un che di falso. ‘Come al solito — puntualizza — sono proprio le persone più lontane dalla Chiesa e più ostili ai suoi valori a strumentalizzarne il messaggio che, come al solito, si rivolge alle coscienze in termini "alti"che vanno oltre la quotidianità’”. 

5. Caso Ruby, da Vaticano segnale per mondo cattolico

Roma - “Il fatto che perfino un uomo prudentissimo come il cardinale Tarcisio Bertone chieda ‘legalità e moralità’ , dice – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - quanto sia forte l’imbarazzo vaticano di fronte alle vicende private di Silvio Berlusconi. Il segretario di Stato è additato come l’esponente più in vista di quella filiera ‘governativa’ della Santa Sede, convinta che non esista un’alternativa all’attuale premier; e che solo il centrodestra berlusconiano sia in grado di garantire la Chiesa cattolica. Il ‘caso Ruby’ probabilmente non modifica questa convinzione diffusa e radicata. Ma costringe le gerarchie religiose a dare al proprio mondo un segnale di smarcamento dal premier. Le parole di Bertone vanno lette come il tentativo di andare incontro allo sdegno di una parte crescente dell’associazionismo cattolico e dell’episcopato; di incanalarlo prima che sfugga di mano e diventi contestazione nei confronti degli stessi vertici vaticani: tanto più visti gli ottimi rapporti fra Bertone e Berlusconi. Non poteva essere diversamente dopo le parole dure del quotidiano Avvenire; e dopo il ‘turbamento’ del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ripreso dall’Osservatore romano come appiglio al quale la Chiesa può agganciarsi. Ieri Bertone ha spiegato che ‘la Santa Sede ha i suoi canali, le sue modalità di intervento e non fa dichiarazioni pubbliche’ . Eppure, dev’essere maturata la convinzione che tutto questo non basti più, di fronte all’inchiesta della Procura di Milano. È una virata obbligata, e forse subìta. Ma le reazioni del centrodestra lasciano capire che non è comunque gradita; e, se confermata, potrebbe aprire un fronte polemico inedito fra governo e Vaticano. Le persone più vicine a Berlusconi interpretano l’uscita di Bertone come un’equanime bacchettata al premier e ai magistrati milanesi. E parlano di strumentalizzazione. Ma Umberto Bossi replica a Bertone con ruvidezza. ‘Penso’ , dice il capo della Lega, ‘che per il Vaticano sia facile parlare. Berlusconi si è trovato con la casa circondata, controllavano tutti quelli che entravano e uscivano. Perché non hanno controllato anche là?’. L’allusione è pesante, fatta da un leader considerato un interlocutore prezioso; e la correzione successiva di Bossi non la cancella. D’altronde, secondo il segretario del Pd, Bersani, sono abrasivi anche i giudizi vaticani contro Berlusconi. Nelle ultime ore, più di un ministro ha sondato gli umori d’oltre Tevere, per capire se il ‘caso Ruby’ ed il conflitto con la magistratura incrineranno l’asse con Palazzo Chigi. E si aspetta di ascoltare quanto dirà lunedì alla Cei il presidente Angelo Bagnasco. Domani il cardinale incontra Benedetto XVI. E qualunque giudizio di Bagnasco finirà per essere letto come un messaggio al quale il Papa dà il proprio imprimatur: al punto che, con qualche malizia, c’è chi vede nell’iniziativa del segretario di Stato un gioco d’anticipo nei confronti della Cei”. 

6. Caso Ruby, tenaglia Chiesa-Colle scuote Berlusconi

Roma - “La scomunica del Vaticano – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - investe in pieno palazzo Chigi e spazza via la speranza, coltivata fino all’ultimo dal Cavaliere, di un atteggiamento morbido delle gerarchie sul Ruby-gate. Due giorni fa infatti, in gran segreto, il premier e Gianni Letta hanno varcato la soglia del palazzo apostolico per un pranzo con il segretario di Stato. Un incontro dal quale Berlusconi, aspettandosi magari il peggio, ne era uscito tutto sommato rincuorato: ‘Sono stati di una cordialità assoluta’, ha raccontato a un amico una volta rientrato a palazzo Grazioli. Per questo, quando ieri è uscita la dichiarazione del Segretario di Stato, il premier è rimasto di sasso, scosso dalla durezza della critica. ‘A casa mia - ha protestato - non c’è mai stato niente non solo di illecito, ma nemmeno di lontanamente offensivo per la morale. Solo serate allegre’. Chi invece non ne è rimasto affatto stupito è Gianni Letta, che in questi giorni va confidando la sua amarezza per aver inutilmente messo in guardia Berlusconi sulla tempesta in arrivo. Ma c’è un’altra brutta notizia per il Cavaliere ed è la tenaglia che ieri si è vista all’opera tra Bertone e Napolitano. Entrambi hanno picchiato sullo stesso tasto, quello della ‘moralità’ e della ‘sobrietà’ dei comportamenti. Un catenaccio non casuale visto che nei giorni scorsi tra il Quirinale e il Vaticano sono intercorsi contatti ai massimi livelli. Colloqui durante i quali gli esponenti della Chiesa hanno informato i rappresentati del Colle che la posizione sul caso Ruby sarebbe stata una soltanto, ‘collimante con quella del presidente della Repubblica’. Tanto che ieri Bertone ha tenuto a ricordare che la nota del Quirinale sul tema era stata pubblicata sull’Osservatore Romano. Insomma, qualcosa in Vaticano si sta muovendo. Bertone ha parlato in maniera chirurgica, avendo prima informato il Papa di quello che avrebbe detto. In realtà avrebbe dovuto essere il cardinal Bagnasco a chiarire la posizione della Cei nella relazione di lunedì prossimo ad Ancona. Ma Bertone ha giocato d’anticipo. E ora a palazzo Grazioli temono il secondo colpo in arrivo dal presidente della Cei. L’area dei cattolici del Pdl è in fibrillazione. L’inchiostro del decreto legislativo sul fisco comunale - nella nuova versione esenta dal pagamento dell’Imu ospedali, cliniche, scuole e ogni struttura legata alla chiesa Cattolica - era ancora fresco che già Bertone aveva rampognato il premier. La convinzione del Cavaliere di essere considerato ‘il presidente del Consiglio più vicino alla Chiesa nella storia d’Italia’ sta franando di fronte al riverbero del caso Ruby. E nel Pdl avanza il timore che la Chiesa stia rapidamente riconsiderando l’iniziale scetticismo verso il terzo polo, riprendendo a coltivare il rapporto con l’Udc e con Casini. Per questo a via dell’Umiltà, nonostante il premier sia convinto di poter ‘andare avanti’ comunque, si iniziano a considerare scenari alternativi, che comprendono le elezioni anticipate. Il punto di crisi è rappresentato dal federalismo. ‘Bossi alla fine non mi si metterà mai contro e farà quello che dico io’, ha spiegato ai suoi il premier. Ma nel Pdl non ne sono tanto convinti. Ieri, nel corso di una lunga riunione a via dell’Umiltà, è stata indicata la data del 15 maggio per il primo turno delle amministrative. ‘Ma dobbiamo tenerci pronti all’election day’, ha avvertito Fabrizio Cicchitto. Ieri tuttavia non erano le elezioni in cima ai pensieri di Berlusconi, preoccupato più per la trasmissione di Santoro sul bunga-bunga che per gli scenari politici futuri. A pranzo a palazzo Grazioli sono stati invitati Daniela Santanché (ospite la sera ad Annozero), Ghedini, Letta, Bonaiuti e Laura Ravetto. Il premier, parlando dell’intercettazione tra Fede e Mora, ha salvato la sua amicizia con il direttore del Tg4: ‘La spiegazione di quel colloquio è molto semplice. Emilio non voleva fare la cresta ma aveva prestato dei soldi a Mora e giustamente, nel caso io avessi concessi il prestito, si premurava di riaverli indietro. Tutto qua’”.

7. Berlusconi assediato, prova a evitare il voto

Roma - “Il borsino della giornata lo dà a sera un fedelissimo del premier: ‘La situazione è molto difficile, ma non catastrofica’ . Ed è questo l’appiglio al quale si aggrappano in un Pdl sempre più disorientato e insicuro”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Il triplo colpo subito ieri — la censura del cardinal Bertone, l’affondo di Napolitano, l’attacco frontale del terzo polo sulla mozione Bondi e soprattutto sul federalismo— è stato sentito eccome da Silvio Berlusconi, che ha scelto di rimanere in silenzio, ma si è immediatamente messo in moto per evitare che la situazione degeneri. E precipiti magari in un voto anticipato che in questo momento il premier davvero non vuole, visto che non solo i sondaggi, ma anche l’incertezza sulle eventuali ulteriori carte che la Procura di Milano potrebbe avere in mano sconsiglia azzardi. Per questo ieri sera, sul punto più delicato— quello del federalismo, del quale è stato chiesto dalle opposizioni un rinvio, pena la bocciatura in Commissione bicamerale —, Berlusconi ha speso tutte le sue energie per arrivare a una soluzione che possa accontentare la Lega e fermare il countdown che Bossi potrebbe far scattare verso le elezioni. È infatti proprio l’atteggiamento di Casini e Fini, durissimo (il leader dell’Udc dice basta a ‘un premier sotto ricatto’ , Bocchino avverte che non c’è paura del voto), a preoccupare enormemente: ‘Non si capisce cosa vogliano davvero’ , dice Paolo Bonaiuti. E il Cavaliere ieri ha visto prima Tremonti — l’uomo che dovrebbe concedere i fondi per migliorare la riforma, l’uomo che i terzopolisti vorrebbero al posto suo —, poi il ministro Calderoli che tenta l’ultima trattativa. Bossi per ora concede solo ‘qualche giorno’ , un tempo minimo. Ma un tempo del quale ha assolutamente bisogno il premier, che sa di avere aperti troppi fronti. Le parole del segretario di Stato vaticano sono state lette a Palazzo Chigi con grande attenzione e altrettanta preoccupazione, anche se — è il pensiero di Berlusconi — in fondo erano ‘attese’ , perché una posizione ufficiale da parte della Chiesa ‘bisognava pur prevederla’ . E, per dirla con Gaetano Quagliariello, la nota è ‘equilibrata’ chiedendo assieme moralità, ma anche giustizia e legalità. Poteva andare peggio, insomma. Ma il possibile venir meno della sponda ecclesiastica non può non avere conseguenze. Per dirla con Casini, nel Pdl quando parlano in privato ‘esprimono un disagio enorme’ , quello di chi sa che si rischia tutto, visto che Berlusconi esclude passi indietro. La paura è che si possa scivolare ‘sulla buccia di banana che porterebbe sicuramente al voto’ , ammette La Russa, e per questo ci si attrezza: ai deputati pdl Cicchitto ha detto di tenersi pronti anche a un ‘election day’ e c’è chi pensa perfino a una mobilitazione di piazza sulla Giustizia se lo scenario fosse quello delle urne”. 

8. Caso Ruby, legali premier scrivono a Procura Milano

Roma - “I difensori di Silvio Berlusconi, gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini, oggi faranno pervenire ai pm che si occupano del caso Ruby una memoria difensiva in cui spiegheranno che a loro giudizio la Procura di Milano non è competente a indagare sulla vicenda e quindi il presidente del Consiglio, non intende rispondere all’invito a comparire ricevuto”. Lo scrive IL CORRIERE DELLA SERA. “Ma si presenterà davanti al suo giudice naturale. Si tratta di una nota che però non esaurisce né anticipa la strategia difensiva complessiva del premier che sarà definitivamente messa a punto solo dopo che la Giunta della Camera dei deputati si sarà espressa sull’autorizzazione a perquisire gli uffici in cui lavora Giuseppe Spinelli, ragioniere del capo del governo, che si era opposto all’ingresso delle forze dell’ordine dichiarandoli di ‘pertinenza politica’ . Quella di Milano viene innanzitutto contestata in quanto competenza territoriale. La Villa di Arcore è nel territorio del Tribunale di Monza, così pure l’abitazione del capo di gabinetto del questore, che ricevette la telefonata di Berlusconi. Ma è soprattutto la competenza funzionale (cioè per tipo di reato) su cui i legali del premier puntano in modo deciso, dal momento che quello più grave, la concussione, (per il rilascio della minore Ruby) è il reato del pubblico ufficiale compiuto da Berlusconi in quanto presidente del Consiglio. E ciò incardinerebbe tutto il caso presso il Tribunale dei ministri. Il settimanale Panorama ha fatto la somma dei numeri progressivi delle telefonate e degli sms intercettati ai circa trenta soggetti sotto controllo che compaiono nelle 389 pagine dell’invito a comparire a Berlusconi, ed è giunto al risultato che nell’inchiesta sono stati intercettati almeno centomila tra telefonate e sms, in meno di 6 mesi, tra giugno e dicembre 2010, cioè circa 600 intercettazioni al giorno di media. Quasi 27 mila intercettazioni per Lele Mora, 14.500 per Nicole Minetti, un migliaio per Emilio Fede e 6.400 per la stessa Ruby. Un ‘accanimento’ , secondo la difesa, degno di miglior causa, come ha detto il relatore in Giunta Antonio Leone (Pdl): ‘Per la condanna di Al Capone furono impiegati molti meno uomini e mezzi’ . Per questo motivo a Via dell’Umiltà si sta pensando di promuovere un’iniziativa di mobilitazione nazionale sulla giustizia da fare all’apertura della campagna elettorale per le amministrative”. 

9. Vietti: No a processi sommari contro giudici

Roma - “‘I processi sommari non si fanno e non si invocano’. Parola di Michele Vietti, vice presidente del Csm, "contro" Berlusconi. Lui ha chiesto ‘punizioni adeguate’ contro i pm di Milano? Vietti, com’è prassi tra il numero due di palazzo dei Marescialli e il numero uno che è il capo dello Stato, sente Napolitano, riflette su quell’invito del premier che al dipietrista Luigi Li Gotti suona ‘identico al linguaggio dei terroristi e della mafia’, esce con una nota breve, ma assai dura. Per mettere in chiaro che ‘nel nostro ordinamento non sono previste "punizioni" per i magistrati’. È vero semmai che ‘la competenza a valutarne la correttezza dei comportamenti è del Csm’. In due giorni due paletti contro le accuse del Cavaliere. Se mercoledì Vietti aveva definito ‘grave e infondato’ parlare di ‘sovvertimento dell’ordine democratico’, ora alza una barriera sulle ‘punizioni’. Su cui stanno ragionando le menti giuridiche del Pdl per fare lo sgambetto ai pm di Milano e bloccare l’inchiesta. Ecco Luigi Vitali parlare di ‘possibile azione disciplinare qualora fosse confermato che i pm hanno sbagliato sulla competenza’. Volontariamente, s’intende. L’idea che gli avvocati del Pdl difendano le ragazze perquisite a Milano con metodi che Niccolò Ghedini ha definito ‘schifosi e violenti’ ha lo stesso obiettivo: dimostrare che i pm non hanno vigilato. Cattive intenzioni insomma. Che spingono l’Anm con il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini a mettere un argine. ‘Inaccettabili’ gli attacchi di Berlusconi visto che i pm ‘fanno ciò che la Costituzione impone loro, applicare la legge nel rispetto dell’obbligatorietà dell’azione penale e della presunzione di non colpevolezza’. Perché ‘nei Paesi democratici l’autorità giudiziaria ha il compito e il dovere di accertare i reati’. Ma l’Italia dov’è arrivata? Antonio Di Pietro la vede ormai alla vigilia di un golpe. Perché ‘un premier che minaccia pubblicamente di "punire" i pm che indagano su di lui non è più solo un impunito’. È un ‘golpista’. Un’Italia in cui Luca Cordero di Montezemolo vede cittadini che ‘vivono in queste giornate un profondo turbamento’. E a cui il presidente dell’associazione Italia futura chiede di ‘guardare avanti, oltre l’orizzonte di un Paese sempre più incomprensibile’. Montezemolo chiede a tutti di ‘deporre le armi’ e vede, ‘come sempre più indispensabile, una legislatura costituente che in due-tre anni realizzi le poche riforme indispensabili per far ripartire l’Italia’. Pacificazione insomma. Quella che hanno cercato al Csm per la pratica a tutela di de Pasquale. I laici del Pdl hanno ottenuto di riparlarne il 9 febbraio, pena un nuovo abbandono dell’aula. Ma il loro ‘ostruzionismo’ non piace al segretario di Md, il pm di Palermo Piergiorgio Morosini, che rischia di far saltare ‘l’unico strumento di difesa dei giudici gravemente insultati’”. 

10. Pd lancia mobilitazione: 10 mln firme contro premier

Roma - “‘Ben Ali ci fa un baffo. Berlusconi non mostra un minimo di consapevolezza della gravità della sua situazione. O qua si muove l’opinione pubblica o dobbiamo aspettarci un videomessaggio al giorno, nella paralisi totale del Paese. Piuttosto, meglio il voto’. Pier Luigi Bersani cerca 10 milioni di firme ‘per mandare a casa il premier’. Lo annuncia a Repubblica Tv mentre la giornata si assesta sui moniti di Bertone e Napolitano. Avrà effetti il richiamo alla moralità della Santa Sede? ‘Da Bertone sono arrivate parole pesanti. La Chiesa sa di essere un’autorità morale oltre che di fede. Tra i cittadini il disagio è diffuso e qualcosa si è mosso. Ma penso che pure altri debbano esprimersi, il problema riguarda anche quelle che una volta si chiamavano elites sociali ed economiche. Non chiedo certo di disquisire su questioni sessuali. Pretendo però sia denunciata un’empasse clamorosa creata dai problemi del capo’. Il Pd che farà? ‘A febbraio raccoglieremo firme in diecimila gazebo, in tutta Italia. Ne avremo 10 milioni, sono tanti quelli che non ne possono più. Con i camion quelle firme le porteremo a Palazzo Chigi, per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio. Non possiamo andare avanti ancora per settimane, qualsiasi soluzione comprese le elezioni anticipate è meglio di questa situazione: Berlusconi non ha più un sogno da vendere ma mantiene una enorme forza economica e mediatica, capace di bloccare il sistema. Bene, il Pd lancia una fase ricostruttiva. E si rivolge a tutte le forze capaci di superare le piccole beghe e i personalismi, in grado di essere generose nonostante le storie diverse. Dobbiamo metterci a lavorare, altrimenti che futuro diamo ai giovani?’. È un altro invito per Fini e Casini? ‘Mi rivolgo a tutti quelli che vogliono evitare la deriva plebiscitaria. Chiunque ragioni per me è un interlocutore. Quindi parlo anche al Terzo Polo, certo, anche a Montezemolo. È chiaro che quando sarà il momento cruciale il premier cercherà di infliggere un ultimo strappo. A quel punto tutte le forze che hanno una vocazione di governo dovranno dialogare per tentare di fare quelle quattro o cinque cose che permettano di andare oltre Berlusconi. C’è bisogno di un fisco equo, di lavoro, di liberalizzazioni. Bisogna assumersi delle responsabilità, per questo che si fa politica’. E se il federalismo rimanesse al palo? Potrebbe essere la Lega a staccare la spina? ‘Il progetto presentato negli ultimi giorni da Calderoli non ha niente a che vedere col federalismo, dà meno autonomia ai Comuni di quanta non ne avessero prima dell’avvento del Cavaliere. Ad ogni modo la Lega il federalismo non lo farà con questo esecutivo. Non so se Bossi coglie ancora gli umori della base, ma il popolo leghista è chiaramente molto insofferente, mentre il gruppo dirigente rimane attaccato al premier’. Il Pd potrebbe digerire un governo Tremonti? ‘Tremonti è un ministro curioso, direi filosofo. Non lo sento mai parlare di economia reale. Ora gira alla larga dall’immagine compromessa di Berlusconi ma non penso che sia pronto a sferrare il colpo decisivo per allontanarsene. Ci vorrebbe troppo coraggio’. Intanto Veltroni è atteso al Lingotto, nel Pd la "dialettica" rimane alta. ‘Noi siamo gli unici che in questo sistema politico abbiano deciso di chiamarsi partito. È perché vogliamo portare le diversità ad un punto di disciplina che garantisca un governo. Se si accetta questo, si deve accettare il fatto che all’interno della squadra la discussione sia aperta. È la democrazia’".

11. Federalismo, i Comuni bocciano il decreto 

Roma - “‘Il testo così com’è non è votabile’ . Il finiano Mario Baldassarri, componente della Commissione bicamerale il cui voto è determinante, chiude la lunga mediazione del ministro alla Semplificazione Roberto Calderoli per trovare la quadra sul federalismo municipale. E chiede al governo, insieme al terzo polo e al Pd, una nuova proroga al decreto. Oggi il Consiglio dei ministri si dovrà occupare anche di questo ma è certo che accoglierà la richesta per evitare di trasformare il decreto nella smoking gun che fa saltare la maggioranza. Il via libera politico è arrivato in serata dal leader della Lega Umberto Bossi: ‘Ok a una proroga di qualche giorno ma solo sul primo decreto attuativo del federalismo’ , mentre resta scritto sulla roccia il termine del 21 maggio di tutta la riforma voluta dal Carroccio. Che le cose sarebbero finite con un ennesimo slittamento lo si era capito sin dal primo pomeriggio. ‘Ne abbiamo discusso insieme e il ministro Calderoli si è riservato di dare una risposta dopo il Consiglio dei ministri’, ha spiegato il presidente della Bicamerale Enrico La Loggia, che non ha nascosto le difficoltà giuridiche per concedere un nuovo rinvio. ‘Comunque, se c’è l’accordo politico — ha continuato il senatore — lo strumento tecnico si trova’ . Oltre a Baldassarri, al terzo polo e al Partito democratico è arrivato il disco rosso anche dai diretti interessati, cioè l’Associazione dei Comuni (Anci) il cui presidente Sergio Chiamparino ha dichiarato che ‘così come ci è stato presentato non è condivisibile, troppi i punti critici che richiedono un ulteriore approfondimento’ . Contrario pure il governatore del Lazio Renata Polverini: ‘Il nuovo testo è completamente diverso dall’intesa che avevamo raggiunto con il governo, anche noi siamo preoccupati’ . Ma il ministro dell’Economia Giulio Tremonti non rinuncia all’ottimismo. ‘Il discorso con Chiamparino continua — ha affermato —, cosa che io vedo in modo assolutamente positivo’ . ‘Il federalismo fiscale— ha detto ancora Tremonti— è una straordinaria riforma che riporterà diritto l’albero della finanza pubblica, c’era più federalismo all’epoca di Mussolini che oggi’ . In una dura nota il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha spiegato i motivi alla base della richiesta del rinvio. ‘Mi vendono come federalismo — ha affermato — un testo che dà meno autonomia ai Comuni rispetto a prima di Berlusconi’ . E, rivolgendosi ai leghisti, domanda loro se si rendono conto che ‘in questo governo il federalismo non si fa, ma io ho l’impressione che, nonostante l’insofferenza del popolo della Lega, il gruppo dirigente resta attaccato a Berlusconi in modo incredibile’ . Entrando nel merito del nuovo testo elaborato dal ministro della Semplificazione — che l’udc Gian Luca Galletti ha bollato come il ‘porcellum di Calderoli’ — ieri è stato confermato il regime di esenzione fiscale per gli immobili della Chiesa cattolica, mentre nella prima versione del decreto approvato dal governo il 4 agosto non era previsto. Un argomento che ha già suscitato polemiche e una indagine della Commissione europea per i benefici a favore della Chiesa e delle associazioni sportive, in quanto in futuro anche un albergo con all’interno una cappella potrebbe non pagare l’Ici. La tassa di soggiorno fino a 5 euro al giorno per ogni turista, anche se facoltativa, è stata ieri contestata dalla Confcommercio. Per il presidente Carlo Sangalli è ‘un errore da matita blu l’idea che il federalismo municipale nasca con l’introduzione di una vecchia tassa che colpirà la competitività del turismo italiano’ . ‘Facciamo appello alla sensibilità di tutti— ha concluso Sangalli — affinché questa tassa assurda venga accantonata, rispetto agli interessi generali del Paese significa farsi male da soli, il turismo resta un grande patrimonio da far fruttare per generare più crescita, più occupazione, più sviluppo’ . Questa mattina è stata convocata una conferenza stampa del terzo polo per illustrare le richieste di cambiamento che saranno contenute negli emendamenti che verranno presentati entro il termine delle ore 18 di oggi. Baldassarri, che del federalismo ‘serio e duraturo’ ha fatto una bandiera personale, spiegherà perché l’idea dell’addizionale Irpef del 2 per centonon serve a niente, mentre occorre una compartecipazione dei Comuni all’Iva. E un rientro contabile dell’Ici sulla prima casa”.

12. Caso Battisti, Napolitano scrive a Dilma

Roma - “Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha scritto una lettera alla nuova presidente brasiliana Dilma Rousseff per invitare lo Stato brasiliano a rispettare il trattato di estradizione con Roma, consegnando ai giudici italiani Cesare Battisti”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “La lettera è stata consegnata la settimana scorsa dall’ambasciatore d’Italia a Brasilia. È stata consegnata ai diplomatici che lavorano con la leader del ‘Partito dei lavoratori’ diventata presidente dal 1° gennaio. Da ieri la lettera è stata messa a disposizione degli avvocati che difendono l’Italia di fronte alla giustizia brasiliana e ha iniziato a girare fra i leader della comunità italo-brasiliana. Alla Rousseff, il capo dello Stato rinnova i complimenti per la sua elezione (aveva già inviato un primo messaggio immediatamente dopo il voto), sottolinea con forza il significato innovativo per il popolo e per la Repubblica brasiliana della scelta di una donna alla presidenza, ma dedica poi il cuore del messaggio al caso del ‘terrorista Cesare Battisti’. Perché la mancata estradizione ‘è un motivo di delusione e amarezza per l’Italia. Non è stato forse pienamente compreso - scrive il presidente - il bisogno di giustizia del mio paese e dei familiari delle vittime di brutali e ingiustificabili attacchi armati, nonché dei feriti in quegli attacchi e a stento sopravvissuti’. Per Napolitano le istituzioni italiane, la magistratura e le forze di polizia, hanno garantito che l’Italia uscisse dagli anni del terrorismo rispettando la legalità e i dettami costituzionali. Dunque si tratta anche di un ‘bisogno di giustizia - scrive ancora il presidente - legato all’impegno col quale le istituzioni democratiche del mio paese e la collettività nazionale seppero reagire alla minaccia e ai colpi del terrorismo, riuscendo a sconfiggerlo secondo le regole dello Stato di diritto’. Ed è per queste ragioni che l’Italia - sottolinea Napolitano - con assoluta ‘fiducia nella magistratura brasiliana’, ha depositato il proprio ricorso al Supremo Tribunal Federal ma, avverte, intende anche perseguire ogni possibile rimedio offerto dal diritto internazionale per ottenere l’estradizione dell’ex terrorista sulla base del trattato bilaterale. Come dire che il ricorso alla Corte Onu dell’Aja è assolutamente possibile. Alla fine del 2010, quando Lula aveva annunciato il rifiuto di estradare Battisti senza comunicarlo con una telefonata preventiva a Napolitano (come concordato fra le diplomazie dei due paesi), il presidente aveva fatto avere al collega brasiliano una missiva durissima nei toni e nella sostanza, e poi aveva diffuso un comunicato in cui confermava la sua delusione personale per la scelta. ‘La decisione del Presidente ha suscitato in me profonda delusione, amarezza e contrarietà’, spiegava Napolitano: ‘Gli avevo scritto nel gennaio 2009, illustrandogli ampiamente le circostanze di fatto, e gli argomenti giuridici e politici, che chiaramente militavano per la concessione dell’estradizione di Cesare Battisti’. Secondo fonti della Farnesina, che ha trasmesso il messaggio e che adesso guida l’ambasciatore a Brasilia nei suoi contatti politici, Napolitano vuole lasciare tempi e spazi di manovra politica alla Roussef, ‘prima donna chiamata a guidare le sorti di un grande paese nel quale milioni di connazionali sono diventati cittadini e si sono affermati come componente vitale della società brasiliana’. Ma - insiste il presidente - ‘non sono accettabili rimozioni, negazioni o letture romantiche dei fatti di sangue di quegli anni, e le responsabilità non possono essere dimenticate’. La nuova lettera a Dilma Rousseff è stata resa nota a Brasilia nel giorno in cui il Parlamento europeo ha votato, approvandola a larghissima maggioranza, una mozione per chiedere al Brasile di estradare Battisti e per mobilitare la Ue assieme all’Italia. La mozione è stata firmata da tutti i partiti italiani a Strasburgo (Pdl/Udc, Pd, Idv, Lega Nord): gli eurodeputati hanno inoltre chiesto all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Catherine Ashton, di condurre ‘un dialogo’ con il Brasile e vigilare affinché ogni decisione presa rispetti pienamente i principi fondamentali della Ue. Due settimane fa la Commissione europea aveva liquidato la richiesta italiana di interessamento sostenendo che ‘in tema di estradizione’ si tratta di una ‘questioni bilaterale’". 

13. Battisti, Europarlamento approva risoluzione

Roma - “L’Europarlamento – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - ha approvato la risoluzione che sollecita un intervento ‘politico’ dell’Europa per convincere il Brasile a estradare in Italia Cesare Battisti, condannato dalla magistratura italiana all’ergastolo per la partecipazione diretta o indiretta a quattro omicidi negli ‘anni di piombo’ . La presenza a Strasburgo di Alberto Torregiani, paralizzato dal 1979 per le conseguenze dell’assalto mortale a suo padre gioielliere, e di altri parenti delle vittime, che escludono qualsiasi componente politica o di terrorismo nei reati di Battisti, ha trasferito una atmosfera emozionale forte a questa iniziativa degli eurodeputati italiani della maggioranza (Pdl e Lega Nord) appoggiata in modo bipartisan dall’opposizione (Pd, Idv e Udc). La volontà di votare la risoluzione con urgenza in questa sessione di gennaio ha però generato polemiche con eurodeputati portoghesi e francesi (soprattutto verdi, socialisti e comunisti) su una possibile strumentalizzazione della vicenda a fini di politica interna italiana. La conseguenza è stata l’approvazione di un testo non vincolante in un’aula semideserta con soli 83 ‘sì’ , un ‘no’ e un’astensione (sul totale di 736 eurodeputati). Il commissario ceco Stefan Fule, che rappresentava la Commissione europea, ha ribadito la posizione della sua istituzione di Bruxelles, che non ritiene di aver alcun titolo per intervenire nel contenzioso ‘bilaterale’ tra Italia e Brasile per l’estradizione di Battisti. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha espresso ‘soddisfazione’ per l’approvazione a Strasburgo ‘perché riconosce la fondatezza della richiesta di estradizione avanzata dall’Italia’ in vista della prossima decisione in Brasile (che potrebbe arrivare già in febbraio). Anche gli eurodeputati italiani hanno espresso ‘soddisfazione’ per il ‘sì’ al testo, dove si ‘auspica che le autorità brasiliane esercitino il loro dovere/diritto di dare seguito alla richiesta del governo italiano’ e si chiede che ‘il Consiglio e la Commissione conducano il dialogo politico con il Brasile e monitorino costantemente che ogni decisione presa rispetti i principi fondamentali dell’Ue e delle buone relazioni con gli Stati membri’ . Per il capogruppo degli eurodeputati Pdl Mario Mauro ‘la posizione negativa della Commissione è nota, ma la nostra iniziativa è solo politica e punta principalmente all’intervento del Consiglio dei governi per garantire ai parenti delle vittime giustizia e non vendetta’ . Per il capogruppo del Pd David Sassoli ‘Battisti è un criminale comune ed è un diritto delle vittime che i colpevoli di reati così gravi scontino la pena in carcere’ . La francese della sinistra radicale Marie Vergiet ha espresso l’unico voto contrario e, nel dibattito in aula, ha polemizzato perché tra i presenti più della metà erano italiani, in genere assenteisti in massa a Strasburgo nelle sedute finali sui diritti umani del giovedì pomeriggio. Alla ampia partecipazione hanno contribuito la Lega Nord, il Pdl e in parte il Pd. Tra la trentina di assenti italiani spiccava l’intera delegazione dell’Idv, compreso il capogruppo Nicolò Rinaldi, che pur aveva appoggiato la risoluzione". 

14. Marcegaglia: è ora di riformare la Confindustria

Roma - “‘A questo punto è venuta l’ora di riformare la Confindustria’. Emma Marcegaglia – in un’intervista al CORRIERE DELLA SERA - entra a piedi uniti nel dibattito sul dopo Mirafiori e annuncia i suoi propositi. ‘Già quando sono stata eletta avevo in testa l'obiettivo di rendere la confederazione più snella ed efficiente, poi la grande crisi ci ha costretto tutti a cambiare agenda e a tamponare l’emergenza. Ora che un po'di cose si sono assestate, non ha più senso indugiare. E quando dico "riformare la Confindustria" non penso solo di tagliare i costi ma di decidere che mestiere vogliamo fare in futuro. Quale rappresentanza diamo alle imprese’ . Uno dei nostri commentatori di maggior prestigio, Francesco Giavazzi, sostiene che la Confindustria andrebbe abolita e basta. In una società aperta non ha ragion d'essere. ‘Non sono d’accordo. Persino il premier inglese, David Cameron, ha sentito il bisogno di parlare di Big Society, di chiedere più società meno Stato. E poi la Germania, di cui diciamo un gran bene, basa i suoi successi anche su una tradizione di forte protagonismo delle parti sociali. Le associazioni sono un punto di forza del nostro Paese, una ricchezza. Il bivio è un altro: le usiamo per costruire veti o per modernizzare il Paese? Per noi è buona la seconda’ . Non tutte le imprese, però, sembrano pensarla così. Alcune proprio per modernizzare scelgono di uscire da Confindustria. ‘Allora mi costringe a tirare fuori i dati. Quelli a cui fa cenno sono casi rarissimi. Dal dicembre 2007 le imprese associate sono aumentate del 10,9 per cento e se lo calcoliamo in base ai dipendenti l'universo che si riconosce in noi è cresciuto del 13 per cento. Non è vero, dunque, che la rappresentanza degli industriale si stia disgregando, tutt’altro. E per un motivo molto semplice: la crisi ha esaltato il nostro ruolo di rappresentanza e di tutela degli interessi d'impresa’ . Ma che vuol dire in concreto riformare la Confindustria? ‘Vuol dire rafforzare il ruolo delle unioni territoriali per essere più vicini alle imprese. Nel linguaggio mediatico quando si parla di Confindustria in molti pensano solo a Roma e ai nostri convegni, ma sul territorio ci sono esperienze e realtà magnifiche. Treviso ha messo su un servizio di consulenza finanziaria per aiutare le imprese nei rapporti con le banche, Bergamo ha ideato un piano di rilancio del tessile della Valle Seriana, Varese ha studiato un fondo per la capitalizzazione. E non continuo sono perché riempiremmo una pagina di giornale. Le dico, però, che già siamo federalisti e vogliamo diventare iperfederalisti’ . Più peso ai territori corrisponde a una dieta dimagrante per le strutture di Viale dell'Astronomia? ‘Guardi che il centro rappresenta solo il 7 per centodei nostri costi. E serve ad elaborare la visione, a fare lobby e a tenere alto un marchio che in Italia vuol dire società aperta e competenze. Da quando sono presidente ho ridotto i costi del centro del 18,7 per cento, ma non ho problemi a dire che siamo ancora pletorici, che abbiamo troppe duplicazioni. Dobbiamo invece adottare uno schema che suona così "rappresentanza dappertutto, ma servizi aggregati"‘ . Sa che non c’è stato presidente che non abbia detto di voler riformare l'associazione? ‘So anche che tutte le riforme di Confindustria partite dall’alto sono fallite, perciò io voglio costruirla a partire dai territori creando dal basso best practice, esperienze modello da emulare. Poi so che non c'è bisogno di un centro studi per ogni provincia e dove è possibile aggregheremo intere strutture. Nel Lazio stanno già facendo così, idem in Toscana tra Grosseto, Siena e Arezzo’ . Basta aggregare le strutture o bisogna anche cambiar passo? La crisi non spinge a cambiare anche le modalità della rappresentanza? ‘Ai nostri associati dobbiamo dare una consulenza integrata che non sia solo sindacale, solo finanziaria o solo per l'export. Non dimentichi che l'83 per centodelle aziende iscritte è sotto i 50 dipendenti. E noi dobbiamo essere promotori di iniziative che li riguardano, senza aspettare che cadano dal cielo. Le faccio due esempi, significativi. Gli istituti tecnici perché non ce li facciamo noi direttamente? E le reti di impresa, che oggi sono una ventina, perché non le moltiplichiamo in tempi stretti?’ . Senza Mirafiori e Marchionne, tutte queste idee sarebbero rimaste nel cassetto? ‘Non ho remore a dire che considero la vicenda Fiat uno stimolo al cambiamento ma le idee ce le avevamo già. Noi dobbiamo uscire da un vecchio schema fordista di fare rappresentanza, un format unico per tutti. In campo sindacale vuol dire aprire ai contratti aziendali, si fa rappresentanza quasi su misura ma non è affatto vero che scomparirà il contratto nazionale. L'83 per centodelle Pmi lo vorrà ma in parallelo, noi abbiamo l'esigenza di cucire una contrattazione che calzi perfettamente all'organizzazione del lavoro, ai regimi di orario e alle specificità di mercato di ciascuna grandi aziende. Si potrà obiettare che si tratta di un indirizzo ambizioso ma non è certo indirizzato a radere al suolo il sindacato. Non amo il Far West. Voglio adeguare la contrattazione al dopo crisi’ . Si sostiene da più parti che le multinazionali abbiano cancellato l'Italia dai loro radar. Per il Pd si parlava di un Papa straniero, nella Confindustria ci sarà mai un vicepresidente straniero espressione di una multinazionale? ‘In passato c’è stato Papadimitriu della Glaxo, ora c'è Recchi della General Electric. Ma al di là delle persone il nostro gruppo investitori esteri è vivacissimo e ci dà un contributo unico. Guarda l'Italia da fuori, ne sottolinea i peccati ma in qualche caso ce ne spiega le virtù’ . Una Confindustria più snella organizzerà meno maxi-convegni che finiscono solo per essere ricordati per l'applausometro al ministro di turno? ‘Mi impegno a organizzare meno passerelle, meno convegni costosi. Ci si riunirà quando si avrà qualcosa da elaborare e da dire’ . Molti giudicano anacronistica e un po'velleitaria l’ampia attività dei Giovani Imprenditori… ‘Non riesco a darle torto, anche se sono legata a quell'esperienza. Penso che debba essere recuperata la logica iniziale. I Giovani devono essere coloro che guardano di più ai temi del futuro’ . Si dice che i grandi gruppi ad azionariato pubblico come Eni, Enel, Poste e via dicendo stiano acquistando troppo peso in Confindustria. Forse, sostiene qualcuno, non bisognava farli entrare… ‘Penso che il loro ingresso abbia avuto un senso perché hanno una presenza internazionale straordinaria, penso all'Eni, e possono rappresentare un volano di crescita per le piccole e medie aziende. È evidente che dopo una prima fase in cui si sono accontentati di essere entrati ora chiedano di contare di più. Non ci vedo niente di strano. Le ricordo però che in termini di contributi tutte le aziende che per mera comodità chiamiamo pubbliche pesano poco meno del 5 per cento. Mentre il 60 per centoviene dalle associazioni territoriali del Nord Italia’ . Ma mettere sotto la stessa bandiera fornitori e utenti significa condannarsi a fare i conti con continui conflitti di interesse. ‘Non le nego che in una prima fase c'è stato anche questo. Ma adesso siamo passati avanti. Pensi alla collaborazione tra produttori e consumatori che ci ha permesso di realizzare la borsa elettrica. O ancora alla creazione della filiera delle Pmi del nucleare. Se Enel fosse rimasta fuori non avremmo potuto costruire queste esperienze ed opportunità’ . Come giudica la nascita di Rete Imprese Italia? Vi fa concorrenza? ‘Penso che tutto ciò che contribuisce a ridurre la frammentazione della rappresentanza vada giudicato positivamente. Da una prima fase in cui sono prevalsi i toni della concorrenza ora scriviamo insieme le lettere al governo e su alcuni temi fondamentali siamo in sintonia. Penso che si possano mantenere identità distinte e lavorare insieme’ . Visto che vuole andare d'accordo con tutti si è già preparata ad accogliere in Confindustria gli imprenditori cinesi che operano in Italia? ‘Certo. Ai miei di Prato ho chiesto di associarne almeno 10. Perché se entrano da noi vuol dire che escono dal sommerso. So che spesso i cinesi sono in diretta e sleale concorrenza con le nostre piccole imprese ma so anche che copiare un’azienda è facile, copiare una filiera è impossibile. E quando abbiamo visto che un'azienda cinese con un utile di solo 300 mila euro voleva acquistare una società europea per 1,8 miliardi di euro, spiazzando l'offerta della Prysmian, non abbiamo fatto mancare all'azienda italiana l'appoggio necessario. Con questo non dimentico che mercato è la Cina...’ . A proposito di export nella sua riforma confindustriale non c'è modo di riformulare quelle missioni all'estero che spesso sembrano solo delle photo opportunity? ‘Prometto meno missioni pletoriche di sistema e più missioni di filiera, di rete, viaggi della concretezza che siano utili per concludere affari. Del resto le ultime sono andate in questa direzione’ . In questa intervista abbiamo finora evitato di percorrere a ritroso la storia di Marchionne e Mirafiori e abbiamo ragionato sul dopo. Ora il capo della Fiat ha promesso salari tedeschi e partecipazione agli utili. Lei è d’accordo? ‘Dobbiamo abbattere la spirale bassi salari bassa produttività e quindi dobbiamo avere come i tedeschi salari più alti e produttività più elevata. Sottoscrivo in pieno. Quanto alla partecipazione agli utili, sono più che favorevole a soluzioni aziendali, non credo invece a una legge ad hoc sulla partecipazione’ . Si dice che la Fiom stia incrudendo le forme di lotta nel gruppo Marcegaglia per farle pagare l'appoggio a Marchionne. ‘Ilmio gruppo sta trattando un contratto integrativo innovativo e vogliamo assumere 250 persone. Le schermaglie fanno parte del negoziato ma mi lasci essere ottimista anche per quanto riguarda direttamente la mia azienda’". 

15. Bce: Tensione sui debiti di Italia, Spagna e Belgio

Roma - “Allarme della Bce sui debiti sovrani di Italia, Spagna e Belgio. Secondo la Banca centrale europea – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - la crescita continua, ma le pressioni inflazionistiche, attualmente sotto controllo, ‘potrebbero salire’ . I tassi di interesse rimangono ‘ancora’ appropriati, ma restano sotto ‘monitoraggio molto attento’ . Per questo Jean-Claude Trichet ribadisce l'urgenza di proseguire nel consolidamento dei conti e nell'attuazione di riforme strutturali volte a migliorare la competitività e ad aumentare la fiducia dei mercati. Per ora altalenante. ‘Le tensioni nei mercati del debito sovrano dell'area sono rimaste elevate’ , nota il presidente della Banca centrale, a novembre e dicembre ‘non si sono limitate soltanto a Grecia, Irlanda e Portogallo, ma si sono manifestate anche in altri paesi dell'area euro, quali Spagna, Italia e Belgio’ . E non è finita con le turbolenze di fine anno. ‘Il modesto restringimento dei differenziali è attribuito dagli operatori di mercato all'accresciuta attività associata al Programma (di acquisto) dei titoli finanziari condotto dalla Bce’ (salita la settimana scorsa a 1,3 miliardi). Ieri gli spread sono calati ancora in modo generalizzato— quello dei decennali italiani sul Bund ha toccato il minimo da metà dicembre a 155,4 punti base— in un mercato volatile, sulla scia di voci di riforma del fondo Salva-Stati, che potrebbe essere delegato dalla Ue al riacquisto dei bond. Mentre il Fondo Monetario non ha escluso la possibilità di estendere il prestito alla Grecia. E la stessa Bce sottolinea come l'andamento dei Credit default swaps stia ad indicare ancora ‘tensioni nei mercati del debito sovrano dell'area euro’ : il loro livello rimane ‘di 20 punti base superiore a quello medio dei Cds dei Paesi nell'area orientale dell'Ue’ . Intanto Francoforte si concentra ‘con molta attenzione’ sui rischi di inflazione, ora sotto controllo, ma suscettibile di nuove fiammate. E già gli esperti dibattono il ‘dilemma’ della Bce, che potrebbe aumentare i tassi di interesse in anticipo — secondo alcuni da giugno— e avrebbe bisogno di definire una exit strategy dalla fase emergenziale. Lorenzo Bini Smaghi, del board Bce, ha avvisato che ‘un'uscita ritardata dalle misure accomodanti straordinarie potrebbe gettare i semi di futuri squilibri’ . Nel frattempo, la Bce, assumendo ieri attraverso Trichet la presidenza del Systemic Risk Board per la supervisione macroeconomica, ha posto le basi per una rilevazione e prevenzione dei rischi sistemici per il futuro. Sulle borse hanno pesato i timori di inflazione e di prossimi passi restrittivi da parte della Cina: Londra ha perso l'1,82 per cento, Parigi lo 0,3 per cento, Francoforte lo 0,83 per cento. In controtendenza Milano, che ha guadagnato lo 0,16 per cento”. 

16. Spagna, governo studia il salvataggio delle banche

Roma - “Torna lo spettro delle crisi bancarie in Spagna, con il governo di Madrid che potrebbe intervenire con altri 30 miliardi di euro. Ma sui mercati finanziari, tiene banche ancora l´economia Usa, con i dati di Morgan Stanley e di Google, entrambi superiori alle attese”. Lo scrive LA REPUBBLICA. “Ma in serata, dal colosso di Cupertino è arrivata un´altra notizia che ha fatto il giro del mondo: Larry Brin, uno dei due fondatori, prenderà il posto dell´attuale a Eric Schmidt che diventerà presidente. L´altro co-fondatore Serghej Brin si concentrerà sui progetti strategici e sui nuovi prodotti. Tornando in Europa, è stato il Wall Street Journal a scrivere che la Spagna si preparerebbe ad emettere titoli di Stato, puntando a raccogliere fino a 30 miliardi, per sostenere le casse di risparmio. Un intervento che segue gli 11 miliardi di euro già messi sul piatto, sotto forma di aumento di capitale, per sostenere il sistema creditizio. Il ministro delle Finanze spagnolo, Elena Salgado, è intervenuta gettando parzialmente acqua sul fuoco: non è stato smentito il piano, infatti, ma la portata del medesimo. La cifra, ha detto, non si «avvicina neanche lontanamente» ai 30 miliardi, mentre una fonte del governo ha precisato che non sarà presa nessuna decisione sulla liquidità da iniettare nelle banche prima della fine del mese, quando gli istituti pubblicheranno i rispettivi dati sui prestiti al settore immobiliare. Le casse di risparmio in Spagna pesano per circa la metà dell´intero sistema finanziario e sono quelle che hanno subìto più danni dall´esplosione della bolla immobiliare. Tuttavia va ricordato che il paese iberico avrà bisogno di raccogliere 125 miliardi di euro per finanziare il proprio deficit e per il debito che arriverà a maturazione. E infatti fonti governative riferite dalle agenzie di stampa straniere sottolineano la speranza che le banche raccolgano capitali dagli investitori privati. Ieri intanto Morgan Stanley ha reso noti i dati relativi al quarto trimestre 2010. Il colosso bancario newyorkese ha registrato utili per 600 milioni di dollari, o 41 centesimi ad azione, in rialzo del 60% rispetto ai 376 milioni di dollari di un anno fa. Il giro d´affari del quarto trimestre è stato pari a 7,8 miliardi di dollari, in rialzo del 14% rispetto a un anno fa. Gli utili sono stati spinti dalle entrate da brokeraggio, mentre è calato il trading. Una nota della banca mette in evidenza che nel quarto trimestre sono stati registrati i proventi legati alla vendita della quota in China International Capital. Il buon andamento di Morgan Stanley si rileva anche dagli accantonamenti per i compensi, circa 16 miliardi di dollari, l´11% in più rispetto all´anno precedente. Per l´intero 2010 l´utile netto, prosegue la nota della banca - è stato pari a 2,63 dollari per azione contro una perdita di 77 cent per azione archiviata nel 2009. A Wall Street la banca ha festeggiato, salendo quasi del 5% mentre il Dow Jones ha registrato un andamento molto più blando, tanto che è riuscito a passare in terreno positivo solo in chiusura, finendo le contrattazione in calo dello 0,01%. Peggio il Nasdaq che ha perso lo 0,77%, che ha chiuso prima che uscissero i dati di Google: il gruppo nel quarto trimestre 2010 ha registrato un utile netto in aumento del 29% a 2,54 miliardi di dollari, o 7,81 dollari per azione, contro gli 1,97 miliardi di dollari, o 6,13 dollari per azione, dello stesso periodo del 2009. I ricavi si sono attestati a 8,44 miliardi di dollari. I dati sono superiori alle attese degli analisti".

17. Usa-Cina, Hu Jintao: non siamo minaccia per nessuno

Roma - “Dallo splendore e dalla cordialità della cena di Stato— 225 ospiti in abito da sera alla Casa Bianca per onorarlo — al calvario di una mattinata al Congresso ad ascoltare i rimbrotti a raffica di deputati e senatori. Hu Jintao sapeva – scrive IL CORRIERE DELLA SERA - che la visita a Washington avrebbe portato con sé qualche spina: i richiami di Obama sui diritti umani violati e, ieri, il difficile confronto con un Parlamento nel quale decine di deputati hanno firmato la richiesta di introdurre sanzioni contro la Cina se non smetterà di manipolare la sua valuta. Per Hu è stato forse il momento più difficile della sua visita negli Usa: se l’è cavata dando risposte lunghissime, prolisse e inconcludenti. In pochi, così, hanno avuto il tempo di parlare e di rinfacciargli le violazioni dei diritti umani, quelle della proprietà intellettuale e le barriere commerciali che bloccano la penetrazione delle imprese Usa in Cina. Poi, prima di partire per Chicago dove oggi visiterà alcune joint-venture sino-americane, il presidente cinese ha parlato al pranzo dei ‘business leader’ dei due Paesi. Nel giorno in cui Pechino ha diffuso i dati del consuntivo 2010 che sanciscono il suo sorpasso economico sul Giappone (la Cina nell’ultimo trimestre è cresciuta del 9,8 per cento, del 10,3 per centonell’intero anno e ora ha davanti a sé solo gli Usa), Hu si è sforzato di mostrare la faccia rassicurante del suo Paese: ‘Siamo una potenza pacifica. Non perseguiamo alcuna politica espansionista e non è vero che intendiamo lanciarci in una corsa agli armamenti. Non diventeremo una minaccia militare per nessuno’ . Parole significative, ma in contrasto con quello che i Paesi limitrofi e la stessa diplomazia Usa hanno sperimentato negli ultimi mesi: risorgente nazionalismo, rapporti aspri coi capi delle forze armate cinesi, atteggiamento duro di Pechino nelle controversie territoriali col Giappone e il Vietnam. Ma Hu ha cercato di dirottare l’attenzione su alcune conseguenze positive della crescita del gigante asiatico: per esempio il fatto che la spumeggiante economia cinese ha fin qui creato 14 milioni di posti di lavoro al di fuori del Paese. L’obiettivo della visita a Chicago è proprio quello di mettere sotto gli obiettivi delle telecamere alcuni di questi investimenti che producono occupazione negli Usa. Ma prima di poter fare il suo discorso a tinte rosa agli uomini d’affari, il presidente cinese è dovuto passare per le forche caudine del Congresso. Qui la dialettica è stata molto più brutale. Cortesi ma freddi, lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, e la leader della minoranza democratica, Nancy Pelosi, hanno bombardato Hu. Boehner ha insistito sulle violazioni della proprietà intellettuale delle aziende americane, ma ha parlato anche di libertà religiose violate e di una politica mirante a limitare la crescita demografica anche ‘con un uso coercitivo dell’aborto’ . La Pelosi si è concentrata sui diritti umani, chiedendo, in particolare, la scarcerazione del Nobel Liu Xiaobo. Hu ha dato risposte evasive. Ma sul copyright ha ammesso che Pechino si è resa conto in ritardo della serietà del problema e ha assicurato che ora lo sta affrontando con determinazione. Poi ha pure trovato il modo di contrattaccare, invitando anche il Congresso a smantellare barriere commerciali: quelle che bloccano le esportazioni di merci americane in Cina nei settori considerati strategici. Un po’ meno teso il dialogo al Senato, dove Hu è stato accolto da personaggi come John Kerry e John McCain. Alle loro domande, meno brutali ma sostanzialmente simili a quelle dei colleghi della Camera, il presidente cinese ha risposto che il suo Paese sta cercando attivamente di ridurre le tensioni tra le due Coree, ma ha aggiunto che il contesto nel quale opera è molto difficile. E poi, pur promettendo che la Cina continuerà a cercare di fare progressi nei diritti umani, ha invitato i suoi interlocutori a non tirare troppo la corda su Taiwan e l’autonomia del Tibet: ‘Sono problemi che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Rispettatele. La storia dei rapporti Usa-Cina dimostra che le nostre relazioni progrediscono quando c’è rispetto reciproco’”. 

18. Al Azhar: Congelato dialogo con il Vaticano

Roma - “‘Congelato a tempo indeterminato ogni dialogo tra Al Azhar e il Vaticano’ . La rottura delle già delicate relazioni tra la Santa Sede e la più grande istituzione dell’Islam sunnita – scrive il CORRIERE DELLA SERA - è stata annunciata ieri al Cairo al termine di una ‘riunione d’emergenza’ dell’Accademia per la ricerca islamica, il consiglio di esperti religiosi di Al Azhar. ‘La decisione votata all’unanimità — ha detto il segretario generale, Ali Abdel Dayam — si inserisce nel quadro delle ripetute dichiarazioni insultanti del papa del Vaticano contro l’Islam e le sue affermazioni che i musulmani discriminano i fedeli di altri credi’ . Mahmour Azab, consigliere del Grande Imam di Al Azhar Ahmad Al Tayyeb che ha presieduto la riunione, ha aggiunto che la posizione del Vaticano ‘è lontana dalla verità e rappresenta un’inaccettabile ingerenza negli affari interni dei Paesi islamici’ . ‘Noi siamo pronti al dialogo— ha detto— purché non si dimentichi la cultura arabo-islamica’ . L’annuncio di Al Azhar è stato accolto con prudenza in Vaticano. Stiamo ‘raccogliendo le informazioni necessarie per un’adeguata comprensione della situazione — ha precisato Padre Lombardi, direttore della Sala stampa —. La (nostra) linea di apertura e desiderio di dialogo rimane immutata’ . Parole che potrebbero far pensare a una certa sorpresa per la brusca rottura decisa al Cairo. Ma in realtà una spaccatura era nell’aria. A Capodanno, poche ore dopo la strage di 23 fedeli copti ad Alessandria, Benedetto XVI aveva chiesto ai leader della regione ‘un impegno costante e concreto’ in difesa dei cristiani, citando i recenti attacchi in Egitto, Iraq e Nigeria. Dieci giorni dopo aveva ribadito ‘l’urgente bisogno per i governi di adottare misure efficaci per difendere le minoranze religiose’ . E se al primo appello il Cairo aveva risposto con il ministro degli Esteri Ahmed Abul Gheit (‘Gli stranieri non si immischino’ ), al secondo Mubarak aveva richiamato l’ambasciatore in Vaticano ‘per consultazioni’ . Inutilmente la Santa Sede aveva reagito già allora con toni concilianti (‘Non vogliamo creare tensioni, nessuna volontà di interferenza, solo malintesi’ ). Le affermazioni di Benedetto XVI sono state giudicate inaccettabili dal governo del Cairo e da Al Azhar, i cui vertici sono nominati peraltro dal raìs. Già nel 2006, dopo il famoso discorso di Ratisbona, c’era stata un’interruzione delle relazioni, poi ricucite. Cosa che forse succederà anche adesso, mentre è già certo che il previsto incontro annuale di febbraio tra il Pontificio concilio per il dialogo interreligioso e il Comitato di Al Azhar per il dialogo con le religioni monoteiste non avrà luogo. Sullo sfondo, più che una frattura tra vertici religiosi, questa volta pare esserci un problema politico. Le recenti durissime proteste anti Mubarak dei cristiani d’Egitto, appoggiate per la prima volta da molti musulmani, hanno indebolito il raìs che ha dovuto lanciare segnali concilianti ai copti, ma che ora teme la reazione degli estremisti islamici. A pochi mesi dalle presidenziali, prendere le distanze dal Vaticano dev’essere sembrato a Mubarak il male minore". 

19. Mafia, Fbi decapita le 5 famiglie di New York

Roma - “Suonate le note languide e struggenti di Nino Rota sui titoli di coda del "Padrino", per leggere questa notizia. I resti miserabili di quelle che furono le famiglie mafiose che governavano New York – scrive LA REPUBBLICA - sono stati spazzati via all’alba di ieri in una retata mai vista prima. Cento fra mammasantissima, pezzi da novanta, capi regime, picciotti e made men, associati a Cosa Nostra, sono stati arrestati sulle indicazioni di un canarino che ha cantato e ha tradito il patto dell’omertà. Ma a guardare bene le imputazioni che il procuratore dello stato di New York, sotto il controllo del ministro della Giustizia federale Eric Holder, ha scritto sui mandati d’arresto e di perquisizione eseguiti, come quasi sempre accade, all’alba per sorprendere quei "bravi ragazzi" ancora a casa e a letto, emerge la fotografia di una mafia italiana in America ormai più da telefilm alla "Soprano" che da sinistro e onnipotente impero nello stile del "Padrino". Non sarà certamente l’ultimo atto, il gran finale, per le due ultime famiglie, quella dei Gambino e dei Colombo, sopravvissute alle cinque che per mezzo secolo hanno controllato le mean street, le strade di New York, con i Bonanno, i Lucchese e i Genovese, perché pezzi, brandelli dell’impero che un tempo insanguinava la città con le sue guerre, resteranno. Ma il racket, il giro nel quale 100 arrestati sguazzavano, era la frattaglia della criminalità. Storie di estorsioni a pizzerie e grossisti di alimentari, esecuzioni risalenti a volte a 30 anni or sono, un po’ di usura, prostituzione da marciapiedi o da taverna di periferie, lontana dal giro molto più rispettabili e redditizio delle agenzie per "escort", come la famosa agenzia "Empire" che nel 2007 distrusse il governatore dello Stato di New York, Elliot Spitzer quando si scoprì che ne era un cliente affezionato. ‘La nostra battaglia è ben lontana dall’essere finita o vinta’ ha chiarito subito il ministro Holder. La battaglia no, ma quella Cosa Nostra che ha riempito le cronache, le carceri, le strade, le barberie e le trattorie di sangue e di prepotenza e che ha tormentato l’immagine di tutti gli italiani e gli italo americani per almeno tre generazione sembra molto vicina al tramonto. Nella grande rete tesa ieri mattina, soprattutto a Brooklyn, sono finiti Bobby Vernace, capo della Gambino Family, con accuse di estorsione, spaccio e di un omicidio commesso 30 anni or sono, a Queens. Per gli omicidi non esiste naturalmente la prescrizione. E la scorsa settimana, in un preludio alla pesca miracolosa di pesci mafiosi, il tribunale aveva condannato a otto anni un boss della famiglia Genovese, John "Sonny" Franzese, specialista in estorsioni contro pizzerie e locali di spogliarello e di "pole dance", le contorsioni delle pitonesse in mutande attorno alla pertica. Franzese ha 93 anni. Ancora una volta, e come sempre in materia di mafie, la ‘brillante operazione’ delle forze di polizia e della magistratura era partita da un voltagabbana, da un pentito collaboratore di giustizia, Salvatore "Sal" Vitale, un boia della famiglia Bonanno che si era vantato di avere fatto fuori 10 persone di clan nemici nei suoi anni ruggenti. Di fronte alla prospettiva di morire in carcere, di essere giustiziato, legalmente o illegalmente in quelle prigioni federali ad alta sicurezza dove le scenette del mafiosi che preparano la salsa di pomodoro con la salsiccia e l’origano ascoltando O Sole Mio sono letteratura del passato, "Sal" ha parlato, e altri ruderi della struttura criminale sono caduti. Era dal 1957 quando l’Fbi fece irruzione in una casa fra i monti Appalachiani dove era riunito lo stato maggiore della mafia e poi dalla deposizione di Joe Valachi nel 1961, quando fu tracciata per la prima volta la mappa delle famiglie mafiose, che le organizzazioni criminali di origine italiana negli Usa non subivano colpi così duri. Da questo, a differenza di quanto accadde 60 anni or sono, la mafia difficilmente si riprenderà, almeno nella sua forma tradizionale. L’ultimo "capo di tutti i capi", John Gotti, è morto di malattia in carcere. Il figlio John A. è stato a lungo perseguito dai procuratori di New York nel sospetto che avesse ereditato la famiglia, ma nei mesi scorsi i magistrati hanno annunciati di avere abbandonato la caccia perché, come disse un sostituto procuratore, Greg Andres ‘ci siamo accorti che stavamo spendendo un sacco di soldi e di tempo dietro a qualcuno che non conta niente’. Mentre il cadente impero del Padrino siciliano si consuma nel proprio tramonto assai poco romantico, si diffondono le cellule metastatiche della ‘ndrangheta, molto più difficili da sopprimere per la loro struttura non verticistica come le famiglie di Cosa Nostra. Si affermano la "mafya" russa, spesso in collegamento con le ‘ndrine, i colombiani, i giamaicani, i cinesi della Triade, i giapponesi della Yakuza, le organizzazioni criminali che possono ancora contare su un reclutamento di sangue immigrato fresco, da assoldare e da spargere. Quando, alla frontiera del Rio Grande con il Messico con Texas e Arizona, la guerra fra i narcos, gli agenti di frontiera, le autorità locali racconta di stragi e di atrocità quotidiana, la condanna di un vegliardo di 93 anni condannato per il pizzo sulle ballerine in topless e dei 100 scaricati dal killer segnala che non è finita la mafia. Ma stanno finendo le mafie siciliane dei vecchi uomini di panza e dei loro disperati picciotti".

Iraq. La pace non arriva mai

Bric. Porte aperte al Sudafrica