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Secondo i quotidiani del 24/01/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “ ‘Governo insufficiente da 6 mesi’ ”. Editoriale di Ferruccio de Bortoli: “La memoria è giustizia”. Di spalla: “Obama prova a ripartire con un’agenda centrista”. Al centro foto-notizia: “Belgio, la marcia delle patatine fritte” e “Pd, rivincita su Vendola a Bologna e Napoli”. In taglio basso: “Inerzia, volgarità, squallora: una minoranza attiva ci salverà” e “Picchiata, in coma a 10 mesi”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “ ‘Da mesi il governo è bloccato’ ”. Sotto con foto “Primarie Pd, affluenza da record”. Editoriale di Carlo Galli: “La coscienza dell’Italia” e l’analisi di Ilvio Diamanti: “E se il Cavaliere uscisse di scena”. Di spalla: “Il Grand Tour dei turisti cinesi ‘Il Bel Paese ci trascura’ ”. Al centro foto-notizia: “Israele-Anp, ecco le carte segrete: enormi concessioni palestinesi”. In taglio basso: “Schiavone, la partita perfetta ora è la numero 4 al mondo” e “ ‘Trasfusioni a rischio’ è scontro sugli emoderivati”.

LA STAMPA – In apertura: “Casini: governo Pdl senza Berlusconi” e in taglio alto: “Cuffaro in cella ‘Destino ingrato’ ” e “Senza Alitalia Malpensa non vola”. Editoriale di Mario Deaglio: “I problemi che l’Italia ha scordato”. Di spalla: “I giorni bui di un Israele nazionalista”. Al centro foto-notizia: “Belgio, marcia della vergogna contro i politici”. A fondo pagina: “Schiavone nella storia dopo la partita-record”.

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Dalle Pmi una spinta al Pil”. Editoriale di Marco Fortis: “Il patrimonio sottovalutato dei ‘piccoli’ ”. Al centro la foto-notizia: “La formula della sostenibilità: Venerdì a Parigi si apre l’anno internazionale della chimica”. Di spalla: “La neve di Davos consacra i nuovi Brics”. In taglio basso: “Nella corsa al ‘click day’ in coda 400mila immigrati” e “Federalismo municipale: l’operazione costi standard parte da vigili e anagrafe”.

IL GIORNALE – In apertura: “Ballarò inventa una finta escort e i cattolici scaricano Santoro”. Editoriale di Andrea Tornelli: “Ride bene chi ride ultimo”. Di spalla: “Ora la MArcegaglia fa la maestria, ma è per nascondere il suo fallimento”. Al centro foto-notizia “Annunziata guardona radical chic” e “Il giornale dei Bocchino non paga gli stipendi”. A fondo pagina: “A sinistra scocca l’ora dei devoti ‘papagliacci’ ”.

IL FOGLIO – In apertura: “Ma chi sarà a giudicare il Cav?”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “La libertà cortigiana, il culo di Montaigne e di Ostellino”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Marcegaglia: governo insufficiente” e in un box: “Fini: Berlusconi si dimetta. Il Pdl: lasci lui”. Editoriale di: “Il nuovo Pd, la sfida della concretezza”. Al centro foto-notizia: “La Lazio cade a Bologna, la Roma è terza, ma il Milan non si ferma” e “Viola picchiata a 10 mesi, Lara abbandonata a 3 anni”. In taglio basso: “Ventenne ubriaco si schianta all’alba: muoiono i tre ragazzi che erano con lui” e “Scuola, boom di scientifici e tecnici”.

L’UNITÀ – In apertura: “Primarie, boom di voti”. Foto-notizia a tutta pagina: “Operazione melassa”. Di spalla: “Marcegaglia attacca: ‘Governo fermo da sei mesi”.

2. Marcegaglia: “Da sei mesi il governo è fermo”
 
Roma - «C´è un´Italia che va a letto presto e si sveglia presto, che lavora seriamente, che produce, che fa impresa e che si impegna. Ci sono donne che si impegnano, che lavorano e fanno anche le mamme». Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, - riporta LA PREUBBLICA - descrive così «l´altra Italia che bisogna promuovere». E non ha certo bisogno di pronunciare il nome del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per far capire che è con lo stile di vita del premier, e con tutti i suoi effetti, non solo quello sull´immagine dell´Italia all´estero, che ce l´ha. Questa è la prima volta che il leader degli industriali parla di fatto del "caso Ruby", marcandone le distanze dal paese reale avvolto nella crisi economica più radicale e piena di incognite dal Dopoguerra. E, in qualche modo, lo strappo etico dal centrodestra di un pezzo del suo stesso blocco sociale, quello degli industriali, grandi, piccoli e medi. Per compierlo Emma Marcegaglia ha scelto la sua seconda apparizione in un talk show televisivo, intervistata da Fabio Fazio a "Che tempo che fa". Dopo la Chiesa anche l´establishment industriale ha deciso di non stare zitto, dunque. Toni soft, come quella trasmissione impone, ma giudizi severi. «Dico quello che vogliono le imprese - spiega - senza aver paura di nulla». Perché il vero affondo della Marcegaglia è arrivato subito dopo la descrizione dell´«altra Italia». Eccolo: «Nelle prossime settimane dobbiamo capire se questo governo è in grado di fare le riforme, di affrontare i grandi nodi, altrimenti bisogna fare altre scelte. Il paese non può aspettare». «Da sei mesi a questa parte - aggiunge - l´azione dell´esecutivo non è sufficiente». È un giudizio netto che Confindustria finora non aveva ancora espresso: il governo è ormai immobile da prima dell´estate, indebolito nella sua maggioranza parlamentare, incapace di prendere decisioni, ingolfato. Se dovesse proseguire così è giusto voltare pagina perché l´economia italiana non può permettersi di continuare a crescere a tassi bassissimi, da quindici anni ormai inferiori a quasi tutti gli altri concorrenti europei con conseguenze pesanti sul versante dell´occupazione. Parlare di disillusione degli industriali a questo punto è davvero poco. Da mesi Confindustria ha coniato lo slogan con la richiesta di un «governo che governi». Avendone sostenuto il programma - prosegue LA PREUBBLICA - e avendo scommesso, a inizio legislatura, su una maggioranza ritenuta in condizioni di approvare una serie di riforme sul versante economico e sociale. I fatti hanno smentito le previsioni. La scommessa è stata persa. E ieri la Marcegaglia lo ha sostanzialmente riconosciuto. Dell´azione di governo ha salvato la tenuta "tremontiana" dei conti pubblici («non era scontata», ha detto), l´estensione della cassa integrazione (quella cosiddetta in deroga) che ha tamponato l´emorragia di posti di lavoro e impedito che le tensioni sociali si aggravassero, e poi la contestata riforma dell´Università di Mariastella Gelmini. Ma non ci sono state le liberalizzazioni (anzi) e, in fondo, nemmeno è arrivata la "rivoluzione" preannunciata dal ministro Renato Brunetta, nella pubblica amministrazione. Questo ha detto la Marcegaglia. E nel suo ragionamento non è sembrato esserci spazio per un altro governo in questa stessa legislatura: se il governo non ce la fa, si deve andare alle elezioni. Marcegaglia - è vero - non l´ha detto esplicitamente - conclude LA PREUBBLICA - ma lo si può ricavare sulla sua risposta su un´ipotesi di "governo Tremonti": «Un nuovo primo ministro - ha sostenuto - deve avere la maggioranza in Parlamento e deve essere indicato dagli elettori, cosa sulla quale sono abbastanza d´accordo. Se ci saranno le condizioni perché Tremonti abbia queste caratteristiche, perché no?».

3. Gelmini: ecco l’agenda (rispettata) del governo
 
Roma - Caro direttore - scrive il ministro Mariastella Gelmini al CORRIERE DELLA SERA - l`autorevole intervento di ieri di Sergio Romano sul Corriere merita una riflessione molto seria, poiché investe l`essenza stessa dell`esperienza del governo Berlusconi. Romano dice sostanzialmente che il premier dovrebbe governare invece d`occuparsi d`altro, a cominciare dalle accuse che gli vengono rivolte. Vorrei dargli ragione ma devo invece osservare che probabilmente anche Romano si lascia condizionare dal clima incredibile di questi giorni, formulando un pensiero nobile ma scollegato dalla realtà. Gli avversari di Berlusconi infatti cercano di impedirgli di governare, costringendolo a occupare il suo tempo a difendersi da accuse infamanti e assurde. Posso testimoniare la grande passione civile e l`enorme imegno del premier, lo vedo costantemente lavorare e cercare una soluzione a mille problemi, ne apprezzo la straordinaria disponibilità. Proprio per questo lo schieramento che lo combatte cerca sistematicamente di imporgli un`agenda diversa e di togliergli entusiasmo e voglia di fare. Quando un leader politico viene fatto oggetto di un`incredibile quantità di iniziative giudiziarie, è evidente che il problema non è più solo quello del cittadino di fronte alla legge, che deve essere uguale per tutti. Diventa un problema politico. Nessuno può definire in buona fede come normale investigazione quello che è stato fatto in oltre quindici anni contro Silvio Berlusconi. Si sta cercando di eliminarlo per un`altra via, dato che quella delle urne è sbarrata. Ma proprio perché il gioco è evidente gli italiani non ci cascano, come non ci casca quel grande leader e grande uomo che è Umberto Bossi. Tutto si può dire, tranne che questi due anni e mezzo di legislatura siano passati nell`immobilismo del governo. in un quadro finanziario mondiale delicatissimo abbiamo garantito copertura agli ammortizzatori sociali, contenendo l`effetto della crisi senza aumentare le tasse e mantenendo in ordine i conti dello Stato, come ampiamente riconosciuto anche in sede europea. Siamo a un passo dall`attuazione del federalismo fiscale, una delle più importanti sfide che il governo sta affrontando per la modernizzazione dei Paese. C`è la grande battaglia per la legalità. Sotto questo governo - prosegue Gelmini al CORRIERE DELLA SERA - sono stati assicurati alla giustizia, per ora, quasi 7 mila mafiosi, compresi 28 tra i 30 latitanti più ricercati, e lo Stato ha sequestrato alle mafie beni per i8 miliardi. In attesa di realizzare la grande riforma della Giustizia, la riforma dei processo civile ha assicurato ai cittadini metodi più veloci ed efficienti di risoluzione delle controversie, passando da trenta tipi di procedimenti giudiziari a tre. La riforma della ubblica Amministrazione ha introdotto nel pubblico impiego incentivi al merito, sanzioni certe per chi non fa il proprio dovere, procedure più efficienti e valutazione dei risultati. Per le aziende private sono stati introdotti incentivi all`assunzione, il rilancio del contratto di apprendistato, programmi di aggiornamento e formazione, contrasto del lavoro nero, risorse per i lavoratori finora senza tutele. Sono state adottate misure di sostegno per le famiglie, per le donne che lavorano ed è stato varato un piano per centomila nuove case popolari in cinque anni. Con la riforma delle pensioni, l`età pensionabile sarà adeguata ogni 3 anni all`aspettativa di vita e, dal 2012, le donne dipendenti della pubblica amministrazione andranno in pensione a 65 anni, come gli uomini. La riforma di scuola e università, al netto delle polemiche, darà i suoi frutti nel corso degli anni e verrà, presto o tardi, riconosciuta come buona da tutti. La prossima grande «svolta» che attende il governo è quella fiscale, con l`introduzione di due sole aliquote. Anche su questo tema il governo Berlusconi ha già fatto molto, abolendo l`Ici, introducendo la cedolare secca sugli affitti, con la fiscalità di vantaggio per il Sud, con agevolazioni per le imprese e con una lotta durissima all`evasione fiscale. Su tutti questi temi l`impegno personale del premier non è mai mancato in questi mesi, anzi è sempre lui a spingerci per fare bene e presto. Molto ancora resta da fare e lo sappiamo bene. Ma se c`è qualcuno - conclude Gelmini al CORRIERE DELLA SERA - che vorrebbe potersi dedicare solo al buon governo, è proprio Silvio Berlusconi. Per questo cercano a ogni costo di mettergli i bastoni tra le ruote.

4. Marcegaglia fa la maestrina, ma nasconde suo fallimento
 
Roma - Medice, cura te ipsum , ossia «medico, cura te stesso». Il motto latino, che si trova nel Vangelo di San Luca - osserva Francesco Forte su IL GIORNALE - si addice a Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che sostiene che da sei mesi a questa parte l’azione del governo non è sufficiente e che non riesce ad affrontare i grandi nodi che il Paese deve risolvere. Lei, frattanto, con la sua gestione della Confindustria l’ha portata al disastro, sull’orlo della rottamazione, con un errore dopo l’altro.E il giorna­le ilSole 24 Ore continua a perder copie perché i lettori pro economia di mercato non ci si ritrovano. L’azione del governo,negli ultimi sei me­si, è stata tutt’altro che insufficiente. Infatti, nel semestre che abbiamo dietro le spalle, sono stati messi in sicurezza i conti pubblici, con una legge finanziaria ispira­ta al rigore, in modo da sventare le speculazio­ni eventuali sul nostro debito pubblico. Inoltre, il governo è riuscito a contenere la spesa e a migliorare il gettito delle imposte tramite la lotta all’evasione fiscale e l’anno è stato chiuso con un deficitinferioreal­le previsioni. E senza una piattaforma di rigore non si può fare la politica della crescita. La sfida è adesso, non ieri. Non è neppure vero che nel semestre il governo non ha fatto nulla per risolvere i grandi nodi del Paese. È stata varata la riforma universitaria, che riguarda uno di tali nodi. Fra le caratteristiche di Emma Marcegaglia c’è quella che quando parla di problemi strutturali del Paese o di crescita economica, non espone in modo chiaro le proposte concrete che lei ritiene siano prioritarie, con i relativi strumenti. Non è chiaro che cosa proponga al di là delle seguenti frasi fatte, che riecheggiano il vecchio frasario genericista del Pci, che però parlava alle masse del passato, come partito d’opposizione:«La mancanza di crescita incattivisce la società. C’è un tema economico, ma anche morale ed etico. E di benessere più in generale. Credo che il Paese si deve davvero concentrare sul tema della crescita. Vuol dire speranza per i giovani. Il dato dei due milioni di giovani che non studiano né lavorano è drammatico. E proprio sulla crescita, invece, il Paese tutto si deve concentrare: tornare a produrre benessere per le persone. Invece c’è una totale disattenzione. Si parla di tutto, ovviamente i temi di questi giorni, tranne che di questo. Ma questo è il tema che interessa ai lavoratori, ai cittadini, alle imprese». Il tema della crescita è centrale, nella finanza pubblica - prosegue Forte su IL GIORNALE - ma anche nel mercato del lavoro. E in questi mesi è avvenuta una granderivoluzione nei contratti di lavoro, a opera della Fiat guidata da John Elkann e Sergio Marchionne e dei sindacati liberi. Ciò per altro, al di fuori della Confindustria, in quanto questa non ha avuto il coraggio di denunciare l’accordo del 1993, riguardante la concertazione nazionale dei contratti di lavoro incompatibile con il nuovo modello contrattuale proposto da Marchionne. Il governo ha favorito, anche con un esonero fiscale, i contratti basati sul salario di produttività contrattati a livello aziendale, nel quadro di contratti nazionali a maglie larghe. Ed il governo è contrario a una legge che vada contro la tesi di Marchionne e dei sindacati riformisti per cui la rappresentanza aziendale sindacale è costituita solo dai sindacati che firmano tali contratti collettivi. Emma Marcegaglia accetta questa tesi o sposa la tesi della Cgil e del Pd per cui anche il sindacato che vota contro il contratto aziendale deve essere rappresentato nell’azienda per la sua applicazione? Il secondo tempo della politica economica dedicatoalla crescita trarrebbe notevole giovamento da una presa di posizione confindustriale a favore della tesi dei sindacati riformisti e di Marchionne e contro quella della Cgil, che vuole inquinare sin dall’inizio il pozzo del contratto aziendale, con contestazioni interne. C’è poi la questione tributaria, su cui noi abbiamo esposto tesi, certo opinabili, ma ben precise. La prima nostra tesi è: no a una imposta patrimoniale; la seconda tesi è «si» a un pacchetto urgente di riduzione delle imposte di 23 miliardi articolato su tre anni per 12 miliardi sulle famiglie e 11 sulle imprese, coperto per terzo con riduzione di esoneri fiscali, per un terzo con riduzioni di spese e per un terzo con recupero di gettiti al di là delle previsioni. Da Marcegaglia, che tanto ama la crescita, come tema etico, non si sono ancora avute proposte articolate. Il medico - conclude Forte su IL GIORNALE - deve proprio curare se stesso.

5. Fini: Silvio si dimetta. Il Pdl: fallo tu

Roma - L´affondo – riporta Umberto Rosso su LA REPUBBLICA - arriva secco, «io la penso ovviamente come gli altri esponenti del Fli, che hanno chiesto le dimissioni di Silvio Berlusconi». Firmato: Gianfranco Fini. Il presidente della Camera va dritto al cuore del problema e, nell´intervista rilasciata al Corriere Adriatico per il congresso regionale delle Marche che si apre oggi, chiede esplicitamente la testa del premier. Siluro dunque direttamente indirizzato al bersaglio-Cavaliere, con il fronte berlusconiano che si mobilita immediatamente a far quadrato attorno al premier e sparare contro l´odiato Gianfranco. Rovesciando esattamente i termini della questione: «È Fini - intima Fabrizio Cicchitto - che si deve dimettere da presidente della Camera. È entrato a gamba tesa nella battaglia, non è più superpartes. Se fa politica per conto di una fazione, deve lasciare la poltrona di Montecitorio». Richiesta cui si associano, a vario titolo, parlamentari, deputati, e ministri del Pdl, da Alfano a Frattini a Bondi. Una resa di conti, a colpi di reciproche richieste di dimissioni, che brucia tutti i ponti fra Pdl e Fli ma che chiude anche gli ultimi canali con l´Udc, visto che Casini scende in campo a difendere l´alleato Fini (e a quantificare al 15 per cento i consensi dell´alleanza). «Quello di Berlusconi è un autogolpe - spiega al Tg2 - basta con l´alterazione della realtà. Il premier si è lamentato di un "colpo di Stato" di Fini ma è stato lui a cacciarlo dal Pdl, cerchiamo di non falsificare le cose». Berlusconi e Terzo Polo dunque di nuovo ai ferri corti, dopo lo scandalo Rubi e le condanne espresse dal presidente Napolitano e dal Papa, tanto che non si escludono nuove iniziative anti-premier dei centristi. Complicando non poco la partita in corso con la Lega sul federalismo. Da Arcore – prosegue Rosso su LA REPUBBLICA - filtra l´ira e la rabbia del presidente del Consiglio per la frontale sortita dell´inquilino di Montecitorio. Nel centrosinistra e nell´Idv la richiesta di dimissioni non può che trovare porte aperte. Fini denuncia anche «la concezione patrimoniale e parafeudale della politica» del Pdl, dove la discussione interna è stata «brutalmente soffocata». Il vero tradimento, accusa ancora, è stato «promettere riforme e persino rivoluzioni per poi attuare la politica del giorno per giorno, e del basso profilo riformatore». I ministri del Pdl vogliono invece che sia lui a lasciare il posto. Apre la controffensiva Angelino Alfano: Berlusconi è stato eletto dai cittadini, Fini no. «Il premier - sostiene il Guardasigilli a Sky Tg24 - è indicato da milioni di italiani, il presidente della Camera è stato eletto in Parlamento non all´unanimità ma solo da un´area di maggioranza, che ora lui attacca e rispetto alla quale lui oggi è all´opposizione». Il ministro della Giustizia ripete poi che «Berlusconi sarà il candidato del centrodestra anche nel 2013». Parla anche il ministro Bondi, da giovedì alle prese alla Camera con la mozione che lo sfiducia: «In un paese normale Fini si sarebbe dimesso un minuto dopo aver fondato un altro gruppo parlamentare». Per tutti – conclude Rosso su LA REPUBBLICA - la risposta di Italo Bocchino, capogruppo del Fli: chiedere le dimissioni del presidente della Camera è «da incoscienti», un modo per distrarre l´attenzione dai veri problemi del paese.

6. Casini: “Governo assieme al Pdl ma senza Berlusconi”

Roma - Intervista di Marcello Sorgi a Pier Ferdinando Casini su LA STAMPA: Presidente Casini, con il «caso Ruby» cambia tutto anche per voi? «Non è il caso Ruby che cambia qualcosa, ma la reazione di Berlusconi che addirittura evoca il tentativo di un colpo di Stato». Il Terzo Polo ritira la sua offerta di aiutare il governo sui provvedimenti più importanti? «No, che c’entra. Se il governo porta avanti qualcosa di utile e necessario per il Paese avrà il nostro appoggio, com’è successo anche questa settimana per il decreto sui rifiuti di Napoli. Ma mi chiedo: è possibile che in queste condizioni il governo riesca a fare sul serio?». Se lo chiede, ma non ci crede. «Da quel che vedo, Berlusconi non è il solo impegnato a tempo pieno a difendersi. Anche tutti i suoi ministri hanno smesso di leggere i dossier che li riguardano per dedicarsi ai verbali dei festini di Arcore. Basta accendere la tv. E’ incredibile, invece di occuparsi dei problemi del Paese, il governo al gran completo pensa solo a dire che quel che tutti abbiamo visto e sentito non è vero e Berlusconi è vittima di una montatura». Sta dicendo che Berlusconi non dovrebbe difendersi? «No, come sa, se c’è uno che ha riconosciuto da tempo che Berlusconi, in certi casi, è stato vittima di accanimento giudiziario, quello sono io. Ma tra le accuse di reati finanziari commessi da Mediaset, per fare un esempio, e ciò di cui si discute in questi giorni, c’è differenza. Mi sarei aspettato che il premier ne tenesse conto e rispondesse in modo diverso». Cosa avrebbe dovuto dire? «Partiamo da quel che non avrebbe dovuto dire, o far dire alle ragazze che frequentavano le sue ville, o ai ministri obbligati a difenderlo. Berlusconi non può credere di convincere l'opinione pubblica che Ruby sia una santa, e che i magistrati che indagano su un caso di prostituzione minorile che lo coinvolge meritino addirittura “una punizione”. Ma per chi ci ha preso?». Pensa piuttosto - e lo ha detto chiaramente - che ognuno a casa sua dovrebbe essere libero di far quello che vuole. «A casa sua ciascuno fa quello che vuole, ma non possiamo permetterci un premier sotto ricatto, né è accettabile che si affanni a telefonare a funzionari di polizia per una minore. Il presidente del Consiglio non è una persona qualsiasi, e già il fatto che sembra non capirlo rende difficile qualsiasi riflessione seria». Non sarà, Casini, che lei da cattolico s'è fatto influenzare dalle prese di posizione del cardinale Bagnasco e di papa Benedetto XVI? «Da cattolico guardo bene di non strumentalizzare le prese di posizione delle gerarchie della Chiesa. Le condivido, naturalmente, ma non penso che debbano essere usate a favore o contro. La mia reazione è quella di un normale cittadino che dopo quello che ha letto, visto e sentito, aspetta che il presidente del Consiglio faccia chiarezza». E cosa dovrebbe dire Berlusconi per consentire ai cittadini di superare il turbamento? «Quanto meno dovrebbe spiegare. Non può continuare a negare il cento per cento di quel che è stato accertato dalle indagini. Poi dovrebbe scusarsi per il danno d’immagine che questa storia sta portando al Paese. Non solo a lui, ma all’Italia, rispetto a governi e Paesi con cui abbiamo relazioni stabili, e che vorrebbero sapere se siamo diventati il paese del bunga bunga». Confessare, arrendersi e uscire di scena: è questo che sta proponendo al presidente del Consiglio? «Non è così. Si parva licet..., se mi consente il paragone, sto dicendo che il premier dovrebbe fare come ha fatto Clinton ai tempi dello scandalo Lewinsky. O come ha fatto Blair l`altro giorno, quando ha risposto sulle sue responsabilità per la guerra all`Iraq. Badi bene: nessuno dei due è uscito di scena. Clinton è ancora oggi uno stimatissimo leader in grado di spostare un sacco di voti e determinare le campagne elettorali americane. E Blair ha uno standing di livello europeo e un incarico delicato in Medio Oriente. Come vede, quando le cose si chiariscono, anche i giudizi diventano più razionali». E se invece, come ha fatto capire, Berlusconi prosegue per la sua strada e va allo scontro frontale con i giudici di Milano? «Si accomodi. Vorrà dire che intende dedicarsi solo a questo, lasciando perdere i veri compiti del governo e i problemi del Paese. Noi dall`opposizione saremo qui a ricordarglieli, dalla crescita della disoccupazione alla condizione dei giovani, soprattutto nel Mezzogiorno, alle opere pubbliche bloccate, alla faccia del ponte sullo Stretto di Messina». Casini, sta cominciando la sua campagna elettorale? «Sto parlando di problemi reali, che vediamo ogni giorno andando in giro per l`Italia». Le rifaccio la domanda: parla così perché vede le elezioni anticipate díetro l`angolo ormai? «Le elezioni in Italia non le decide né il governo né l`opposizione. Tocca al Capo dello Stato. Se si apre una crisi e il presidente Napolitano, dopo le consultazioni, ravvisa che non esiste più una maggioranza, ci saranno le elezioni. Altrimenti no». E se dovesse scommettere? «Non scommetto». E se le dicessero che con la nascita del gruppo dei «Responsabili» la maggioranza è diventata meno debole e le elezioni più improbabili? «Risponderei: vediamola alla prova questa maggioranza, che a conti fatti dispone ancora solo di 314 voti alla Camera. Quanto ai responsabili, se il loro atto di responsabilità consiste nel sostenere il governo per evitare le elezioni anticipate, debbo pensare che in caso di crisi potrebbero guardare anche altrove...». Pensa a un gruppo di «responsabili» double face, pronti a passare da questa a un`altra maggioranza? «No, guardi, qui nessuno sta pensando a ribaltoni. Sto dicendo che se nasce un altro governo di centrodestra, in grado di allargare la maggioranza e portare la legislatura a compimento, ritengo che i responsabili non sarebbero solo quelli che si sono costituiti in gruppo». Ovviamente, ci sareste anche voi del Terzo Polo. «Non è automatico, ma si potrebbe discuterne». Un governo di centrodestra senza Berlusconi? E le pare realistico che il premier lo consenta? «Mi lasci dire che dipende non solo da lui, ma da tutto il Pdl. Dentro quel partito ci sono personalità autorevoli che potrebbero guidare un governo "senza", ma non "contro", Berlusconi, che potrebbe conservare il ruolo di leader del centrodestra e dedicarsi a chiarire la sua posizione personale. Al di là di quel che dicono tutti i giorni in tv, credo che nel Pdl siano in tanti a pensarla così. Sarebbe una via d`uscita ragionevole. Altrimenti non restano che le elezioni». E voi terzopolisti siete pronti alle urne? «prontissimi». Ma se ci si arriva, farete accordi elettorali con il Pd? «Se si va al voto, ci saranno stavolta tre aree e tre scelte possibili per gli elettori: destra, centro e sinistra. Eventuali intese si vedranno al momento opportuno. Ieri Veltroni ha parlato con grande equilibrio e serietà e ha bocciato ancora una volta l`idea di una sinistra che sceglie di imbarcare tutto e il contrario di tutto. Bersani sa come la penso. Un dialogo proficuo richiede scelte chiare dal Pd».

7. La tentazione di Bossi sull´asse Colle-Vaticano

Roma - Tre opzioni in campo, tre scelte difficili, il futuro del governo come posta. Passeggiando tra i boschi della Val Tidone, il buen retiro di Giulio Tremonti nel piacentino, Umberto Bossi – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - ha trascorso un weekend di riflessione in vista della settimana decisiva per il federalismo. La lealtà al Cavaliere non è in discussione. Ma ormai nel Carroccio sì è diffusa la convinzione che il vecchio asse del Nord non basti più. Di fronte a un premier indebolito dagli scandali e senza più una solida maggioranza parlamentare, Bossi è costretto a spingere lo sguardo altrove. «Il punto centrale - ha spiegato ai suoi il capo della Lega - è se riusciamo o meno a trovare un accordo con i comuni e le regioni». Oggi al ministero dell´Economia Calderoli (e forse Tremonti) incontreranno Chiamparino e la delegazione dell´Anci per discutere delle modifiche al decreto sul fisco municipale, ma Bossi non è affatto tranquillo. «Alla bicameralina La Loggia - prevede - il voto sul federalismo finirà in pareggio e il governo potrebbe fottersene e andare avanti comunque. Ma per far vivere il federalismo questo non basta». Bossi è convinto infatti che serva una base parlamentare e sociale più larga per evitare una crisi di rigetto e per questo «l´appoggio di Chiamparino e dei comuni è determinante». Insomma, niente forzature. Da qui i tre scenari, immaginati nelle passeggiate a Pecorara con Tremonti. La prima opzione è la più semplice, consiste nel «tirare avanti e provare a governare. E se Berlusconi non ci riesce, si va a votare». I sondaggi non sono sfavorevoli, ma c´è l´incognita del risultato al Senato. C´è anche una seconda opzione sul tavolo, ovvero quella di verificare la possibilità di formare un altro governo all´interno del perimetro del vecchio centrodestra. «Ma come facciamo a metterci di nuovo a trattare con Fini e Casini?». Per Bossi è un´alternativa davvero complicata, senza contare che Berlusconi è tornato a puntare le artiglierie contro Gianfranco Fini. E va a dire in giro che, in settimana, potrebbero arrivare nuove carte "caraibiche" sulla proprietà dell´appartamento Tulliani a Montecarlo. «Sono documenti - ha confidato il Cavaliere - che dovrebbero costringere Fini alle dimissioni. L´abusivo è lui e presto sarà chiaro a tutti». Insomma, il rapporto con Fini e Casini è ormai compromesso e anche Bossi la vede difficile. Ma c´è una terza ipotesi. Quella che consentirebbe di aprire un´autostrada alla riforma federale, assicurando al contempo quella «larga base politica e sociale» che oggi manca. È la carta di un «governo del Presidente», sostenuto con il concorso esterno del Pd e del terzo polo. Una riedizione di quella stagione di solidarietà nazionale immaginata da Enrico Berlinguer con i suoi articoli su Rinascita. E proprio la figura del segretario del Pci, padre del compromesso storico – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - è stata rivalutata da Tremonti in convegno della scorsa settimana. L´apertura di una stagione di collaborazione fra le forze politiche, secondo Bossi, «dovrebbe mettere al centro il federalismo e l´Europa». Una visione su cui concorda Giulio Tremonti, che guarda al vincolo esterno costituito dal nuovo ciclo di programmazione del "Semestre europeo". Quando il Programma di stabilità italiano dovrà essere concordato con gli altri 26 stati dell´Unione. Scadenze interne - il federalismo - e vincoli esterni - l´Europa e le nuove regole finanziarie - impongono un governo forte. Il contrario di quello oggi in carica. «Con questi numeri alla Camera non possiamo più mettere la fiducia - osserva Bossi - e come si fa a governare senza poter ricorrere a questo strumento»?. Un governo del Presidente dunque, perché «di Napolitano ci possiamo fidare». Umberto Bossi ha saputo coltivare fin dall´inizio un ottimo rapporto con il Quirinale. E anche con la Chiesa, sempre più insofferente per il caso Ruby, i canali leghisti sono aperti. Bossi s´intende con Bertone e (in parte) anche con il cardinal Bagnasco, presidente della Cei. Senza contare che Giulio Tremonti, che in questo ipotetico «governo del Presidente» sederebbe al posto di Berlusconi, gode di grande considerazione da parte delle gerarchie vaticane e dello stesso Benedetto XVI. In questi giorni di allarme per lo scandalo sessuale del premier e per lo scontro tra Berlusconi e i pm, Quirinale e Vaticano si sono tenuti in contatto. Non un´alleanza, perché non ci potrebbe essere, ma una consultazione informale sì, nella comune consapevolezza del passaggio stretto che stava vivendo l´Italia. Il gioco di sponda tra Napolitano e la Chiesa non è sfuggito a Bossi, che guarda con sempre maggiore attenzione a questo inedito asse. Una rete di protezione necessaria – conclude Bei su LA REPUBBLICA - se volesse mandare in soffitta l´alleanza del Nord fra «Silvio» e «Umberto».

8. Letta: “Lega scelga. Con Berlusconi federalismo a rischio”

Roma - Intervista di Maria Teresa Meli a Enrico Letta sul CORRIERE DELLA SERA: Onorevole Letta, come giudica la lettera di Maroni al «Corriere»? «Mi sembra una prima presa di distanza, certo molto prudente, nei confronti di Berlusconi, perché trovo che ci sia un tentativo faticoso di equidistanza su alcuni temi cruciali. In particolare, sulla questione giustizia Maroni incalza anche Berlusconi, oltre a reiterare le solite critiche alla magistratura. È un tentativo di equidistanza anche la difesa della Questura di Milano sia dagli attacchi della sinistra per quel che avvenne la notte in cui Ruby venne rilasciata, che da quelli della destra che ha accusato i poliziotti di aiutare con troppo zelo i magistrati. Leggo come una presa di distanza anche il messaggio in cui rivendica l`autonomia della Lega, ricordando che venti anni fa lanciò il suo progetto di federalismo e vent`anni fa Berlusconi non c`era ancora...». E dunque? «Dunque, una prima prudente presa di distanza che come tale va giudicata: bisognerà poi capire se seguiranno ulteriori fatti, se il fossato si allargherà oppure no. Più che di tregue tardive bisogna occuparsi delle riforme non rinviabili per shakerare la nostra società ingessata e sbloccare un Paese vecchio e fermo. L`appello di ieri della Marcegaglia appare in questo senso pienamente condivisibile anche perché non c`è tempo da perdere, la crisi finanziaria non pare finita e in Europa il nuovo club esclusivo dei sei Paesi con i conti da tripla A che si è insediato la settimana scorsa appare una minaccia gravissima per noi». La tregua parrebbe riguardare anche il federalismo. «E questo è il punto. E ormai chiaro che si è creata un`alternativa tra due opzioni non più conciliabili: la Lega deve decidere se la sua ragion d`essere è il federalismo, o se, piuttosto, è quella di fare lo scudo umano di Berlusconi e aiutarlo nell`Armageddon che lui sta immaginando». Perché l`una cosa dovrebbe escludere l`altra? «Ormai è chiaro che Berlusconi si asserraglia con i suoi 314 e allarga il fossato con i 311 delle opposizioni. Ma per attuare il federalismo ci vorranno quattro anni, le prossime settimane serviranno solo a dipingerne la cornice, e come si può pensare di attuare una delle più importanti riforme istituzionali italiane con 314 deputati, avendone contro 311 e anche tanti Comuni, Province e Regioni? Ecco cosa intendo quando dico che la Lega deve scegliere tra il federalismo e Berlusconi, perché il Berlusconi di oggi trascina la Lega nella ridotta dei 314 asserragliati e tutto ciò non può portare all`approvazione del federalismo. Che ha invece bisogno di una larga condivisione politica e istituzionale. Non dimentichiamo che le critiche principali al testo sui comuni sono venute sia da Chiamparino che dal sindaco leghista di Varese». Non è che questo è l`alibi del Pd per respingere il federalismo? «No: la Lega ha avuto un ruolo importante in questi anni sul federalismo, sarebbe assolutamente sbagliato disconoscerlo o avere atteggiamenti snobistici, sia chiaro però che le radici culturali del federalismo e dell`autonomismo portano i nomi di Don Sturzo e Cattaneo e quindi le ritrovo tutte nel Dna del riformismo del Pd. Il federalismo sta a cuore anche a noi, perciò mi sento di contro-rivolgere questo appello a Maroni e alla Lega: scegliete tra Berlusconi e il federalismo». E un ricatto alla Lega: lasciate Berlusconi o non votiamo il federalismo? «Noi abbiamo finora tenuto un atteggiamento positivo al federalismo perché questa era apparsa come una legislatura che poteva avviare un clima costituente, così non è, e allora questo non è un ricatto, è una presa d`atto. Per quanto ci riguarda, se si andrà al voto, noi siamo disposti a riprendere il percorso del federalismo nella prossima legislatura, a partire dalle nostre tesi, non contro la Lega, ma anche con la Lega. Se invece le dimissioni da noi invocate di Berlusconi portassero a un governo di responsabilità nazionale noi sosterremmo questo governo a patto che il federalismo, equo e solidale, sia al centro del suo programma». Come direbbe Berlusconi, ce l`avete sempre con lui. «Guardi che c`è stato un salto di qualità nell`atteggiamento di Berlusconi che fa rabbrividire: un anno fa gestì i suoi comportamenti scandalosi chiedendo in parte scusa, ora rivendica le notti di Arcore come modello. E sono allibito dall`assenza di qualsivoglia segno critico nel Pdl. Ma lì dentro nessuno vuol costruire nulla per un dopo-Berlusconi che comunque ci sarà?». Un`ultima domanda sul Lingotto. Che impressione ne ha tratto? «Positiva, sia per i contenuti che per il clima. Venerdì e sabato avremo a Napoli la nostra assemblea nazionale e lì Bersani lancerà il nostro progetto per l`Italia, e credo che alcuni contenuti dei Lingotto siano un valido contributo in questo senso. Io, poi, sono particolarmente contento perché mi sono speso e continuerò a spendermi perché il Pd in questa fase sia unito. Il momento è drammatico per l`Italia e quindi anche per noi; con un Pd diviso l`alternativa non nascerà mai e la pur sacrosanta indignazione non ci basterà per coprire i nostri peccati di omissione».

9. Primarie, il boom di Bologna e Napoli
 
Roma - Il popolo Pd si riprende le primarie. Proprio quando Bersani e molti big democratici - riporta LA REPUBBLICA - discutono di congelarle, aggiustarle, fare un tagliando, è boom di elettori a Bologna e a Napoli dove si sceglie il candidato sindaco del centrosinistra. Chi temeva il flop, è stato costretto a ricredersi. A Napoli un record: 44.751 presenze ai gazebo, più che alle primarie di Prodi. Un ottimo risultato, che ad un certo punto ha visto Andrea Cozzolino, il "delfino" dell´ex governatore Antonio Bassolino, proclamarsi vincitore con il 37 per cento su Umberto Ranieri battuto solo per mille voti di scarto. Terzo sarebbe arrivato l´ex magistrato Libero Mancuso, candidato di Sinistra, Ecologia e Libertà. Quarto l´assessore comunale democratico Nicola Oddati. Un risultato però "sporcato" dalle polemiche reciproche sui brogli. I quattro candidati hanno tutti parlato di gravi anomalie e due consiglieri regionali dicono di avere visto in alcuni quartieri cittadini che «personaggi estranei al Pd hanno condizionato il risultato portando a votare persone in cambio di soldi». Ranieri ha chiesto di verificare il voto in alcuni sezioni e di annullare eventualmente i risultati. Richiesta di verifiche sono arrivate anche da Mancuso. Ma Cozzolino nella notte aveva già dato il via ai festeggiamenti. Se nel capoluogo partenopeo l´ex magistrato Mancuso non è riuscito nel sorpasso del Pd (come Giuliano Pisapia a Milano), è la sfida di Bologna che ha visto i Democratici inseguiti dal candidato vendoliano. Amelia Frascaroli, cattolica, volontaria Caritas, pedagogista. I votanti sono stati 28.336, anche qui un boom, e i risultati finali vedono vincitore Virginio Merola con il 58,3 per cento. La Frascaroli ha invece ottenuto il 36 per cento. Ex assessore della giunta Cofferati - prosegue LA REPUBBLICA - Merola era il candidato su cui puntava il Pd appoggiato anche da Maurizio Cevenini, che si è ritirato per motivi di salute. Dopo il Cinzia-gate che costrinse Flavio Delbono alle dimissioni, i Democratici bolognesi sono stati in grande fibrillazione nella città commissariata. È stato chiesto persino all´ex premier Romano Prodi di candidarsi a primo cittadino per far risalire l´appeal di un centrosinistra sotto botta. In molti pronosticavano un flop. Invece a votare sono andati in più di ventottomila per tre candidati: oltre a Merola e Frascaroli, in gara c´era anche Benedetto Zacchiroli. E quindi, all´indomani del "Lingotto 2"- la convention di Veltroni - le primarie tornano al centro del dibattito del Pd. L´ex segretario ribadisce ieri alcune questioni. Prima fra tutte la potenzialità di un Pd che sappia attrarre: «Può contare su un elettorato del 42% . Non c´è un partito che abbia un tale potenziale», dichiara al Tg3, ricordando i sondaggi che danno attualmente il Pd al 24%. A proposito della pacificazione del partito nel momento dell´emergenza democratica e del vergognoso pantano berlusconiano, rincara: «Il Pd è unito e, come tutti i grandi partiti democratici discute: i partiti che non discutono finiscono come il Pdl. Senza un grande partito democratico forte, senza un Pd che costituisca il perno di un´alternativa al berlusconismo, non si potrà aprire un altro ciclo e bisogna oggi progettare il post berlusconismo». Ribadisce la necessità di un nuovo governo con tutte le forze post dimissioni di Berlusconi. Rosy Bindi commenta: «Non corriamo il rischio di una scissione», conclude LA REPUBBLICA.

10. Vendola: “Nessun veto sulle alleanze”
 
Roma - Intervista di Giovanna Casadio a Nichi Vendola, su LA REPUBBLICA: «Veltroni apre nei miei confronti. Dice: "Tu sei un alleato necessario, svolgi un ruolo prezioso, quello di coprire con la tua radicalità la parte della sinistra"». Nichi Vendola, il leader di Sel, al "Lingotto 2" è stato una sorta di convitato di pietra. Vendola, veramente Veltroni ha marcato la distanza tra i Democratici e lei. Ha giudicato del tutto sbagliato il suo giudizio negativo su Marchionne e fuori luogo paragonare Carlo Giuliani a Falcone. «Poiché Walter pensa che questa sinistra debba essere in posizione subordinata indica due questioni su cui svolge una critica di merito. Su Marchionne. Per Veltroni è un´icona della modernità; per me propone un capitalismo autoritario. Faccio notare che un giornalista prestigioso come Galli della Loggia di fronte alla vicenda Mirafiori ha detto che è ormai tempo di riconoscere che i diritti sociali sono incompatibili con la globalizzazione dei mercati e perciò cambiare la Costituzione. È questo che vuole Veltroni? Non è ultraconservatore non affrontare il tema della mobilità sostenibile? Da sei anni governo una grande regione come la Puglia, non sopporto le etichette di riformista o radicale. Su Carlo Giuliani. Controlli su internet, non l´ho mai paragonato a Falcone. Non buttiamoci tra i piedi trappole politico-mediatiche». Non si sente tenuto fuori dalla porta? «I punti di divergenza riguardano la nostra idea di modernità. Ma sulla costruzione di un´alleanza larga non pongo veti. Però ci vuole una bussola e la questione morale ne è il primo punto. L´involgarimento della politica produce pervasività; le dinamiche corruttive sono una problema anche del centrosinistra. E poi al centro dobbiamo avere i temi di un paese che deve riconvertire il proprio modello di sviluppo. Nessuno è proprietario di una ricetta salvifica. Ma tanti cedimenti alle cultura liberista hanno prodotto danni alla sinistra e al paese. Ci vuole una contesa delle idee, avendo noi il coraggio di dire basta: si metta punto alla crisi del paese e si torni alle urne perché questa è una necessità democratica». Non è d´accordo su un governo di transizione? «Finora non andare alle urne ha acuito la crisi e il degrado. A Walter poi dico: sei sicuro che Marchionne rappresenti gli interessi del sistema d´impresa? E la fuoriuscita da una lunga storia di relazioni industriali rischia di diventare una fatale crisi dell´autonomia del sindacato che è stato garante del compromesso tra capitale e lavoro. Perché la modernità non è mai un miglioramento delle condizioni materiali di vita delle persone?». Torniamo alle alleanze. Niente veti vuol dire che le starebbe bene un patto anche con Casini e Fini? «Fini credo che abbia conclusivamente recintato il proprio partito dentro al centrodestra. Non mi pare il caso di produrre ulteriore confusione nel marasma della politica italiana. Affrontiamo il problema di come si salva l´Italia, di come si esce da questo vergognoso pantano». Unione sepolta? «L´Unione, in quanto faticosissimo condominio in cui ciascuno sventolava la propria bandierina, è inadeguata a questo passaggio d´epoca». In questa fase di emergenza, potrebbero saltare le primarie: forse con qualche ragione. «Le primarie sono un valore aggiunto e aiutano un pezzo grande del paese a ritrovare il filo rosso della speranza. Cancellarle renderebbe molto debole la figura del candidato premier del centrosinistra». Preferirebbe sfidare Veltroni o Bersani? «Mi piace discutere delle loro idee, piuttosto che dare giudizi sbrigativi come qualche volta il Pd fa nei miei confronti».

11. Se il Cavaliere uscisse di scena
 
Roma - Criticato dagli industriali, che considerano l´azione economica del governo insufficiente contro la crisi. (Lo ha ribadito anche ieri Emma Marcegaglia.) Dalla stessa Chiesa vaticana, fino a ieri indulgente seppure imbarazzata. Danneggiato dall´immagine internazionale, a dir poco logora. Infine – scrive Ilvio Diamanti su LA REPUBBLICA - , elemento definitivo e determinante, sfiduciato dagli italiani, dai suoi stessi elettori. (Nonostante i sondaggi degli ultimi giorni non suggeriscano grandi spostamenti elettorali. Segno di un´assuefazione etica molto elevata). Anche in queste condizioni, Berlusconi, probabilmente, resisterebbe fino in fondo. («Non mi piego, non mi dimetto, reagirò», ha ripetuto due giorni fa.) D´altronde, ha sempre dato il meglio (o forse il peggio) di sé di fronte alle emergenze. Sull´orlo dell´abisso. Come il barone di Münchausen, che riesce a sollevare se stesso e il proprio cavallo, tirandosi su per il codino. Eppure "se" – e sottolineo "se" – all´improvviso Berlusconi uscisse di scena, messo all´angolo da coloro che hanno, da tempo, atteso (e preparato) questo momento. Ma anche da molti "amici" e cortigiani, come avviene sempre al potente, quando cade in disgrazia. Allora: cosa accadrebbe? In primo luogo, si sfalderebbe la maggioranza. Quel patto tra partiti e gruppi raccolti intorno a lui – e da lui – dal 1994 fino ad oggi. La Lega, An, i gruppi post e neodemocristiani che ancora non si sono allontanati da lui, confluendo nel Terzo Polo. Il Pdl, in primo luogo. L´ha detto a "Ballarò" il ministro Angelino Alfano, tra i più vicini al Premier. Senza Berlusconi, il Pdl non potrebbe esistere né resistere. Perderebbe senso e fondamento. Identità, organizzazione e risorse. Come un ghiacciaio enorme, dove stanno un po´ meno di un terzo degli elettori, ma una quota molto più ampia del sistema mediatico, della classe politica e amministrativa – centrale e locale: si scongelerebbe. Poi, la Lega. Se ne andrebbe per conto proprio, attirando gli elettori, i gruppi economici e sociali, ma anche gli amministratori e i leader vicini alla sua proposta politica. Giulio Tremonti, per primo. Nel complesso, si spezzerebbe quel puzzle fragile che Berlusconi aveva composto. Perché, va detto, Silvio Berlusconi è l´unico ad aver "unito" l´Italia, nella Seconda Repubblica. A modo suo, intorno a sé. Questa base elettorale e questo ceto politico, un tempo distribuito su base nazionale, nel passaggio da Fi al Pdl si sono meridionalizzati. Si disperderebbero. In che direzione? Nel Centro-Sud: un elettorato frammentato e instabile, largamente controllato da lobby locali, singoli leader, mediatori politici. Probabilmente si frazionerebbe ulteriormente, in tante piccole leghe meridionali. Nel Nord, invece, la Lega rafforzerebbe il suo radicamento e il suo peso elettorale. Non aderirebbe a una nuova alleanza di centrodestra con un partito rimasto senza leader. Ma, probabilmente, investirebbe, senza troppe remore, nell´indipendenza della "Padania". Approfittando della crisi economica e delle difficoltà dell´euro. Il centrosinistra, perduto il "nemico", si rifugerebbe nella sua fortezza di sempre. Le Regioni del Centro. Per non vedersi schiacciato dalla Padania, dal governo romano – di centrodestra – e dal Sud, fiaccato dalla crisi e dalla frammentazione. Insomma, l´uscita di scena di Silvio Berlusconi accentuerebbe le divisioni del Paese, che egli, in questi anni, ha coltivato e dissimulato. E aprirebbe un vuoto di potere: politico e di senso. Visto che l´intera architettura di questa Repubblica è stata concepita da lui. E si regge su di lui. Perché Silvio Berlusconi è l´inventore della Seconda Repubblica. Colui – prosegue Diamanti su LA REPUBBLICA - che ha imposto la personalizzazione e il marketing in politica. Il format a cui si sono uniformati tutti i partiti, a destra e a sinistra. Berlusconi: ha alimentato l´anticomunismo e, in modo simmetrico, l´antiberlusconismo. Insieme al contrasto Nord-Sud e all´orientamento anti-romano, affermati dalla Lega, le fratture "ideologiche" più importanti degli ultimi 17 anni. Se Berlusconi uscisse di scena ora, all´improvviso, non solo la maggioranza, ma anche l´opposizione di centrosinistra – il Paese stesso – si troverebbero spaesate. Il sistema politico italiano, scosso da conflitti politici e di leadership, perderebbe la bussola. Il corpo dello Stato, riassunto, insieme al corpo politico e sociale, rischierebbe di decomporsi, insieme al corpo del Capo, che li riassume tutti in sé. (Come ha evocato Mauro Calise, nella nuova edizione de Il Partito personale, edito da Laterza). Lungi da me l´intenzione di legittimare l´esistente. Anche nelle "democrazie del pubblico" (come le chiama Bernard Manin, nel volume pubblicato dal Mulino), diffuse in Europa e in Occidente, Berlusconi costituisce un´anomalia. Per il grado di concentrazione dei poteri che ha realizzato. Lui, capo del governo, del partito maggiore, proprietario del più grande gruppo mediatico privato, ma influente anche sui media pubblici. È giusto superare questa anomalia, che condiziona da troppo tempo la nostra democrazia. Al più presto. Anche perché Berlusconi appare, da tempo, indebolito. Insieme a lui, si sono indeboliti: il sistema politico, il senso civico, per non parlare del rapporto con lo Stato e lo stesso Stato. Già tradizionalmente deboli, fra gli italiani. Si sono indeboliti anche i fragili legami di solidarietà che legano un Paese tanto diviso. Tuttavia, occorre essere consapevoli che se Berlusconi abbandonasse la scena politica, per ragioni politiche o giudiziarie (o per entrambi i motivi), i problemi del Paese non si risolverebbero. All´improvviso. Ma si riproporrebbero seri e gravi. Non meno di adesso. Non ne usciremmo, non ne usciremo, senza realizzare le riforme annunciate ed eluse, dopo la fine della prima Repubblica. Ecco: se Berlusconi uscisse di scena, occorrerebbe ri-costruire, ri-formare e ri-fondare la nostra democrazia attraverso "un processo costituente condiviso". Rinunciando al vizio e al brivido dell´anomalia. Anche se una "democrazia normale" non è nelle nostre corde, nella nostra tradizione. Ma, personalmente, mi sarei stufato degli effetti speciali. ma ormai nel Carroccio sì è diffusa la convinzione che il vecchio asse del Nord non basti più. Di fronte a un premier indebolito dagli scandali e senza più una solida maggioranza parlamentare, Bossi è costretto a spingere lo sguardo altrove. «Il punto centrale - ha spiegato ai suoi il capo della Lega - è se riusciamo o meno a trovare un accordo con i comuni e le regioni». Oggi al ministero dell´Economia Calderoli (e forse Tremonti) incontreranno Chiamparino e la delegazione dell´Anci per discutere delle modifiche al decreto sul fisco municipale, ma Bossi non è affatto tranquillo. «Alla bicameralina La Loggia - prevede - il voto sul federalismo finirà in pareggio e il governo potrebbe fottersene e andare avanti comunque. Ma per far vivere il federalismo questo non basta». Bossi è convinto infatti che serva una base parlamentare e sociale più larga per evitare una crisi di rigetto e per questo «l´appoggio di Chiamparino e dei comuni è determinante». Insomma, niente forzature. Da qui i tre scenari, immaginati nelle passeggiate a Pecorara con Tremonti. La prima opzione è la più semplice, consiste nel «tirare avanti e provare a governare. E se Berlusconi non ci riesce, si va a votare». I sondaggi non sono sfavorevoli, ma c´è l´incognita del risultato al Senato. C´è anche una seconda opzione sul tavolo, ovvero quella di verificare la possibilità di formare un altro governo all´interno del perimetro del vecchio centrodestra. «Ma come facciamo a metterci di nuovo a trattare con Fini e Casini?». Per Bossi è un´alternativa davvero complicata, senza contare che Berlusconi è tornato a puntare le artiglierie contro Gianfranco Fini. E va a dire in giro che, in settimana, potrebbero arrivare nuove carte ‘caraibiche’ sulla proprietà dell´appartamento Tulliani a Montecarlo. «Sono documenti - ha confidato il Cavaliere - che dovrebbero costringere Fini alle dimissioni. L´abusivo è lui e presto sarà chiaro a tutti». Insomma, il rapporto con Fini e Casini è ormai compromesso e anche Bossi la vede difficile. Ma c´è una terza ipotesi. Quella che consentirebbe di aprire un´autostrada alla riforma federale, assicurando al contempo quella «larga base politica e sociale» che oggi manca. È la carta di un «governo del Presidente», sostenuto con il concorso esterno del Pd e del terzo polo. Una riedizione di quella stagione di solidarietà nazionale immaginata da Enrico Berlinguer con i suoi articoli su Rinascita. E proprio la figura del segretario del Pci, padre del compromesso storico, è stata rivalutata da Tremonti in convegno della scorsa settimana. L´apertura di una stagione di collaborazione fra le forze politiche, secondo Bossi, «dovrebbe mettere al centro il federalismo e l´Europa». Una visione su cui concorda Giulio Tremonti, che guarda al vincolo esterno costituito dal nuovo ciclo di programmazione del ‘Semestre europeo’. Quando il Programma di stabilità italiano dovrà essere concordato con gli altri 26 stati dell´Unione. Scadenze interne - il federalismo - e vincoli esterni - l´Europa e le nuove regole finanziarie - impongono un governo forte. Il contrario di quello oggi in carica. «Con questi numeri alla Camera non possiamo più mettere la fiducia - osserva Bossi - e come si fa a governare senza poter ricorrere a questo strumento»?. Un governo del Presidente dunque, perché «di Napolitano ci possiamo fidare». Umberto Bossi ha saputo coltivare fin dall´inizio un ottimo rapporto con il Quirinale. E anche con la Chiesa, sempre più insofferente per il caso Ruby, i canali leghisti sono aperti. Bossi s´intende con Bertone e (in parte) anche con il cardinal Bagnasco, presidente della Cei. Senza contare che Giulio Tremonti, che in questo ipotetico «governo del Presidente» sederebbe al posto di Berlusconi, gode di grande considerazione da parte delle gerarchie vaticane e dello stesso Benedetto XVI. In questi giorni di allarme per lo scandalo sessuale del premier e per lo scontro tra Berlusconi e i pm, Quirinale e Vaticano si sono tenuti in contatto. Non un´alleanza, perché non ci potrebbe essere, ma una consultazione informale sì, nella comune consapevolezza del passaggio stretto che stava vivendo l´Italia. Il gioco di sponda tra Napolitano e la Chiesa non è sfuggito a Bossi – conclude Diamanti su LA REPUBBLICA - che guarda con sempre maggiore attenzione a questo inedito asse. Una rete di protezione necessaria se volesse mandare in soffitta l´alleanza del Nord fra «Silvio» e «Umberto».

12. La libertà cortigiana, il culo di Montaigne e Ostellino
 
Roma - Piero Ostellino - scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - è un modello di persona intellettualmente autonoma, politicamente distaccata, un senatore dell’Italia liberale e colta, pacata e riflessiva, coraggiosa senza spavalderia nell’affermare con voluta monotonia sempre eguale a sé stessa, su un registro polemico vivace ma inappuntabile, idee e sfumature mentali dimenticate, obliterate nel chiacchiericcio e nell’incanagliamento. I giornalisti del Corriere che firmano un appello un po’ asinino contro i suoi articoli impeccabili in difesa delle “prostitute” di Arcore, e quei commentatori che cercano di fare ricorso ai metodi da stato di polizia mentale da sempre cari a un certo modo di considerare il libero dibattito di idee, dovrebbero riflettere più a fondo sulla loro professione, sulla trama sottile di note in libertà di cui è fatto lo spartito di una democrazia moderna, di una società civile intellettualmente robusta e moralmente sicura di sé. Montaigne scriveva che per quanto alto sia il trono su cui ci si siede, si è sempre seduti sul proprio culo. Un altro modo e in un altro contesto di dire la stessa cosa detta da Ostellino, che noi siamo esseri liberi e sovrani ma nella modestia istintuale che una fatale parte anatomica del nostro corpo segnala e designa simbolicamente. Culo è parola filosofica somma, è denotazione letteraria e semiologica della parte carnale, bassa e desiderabile, funzionale eppure allegorica, dello stigma di umanità che tutti gli uomini e tutte le donne si portano appresso. Se scandalizza e allarma un riferimento prezioso al culo femminile, a significare la libertà cortigiana in opposizione alla sua classificazione come prostituzione, come reato penale, come vile mercificazione, allora qui non è più questione della libertà di pensiero e di opinione di un osservatore liberale, è questione di imbarbarimento e di analfabetismo di ritorno. Ezio Mauro - prosegue Ferrara su IL FOGLIO - scrive che è grazie alla complicità degli “intellettuali” che Berlusconi può tentare di salvarsi da uno scandalo che dovrebbe graziosamente levarlo di torno. L’appartato e discreto rubrichista e studioso della Fondazione Einaudi, l’ex direttore del Corriere già oggetto di piccoli linciaggi all’insegna del dileggio negli anni Ottanta, per aver scelto la via della modernizzazione contro i conservatorismi ideologici della sinistra comunista e dell’esercito filocomunista che la fiancheggiava, sarebbe l’eroe nero, il vilain, di una categoria che tradisce il dovere di schierarsi contro il Cav., sarebbe “gli intellettuali” complici dell’indifferenza amorale della nazione. Consiglio a Mauro di leggersi Michele Serra, nel suo stesso giornale, che si è già stufato dell’abuso della “questione morale” e degli equivoci penosi che comporta: fino all’appello all’ingerenza del Papa da parte dei laicisti, fino alla pelosissima difesa delle donne, via appello cidierrista, contro chi censura la campagna livorosa sulla “prostituzione” emersa con leggerezza inescusabile dalle carte della Ilda Boccassini e di Pietro Forno. Siamo uomini di mondo, abbiamo frequentato e per certi versi ammirato Carlo Caracciolo e Gianni Agnelli, alcuni di noi hanno lavorato gioiosamente per loro, figure massimamente pubbliche dell’universo editoriale e di establishment di questo paese, womanizers spericolati, blanditi e coccolati per decenni. Sappiamo - conclude Ferrara su IL FOGLIO - che tutti indistintamente, per quanto sia alto il trono da cui guardano il mondo, sono seduti sul proprio culo. Cercate di non dimenticarlo, direttori e giornalisti-appellisti di Repubblica e del Corriere.

13. Shoah, la memoria è giustizia
 
Roma - Viviamo schiacciati in un disperato presente – scrive Ferruccio de Bortoli sul CORRIERE DELLA SERA - e a volte ci assale un senso di vuoto che mette in forse anche la nostra incerta identità italiana. Se è consentito per un attimo evadere dalla stretta e pruriginosa attualità, senza che questo appaia una forma di disimpegno morale, vorremmo cogliere l'occasione della prossima giornata della memoria, 27 gennaio, il ricordo dell'immane tragedia della Shoah, per parlare un po' di noi stessi e discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un'Unità che molti mostrano di disprezzare. Noto una certa stanchezza, nell'approssimarsi di una ricorrenza (il 27 gennaio del '45 venne liberato il campo di Auschwitz), peraltro istituita con una legge dello Stato soltanto undici anni fa. Avverto un pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi. Anna Foa, sul Sole 24 Ore di ieri, giustamente ci metteva in guardia dall'ipertrofia della memoria, che rischia di far perdere l'indispensabile nesso fra funzione conoscitiva (sapere perché non accada più) e funzione etica (cittadini consapevoli dei valori universali e, dunque, migliori). Non mancano, e sono numerose, le eccezioni positive, soprattutto nel mondo della scuola, ma ciò non è sufficiente a dissipare la sensazione di un progressivo distacco dagli avvenimenti, la cui comprensione profonda è indispensabile alla nostra formazione culturale e civile. Avvenimenti che tendono ad allontanarsi, e non solo per effetto del tempo che passa, dal nostro orizzonte identitario, come accade per il Risorgimento o per la Resistenza, di cui la nostra Costituzione è figlia. I negazionisti o i mistificatori abbondano in Rete. Ma dobbiamo temere anche gli indifferenti, e non sono pochi, davanti ai quali le testimonianze dell'esistenza di un male assoluto scorrono come le immagini di una qualsiasi fiction: sembrano non penetrare le coscienze e non muovere alcuna forma di commozione. Svaniscono un attimo dopo essere state viste, nel trionfo di una memoria digitale tanto abbondante quanto fredda. Un bel libro di Frediano Sessi, intervistato sabato da Giovanni Tesio sulla Stampa, e di Carlo Saletti (Visitare Auschwitz, Marsilio) ci insegna a capire come l'universo concentrazionario e di morte fosse il risultato di una mente umana del tutto normale, purtroppo, e non folle o eccezionalmente malata. E che il valore della memoria – prosegue de Bortoli sul CORRIERE DELLA SERA - si affievolisce presto nella banalità e nell'irrilevanza se non c'è insegnamento e riflessione sul presente. «Un'oretta e mezzo di genocidi, guerra, scheletri, morti ammazzati, follia omicida e se non c'è traffico alle undici saremo a Firenze», scriveva provocatoriamente Andrea Bajani, a proposito di un certo frettoloso turismo della memoria. Probabilmente abbiamo commesso molti errori di comunicazione, non lo escludo. Vi è forse una certa sovrabbondanza di materiali, non didatticamente ordinati (l'ipertrofia di cui parla la Foa), ma sarebbe assai grave se la società italiana perdesse progressivamente la consapevolezza della propria storia e il ricordo di tanti sacrifici, di tante ingiustizie, del disegno lucido, concepito nella patria della filosofia, del diritto moderno e della musica, di cancellazione di un intero popolo dalla terra. Questo è il senso dell'unicità della Shoah. Nell'indifferenza etica crescono i pregiudizi, nell'ignoranza si cementano gli odi e i sospetti; nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione, fermentano i germi di nuove violenze; le comunità regrediscono a forme tribali. Segni di questa involuzione li troviamo in molti Paesi europei, anzi a dire la verità il nostro appare meno toccato da forme di estremismo quando non di razzismo. Nell'Est liberato dall'oppressione sovietica e accolto, fin troppo generosamente, dall'Unione europea, emergono fenomeni assai più preoccupanti. Ma sbaglieremmo se ci considerassimo totalmente immuni, se coltivassimo, come è scritto nella bella prefazione di Michele Sarfatti al libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, Einaudi) l'idea, sbagliata, che tutto sommato l'Italia, dopo le leggi razziali del 1938, abbia recitato un ruolo parziale, secondario o addirittura controvoglia, nella grande tragedia della Shoah. «La verità - si legge - è che l'Italia e gli italiani intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei e la portarono avanti con sistematicità, determinazione ed efficacia. E se il tributo di vite umane tra la fine del '43 e la primavera del '45 fa parte della storia più generale della Shoah, la persecuzione subita dagli ebrei tra il '38 e il '43... resta una macchia specifica sulla coscienza e sulla storia italiana, su cui troppo spesso e troppo a lungo si è preferito soprassedere». Ma ugualmente ancora poco conosciuto è il grande e generoso contributo di solidarietà agli ebrei che venne da tanti semplici cittadini i quali rischiarono la loro vita per dare assistenza e rifugio ai perseguitati. Uno straordinario capitolo di storia italiana. «Abbiamo sempre avuto dove dormire la notte e la fame brutta non abbiamo mai sofferta», si legge in una lettera scritta da Cesare Zarfati poco prima di essere deportato. Migliaia di ebrei salvati, da famiglie umili, cittadini anche poveri e poco istruiti, ma consapevoli dei valori universali, che oggi stentiamo a difendere, e per nulla intimoriti da fascisti e nazisti. Quanti oggi avrebbero quel coraggio? Una resistenza civile diffusa, cui diede un contributo prezioso la Chiesa, di cui essere fieri. La memoria – conclude de Bortoli sul CORRIERE DELLA SERA - è giustizia ed esercizio di etica civile. Quotidiano.

14. La coscienza degli italiani

Roma - I cittadini (alcuni, forse non tutti: ma questo è un diverso lato della questione) – scrive Carlo Galli su LA REPUBBLICA – si sentono umiliati per fatti che non li riguardano direttamente e che nondimeno li toccano da vicino, intimamente. Quei comportamenti hanno a che fare con l´umiliazione di donne giovani e avvenenti (anche in questo caso, lasciamo impregiudicata la questione del reato specifico che si configurerebbe se fra di esse fosse stata coinvolta una minorenne), sistematicamente utilizzate, col loro consenso, come figuranti lascive in quadretti erotici, in tableaux vivants da Antico regime o da belle époque per quanto riguarda i riferimenti storici, ma soprattutto a favolosi e remoti (almeno si supponeva) sultanati orientali. E hanno a che fare anche con l´umiliazione di chi le umilia, di chi utilizzandole come giocattoli animati ne nega la qualità di persone, di chi abbassandole si abbassa. Nell´umiliazione di quelle donne, e simultaneamente del loro padrone, vediamo in realtà umiliati i due beni più preziosi che la modernità politica - quella che ancora ci parla attraverso la Costituzione - ci ha consegnato: l´uguale dignità delle persone, di tutte; e la configurazione e la destinazione umanistica del potere, di ogni potere. Come il potere giudiziario non può comminare punizioni crudeli e inusuali, come il potere economico non può ridurre in schiavitù i più deboli, così il potere politico non può utilizzare le persone, divertirsi a consumarne corpi e anime. Si dirà - è stato detto - che la prostituzione è sempre esistita, e che un po´ d´allegria non guasta; che, soprattutto atti sessuali fra adulti consenzienti, consumati nel privato - a prescindere da eventuali reati -, non devono interessare nessuno. E che il potere politico non c´entra nulla. E invece - una volta resi pubblici perché la magistratura ha legittimamente indagato a partire da notizie di reato - quegli atti interessano e umiliano, non tanto per umana empatia, né per fame di gossip, ma perché sono intrinsecamente politici. Perché coinvolgono tutti e ciascuno; perché ferendo alcuni feriscono la dignità uguale e comune dei cittadini; perché trascinano tutti nella stessa vergogna; perché quello spettacolo ha noi tutti come destinatari, parla a noi e parla di noi - e anche perché si riflette, come un gioco di specchi, in mille stanze del potere, in mille alcove, al centro e alla periferia del Paese - . Ciò – prosegue Galli su LA REPUBBLICA – è tanto più vero nel caso di Berlusconi - che ha fatto di sé, del proprio corpo e della propria ricchezza personale, l´icona e il simbolo della politica, facendo coincidere il Tutto, l´Italia, con se stesso e con la propria privata dismisura -; ma sarebbe vero in generale per ogni primo ministro, presidente di partito e parlamentare (che rappresenta tutta la nazione) che si comportasse allo stesso modo. È l´immagine universale dell´uomo (e della donna) a essere in gioco; e, insieme, l´immagine del potere politico, della forza che regola il nostro vivere civile. Se il portatore di quella forza è capace di umiliare, di non vedere l´umanità delle persone, di non relazionarsi agli altri con il doveroso rispetto - non importa se nel pubblico o nel privato, orizzonti e dimensioni che in determinate posizioni di potere sfumano l´uno nell´altro -, siamo umiliati tutti. Siamo in pericolo tutti. La coscienza letteraria potrebbe vedere nell´intera vicenda la topica del Drago e delle fanciulle; la coscienza religiosa potrebbe scorgervi il volto benevolo e il potere corruttore dell´Anticristo; la coscienza di classe potrebbe individuarvi la potenza onnivora - veramente biopolitica - del capitale su corpi e menti reificate; la coscienza femminile potrebbe riconoscervi la quintessenza del potere maschile diffuso in tutta la società, che si concentra in una sola persona e nelle sue pratiche di dominio; la coscienza cinica potrebbe leggervi l´eterna storia del sesso e del potere, e chiedersi chi sottomette chi, se l´uomo le donne o le donne l´uomo - e concludere che non vi è nulla di straordinario o di allarmante nell´intera vicenda -. La coscienza civile, la coscienza moderna, si avvede - dopo lo sbalordimento iniziale - che una soglia è stata superata, e paventa in quella servitù volontaria, e in chi la incoraggia e la sollecita (e in chi, servizievole, la organizza), la negazione stessa, in radice, della democrazia. E spera che l´Italia – conclude Galli su LA REPUBBLICA – si interroghi presto su se stessa e sulla propria sorte. 

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