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“Via Craxi, benefattore di Silvio”

Sulle targhe stradali lo definiscono statista. Ma sembra decisamente un po’ troppo, per l’uomo che ha trasformato il partito socialista in un club di acchiappa-tangenti

di Ferdinando Menconi

Un tempo, ai bei tempi ora tanto vituperati delle inchieste di tangentopoli, “Via Craxi” si sarebbe interpretato come un invito al noto politico a togliersi dai piedi, adesso invece va inteso come l’ipotesi, che allora sarebbe parsa fantascienza, di dedicare una strada all’ex leader del Psi, morto latitante ad Hammamet. Un uomo che inaugurò la moda di non presentarsi davanti ai giudici col pretesto del complotto della magistratura, e peccato solo che chi ha portato la moda al massimo livello non segua il suo esempio fino in fondo, magari scegliendo anche lui la Tunisia. Sarebbe davvero il momento migliore.
La fantascientifica vergogna è diventata realtà a Lissone, dove a Craxi è stata intitolata non una Via ma addirittura una Piazza. Causando, se non altro, una mezza sommossa popolare. Purtroppo, però, in Italia le cose si fanno sempre a metà: e anche le inchieste di Tangentopoli, infatti, finirono troppo presto. Chi invece è stata priva di vergogna, con toni che neppure l’amor filiale può giustificare, è stata Stefania Craxi che è riuscita a dire della gente che protestava: «Non hanno l'autorità morale, politica e grammaticale per esprimersi su mio padre». Probabilmente questa becera marmaglia, che ha addirittura lanciato monetine a ricordo della splendida serata dell’Hotel Raphael, non ha neppure una fedina penale all’altezza dello “statista”, ma è proprio questo a fare di loro gente che di “autorità morale” ne ha molta di più del “morto in latitanza”. Le altre dichiarazioni della Craxi, che non meritano di essere riportate, hanno poi confermato una spudoratezza che ci fa rivalutare il senso del pudore delle Bunga Bunga Girls.
La vergogna di Lissone è stata affiancata, in serata, da un indegno speciale del TG1 in cui di Craxi si valutava solo la grandezza di statista avanti sui tempi. In effetti “nani e ballerine” in politica li ha fatti entrare lui, anche se non arrivò mai a farli sedere su poltrone istituzionali. Naturalmente lo speciale ha praticamente sorvolato su corruzione e condanne del “grande statista” che, si sa, fu solo un povero capro espiatorio per motivi politici, mentre la giusta rabbia popolare, uno dei rari momenti in cui gli italiani hanno timidamente rialzato la testa e sperato in uno stato normale, è stata paragonata a comportamenti arcaici e tribali, arrivando addirittura ad affiancare nel montaggio le immagini delle monetine lanciate a Craxi la sera del Raphael a quelle delle lapidazioni nel mondo islamico.
Ultima chicca la rappresentazione, ben gestita dal punto di vista delle tecniche di mistificazione, dei giudici Di Pietro e Colombo come persecutori che aizzavano le folle per loschi motivi, a dimostrazione del fatto che il lupo perde il pelo ma non il vizio, mentre colui che gestiva un sistema basato sulla spartizione della cosa pubblica veniva fatto apparire come una povera vittima. Quanto la cosa sia strumentale ai satrapi di oggi è più che palese, come confermano anche le parole di Marina Berlusconi. Che, parlando di Saviano, ha dichiarato che schierarsi dalla parte dei giudici significa rinnegare «il rispetto della libertà, della dignità delle persone e della legalità». A noi Saviano, almeno quando va in TV, annoia profondamente, ma questa volta ha ragione. La sua dedica ai magistrati di Milano della Laurea Honoris Causa è pienamente condivisibile e coerente per chi ha appena conseguito una laurea in legge, sia pure a titolo onorario, anche se al Palazzo si preferirebbe piuttosto una via albanese alla legalità, con la polizia che non dà seguito alle ordinanze dei giudici: povero Silvio, ha meno poteri di un Berisha qualunque.  E anche se Saviano fosse diventato organico all’opposizione, come lo accusa Marina B., il fatto resterebbe pienamente legittimo in un paese liberalparlamentarista.  Ciò che fa orrore a noi sono certe facce di bronzo in grado di rilasciare dichiarazioni disgustose come quelle di Marina Berlusconi e Stefania Craxi.
Per noi una Piazza intitolata a Craxi meriterebbe una denuncia per apologia di reato, ma temiamo che la procura di Milano non sia quella competente, e ci uniamo ai cori dei manifestanti senza grammatica e autorità morale, ma con buona memoria. Loro, infatti, si sono rivelati storicamente molto più precisi nel proporre delle alternative all’altisonante qualifica di “statista” che compare nell’intitolazione ufficiale della targa: “Via Craxi, corrotto e latitante”, “Craxi leader? No, lader” e “No alla piazza che divide: Statista|Latitante”. Noi non possiamo dimenticare, al contrario del TG1, che fu proprio la lungimiranza politica di Craxi ad aprire la via al bunga bunga odierno. Non possiamo dimenticare che il dissesto dei conti statali risale alla sue gestioni, che gli insulti alla dignità del lavoro cominciarono allora e che il craxismo fu il momento in cui la cosa pubblica cominciò ad esse sentita come proprietà privata.

Le inchieste di Tangentopoli ebbero solo il difetto di esserci andate con la mano leggera e di esaurirsi troppo presto. Perché se Craxi non fu solo un capro espiatorio, non era però neppure l’unico colpevole, e molti degli altri furono imbarcati nei partiti della Seconda Repubblica, e non solo nelle file di Silvio. L’ultima riflessione – visto che si dedicano piazze ai delinquenti perseguitati dalla giustizia italiana (avremo anche una piazza dedicata a Cesare Battisti?) e visto che le monetine gettate a un predone della cosa pubblica vengono assimilate alle lapidazione – è che se avremo mai la possibilità di un “Raphael bis” dovremo di sassi, né troppo grandi, né troppo piccoli, come per le adultere: perché qui parliamo di gente che ha mandato il paese a puttane. Anzi no, ad amiche in difficoltà.

Ferdinando Menconi


Secondo i quotidiani del 25/01/2011

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