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Secondo i quotidiani del 25/01/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Le carte difensive del premier”. A sinistra: “Un kamikaze in aeroporto. Mosca torna nell’incubo”. Editoriale di Franco Venturini: “La maledizione del Caucaso”. Al centro foto-notizia: “Se la ferocia è in famiglia” e “Le critiche dei vescovi: ‘Il Paese è sgomento’ ”. In taglio basso: “I Grandi a Davos. Ma serve ancora?”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “I vescovi: l’Italia è sgomenta”. Editoriali di Vito Mancuso: “La difesa del bene comune” e Adriano Sofri: “Il trono e la scimmia”. Di spalla: “Medio Oriente, le carte segrete del negoziato impossibile”. Al centro foto-notizia: “Mosca, kamikaze fa strage in aeroporto” e “Pd, primarie al veleno. Scoppia il caso Napoli”. In taglio basso: “Moratti, 50 milioni di consulenze d’oro” e “Tra aspirapolvere e tv il boom del ‘ri-uso’ ”. 

LA STAMPA – In apertura: “Mosca, strage in aeroporto” e in taglio alto: “Affondo della Cei: il Paese prova disagio morale”. Editoriale di Mark Franchetti: “Jihad russa un terrorismo nato in casa”. Di spalla: “Basta latino. L’ascesa dello scientifico e dell’informatica”. Al centro: “Federalismo, addizionali scongelate”. A fondo pagina: “Totò di Stato”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Irpef locale subito sbloccata” e in taglio alto: “I vescovi: disagio morale nel Paese. La politica richiede sobrietà”. Editoriale di Guido Gentili: “Per l’Italia che innova ora è il tempo dei fatti”. Al centro la foto-notizia: “Attentato a Mosca. Esplosione all’aeroporto: 35 morti”. Di spalla: “Il distretto hi-tech riparte più veloce” e “Nuovo contratto dell’auto: primi passi sulla flessibilità”. A fondo pagina: “Ad Abidjan cacao salato per il duello tra i presidenti”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “” e in un box: “”. Editoriale di: “”. Al centro foto-notizia: “” e “”. In un box: “”. In taglio basso: “” e “”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Giustizia sommaria”. In taglio alto: “ ‘La casa di Montecarlo è del cognato di Fini’ ”. Editoriale di Nicola Porro: “Vogliono rubare nomine e ripresa”. Al centro la foto-notizia: “E’ ufficiale, la Macrì racconta balle”. A fondo pagina: “C’era una volta un Re che amava pupe e sollazzi”. 

LIBERO – In apertura: “ ‘Scemo chi vota Silvio’ ”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia “Anche i pm scoprono le balle della pornoteste” e “Casini deve spiegare il Cuffaro mafioso”. Di spalla: “L’Unità ritrova Gramsci reincarnato nella Perego”. A fondo pagina: “L’Islam fa strage a Mosca. Putin vittima delle sue ambiguità” e “Il Corriere è nel caos. Ecco cosa succede in Via Solferino”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Un kamikaze riporta Mosca nell’incubo della guerra nel Caucaso”. In apertura a destra: “La giostra politica si ferma in attesa che i pm scoprano tutte le carte”. Al centro “Bagnasco non fa la crociata. A turbarlo sono i ‘tranelli’ ”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Ultimo avviso”. A fondo pagina: “Tunisi, i ragazzi della rivoluzione: ‘Vogliamo libertà’ ”.

2. Sanzione morale che non rompe l’alleanza politica

Roma - “Forse – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - la considerazione più amara riguarda il presagio di sconfitta che accompagna tutti i protagonisti. Dire, come fa il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che comunque vada a finire ‘nessuno ricaverà motivo per rallegrarsi né per ritenersi vincitore’ mostra una consapevolezza acuta dei rischi che si corrono. Per Berlusconi, c’è quello di sopravvivere malamente ad un’inchiesta che sfigura il suo profilo. Per gli avversari e per la Procura di Milano, di essere associati ad una ‘logica conflittuale’ che nega l’equilibrio fra istituzioni. La relazione di ieri ad Ancona è stata la prima analisi ufficiale dei vertici dell’episcopato cattolico dopo l’ennesimo scandalo sulla vita intima del premier. E riflette non solo la posizione dei vescovi ma del Papa, incontrato da Bagnasco sabato scorso. Conferma la volontà di sottolineare in modo esplicito ‘il disagio morale’ provocato dalle notizie di ‘comportamenti contrari al pubblico decoro’ ; e di ‘stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza’ . Insomma, pur senza essere citato Berlusconi viene evocato e criticato. Ma il presidente della Cei è attento a non oltrepassare i limiti della sua competenza. E dunque evita di offrire sponde all’opposizione. È l’Italia intera ad essere additata con preoccupazione e quasi angoscia: la stessa del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Bagnasco cita la ‘disciplina e l’onore’ che l’articolo 54 della Costituzione richiede a chi ha funzioni pubbliche. Ma allude anche all’ ‘ingente mole di strumenti di indagine’ usati dai magistrati; e ‘qualcuno si chiede’ , aggiunge, ‘a che cosa sia dovuta’ . È un tentativo di tenere conto di ogni aspetto della vicenda: incluse le perplessità sui metodi della magistratura. La Cei vuole star fuori dalla mischia. Osserva con preoccupazione poteri che da anni si guardano con diffidenza e ‘si tendono tranelli’ . È l’Italia dell’impasto micidiale fra debolezza etica e fibrillazione politica. Su questo, le parole di Bagnasco vanno oltre il turbamento espresso nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica. Fotografano una società destinata ad essere segnata da ferite profonde; sballottata da conflitti che ripropongono all’infinito il passaggio da una situazione abnorme all’altra. Per questo c’è un invito a ‘fermarsi tutti, e in tempo’ ; e si chiede che venga fatta rapidamente chiarezza ‘nelle sedi appropriate’ . Affiora il timore di una sfasatura fra la nazione ed i suoi rappresentanti. E la cautela delle reazioni – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - lascia capire che le parole sono andate a segno. Bagnasco non poteva parlare diversamente, viste le pressioni provenienti dal mondo cattolico. Ma non ha avanzato richieste ‘politiche’ , né offerto pretesti per utilizzare le ultime due pagine delle quattordici della ‘prolusione’: quelle riferibili all’inchiesta sulla ragazza marocchina, per la quale Berlusconi è stato indagato. Da ieri, però, palazzo Chigi sa che la Cei continua a considerare il centrodestra come principale interlocutore istituzionale; ma anche che da quel fronte il premier non può più aspettarsi comprensione o silenzi indulgenti quando si tratta di comportamenti ritenuti discutibili sul piano morale. Non più”.

3. Bagnasco cattolico e laico

Roma - “L’appello dei laicisti bacchettoni all’ingerenza della chiesa nella politica italiana mediante una devastante denuncia ad personam dello stile di vita del presidente del Consiglio, attesa da Repubblica come una biblica manna e vanamente prevista, è rimasto inascoltato. Il cardinale e capo dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ha offerto una lezione di laicità cattolica ai guru faziosi del neomoralismo giacobino e alla sinistra istituzionale che fa loro da reggicoda. Se è per criticare ‘l’ostentazione e il mercimonio di sé, la cultura della seduzione’, il presidente della Conferenza episcopale non è stato secondo a nessuno; un sincero e argomentato disagio etico per l’Italia ‘fiaccata da consumismo e individualismo’, con un richiamo alla ‘conversione dei costumi’ e a una nuova ‘alfabetizzazione etica’, tutto questo – con riferimento indiretto ma chiaro alle notizie emerse sulle cene di Arcore – non è di certo mancato nella prolusione alla plenaria del direttivo dei vescovi tenuta in Ancona ieri pomeriggio. Le motivazioni della chiesa, in fatto di ethos pubblico e privato, hanno radici antiche, si intrecciano con il magistero dei papi e con una riflessione che il mondo laicista conosce bene per averla sempre trattata con degnazione, dileggio e perfino disprezzo. Bagnasco ha perfino esagerato. Parlando in modo positivo e convincente delle basi sociali e civili di una riflessione sulla buona vita, a un certo punto ha detto che siamo ‘una società di famiglie’, assolutizzazione impropria della rilevanza sociale del matrimonio e della famiglia in una società di cittadini. Ma non si può pretendere che un linguaggio pastorale rispetti sempre i confini che lo separano e lo fanno vicino di casa di un linguaggio liberale, dove appunto individuo e cittadinanza sono il sale dell’organizzazione sociale e civile. La trappola di un’ingerenza on demand, gettonata e invocata in modo gesticolante da chi appena ieri voleva incarcerare i preti che predicavano contro la selezione eugenetica della vita nel referendum sulla fecondazione, però non è scattata. Anzi, Bagnasco – prosegue IL FOGLIO - ha usato sapienza ecclesiale e prudenza politica per distinguere e connettere abilmente le cose che contano nello scandalo Ruby e dintorni. Ha certo evocato la disciplina e l’onore che la Costituzione prescrive per l’esercizio delle cariche pubbliche, ma ha notato una losca coincidenza di ‘debolezza etica e fibrillazione politica e istituzionale’, con ‘poteri dello stato che si guardano con diffidenza e si tendono tranelli’, con troppi soggetti in concorso allo scopo di creare ‘un clima di reciproca delegittimazione’, fino a ingenerare ‘modelli mentali di comportamento radicalmente faziosi’. Ce n’è per tutti, magistrati disinvolti, presidenti libertini, politici e agitatori di un’opposizione vanamente moraleggiante e radicalmente faziosa: ce n’è per tutti in questa predica saggia di un prete cattolico e laico”, conclude IL FOGLIO. 

4. Bagnasco non fa la crociata, a turbarlo sono i tranelli

Roma - “Il cardinale Angelo Bagnasco – riporta IL FOGLIO - ha aperto ieri, in Ancona, il ‘direttivo’ della Conferenza episcopale italiana – trenta vescovi in rappresentanza di tutte le regioni ecclesiali – con un discorso (lo trovate su www.ilfoglio.it) cauto e linguisticamente accorto nel quale non ha offerto il destro alle richieste provenienti da molti suoi confratelli di ‘sfiduciare’ il premier Silvio Berlusconi alle prese con il ‘Ruby-gate’. In quattordici cartelle il presidente dei vescovi italiani non cita mai Berlusconi né lancia anatemi contro l’attuale maggioranza di governo. Piuttosto parla di ‘fase convulsa’ nella quale ‘i poteri’ non solo ‘si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che dura da troppi anni’. Bagnasco conosce bene gli ‘stili’ di vita ‘non compatibili col pubblico decoro’ di certi protagonisti della politica. Chiede ‘più sobrietà’ e che venga fatta ‘chiarezza nelle sedi appropriate’. Ma resta il fatto che questi stili di vita sono tutti da verificare: difficile dire se sono ‘veri o presunti tali’, tanto che c’è chi si chiede ‘a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti d’indagine’. Insomma, a ciascuno il suo: i vescovi sono ‘turbati’ dice, ma il clima di delegittimazione reciproca – Berlusconi contro la magistratura e la magistratura contro di lui – non giova a nessuno. C’è molto equilibrio nella prolusione di Bagnasco. Il testo riflette la posizione del Papa col quale il cardinale ha parlato sabato. L’impressione è che il capo dei vescovi voglia uscire dagli intrecci della politica e porsi su un piano diverso. Le ‘nubi che si addensano sul paese’, infatti, hanno radici profonde. C’è una ‘perversione del concetto di ethos’ proprio di una società che non sa aprirsi al trascendente, mentre come diceva Newman è la religione a indirizzare le coscienze. Solo una società aperta al trascendente può uscire dall’’involucro individualista’ e ‘pensare con la categoria del noi’. Al contrario, si vive solo per la ricerca del ‘successo basato sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé’. La prolusione di Bagnasco – prosegue IL FOGLIO - non è destinata a restare lettera morta. Già ieri i media cattolici la interpretavano in modo differente: ‘Non cedere al pessimismo’, titolava l’Osservatore Romano. Sulla ‘fase convulsa’ e sul ‘disagio morale’ calcava la mano invece il sito web di Famiglia Cristiana. Già in queste ore al direttivo della Cei si aprirà un dibattito non facile. Molti vescovi avrebbero voluto di più: un affondo deciso contro il premier. Prima della prolusione erano stati i vescovi Bruno Forte e Domenico Mogavero a dare voce al dissenso. Anche il ‘direttivo’ della Cei riflette questa non univocità di posizioni. Bagnasco non sempre ha la stessa visione del suo segretario generale, Mariano Crociata. Come da scuole diverse vengono i vescovi Caffarra (Bologna), Scola (Venezia), Sepe (Napoli), rispetto a Tettamanzi (Milano), Valentinetti (Pescara), Bregantini (Campobasso). Gianfranco Brunelli è notista politico della rivista il Regno legata ai dehoniani. Dice: ‘Siamo di fronte a una delle classiche situazioni in cui il dibattito nella chiesa è reale. Ci sono numerosi vescovi pronti a dare voce al malcontento della base e lo faranno. Insieme, vedo la necessità da parte di Bagnasco di non entrare in una spicciola battaglia contro Berlusconi e, dunque, uscire dal campo stretto della politica. C’è la volontà del capo dei vescovi di restare equidistante dal piano politico nonostante il disagio di molti suoi confratelli. Con questa volontà i vescovi dovranno in qualche modo paragonarsi’. Più esplicito è Giovanni Avena. Dirige l’agenzia di stampa Adista, riferimento del cattolicesimo del dissenso: ‘Per molti il ‘Ruby-gate’ è una vicenda dirompente. Il tema è: meglio un politico puttaniere che fa buone leggi o il contrario? Per molti è assolutamente meglio il contrario e questi molti io credo alzeranno la testa presto. Anche perché le gerarchie dovrebbero ricordare che il tanto ‘odiato’ Prodi fu colui che tolse l’Ici agli immobili ecclesiastici. Forse qualcosa di buono la sanno fare anche i politici moralmente inattaccabili’. Ha scritto ieri in un comunicato l’associazione Noi siamo chiesa: ‘A Roma è prevalsa la linea dello ‘scambio’ e della prudenza diplomatica. Fino a quando?’”. 

5. Frattini: “Dubbi su quantità di indagini”

Roma - Intervista di Paola Di Caro al ministro Franco Frattini sul CORRIERE DELLA SERA: “Ministro Franco Frattini, da cattolico e uomo di governo, che impressione le hanno fatto le parole del Cardinal Bagnasco? ‘È stato un discorso positivo, molto alto, del quale si finisce per trascurare la parte più interessante, quella della religiosità del nostro Paese, della persecuzione dei cristiani e del riconoscimento di quanto l’Italia ha fatto per contrastarla’ . Ma del passaggio più politico, sullo ‘sgomento’ dell’opinione pubblica, cosa pensa? ‘Un cristiano riconosce nella Chiesa il magistero morale, l’autorità che ha il dovere di fare richiami alla moralità, all’etica pubblica, contro il facile arricchimento, il consumismo...’ . Bagnasco chiede anche ‘sobrietà, disciplina e onore’ a chi ricopre una carica pubblica... ‘Certamente, è naturale che si indichino e correggano comportamenti che dal punto di vista della Chiesa devono essere coerenti con quelli richiesti a un buon cristiano. Ci sono cose che un Vescovo deve dire. Ma non è lecito— come invece è stato fatto con le parole del Cardinal Bertone, perfino con quelle del Santo Padre— strumentalizzare la voce della Chiesa e usarla per propri interessi di parte. Tanto più quando, come nella prolusione, si sollevano dubbi su una quantità di indagini investigative sulla cui qualità, per noi, c’è davvero molto da ridire’ . Lei pone l’accento su quella che appare una bacchettata ai pm di Milano, ma l’invito al decoro e alla moralità dei comportamenti che sembra rivolto a Berlusconi non è un monito pesante se rivolto a un leader cattolico? ‘Lo sarebbe se fosse vero il teorema che dà per colpevole Berlusconi di colpe che non sono assolutamente provate. Un monito mi colpisce se so di aver agito in maniera immorale. Ma se sono convinto — e Berlusconi lo è — che non ho fatto niente di male, non posso sentirmi oggetto di una censura. E d’altra parte, lo stesso cardinal Bagnasco parla di "squarci — veri o presunti — di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza", non li dà per fatti acquisiti’ . Ma lei, al di là dell’esito giudiziario di questa vicenda, da cattolico non prova disagio per quello che emerge dalle intercettazioni? ‘Ho parlato con Berlusconi più volte: mi ha assicurato che non ha mai pagato donne, che non è mai stato con una minorenne. Trovo le sue tesi verosimili, gli credo. Poi ho letto anch’io intercettazioni di ragazze che si muovevano con assoluta leggerezza, di familiari che le incitavano a ‘farsi sotto’: se fossero provate, sarebbero parole che indicano un quadro di atteggiamenti a dir poco spregiudicati. Ma a parte il fatto che da qui a parlare di prostituzione ce ne corre, mi chiedo: chi lo dice che il responsabile di tutto questo sia il premier? Trarre da un materiale fatto di parole e di smentite e di contraddizioni una sentenza di colpevolezza è aberrante’ . Il cardinal Bagnasco esprime però anche una preoccupazione molto politica per un Paese quasi paralizzato dagli scontri tra istituzioni che si fanno ‘tranelli’ : non la preoccupa un’analisi del genere? ‘Molto, e vi riconosco la stessa preoccupazione del capo dello Stato, che condivido. Come condivido l’appello lanciato dal ministro Maroni sul Corriere perché ci si fermi tutti e si guardi all’interesse del Paese. Ma purtroppo è già caduto nel vuoto, perché dall’altra parte ci rispondono ‘prima Berlusconi se ne vada, poi si discute’’. Richiesta inaccettabile per il Pdl? ‘Inaccettabile perché, se si deve arrivare a un rapporto di rispetto reciproco tra le istituzioni, bisogna che tra queste sia compresa anche la presidenza del Consiglio oltre al Quirinale o alla presidenza della Camera. E inaccettabile soprattutto perché Berlusconi è il presidente del Consiglio voluto dagli italiani: Casini dovrebbe sapere che le conventio ad excludendum fanno sempre perdere voti, e il giustizialismo al quale oggi lui si affida contraddice tutto quello in cui ha detto di credere finora’ . Non ritiene però che se Berlusconi avesse fatto un passo— qualche ammissione, qualche confessione di umana fragilità come gli ha suggerito Ferrara— il clima oggi sarebbe diverso? ‘Ma cosa avrebbe dovuto fare Berlusconi, ammettere colpe che non ha? E il luogo dove potersi esprimere quale sarebbe? Parlerà quando avrà davanti a sé un giudice competente’ . Intanto la maggioranza rischia sul federalismo: si consumerà su questo terreno la rottura che può portare al voto? ‘Il ministro Calderoli sta migliorando il testo sul federalismo e toglierà l’alibi a chi non vuole approvarlo. Ma dubito davvero che, alla fine, l’opposizione si assumerà la responsabilità di bocciare il federalismo regalandoci un formidabile strumento per la campagna elettorale. Tireranno la corda, ma non la romperanno’ . E se in commissione Bicamerale mancassero i voti? ‘Noi i voti li esigiamo in Parlamento. Non portiamo certo il Paese alle urne per la scelta di una pur rispettabile commissione...’”.

6. Sacconi: “Basta con moralisti intermittenti”

Roma - Intervista di Laura Pertici al ministro Maurizio Sacconi su LA REPUBBLICA: “Ministro Sacconi, il cardinal Bagnasco parla di ‘disagio morale’. ‘Sì. E io dico che i moralisti intermittenti non possono che rimaner delusi dalla prolusione del presidente della Cei. Sa perché? Perché io quel discorso l’ho letto per intero. È un messaggio molto alto, che si rivolge alle coscienze di tutti’. Il ministro del Lavoro interviene a Repubblica Tv. Esalta il valore della sobrietà. Sottolinea l’interesse della Nazione. Loda l’equilibrio dei vescovi. Poiché Ruby no, non c’entra con la relazione di Bagnasco. ‘Italia sgomenta’, è su questo concetto che ha fatto leva il cardinale. ‘Mi dispiace per i tanti nemici della Chiesa che cercano di strattonarla, iscrivendola ad uno schieramento politico e conducendola ad un facile moralismo intermittente che non le appartiene. Bagnasco ha parlato di istituzioni, di responsabilità anche nella magistratura. È tornato ad esprimere una preoccupazione ormai quasi ventennale sul conflitto fra poteri. Nel suo intervento c’è un riferimento preciso ai tranelli tesi in una logica di scontro e ci sono i dubbi di chi si chiede ‘a cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine’. Io mi ritrovo completamente in queste parole’. ‘Chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà’. Così Bagnasco. ‘Certo, qui il presidente della Cei fa un’autocitazione riferendosi ad un discorso del 12 ottobre 2010. Non è un’espressione scritta a valle di questa ultima e specifica vicenda di conflitto tra magistratura e politica. Per questo non possono che essere delusi coloro che cercavano un appoggio della Chiesa per un’operazione, quella sì politica, contro il presidente del Consiglio. Nella prolusione si fa riferimento invece a molti altri temi cari ai cattolici, quali ad esempio il testamento biologico. Avremo presto modo di tradurre i principi in atti legislativi, per tutelare sempre e comunque la vita, anche quella che si trova in condizioni di estrema fragilità e alla quale bisogna garantire alimentazione ed idratazione’. ‘Scatto di coscienza e di responsabilità’, chiede il cardinale. ‘Ma come può pensare che ci sia stato da parte dei vescovi un giudizio sommario e affrettato sulla vicenda che interessa oggi il presidente del Consiglio, sulla base dell’ennesima iniziativa della procura di Milano? Lei crede che sia già stata emessa una sentenza e che sia contenuta in questa relazione? Si sbaglia. Quello di Bagnasco è un monito che vale per tutti, in ogni sede la Chiesa chiede, nella dimensione privata, comportamenti che siano coerenti con la sfera pubblica. Ma dov’è scritto che frammenti di presunta verità, tratti da conversazioni di terze persone, debbano comporre un quadro accusatorio? Quei frammenti non portano a nulla, né sotto il profilo penale, né sotto quello del giudizio etico. Invece sa cosa si vuole fare? Si tenta di estrapolare una frase dal contesto per impiccare l’autore, secondo un vecchio vezzo’. ‘Fare chiarezza nelle sedi appropriate’ afferma il presidente della Cei. Che significa per lei? ‘Rileggiamo. Bagnasco parla di ‘squarci veri o presunti’. Veri o presunti. E comunque il chiarimento avverrà ovviamente nella sede propria, cioè di fronte al giudice naturale, che in questo caso è il Tribunale dei Ministri. Anche se c’è chi, a tutti i costi, preferirebbe un tribunale idoneo in quanto ritenuto pregiudizialmente ostile al presidente del Consiglio’”. 

7. Il Cav. si sente sotto assedio. “Ma non farò fine Prodi”

Roma - “‘Siamo sotto assedio. Ma non farò la fine di Prodi’. Giura che non resterà appeso ai moniti quotidiani ora della Segreteria di Stato, ora della Cei, tanto meno a un ‘giudizio immediato per reati che non ho commesso’. Piuttosto – riporta Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - minaccia, ‘porto tutti alle urne: la gente d’altronde sta dalla mia parte, i sondaggi successivi alla tempesta che mi hanno scatenato contro lo confermano’. Nel chiuso di Villa San Martino, Silvio Berlusconi rilegge il discorso del presidente della Cei Bagnasco e con ministri, coordinatori e capigruppo pdl che sente in sequenza confida tutta la sua preoccupazione per ‘l’accerchiamento’. Intenzionato a non subire oltre i contraccolpi degli scandali che stanno incrinando i rapporti con le gerarchie cattoliche, preludio forse di una rottura definitiva. Il sospetto che prende piede, la sensazione è che ‘vogliano cambiare cavallo’. Perché è vero che la voce più autorevole dei vescovi italiani ‘non ha acuito lo scontro col governo - ragiona il Cavaliere coi suoi - ma è anche vero che la Chiesa non fa un passo indietro’ rispetto alla sferzata del segretario di Stato Bertone della scorsa settimana e al richiamo del Papa. Il presidente del Consiglio incassa anche questo colpo ‘con amarezza, perché è profondamente ingiusto e immeritato’ ritiene. L’inchiesta, insiste, ‘nasce dalle macchinazioni dei magistrati milanesi e anche le fonti di prova stanno vacillando, come dimostrano le prime contraddizioni che emergono dai racconti’. Detto questo – prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA - il timore per un ‘abbandono’ da parte delle gerarchie cattoliche finora benevole e indulgenti, è avvertito, reale, palpabile alla corte del Cavaliere. Perché giusto o no che sia ‘lo sgomento’, il ‘disagio morale’ che esprimono i vescovi italiani, sono segnali che non lasciano affatto tranquillo chi, come Gianni Letta, ha continuato a tenere aperto il filo diretto con i Palazzi Apostolici. Agli attenti osservatori di Palazzo Chigi non è sfuggito come l’asse tra il Vaticano e il Quirinale si sia ormai consolidato proprio sulle rovine dello scandalo Ruby. Come il cardinal Bagnasco abbia rimarcato il dovere della ‘sobrietà’, quasi a echeggiare il monito del presidente della Repubblica Napolitano, che l’11 gennaio scorso, ricordando Berlinguer, lanciava un appello alla ‘maggiore consapevolezza e sobrietà nei comportamenti’. I rapporti tra il Vaticano e il Colle restano ‘eccellenti’ e si consolidano, la sintonia è piena. Visto dal fortino berlusconiano assediato è il cerchio che si chiude. Con l’aiuto del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che non ha risparmiato critiche all’esecutivo Di certo, il segnale partito dalla Cei lascia pochi dubbi sul fatto che stavolta, da Bagnasco a Bertone, la ‘politica’ e la strategia della Chiesa è univoca. E che, in prospettiva, Oltretevere preferirebbe un altro interlocutore alla guida del governo italiano. Un governo di centrodestra, magari, che tenga fermi impegni già sottoscritti. Ma che sia guidato da un altro presidente del Consiglio, col sostegno di Pier Ferdinando Casini. Berlusconi però non recita il ruolo della vittima e non compirà il passo indietro che i suoi avversari si attendono. ‘Respingeremo la sfiducia a Bondi e condurremo in porto il federalismo, anche con le modifiche apportate’ va predicando nelle ultime ore trascorse ad Arcore prima di rientrare oggi a Roma. Al ministro della Cultura ha chiesto di restare al suo posto, nonostante le tentazioni, convinto com’è che su quella votazione strapperà un altro successo in aula, consolidando maggioranza e tenuta di governo. Quanto ai rapporti con la Chiesa, ‘su quelli lavoreremo’, garantisce. Non solo incontrando di persona il segretario di Stato Bertone e lo stesso presidente Cei Bagnasco l’11 febbraio, in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi, quando il premier spera che gli strappi di queste ore saranno ricuciti. Ma soprattutto con una stagione legislativa che da febbraio virerà marcatamente sui temi etici. Adesso, ragiona Gaetano Quagliariello, ‘c’è lo spazio per portare avanti con coerenza il proprio impegno sul fronte della vita, della famiglia, della solidarietà’. Il fatto è che la lacerazione che si sta consumando, fa notare Paola Binetti, deputata oggi terzopolista che gode di ottimi rapporti con la Curia romana, ‘non è col governo, ma con cui lo guida, a causa della sua condotta: ecco perché la via indicata da Casini, un nuovo esecutivo di centrodestra per finire la legislatura, è quella che viene ritenuta da più parti preferibile’. Berlusconi è pronto alla battaglia, convinto di vincerla. Anche questa. Pranza ad Arcore con i figli, vede Bruno Ermolli e Fedele Confalonieri, poi Letizia Moratti, sente Ghedini e Longo per pianificare la difesa in tribunale e in Parlamento. E si sfoga: ‘Le escort che rivelano gli incontri con Fini finiscono sotto inchieste, quelle che accusano il premier vengono ritenute attendibili’. Anche questo sarebbe la ‘prova dell’asse tra i pm e il presidente della Camera’. Un asse – conclude Lopapa su LA REPUBBLICA - che promette di spezzare, nella battaglia finale”.

8. Berlusconi si sfoga: “Vogliono accerchiarmi, ma vado avant

Roma - “L’umore è decisamente altalenante. Tanto che – scrive Adalberto Signore su IL GIORNALE - durante la giornata Berlusconi passa da un malcelato fastidio per l’affondo della Cei al raccontare barzellette proprio sulla vicenda Ruby agli ospiti che si presentano in quel di Arcore. In mezzo, l’ultima carrellata dei sondaggi che arrivano da Euromedia Research, con la Ghisleri che segnala sì una decisa tenuta del Pdl ma registrando un ‘logoramento’ degli indici di fiducia del premier e un allargamento dell’area del non voto. Quella che Bonaiuti bolla come ‘persecuzione giudiziaria’ e che il Cavaliere non esita a definire ‘operazione-sputtanamento’, insomma, sta iniziando a sortire i primi effetti. Anche per questo Berlusconi continua a ripetere che ‘il governo deve continuare a lavorare come nulla fosse’. Che poi è lo stesso messaggio che in queste ore Letta sta riversando a tutti i ministri che gli chiedono delucidazioni. Il presidente del Consiglio, dunque, è ben cosciente che la partita è ancora lunga e che si giocherà su diversi tavoli ma l’idea di fare un passo indietro continua a non sfiorarlo. Ed è in quest’ottica che le parole di Bagnasco lo lasciano piuttosto perplesso. Perché è il terzo affondo che arriva dalla Chiesa in pochi giorni. E perché Oltretevere, è il senso delle riflessioni private del premier, sanno benissimo come certe uscite vengono poi strumentalizzate. Insomma, il fatto che la Cei punti il dito anche contro la ’sproporzione’ degli strumenti d’indagine per il Cavaliere vale poco più d’un placebo. E la conferma che la partita sarà ancora lunga arriva non solo dalle parole della Marcegaglia di domenica scorsa e dall’ennesimo invito di Casini a fare un passo indietro ma pure dall’affondo di Fini di ieri sera. La pressione per mettere il Cavaliere all’angolo, insomma, è decisamente in salita. E persino alcuni dei big del centrodestra - anche insospettabili - iniziano a dire in giro che così la legislatura non può durare. È un vero e proprio ‘accerchiamento’, ripete ai suoi il premier. Che però tira dritto. Al presidente di Confindustria, spiega in privato senza esitazioni, ‘il governo ha già risposto con i fatti’ mentre la proposta del leader Udc viene come era prevedibile considerata ‘irricevibile’. Di Fini inutile parlarne – prosegue Signore su IL GIORNALE - visto che Berlusconi resta convinto che sia proprio lui - ‘in combutta con certe procure’ uno degli artefici di quello che non esita a definire un ‘tentativo di golpe’. Vediamo - avrebbe detto circa i rumors di nuove carte in arrivo da Saint Lucia che dimostrerebbero che è Tulliani il proprietario della casa di Montecarlo - se davvero si dimetterà. In verità, ai piani alti della Camera c’è chi non esclude un’ipotesi del genere proprio per poi rinfacciarla al Cavaliere. Una sorta di ‘ora abbi il coraggio di farlo anche tu’. Si vedrà. Di certo c’è che nel tardo pomeriggio - quando incontra ad Arcore la Moratti, Lupi, Casero, Valentini e Palmieriper discutere della prossima campagna elettorale per le amministrative milanesi - l’umore è più che buono. Due barzellette sulla vicenda Ruby, una battuta sull’Italia che ‘non è un Paese libero’ e l’assicurazione che ci metterà la faccia e sarà presente a diversi appuntamenti elettorali. Oltre alla conferma di voler andare avanti. Tanto che quando Palmieri ipotizza di usare alcune delle idee in discussione per le politiche del 2013 il premier annuisce senza battere ciglio. Insomma, nessun passo indietro né voto anticipato. E in questo senso potrebbe essere letta l’idea di sminare la mozione di sfiducia individuale a Bondi. A Palazzo Grazioli– conclude Signore su IL GIORNALE – danno per certe le sue dimissioni e l’arrivo al ministero dei Beni culturali di Bonaiuti”.

9. La giostra politica in attesa dei pm. Tremonti elettorale

Roma - “‘Governiamo, se si può. Andremo al voto, se si deve’. Questa è la linea di Silvio Berlusconi – scrive Il FOGLIO - in una fase nella quale il ceto politico – sia di maggioranza sia d’opposizione – appare più uno spettatore delle mosse dei magistrati di Milano che un attore nelle meccaniche di Palazzo. Il clima è di attesa, mancano circa quindici giorni al pronunciamento del gip sulla richiesta del rito immediato, per il premier, avanzata dalla procura di Milano. Nel Pdl lo chiamano ‘il botto’. Perché, federalismo o non federalismo, se il gip dovesse convalidare la richiesta dei pm ‘si andrà a votare’ (o comunque le aspettative di sopravvivenza del governo si assottiglierebbero in misura drastica). Dunque tutti aspettano, anche le opposizioni. L’Udc ha chiesto di rinviare il voto di sfiducia al ministro Sandro Bondi e oggi la richiesta sarà con tutta probabilità accettata dalla conferenza dei capigruppo. E’ interesse comune aspettare. Sia il Pdl sia il terzo polo, prima di muovere, vogliono vedere cosa faranno le toghe. ‘Siamo sull’ottovolante’, dice uno dei massimi dirigenti del partito berlusconiano riferendosi alle voci intorno all’imminente pubblicazione di ‘nuove carte e intercettazioni’ che si rincorrono a Montecitorio. Le parole del cardinale Angelo Bagnasco, alla fine, hanno fatto tirare un sospiro di sollievo nell’entourage di Palazzo Grazioli. ‘Poteva essere peggio, invece ci sono luci e ombre’. Il discorso del capo della Cei non è stato interpretato affatto come una scomunica. Rassicurati sul fronte vaticano, i dirigenti del centrodestra non appaiono nemmeno preoccupati dalle prese di distanze di Confindustria e di Emma Marcegaglia (fatta oggetto di una pesante controffensiva mediatica). Oggetto dei retropensieri, e delle preoccupazioni, è piuttosto l’asse Tremonti-Lega. Sull’amicizia e la lealtà di Umberto Bossi – prosegue IL FOGLIO - il Cavaliere è pronto a giurare, ma nel partito padano non c’è solo il vecchio leader. Roberto Calderoli, che ieri ha ottenuto un mezzo sì dell’Anci – e dunque del Pd – al federalismo, è un osservato speciale dei fedelissimi del Cav. per via della sua ‘intensa relazione’ con Giulio Tremonti. Anche per questo il premier coltiva Roberto Maroni inserendosi nelle sempre meno occulte divisioni padane”. 

“Gli impegni e le nuove scadenze europee sui conti pubblici – scrive Michele Arnese su IL FOGLIO - sono compatibili con l’eventualità di elezioni politiche in aprile. Al ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti sono convinti che, anche con l’eventuale fine anticipata della legislatura, l’Italia sarà in grado di rispettare tempi e vincoli previsti dal nuovo ‘semestre europeo’. Entro aprile, infatti, i paesi dell’Unione europea dovranno inviare a Bruxelles il programma di stabilità (Ps) e il programma nazionale delle riforme (Pnr), gli strumenti essenziali della nuova programmazione. In altri termini l’Italia, come gli altri stati europei, entro il 30 aprile dovrà mandare un aggiornamento dei saldi di finanza pubblica per l’anno in corso. Questo comporta, spiegano al ministero di via XX Settembre, che entro il 10 aprile dovrà essere presentato alle Camere il Def (Documento di economia e finanza, che sostituirà la Decisione di finanza pubblica, il Dfp) ed entro il 25 settembre la relativa Nota di aggiornamento. Ma il Tesoro inizierà a scrivere il Def solo dal primo marzo, quando l’Istat diffonderà i dati annuali di contabilità nazionale. Le scadenze serrate, indicate giovedì scorso dal direttore generale Vittorio Grilli in un’audizione alla commissione Bilancio della Camera, hanno indotto alcuni parlamentari, anche del Pdl, a pensare che il Tesoro preferisca non interrompere la legislatura per rispettare i tempi del semestre. L’interpretazione, invece, non trova riscontro all’Economia. Piuttosto, fanno notare al dicastero, le regole in fieri di Bruxelles sui conti pubblici lasciano pochi margini al governo per politiche pro crescita in deficit. Quindi, mentre c’è chi invoca riforme e misure sviluppiste come Confindustria, al Tesoro si pensa che queste possano essere politiche di medio periodo. Nel breve periodo è ineluttabile proseguire nella politica rigoristica: ‘Il negoziato sulle proposte legislative con Bruxelles si presenta estremamente difficile per l’Italia’. E’ quello che ha detto Grilli ai deputati della commissione Bilancio. Questo significa che, in linea con le indicazioni del Consiglio Ue, saranno introdotti anche vincoli sulla riduzione del rapporto debito-pil. Per questo motivo il direttore generale del Tesoro ha chiesto al Parlamento una serie di misure per rafforzare il controllo sugli equilibri di bilancio, anticipando al massimo nei documenti di finanza i prossimi dettami europei. E quindi, innanzitutto – prosegue Arnese su IL FOGLIO - un riferimento preciso al percorso di rientro pubblico nella legislazione italiana ‘è assolutamente necessario’, così l’Italia si porrebbe in linea con le best practice dei paesi europei: ‘In primis la Germania con la sua regola sulla riduzione del debito’. Infatti l’introduzione di regole numeriche per il rispetto degli obiettivi europei nelle legislazioni nazionali, o nelle costituzioni, sta diventando una prassi consolidata: al Tesoro ricordano i casi della Polonia, della Germania e della Svezia. Tremonti, comunque, sulla scorta dell’esperienza dell’art. 81 della nostra Carta sulla copertura delle spese, non pensa che modifiche costituzionali di per sé risolvano i problemi. L’Agenda del Tesoro consiglia un altro ‘obiettivo virtuoso’, seppure non richiesto dall’Ue: l’introduzione nel Def di ‘obiettivi riferiti all’avanzo primario’, ovvero il saldo positivo fra entrate e spese al netto degli interessi. ‘Una vera rivoluzione rigorista’, commentano tra il serio e il preoccupato ambienti del Pdl. Gli stessi, con alcuni colleghi del Pd, che hanno intravvisto in un altro auspicio espresso da Grilli – ‘si dovrebbe prefigurare un vincolo di destinazione anche per l’utilizzo delle entrate una tantum e di quelle straordinarie ai fini della riduzione dell’indebitamento netto strutturale’ – una indiretta ammissione dell’ipotesi di una patrimoniale auspicata da Giuliano Amato, proposta da Luigi Abete (Assonime) e invocata da Walter Veltroni. A chi lo interpella in questi giorni sulla patrimoniale – conclude Arnese su IL FOGLIO - Tremonti nega e parla di ipotesi ‘da salottini’. Sarà davvero così?”

10. Chiarimento al telefono tra Emma e il Cavaliere

Roma - “Ieri sera – riporta Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - è successo ciò che il premier si attendeva fin dalla mattina, ‘perché questo attacco di Emma al governo non lo capisco. Quantomeno avrebbe potuto chiamarmi, dati i rapporti personali’. Ieri sera è successo che la Marcegaglia ha chiamato Berlusconi. E all’ ‘amarezza’ del Cavaliere per le ‘ingiuste critiche’ , la presidente di Confindustria pare abbia contrapposto la propria amarezza, ‘visto che non era mia intenzione attaccare il governo, ma rappresentare soltanto la situazione che si è creata’ . Ed è assai probabile che al capo dell’esecutivo abbia ripetuto quanto aveva spiegato in precedenza a un dirigente del Pdl: ‘È uno strano Paese, il nostro. Basta dire una cosa e si viene subito strumentalizzati politicamente’ . Il chiarimento c’è stato dopo l’intervista televisiva di domenica in cui la Marcegaglia aveva definito ‘insufficiente l’azione del governo negli ultimi sei mesi’ . Un’affermazione che Berlusconi aveva vissuto come uno strappo: ‘Ho sempre avuto un occhio di riguardo per lei, sa che la stimo, le ho proposto persino di diventare ministro...’ . Alla valutazione sui rapporti personali, Berlusconi ne aveva fatta seguire una politica: ‘Non è vero che negli ultimi sei mesi non abbiamo fatto nulla. E la riforma dell’Università, allora?’ . Il punto è che il premier è stufo di sentir pronunciare la parola ‘riforma’ , ed è stufo soprattutto per l’ ‘incoerenza’ di chi la pronuncia. Pochi giorni prima che scoppiasse il ‘caso Ruby’ , quando la sua unica emergenza sembrava l’allargamento della maggioranza, aveva affrontato l’argomento nel corso di un vertice. E parlando della road map di governo, si era soffermato proprio sul tema ‘riforme’ : ‘In cinquant’anni di potere — aveva detto— la Democrazia Cristiana ne avrà varate sì e no cinque. Non capisco perché io debba farne una ogni cinque mesi. Per giunta, se le facciamo, quelli che le avevano chieste a gran voce non ci hanno sostenuti né difesi quando siamo stati insultati nelle piazze. Perciò basta con questa storia: governare significa amministrare’ . ‘Amministrare’ è dunque la parola d’ordine del premier, intenzionato a rassicurare l’opinione pubblica che — secondo gli amatissimi sondaggi — in tempi di crisi vive con ansia i processi di trasformazione, e li considera una minaccia al proprio tenore di vita. Se potesse, il Cavaliere spenderebbe il termine ‘riforma’ soltanto per la modifica del sistema tributario, che non a caso il ministro Gelmini ha citato ieri nella lettera al Corriere: ‘La prossima grande svolta che attende l’esecutivo è quella del fisco, con l’introduzione di due sole aliquote’ . D’altronde – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - è sulla riduzione delle tasse e sulla modifica radicale del sistema giudiziario che si è fondata la politica berlusconiana. Ma sono sogni che continuano a rimanere nel cassetto. Oggi il premier combatte una battaglia di sopravvivenza, e l’unica riforma che può al momento sperare di portare a casa ha l’imprinting leghista: il federalismo fiscale. Con i numeri di cui dispone alla Camera sarebbe già un successo. Bossi confida in Parlamento di arrivare a un risultato di pareggio con le opposizioni, così da poter varare i decreti delegati in Consiglio dei ministri. Lo ‘stallo’ è la condizione in cui si trova il governo, ed è proprio sullo ‘stallo’ che la Marcegaglia si era soffermata in tv, sostenendo che ‘a una stabilità fine a se stessa’ sarebbe preferibile il ritorno al voto. Anche questo aveva amareggiato Berlusconi, determinato — specie dopo la nuova inchiesta giudiziaria— a resistere a palazzo Chigi per rilanciare la propria immagine e tentare di risalire la china, incrociando se possibile la ripresa economica: ‘La legislatura — è suo convincimento— deve proseguire. Almeno fino all’anno prossimo’ . Un’intenzione che quasi certamente avrà ribadito anche al presidente di Confindustria. Il colloquio di ieri sera è servito a Berlusconi e alla Marcegaglia per spazzare via i soliti sospetti. Anche perché fin dalla lettura dei quotidiani — il massimo rappresentante degli imprenditori aveva capito che sarebbe stata ‘usata’ nello scontro che contrappone il Cavaliere ai suoi avversari. E inevitabilmente, dinnanzi al fuoco di fila dell’opposizione, con Fini che ne approfittava per affondare il colpo contro il Cavaliere, la Marcegaglia diventava il bersaglio della controffensiva berlusconiana. Dal portavoce del premier, Bonaiuti, passando per i capogruppo del Pdl e della Lega, Cicchitto e Reguzzoni, tutti definivano ‘ingenerose’ le critiche. Di più, in un gioco di sponda, non si sa quanto voluto, mentre il ministro del Welfare Sacconi ricordava ‘l’omissione’ del presidente degli industriali sul ‘sostegno del governo all’accordo di Mirafiori e Pomigliano’ , il sottosegretario Crosetto sosteneva che ‘è comprensibile la sortita, visto che Marchionne ha certificato l’inutilità di Confindustria’ . A colpire era però la nota in controtendenza del pdl Napoli, secondo cui ‘il riferimento agli ultimi sei mesi della Marcegaglia non fa che indicare con tatto diplomatico le polemiche di Fini come causa delle attuali difficoltà’ . Non è dato sapere se davvero — come raccontano— la Marcegaglia abbia apprezzato questo commento. È certo – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - che con la telefonata a Berlusconi abbia voluto porre il ruolo e l’immagine di Confindustria al riparo dal conflitto politico”. 

11. “No al dialogo con Pier. Fa il portavoce di Fini”

Roma - “Nel bunker di Berlusconi – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - non c’è una crepa, apparentemente. Tutti tetragoni attorno al Capo, per il momento. ‘Chiusi a riccio nella difesa di una persona’, osserva Casini, che ancora una volta prova ad alimentare le contraddizioni di una maggioranza assediata dall’inchiesta sul caso Ruby, dai richiami morali della Chiesa e del Quirinale, dall’insoddisfazione della Confindustria. Il centrodestra non ha ancora trovato un accordo con Anci e Terzo Polo sul federalismo fiscale, ma soprattutto non riesce ad allargare i suoi confini parlamentari. E allora il leader dell’Udc fa pressione su quella parte del Pdl che oggi è immobile, ma domani potrebbe prendere coraggio. Molti nel partito si sentono sull’ottovolante e a microfoni spenti confessano disagio, auspicano un governo diverso per evitare le elezioni e recuperare i centristi. Ma dovrebbe essere lui a fare la prima mossa, a indicare il successore. Mossa che non arriva e non arriverà. ‘E con Casini - ha detto ieri al telefono ad alcuni ministri - non ci può più essere alcun dialogo fintantoché fa portavoce di Fini. I suoi elettori lo puniranno’. Per cui nessuno si muove, nonostante dentro il fortino ci sia chi punta su Gianni Letta o Angelino Alfano e chi su Giulio Tremonti. Due partiti in uno. Con il primo che dice ‘Tremonti mai: sarebbe la fine del Pdl’; e il secondo che vede nel ministro dell’Economia la soluzione più robusta per il futuro e per rassicurare i mercati internazionali. Posizioni che si muovono sotto il pelo dell’acqua e si elidono a vicenda. Del resto, come ha sostenuto di recente a Ballarò il ministro Alfano, senza Berlusconi non esisterebbe il Popolo della libertà. E se non è lui a fare un passo indietro – prosegue La Mattina su LA STAMPA - nessuno osa fare un passo avanti per tentare di uscire dall’assedio. Ma poi, ragionano ai vertici della maggioranza, fuori dalla fortezza c’è un florilegio di debolezze e contraddizioni. Casini non può mettere su il Terzo Polo con Fini, il nemico numero uno, presentare una mozione di sfiducia a dicembre contro Berlusconi e una a gennaio contro il ministro Bondi e poi venire a chiedere al Pdl di fare fuori lo stesso Berlusconi. ‘Una proposta irricevibile, Berlusconi non si discute’, spiega Maurizio Gasparri. Per il quale ‘dovrebbero sfiduciare Tremonti visto che sono loro a considerarlo l’affamatore di Bondi perché non gli dà i soldi per la Cultura. E invece cosa fanno? Ci dicono “mettete Tremonti al posto di Berlusconi e tutto si risolve”‘. Il capogruppo inoltre fa una precisazione a proposito dei finanziamenti alla Cultura: ‘Ci sono dei film come quello di Checco Zalone oppure “Immaturi” e lo stesso film di Cetto La Qualunque che stanno facendo record di incassi senza aver preso un euro dal ministero della Cultura. Sfido invece chiunque a ricordare il titolo di un film di Citto Maselli che di soldi ne ha ricevuti tanti...’. Comunque, la vera chiave di volta delle prossime settimane è la bufera giudiziaria: si placherà o si arricchirà di nuovi elementi? E’ questo il vero timore che attraversa la maggioranza: c’è o non c’è il coniglio bianco dentro il cilindro dei pm di Milano? Ciò che è emerso finora, secondo gli uomini del premier, non è sufficiente ad inchiodare Berlusconi. Certo, l’imbarazzo c’è, il Vaticano ha fatto capire con le sue sfumature che il Cavaliere deve darsi una regolata nello stile di vita. Ma il Pdl è abbastanza tranquillo sul fronte della Chiesa nella convinzione che ‘la paura di trovarsi uno come Zapatero a Palazzo Chigi alla fine farà dimenticare i peccati di Silvio’. Più impervia è invece la capacità del governo di andare avanti senza la prospettiva di fare le riforme. Ecco, su questo terreno il presidente del Consiglio si è dato ancora due settimane per allargare la sua coalizione. E’ ancora convinto che altri deputati arriveranno nel nuovo gruppo dei Responsabili man mano che si affievolirà lo scandalo Ruby. A non crederci sono in tanti dentro il Pdl. Sono gli stessi che prevedono ‘altre botte da orbi della magistratura: e alla fine non potremo più reggere’. Sarà quello il momento in cui nel partito del Cavaliere si muoverà qualcosa?”, conclude La Mattina su LA STAMPA. 

12. Quagliariello: "Leadership non si trasmettono su urto pm"

Roma - Intervista di Francesco Grignetti a Gaetano Quagliariello: “La leadership di Berlusconi è intatta. E intangibile’. Parola di Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori Pdl. Impossibile anche solo immaginare un vostro governo senza Berlusconi, eh? ‘Guardi, il ragionamento parte da lontano. In Italia i governi sono sempre stati considerati illegittimi. Si pensi alla sorte di Alcide De Gasperi, che ci ha salvato dal comunismo e dalla fame, eppure fino a qualche anno fa era ricordato nei testi di storia come un servo degli americani. Si pensi a Fanfani e alla propaganda che lo perseguitò sul “fanfascismo”. Ma penso anche al tentativo di riscrivere la storia d’Italia attraverso la sentenza Andreotti. Oppure al processo sommario a Moro o all’esilio di Bettino Craxi’. Casi molto diversi tra loro. ‘In sociologia va molto di moda la categoria della “post-democrazia”. In Italia per molti versi siamo in una “pre-democrazia” e se un tempo c’era il mito della piazza che fa cadere i governi, nel nuovo secolo vedo il mito della piazza mediatica. E così come era normale pensare da parte di qualcuno di buttare giù i governi attraverso “strumenti” differenti dal voto, oggi basta costruire un circuito mediatico-giudiziario per arrivare allo stesso risultato’. Quindi, tornando a Casini: no, grazie? ‘Dobbiamo ribadire che di norma i governi vengono fatti dagli elettori e non dall’azione dei pm. Quel che non si capisce è perché le opposizioni non chiedano di tornare davanti agli elettori’. Viva Vendola e Di Pietro, allora? ‘Viva la loro chiarezza. Meglio di questi pavidi. Detto questo, io penso che il governo debba andare avanti’. Bondi però è stato netto nella sua risposta: Casini non ha capito proprio nulla di quel che siamo. Intende dire che non ha capito niente di un partito carismatico. E’ così? ‘Il Pdl è un partito nato nella stagione della democrazia degli elettori, quindi deve tenere conto non solo delle dinamiche interne ma della legittimità determinata dagli elettori. E non è che nell’Udc o nell’Idv non vi sia una leadership carismatica, solo che è in sedicesimo’. Resta il fatto che la leadership di Berlusconi appare intangibile. ‘Non c’è ombra di dubbio. Poi, certo, ci sono dei momenti in cui le leadership si trasmettono. Ma non sotto l’urto dei pm. Piuttosto chiedendosi qual è il leader che può nuovamente scrivere un patto con gli elettori. Mi auguro che un dato momento, il più tardi possibile, senza essere forzati, la classe dirigente del partito sarà in grado di discuterne’. Un outsider? ‘In questi anni si è cementata una classe dirigente che ha lavorato attorno al leader. Da qui uscirà il leader del futuro. Non credo che il Pdl sia un partito carismatico destinato a vivere una sola stagione’. Lei saprà che sta montando un certo discorso su Marina Berlusconi. ‘Non mi stupisce. La politica oggi si fa attraverso il gossip. Sarebbe quasi strano che non ci fosse’”.

13. “La casa di Montecarlo è del cognato di Fini”

Roma - “La casa di Montecarlo sarebbe direttamente riconducibile al signor Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini (tuttora indagato per truffa). Lo attesterebbero – riportano Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su IL GIORNALE - le conclusioni dell’indagine interna avviata dal ministero della Giustizia di Santa Lucia, l’isola dei Caraibi dove sono state create le società offshore Printemps e Timara, utilizzate per acquistare (e rivendere)l’appartamento monegasco al 14 di Boulevard Princesse Charlotte di proprietà di An. La documentazione proveniente dal paradiso fiscale sarebbe arrivata una settimana fa al ministero degli Affari Esteri. A breve la Farnesina potrebbe anche decidere di trasmetterla al gip di Roma che fra pochissimi giorni (il prossimo due febbraio) dovrà decidere sull’archiviazione o sull’eventualità di avviare nuove indagini. Il carteggio scottante sarebbe custodito nella cassaforte del ministro Frattini, e al momento è top secret. Dall’isola di Saint Lucia arrivano solo mezze conferme. Il ministro Lorenzo Rudolph Francis, contattato dal vicedirettore del tg di La7, Pina Debbi, ha confermato che le investigazioni sulle società offshore Timara e Printemps si sono concluse, ma al telefono il Guardasigilli caraibico non ha voluto aggiungere una parola di più. Va ricordato che secondo le prime risultanze di questa stessa indagine, che Francis comunicò nel celebre “confidential memo” diretto al primo ministro dell’isola Stephenson King, era emerso che proprio il ‘cognato’di Fini,Giancarlo Tulliani, fosse il ‘beneficiario effettivo ‘ delle due società, e dunque anche della casa monegasca. Siamo dunque alla svolta nella ricostruzione societaria della­pro­prietà del quartierino nel Principato sulla quale persino il presidente della Camera, dopo tre mesi di imbarazzo, in un video­messaggio arrivò a sollevare dubbi pesantissimi sul cognato. Dubbi palesati proprio in seguito alle rivelazioni arrivate dai Ca­raibi, con la lettera riservata su Tulliani ‘beneficial owner’, datata 16 settembre 2010, pubblicata da più quotidiani di Santo Domingo e poi confermata nella sua autenticità, in due diverse conferenze stampa organizzate nella sede del governo locale, nella capitale Castries, dalle autorità di Saint Lucia. A innescare l’indagine relativa alla lettera, spiegò l’’attorney general’ Francis, il timore della pubblicità negativa per il piccolo Stato caraibico provocato dallo scandalo sollevato dal Giornale. E le prime informazioni raccolte avevano fatto appunto individuare in Tulliani il ‘nome’ coperto dalle due offshore di Saint Lucia. Ma il castello d’occultamento era ormai sotto attacco per l’inchiesta governativa. Quella che adesso si è conclusa. Il fascicolo conterrebbe, tra l’altro,anche una serie di e-mail scambiate tra i referenti delle società a cui il proprietario della casa di Montecarlo si sarebbe rivolto per ‘nascondersi’al momento dell’acquisto. Il blitz a Saint Lucia del direttore dell’’Avanti’ Valter Lavitola, che tanto fece discutere, era incentrato proprio su un messaggio di posta elettro­nica in cui James Walfenzao, il fiduciario che firmò per conto di Printemps l’acquisto dell’appartamento da An, spiega ai suoi referenti a Saint Lucia di essere preoccupato per lo scontro tra Berlusconi e Fini perché ‘la sorella del cliente sembra avere uno stretto legame con uno dei due politici coinvolti’. Nel materiale giunto da Saint Lucia, dunque, potrebbero nascondersi molte sorprese. Intanto, contro l’opposizione alla richiesta di archiviazione della procura di Roma sull’ affaire monegasco, la difesa di Gianfranco Fini, indagato per truffa, si affida a una memoria difensiva presentata dai suoi legali, Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, che in gran parte sembra far affidamento più che sulle proprie argomentazioni sulle convinzioni espresse dai pm romani. Il documento è infarcito di espressioni colorite dirette al Giornale , definito ‘dichiaratamente ostile ‘ a Fini. Per diluire la vistosa mancanza di congruità del prezzo di vendita, congruità negata dalle stesse autorità del Principato ( il valore tra ’99 e 2008 è cresciuto del 300 per cento, non del 30), si smentisce l’esistenza di ‘concrete offerte’ superiori al prezzo di 300mila euro a cui la casa venne venduta alla Printemps. Sulle offerte rifiutate, però, il Giornale aveva raccolto diverse testimonianze. E così la difesa di Fini arriva a deposita­re come allegato l’’autosmentita ‘ di Giorgio Mereto sul Corriere della Sera , ‘incautamente indicato dal Giornale come autore di una lauta offerta nel 2008’, secondo i legali finiani. Peccato che quelle dichiarazioni di Mereto ( registrate, dunque a prova di smentita) erano relative alla pre­senza di Fini a Montecarlo, non a fantomatiche offerte dello stesso per l’immobile. Eppure i legali di Fini nella memoria citano qualcuno che l’offerta l’aveva fatta eccome, ossia Filippo Apolloni Ghetti. Ma ne parlano indican­d­olo come interlocutore di un Fini incerto sul valore della casa, che avrebbe dato al leader una ‘incredibile valutazione’ (1,3 milioni di euro). Dimenticandosi, dunque, che Apolloni Ghetti ha dichiarato pubblicamente di essersi offerto, direttamente con l’ex delfino di Almirante, per comprare quella casa, nel 2002, per un milione di euro. Fu Fini a rifiutare, per ragioni di opportunità, di vendere a un dirigente dell’allora An la casetta del Principato. Quella in cui sei anni dopo, grazie alla cessione alle ‘misteriose’ ma non troppo offshore, è andato a vivere il ‘cognato ‘, Giancarlo Tulliani. Diventato inquilino dopo l’interessamento personale ai lavori di ristrutturazione della sorella Elisabetta e solo dopo l’installazione della famosa cucina Scavolini acquistata da Fini e signora a Roma, che s’è dimostrato essere stata montata a Montecarlo come le fotografie pubblicate dal Giornale il 28 settembre attestano. Al di là di ogni irragionevole dubbio.

14. “Scemo chi vota Silvio”

Roma - “Visto che non si sa spiegare perché tanta gente continui a votare Berlusconi – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - la sinistra ha deciso: chi sta con Silvio è scemo. E nel caso non sia scemo è probabile che sia uno spacciatore di droga oppure un pirata della strada. Se poi, dopo aver ascoltato le sue battute o visto gli spettacoli tv, sono le donne a dare la preferenza al Cavaliere, allora, vuol dire che se non sono zoccole sono cretine cui le soap opera hanno bollito il cervello. In fondo il nocciolo del problema da, anni è lo stesso. L’impossibilità per una parte della classe politica e intellettuale di sinistra di capire perché Berlusconi abbia consenso. Giornalisti, scrittori e parlamentari che gravitano intorno ai partiti progressisti, dal ‘94 si rivolgono sempre la solita domanda: perché lo votano? E soprattutto: perché non votano noi, che siamo molto più acculturati e tanto più bravi di lui? Ecco: è tutta, qui la questione . La parte ‘intelligente’, o meglio quella che si è autonominata tale, non capisce e non riesce a farsene una ragione. Nonostante abbia, studiato e accumulato ogni genere di premio, in particolare quelli alla carriera, non è in grado di afferrare il motivo per cui da oltre tre lustri l’elettorato non scelga i migliori, cioè loro, ma preferisca i peggiori, vale a dire il centrodestra. Se ci fossero dubbi, il rovello è stato chiarito nei più profondi aspetti dall’ultima edizione di Micromega, la rivista, forcaiola diretta da Paolo Flores d’Arcais, in cui due odiatori di professione del Cavaliere descrivono la patologia, che sta alla base dei successi di Berlusconi. Andrea Camilleri, lo scrittore che ha inventato il commissario Montalbano, si incarica di rappresentare l’uomo che vota per il presidente del Consiglio e ne fa una specie di demente, plagiato dalle tv del Cavaliere, rimbecillito dalla lettura di Libero e del Giornale. L’homo berlusconensis – prosegue Belpietro su LIBERO - è descritto come una statuina del presepe: un essere inanimato, che non ha pensiero proprio, ma al massimo può solo applaudire; non apprezza la qualità delle parole, ma solo la quantità. Secondo Camilleri, questo tipo di idiota ha un culto cieco della personalità del capo ed è la clonazione del fascista osannante, in prima fila sotto il balcone di palazzo Venezia. Quando però non sono grulli, i berlusconidi appaiono criminali, per lo meno allo stato potenziale. Gente pronta a delinquere, se non lo ha già fatto: impresari edili che fanno morire gli operai nei cantieri oppure persone che hanno fatto i soldi con sistemi illegali e ora ostentano la propria ricchezza fatta di Rolex e, ovviamente, mignotte. Ancor meglio è la descrizione della foemina berlusconensis fatta dalla giornalista di Repubblica. Natalia Aspesi. Una gallina senza cervello, che una volta messa davanti al video non sa più staccarsene e si trasforma in una ‘ridente sciocchina’. Per la Aspesi ‘la regressione delle italiane al solo valore che il berlusconismo attribuisce loro’ è cominciata proprio con le tv. Il Cavaliere le avrebbe irretite, ammettendole nel paradiso dei set, in veste di pubblico o di protagoniste delle sue avvilenti trasmissioni. Un pifferaio magico che avrebbe incantato le telespettatrici, mutandole poi in elettrici. E quando non sono sceme, le femmine che votano Berlusconi sono puttane. ‘Milioni di ragazze che si sentono autorizzate, non sapendo fare nulla ed essendo appena carine, a vedere nel mondo televisivo il loro futuro radioso. E se per arrivarci’ scrive la Aspesi, ‘bisogna essere gentili con gli uomini che si incontrano sullo scosceso cammino, dall’usciere al direttore generale, perché no?’. Insomma, per la sinistra, non c’è altra possibilità: se si vota Silvio, o si è deficienti oppure si è brutta gente che delinque o si vende. Affetti come sono da un complesso di superiorità, giornalisti, scrittori e politici progressisti non sanno trovare altra spiegazione a un fenomeno che li ha ridotti a una minoranza sempre più ristretta. Tutta colpa di Berlusconi che ha rimbambito milioni di italiani, si dicono. Non sospettano minimamente che, invece, ad essere istupiditi sono loro. Per uso e abuso di presunzione”, conclude Belpietro su LIBERO. 

15. Pd, a Napoli accuse di brogli dopo boom partecipazione

Roma - “Le primarie vanno bene per il Pd ma il ‘caso Napoli’ – riporta Giovanna Casadio su LA REPUBBLICA - rovina la festa. Vince l’ex assessore Andrea Cozzolino, bassoliniano, con il 37,3 per cento sul super favorito Umberto Ranieri. Ma esplodono le accuse di brogli e scatta il ricorso di Ranieri appoggiato anche dall’altro sfidante democratico, Nicola Oddati. Una grana per Bersani, che commenta: ‘Bene le primarie, ora uniti per vincere il centrodestra’. Ma sa bene che va fatta chiarezza. Lo chiede Walter Veltroni: ‘Se c’è anche una piccola ombra bisogna che si traggano le conseguenze necessarie’. E loda le primarie, strumento costituente - dice - della nostra democrazia. ‘Uno strumento che introdurrei per legge’. Del resto l’ex segretario ha sempre difeso a oltranza le primarie, mentre Bersani e altri big avevano proposto di ‘congelarle’, ‘aggiustarle’, fare un tagliando. Valore delle primarie rivendicato da Romano Prodi, alla vigilia delle primarie di Bologna, quando il timore del flop di affluenza - nella città segnata dal Cinzia-gate di Delbono - era forte. ‘Non vorrei che le dovessimo rimpiangere’, si era sfogato il Professore. Dopo più di 28 mila bolognesi ai seggi, soddisfatto rincara: ‘Domenica a Bologna ha vinto la democrazia. L’ottimo dato di partecipazione ci conferma che quando si offre alla società la possibilità di essere coinvolta nelle scelte, la risposta è positiva. È un dato da cui partire, anche per opporsi alle derive populiste e per costruire un rapporto migliore tra il sistema politico-partitico e i cittadini’. Un grazie quindi ai ‘candidati che si sono spesi’. A Bologna ha vinto Virginio Merola, ex assessore di Cofferati, con il 58,3 per cento. E ora indica Sergio Chiamparino come suo modello. Amelia Frascaroli, pedagogista, cattolica, amica di Flavia Prodi, appoggiata da Vendola, è arrivata seconda con il 36 per cento. E questo è l’altro dato: il Pd non soccombe davanti ai candidati vendoliani. Quindi – prosegue Casadio su LA REPUBBLICA - questione-primarie riaperta. Nichi Vendola commenta: ‘Sono felice del fatto che tanta gente sia andata a votare. Non ho la presunzione che debbano vincere ovunque quelli che io vorrei che vincessero e questo dovrebbe tranquillizzare il Pd’. Di timori invece nelle file democratiche ne sono nati tanti, quando per la candidatura a sindaco di Milano ha vinto Giuliano Pisapia, vendoliano. Anche la corsa di Vendola alle primarie per la premiership è vista male. Qui però, pesa la prospettiva di alleanze con l’Udc di Casini. Veltroni a ‘Otto e mezzo’ su La7, alla domanda se correrà per la premiership, risponde: ‘‘Per la leadership se la vedranno le elezioni primarie. Primo, c’è ancora Berlusconi. Questa è una cosa che mi fa impazzire del centrosinistra, il fatto di parlare di nomi. Il centrosinistra da anni discute di nomi, in genere per uccidere il malcapitato che di volta in volta guida il partito o la coalizione. Adesso è il momento di affrontare la situazione politica e istituzionale molto seria che abbiamo davanti’. Contento, l’ex segretario e leader di Modem, per il successo del ‘Lingotto 2’ la convention di sabato a Torino. Un sondaggio dà già ai democratici lo 0,5 per cento in più, pari a 300 mila voti, dopo le proposte veltroniane. Sono giorni di pacificazione nel Pd. Veltroni su Bersani: ‘Sta facendo molto bene il suo lavoro ma è un problema di linguaggio che si usa’. Veltroni – conclude Casadio su LA REPUBBLICA - deve però ammettere di avere sbagliato ad esempio a candidare Calearo, che ha poi votato la fiducia a Berlusconi: ‘Ha dimostrato una qualità umana inadeguata’”. 

16. Bersani esulta: “Il partito c’è e vince”

Roma - “‘Visto che affluenza? Il Pd c’è, a dispetto di chi sostiene che sia irrilevante. E ha tutti candidati all’altezza’. Pier Luigi Bersani – scrive Goffredo De Marchis su LA REPUBBLICA - si gode la sua rivincita su Nichi Vendola, su chi lo aveva messo in croce dopo la debàcle alle primarie di Milano. ‘Quello è stato un caso a sé- dice facendo un passo indietro -. Stefano Boeri era un’ottima scelta. Ma partì tardi. Pisapia comunque non fu la vittoria di Nichi. Era una candidatura lanciata da mesi, che ha fatto breccia anche nei moderati’. Oggi però è il momento di guardare avanti e nell’analisi del segretario si coglie anche un riferimento alla competizione nazionale. Dove il concorrente del Pd dev’essere uno solo, non c’è spazio per altri. Appare lampante il messaggio a Walter Veltroni. Bersani tira fuori il jolly parlando del voto a Napoli. ‘Io continuo a difendere le primarie. Sono uno straordinario strumento di partecipazione e con le regole giuste ti danno una marcia in più. Noi a Bologna e Napoli adesso partiamo prima degli altri che non hanno ancora un nome. Però...’ Ecco il punto. ‘Il meccanismo ha bisogno di correzioni se non vogliamo rompere il giocattolo. Napoli in questo senso è una cartina di tornasole’. Nella città campana si è data la priorità alle primarie e ci si è ‘dimenticati’ della coalizione. È il metodo che Bersani contesta a Vendola, strenuo difensore delle primarie a tutti i costi. ‘Con il risultato - osserva il leader del Pd - che alcuni partiti del centrosinistra sono stati tenuti fuori’. L’Italia dei Valori, per esempio. Che oggi chiede a Cozzolino di ritirarsi, altrimenti si presenterà con un proprio candidato per il comune. Ma quello che non va è soprattutto la gara a tre dentro lo stesso partito. Il Pd ha schierato Cozzolino, Ranieri e Oddati. ‘A Napoli però si svolgevano primarie di coalizione, non c’eravamo solo noi. Ed è sbagliato - osserva Bersani - che il Pd si presenti con tanti candidati diversi. In una competizione dentro un’alleanza è bene che il partito si presenti nella maniera più unitaria possibile, dev’esserci una sintesi’. Questo è il punto delicato in vista di una possibile sfida nazionale. Il ritorno di Veltroni sulla scena e la sua possibile aspirazione a candidarsi per la premiership – prosegue De Marchis su LA REPUBBLICA - si scontrano con questa analisi di Bersani. Siamo perciò di fronte a una prima risposta, indiretta, alla manifestazione del Lingotto. Se il Pd farà delle primarie con altri partiti per costruire una coalizione il candidato dev’essere uno solo. Ossia il segretario in carica. È per ora una partita aperta, ma un accenno alla situazione napoletana e quindi alle regole da correggere Bersani lo farà all’assemblea nazionale che si tiene proprio a Napoli venedì e sabato. In quell’occasione il nodo dei ricorsi sarà già sciolto perché il candidato va festeggiato in pompa magna e lanciato dal partito tutto. Bersani lo ha spiegato ieri ai due dirigenti provinciali Nicola Tremante e Massimiliano Manfredi durante la telefonata con cui si è felicitato per la grande partecipazione. Bersani è abbastanza tranquillo rispetto alle sfide esterne e interne alla sua leadership. Il Pd ha commissionato una serie di sondaggi tra la base sul candidato più affidabile in caso di primarie. Il segretario vince sia su Vendola che su Veltroni. Ma nella gara per il candidato premier del centrosinistra – conclude De Marchis su LA REPUBBLICA - siamo ancora alla fase di riscaldamento”. 

17. Due o tre cose che sappiamo delle primarie

Roma - “Che farsa di dibattito, quello sulle primarie. Giuliano Pisapia – osserva Stefano Cappellini su IL RIFORMISTA - vince quelle di Milano battendo il candidato del Pd? Il suo diventa, grazie a una lettura pigra e sciatta, il trionfo di Nichi Vendola e la certi ficazione della morte del Pd. Gli aspiranti sindaci del partito di Pier Luigi Bersani vincono a Napoli e Bologna? Subito una lettura altrettanto sciatta racconta che il Pd si è preso la rivincita su Vendola e ipotizza una resurrezione. Non era vera la prima, non è vera la seconda. Tanto più che il Pd avrebbe da trarre maggiori motivi di preoccupazione dalla sconfitta di Umberto Ranieri a Napoli, politico di lungo corso e candidato ufficioso per il dopo lervolino, piuttosto che da quella di Stefano Boeri a Milano, figlia della solita improvvisata scelta tra i ranghi della società civile. Ma il dibattito a sinistra sulle primarie, per quanto farsesco, dice molto della situazione politica di paralisi assoluata nella quale ci troviamo. A difendere a oltranza questo abusato strumento di consultazione sono rimasti solo un pugno di reduci della stagione ‘nuovista’ del dopo-Tangentopoli. Si tratta spesso di rispettabili professori e onesti azzeccagarbugli, sempre pronti - in nome del culto della ‘democrazia decidente’ e di un malinteso richiamo alla primazia del popolo - a sopire qualsiasi serio tentativo per ridare al sistema dei partiti la dignità e la centralità che ha in tutte le democrazie occidentali. Non sfugge a nessuno che gli argomenti di questa cricca intellettuale, il cui nefasto influsso sul corso degli eventi nazionali non sarà mai abbastanza deplorato, sono gli stessi argomenti branditi da chi nega solo anche la possibilità di ragionare su un passo indietro di Berlusconi, cioè di un premier asserragliato a Palazzo Chigi a dispetto di tutto, come se la legittimazione elettorale fosse un salvacondotto buono a tacitare qualunque obiezione. ‘Deve decidere il popolo’, strepitano gli ultras delle primarie, ai quali non importa che la coalizione esprima il candidato con più possibilità di vincere ma solo che abbia il marchio del plebiscito, che poi ovviamente non arriva dal popolo, ma dalla minoranza di una minoranza. ‘Ha deciso il popolo’, gridano i berluscones, ai quali non interessa che la Costituzione affidi al capo dello Stato e al Parlamento la prerogativa di far nascere in Parlamento esecutivi alternativi. I berluscones e i primaristi, che nei momenti decisivi si danno sempre una mano a vicenda, coltivano del Parlamento e del suo ruolo la medesima concezione che ne aveva Benito Mussolini: ‘Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli’, disse il Duce in un celebre intervento. Loro hanno fatto di più: dopo vent’anni di retorica bipolarista ne hanno fatto un bivacco sordo e grigio”, conclude Cappellini su IL RIFORMISTA. 

18. La maledizione del Caucaso

Roma - “Nei loro racconti – scrive Franco Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - sulle guerre caucasiche dell’Ottocento, Puskin, Lermontov e Tolstoj concordavano su un punto: lo Zar vincerà, ma in futuro la Russia non riuscirà a controllare questa gente fiera, crudele e indifferente alla morte. Oggi la letteratura russa non offre punti di riferimento di simile grandezza, e lo Zar non esiste più da quasi un secolo. Ma la diagnosi non è cambiata. Il Caucaso del Nord ha brutalmente ricordato ieri alla Russia del duo Medvedev-Putin di essere ancora una spina nel fianco, e tramite i suoi guerriglieri-terroristi ha fatto scorrere un altro fiume di sangue dopo i quaranta innocenti assassinati dalle ‘vedove nere’ meno di un anno fa. Allora nella metropolitana della capitale. Ieri, per aumentare ancora l’eco internazionale della sfida al Cremlino, nel più grande aeroporto russo. La maschera della normalizzazione è stata così strappata ancora una volta, a dispetto dei ripetuti annunci di vittoria fatti dall’allora presidente Vladimir Putin. Quei proclami, altisonanti e imprudenti, servirono a distogliere ulteriormente l’attenzione di un Occidente già poco propenso ad appoggiare il separatismo ceceno. Ma sul terreno, in quel ‘maledetto’ Caucaso che continuava a non lasciarsi domare, il successo era più di apparenza che di sostanza. La capitale cecena Grozny, rasa al suolo dalle due guerre degli anni Novanta, era stata sì ricostruita, ma appena calato il sole la sicurezza rimaneva precaria. E soprattutto – prosegue Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - non appariva credibile la ‘soluzione politica’ caldeggiata dal Cremlino, con il proconsole Kadyrov eletto presidente a suon di spintarelle armate. Il potere moscovita si illuse forse di avere raggiunto i suoi tre obbiettivi strategici: evitare una secessione che avrebbe potuto dare cattivo esempio ad altri, contenere la spinta islamica capace anch’essa di portare a pericolosi contagi, e garantire la sicurezza di eventuali oleodotti amici. Ma l’ottimismo di quattro o cinque anni fa aveva i piedi d’argilla. Una parte delle forze di sicurezza e dei servizi militari russi mantennero la ferocia già ampiamente dimostrata sul campo, e a farne le spese fu probabilmente anche la giornalista Anna Politkovskaya, assassinata nel 2006. La rivolta, meglio controllata in Cecenia, si allargò a macchia d’olio coinvolgendo l’Inguscezia e soprattutto il Daghestan. I gruppi islamici antirussi divennero sempre più radicali e sempre più tributari di appoggi esterni, provenienti dal Pakistan come dalla Giordania, da Al Qaeda come dagli imparziali forzieri sauditi. Mosca aveva ormai davanti una jihad in piena regola, frantumata malgrado le ambizioni del capo-ribelle Doku Umarov ma capace di attaccare ogni giorno la polizia in Daghestan e capace, ora lo sappiamo, di provocare un massacro nell’aeroporto della capitale. Terrorismo interno caucasico e terrorismo nei luoghi simbolici della Russia continueranno a coesistere. Puskin, Lermontov e Tolstoj continueranno ad avere ragione. L’Occidente continuerà a schierarsi con Mosca, come è giusto che avvenga nell’ora delle stragi. Ma questa volta si affaccia una domanda in più: nel 2012 la Russia andrà alle urne, i caucasici hanno forse aperto a Domodedovo la loro campagna elettorale? C’è da augurarsi – conclude Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - che non sia così. Ma anche da ricordare che la violenza, più di Medvedev (atteso in visita ufficiale a Roma a metà febbraio), favorirebbe indirettamente Putin e il suo ritorno al Cremlino. Come altre volte”.

19. Caucaso, da carta vincente a tallone d'Achille di Putin

Roma - “Le televisioni – scrive Anna Zafesova su LA STAMPA - non hanno nemmeno interrotto le trasmissioni per dare notizia dell’attentato all’aeroporto di Mosca. Sugli schermi continuavano a scorrere talk-show e fiction, mentre i moscoviti allertati dal tam tam di sms si tuffavano in Internet oppure cercavano di sintonizzarsi sulle dirette della Cnn e della Bbc. I passeggeri che arrivavano agli imbarchi, all’altro capo del terminal di Domodedovo, non venivano informati dell’esplosione accaduta a poche decine di metri di distanza, per non creare panico. Dal blog su Twitter sono scomparse le foto e i video di un imprenditore che, essendo proprietario di una società che opera nell’aeroporto, era stato il primo a dare informazioni sulla nuova tragedia provocata dal terrorismo. E intanto per Mosca circolavano le voci più inquietanti, alle quali nel silenzio si cominciava anche a prestare fede: che c’era stata una seconda esplosione, che i morti erano almeno 70, che la polizia sapeva dell’attentato con una settimana di anticipo, ma non ha fatto nulla. Un’apatia che si è interrotta qualche ora dopo, con una raffica di edizioni speciali dei tg, commentatori che si strappano il microfono, e soprattutto i due leader Vladimir Putin e Dmitry Medvedev, che fanno a gara a promettere remunerazioni alle vittime e punizioni per i colpevoli. Uno spettacolo tragicamente già visto, con l’ex capo dell’antiterrorismo del Kgb colonnello Vladimir Luzenko che chiama a ‘lottare contro i vigliacchi che uccidono donne e bambini’, ma nessuno si interroga sulle eventuali responsabilità dei servizi. Anzi, il viceresponsabile del comitato per la Sicurezza della Duma, Ghennady Gudkov, mette in guardia contro le critiche agli organismi della sicurezza, eternamente al di sopra di ogni sospetto, mentre il politologo di regime Serghey Markov respinge l’idea di aumentarei controlli e le misure di sicurezza: ‘È comunque impossibile difendere tutti gli aeroporti e le stazioni’. Come a dire: ogni tanto un attentato ci sarà sempre, danni collaterali. Chi non ha accesso alle tv, come Boris Nemzov, leader dell’opposizione liberale appena uscito di prigione dopo un arresto per manifestazione non autorizzata nel centro di Mosca, ha argomenti più pesanti: nel 2000, quando Putin promise di ‘ammazzare i terroristi nel cesso’ gli attentati qualificati come terroristici in tutta la Russia furono 130, nel 2009 sono saliti a 750. Nei blog ieri sera – prosegue Zafesova su LA STAMPA - trovava sfogo la rabbia di chi chiedeva la testa dei capi dell’Fsb (l’ex Kgb) e del ministero dell’Interno, in carica da anni nonostante tutto. E anche i sospetti di chi teme che, nell’anno in cui comincia la grande sfida che tra un anno porterà i russi a scegliere tra Putin e Medvedev alla presidenza, il ritorno a sorpresa delle bombe cecene non sia casuale: ‘Vladimir Vladimirovic, l’avremmo rieletta anche senza questi effetti speciali’, era la battuta amara che rimbalzava su molti forum. Un sospetto tradizionale nella Russia di Putin, la cui carriera politica è nata come quella dell’uomo che avrebbe protetto il suo popolo dai terroristi caucasici. Nella Cecenia dichiarata ‘pacificata’ nel 2004 attentati, imboscate, bombe sono all’ordine del giorno. Ma è una guerra strisciante che non guadagna più l’attenzione dei media centrali, anche perché i soldati russi nel Caucaso non ci sono più, Grozny è governata dal putiniano di ferro Ramzan Kadyrov e lo stillicidio quotidiano di morti viene attribuito dall’opinione pubblica a faide ‘tipiche di quei selvaggi’. Dopo 150 anni dall’annessione, il Caucaso resta per i russi un territorio ostile e alieno, che non si può perdere anche perché è stato conquistato ad alto prezzo, ma non si può nemmeno integrare, tant’è vero che l’eufemismo ‘persona di aspetto caucasico’, emerso dai verbali dei poliziotti e contestato a lungo dai difensori dei diritti umani, oggi è entrato a far parte del linguaggio anche dei liberali, a giustificare un apartheid nascosto e onnipresente contro quelli che, almeno sulla carta, sono cittadini russi. Un territorio nemico, da affidare a fedelissimi di Mosca che con pugno duro governeranno i loro consanguinei, ottenendo in cambio carta bianca per corrompere, uccidere, far tacere, come Kadyrov. La Cecenia è un’osservata speciale dell’opinione pubblica mondiale, ma quello che avviene in Inguscezia, Daghestan e soprattutto KabardinoBalkaria è coperto dal silenzio. Sono nomi sulla mappa, quasi sconosciuti fuori dalla Russia, eppure è proprio da lì che vengono tutte le kamikaze delle stragi degli ultimi anni, così come da lì venivano gli autori delle esplosioni a Mosca che nel 1999 spinsero Putin a lanciare la seconda guerra cecena. Secondo Yulia Latynina, scrittrice, giornalista e profonda conoscitrice dell’area – conclude Zafesova su LA STAMPA - è in quelle repubbliche caucasiche che si annida e prolifera la guerriglia jihadista, alimentata dalla miseria, dalla disoccupazione, dalla corruzione e dallo strapotere dei clan al governo che si reggono sull’appoggio del Cremlino. 

20. Tassa soggiorno a 5% e addizionale Irpef subito sbloccata

Roma - “Cercare una sponda nei comuni – scrive Eugenio Bruno sul SOLE 24 ORE - per uscire dal pantano parlamentare in cui il fisco municipale rischia di affondare. È la strategia che il governo, sulla spinta pressante del Carroccio, sembra ormai intenzionato a seguire per mettere nell’angolo Pd e terzo polo e spingerli ad astenersi sul quarto decreto attuativo del federalismo. La conferma decisiva è giunta ieri durante l’incontro tra Roberto Calderoli e l’Anci. Il ministro della Semplificazione si è detto pronto ad accogliere gran parte delle modifiche proposte dai primi cittadini. A cominciare dallo sblocco delle addizionali Irpef, magari già nel 2011. Ai tre rappresentanti dell’associazione dei comuni (Osvaldo Napoli, Salvatore Cherchi e Angelo Rughetti) ricevuti a ora di pranzo al ministero dell’Economia, l’esponente leghista ha garantito l’intenzione di rendere di nuovo manovrabile l’addizionale comunale sull’imposta dei redditi, che è ferma dal 2008, in attesa di riformarla e accorparla più avanti alla compartecipazione al 2 per cento che il decreto attuativo riconosce ai municipi. Certo, resta da capire quale strumento disporrà lo ‘scongelamento’. La via più facile – un emendamento al decreto milleproroghe in corso di conversione da parte del parlamento – appare infatti difficilmente praticabile. Sempre nell’ottica di garantire ai municipi gettiti certi nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema l’esecutivo ha garantito che l’eventuale perdita di introiti dei tributi immobiliari (bollo, registro e ipotecario-catastale), su cui i comuni avranno una compartecipazione del 30 per cento, sarà a carico dello stato mentre verrà trasferito in periferia il possibile surplus. E rassicurazioni analoghe sono state fornite anche sulla perequazione. Al termine dei tre anni di transizione affidati al fondo di riequilibrio arriverà un fondo perequativo che sarà ‘verticale’, ha assicurato Calderoli, e verrà disciplinato da un decreto ad hoc anziché dal prossimo dlgs che il parlamento esaminerà, quello cioè su fisco regionale e costi standard. Musica per le orecchie dei sindaci che sono poi passati a illustrare le criticità della futura imposta municipale (Imu) sul possesso. L’aliquota per la nuova patrimoniale su seconde case, abitazioni di pregio e immobili strumentali all’esercizio d’impresa – prosegue Bruno sul SOLE 24 ORE - non sarà fissato dalla legge di stabilità, bensì dal decreto. Il quantum dovrebbe aggirarsi intorno al 7,5 per mille sebbene i conteggi dell’Anci siano più alti (sul punto si veda l’articolo qui accanto). Qualche dettaglio in più i primi cittadini l’hanno ricevuto anche su cedolare secca e tassa di soggiorno. A proposito della prima l’esecutivo avrebbe indicato nel 20 per cento la quota della compartecipazione all’imposta sostitutiva sulle locazioni che andrà ai municipi; sul secondo punto, sembra passata la proposta Anci di consentire la sua introduzione non solo nei capoluoghi di provincia ma in tutti i centri dotati, secondo le regioni, di vocazione turistica. Il contributo imposto ai turisti sarà calcolato in percentuale (si pensa al 5 per cento) per ogni notte d’albergo e modulato per categoria di struttura ricettiva, per periodo dell’anno e per tipologia di beneficiari (scolaresche, anziani, famiglie). Più avanti arriverà anche il superamento della diatriba Tarsu/Tia sui rifiuti. Il fine è chiaro: arrivare a un prelievo unico per finanziare i servizi ambientali; il mezzo pure: un decreto correttivo che tenga conto dei quattro fattori già indicati dal dlgs (superficie dell’immobile, rendita catastale, nucleo familiare e Isee). Tutti temi approfonditi da Calderoli nel pomeriggio in una riunione-fiume con il relatore di maggioranza Enrico La Loggia (Pdl) e in collegamento diretto con lo stato maggiore dei lumbard (Umberto Bossi, Roberto Maroni, Federico Bricolo, Marco Reguzzoni e Rosi Mauro) riunito nelle stesse ore a Milano. Al termine del summit La Loggia ha confermato che sono stati fatti passi avanti su ‘Imu, Irpef e tassa si soggiorno’ precisando che non ci sarà nessun nuovo testo ma solo l’inserimento delle modifiche ‘che recepiranno i punti dell’accordo raggiunto con i sindaci’. Non prima di domani, però. La maggioranza vuole attendere la pronuncia dell’ufficio di presidenza Anci. Nella speranza – conclude Bruno sul SOLE 24 ORE - di avere in mano l’asso decisivo da calare sul tavolo parlamentare”.

Speciale – Marcegaglia all’attacco

“Via Craxi, benefattore di Silvio”