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Albania. Un’altra polveriera

Di fronte alle proteste popolari il primo ministro Berisha minimizza. Ma la polizia spara sui dimostranti facendo tre morti e numerosi feriti, col rischio di un’escalation

di Marco Giorgerini

Berisha, primo ministro albanese, nega risoluto: «l'Albania non è la Tunisia». Sarà, ma in questi giorni la situazione di Tirana ricorda sempre più da vicino quella di Tunisi: stessa rabbia sui visi dei dimostranti, stessi slogan urlati a tutta voce, stessa voglia di far finta di nulla dall'altra parte della barricata.
Le ostilità si sono aperte venerdì scorso, quando una folta schiera di manifestanti ha sfilato davanti alla sede della Presidenza del Consiglio. Nel giro di qualche ora la situazione è degenerata, gli scontri con le forze dell'ordine sono diventati cruenti. La polizia ha poi aperto il fuoco, ha ucciso tre uomini e ne ha feriti decine. Al grido di «Berisha vattene» la popolazione ha fatto proprio lo sdegno che già da mesi guidava i leader dell'opposizione. Il Partito Socialista, capitanato da Edi Rama, non ha perso tempo nel denunciare apertamente i brogli che avrebbero viziato l'esito delle ultime elezioni politiche. Era il giugno 2009, e il leader del Partito Democratico vinse di misura sull'avversario facendo salire il termometro della tensione.
Rama è un fiume in piena: «Hanno rubato le elezioni, ci hanno rubato l'Albania». E subito dopo aggiunge: «Il mondo deve vedere di cosa è capace questo regime. Eravamo scesi in piazza in modo pacifico, per chiedere democrazia, trasparenza e legalità. Ci hanno accolto con i fucili. Hanno sparato su gente inerme. Non accade in nessun paese europeo. Solo in Albania, un paese che la comunità internazionale porta come esempio di sviluppo e democrazia. Ma è falso: ecco il vero volto del regime. Un volto di assassini».
Il leader socialista non si placa neppure quando un giornalista gli fa presente che, dopotutto, ieri è stato richiesto l'arresto dei sei ufficiali della guardia della Repubblica accusati di «omicidio plurimo, uso eccessivo della forza e abuso d'ufficio». In effetti la polizia non ha ancora eseguito l'ordine d'arresto emesso nella mattinata di ieri dalla magistratura. I motivi per il momento non sono chiari, quel che è certo che tutto ciò accresce inevitabilmente la rabbia dei cittadini. Nelle ultime ore più di mille persone hanno reso omaggio a una delle vittime delle violenze di venerdì. Luisa, una delle presenti alla cerimonia di Fier, ha dichiarato: «La vita in questo paese non è più sicura, perché uno può scendere in piazza per chiedere giustizia e democrazia e può perdere la vita». Può perderla per mano di chi, tanto, la farà franca. Anzi, di chi l'ha fatta franca finora, perché adesso le cose potrebbero cambiare. Chi scende in piazza non chiede solo nuove elezioni ma, appunto, «giustizia e democrazia».
Non si tratta solo di aver ottenuto la carica di premier grazie ai brogli; a Berisha si imputa anche una pessima gestione del potere durante questi anni. Del resto, il ministro dell'Economia Ilir Meta è stato costretto alle dimissioni proprio dopo che la trasmissione Fiks Fare ha reso noto il suo passato di corruzione. È stato infatti diffuso un video in cui lo si vede mentre chiede una tangente di settecentomila euro all'ex ministro Dritan Prifti per favorire la concessione di una centrale idrica in un appalto pubblico. A dire di molti Meta rappresenta bene il degrado dell'esecutivo. Ma naturalmente Berisha nega tutto e condanna pesantemente le proteste, che proprio in seguito alla reazione del governo si sono diffuse ulteriormente. Secondo il primo ministro si sarebbero riversati nelle strade della capitale solo comunisti e mafiosi.  E mentre l'opposizione indice nuove manifestazioni per venerdì prossimo, Berisha si permette anche di provocare apertamente. I sei agenti che hanno aperto il fuoco dal palazzo del governo, dice, non solo non vanno puniti. Vanno premiati.
Quanto sta avvenendo in Albania, quindi, è paragonabile ai recenti scontri in Tunisia? I bersagli dei dimostranti sono, nel caso albanese, i brogli elettorali delle scorse elezioni e, più in generale, la corruzione del governo. Nel caso della Tunisia, invece, si punta il dito contro un esorbitante rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità. A monte, però, c'è la reazione contro la tendenza delle oligarchie politiche a rinchiudersi nei propri palazzi tagliando ogni legame col paese reale. Tendenza comune a entrambi i paesi, ed è comune anche la reazione che ad essa si oppone.
Per dirla con Edi Rama, «la gente si è indignata». Si è indignata in Algeria e in Tunisia, si sta indignando in Egitto, in Albania e in Grecia. C’è da chiedersi se verrà anche il turno dei Paesi dell’Europa occidentale. E in particolare dell’Italia.


Marco Giorgerini



Secondo i quotidiani del 24/01/2011

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