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Intercettazioni. Sfatiamo qualche bufala

Le accuse, ripetute a oltranza dal Pdl, sono risapute: se ne fanno troppe, hanno un costo esorbitante e violano la privacy. Ma l’analisi dei dati porta a tutt’altre conclusioni

di Davide Stasi

Ieri abbiamo parlato del nuovo attacco portato dalla gang di Berlusconi ai magistrati e al loro principale strumento d’indagine, le intercettazioni telefoniche. Nell’avanzare la solita proposta di legge ritagliata sulla cronaca giudiziaria quotidiana e a difesa del padrone, sono state recuperate molte delle balle e delle mistificazioni emerse nel recente passato, già a partire dal 2008, anno in cui è iniziato il primo assalto alle intercettazioni.

Anzitutto si sostiene che le intercettazioni siano “troppe”. I dati dell’Associazione Nazionale Magistrati segnalano che in Italia avviene ogni anno una media di circa 100 mila intercettazioni. Un dato usualmente  strumentalizzato con lo slogan “in Italia siamo tutti spiati”. In realtà il dato non indica il numero di persone intercettate, ma il numero di utenze. E molte persone hanno più di un cellulare, oltre al telefono dell’ufficio e di casa. Chi delinque, poi, sa di correre il rischio di essere intercettato, dunque usa un gran numero di utenze per disperdere le tracce.

Questo fenomeno falsa le statistiche, tra le quali non viene mai citata quella più rilevante, ossia il rapporto tra intercettazioni autorizzate e numero di indagini aperte, che ha un valore percentuale nell’ordine dei decimali. Gran parte dei procedimenti, poi, riguardano reati che nulla hanno a che fare con la criminalità dei “colletti bianchi”. Si intercetta soprattutto per droga, omicidi, criminalità organizzata, violenze sessuali e affini. Le intercettazioni per reati relativi alla pubblica amministrazione rappresentano una frazione infinitesimale.

Altra bufala è quella dei costi. Giocando artatamente con le voci del budget della giustizia, si riesce a far passare l’idea che per le intercettazioni lo Stato spenda uno sproposito. In realtà, l’ammontare rappresenta poco più del 3 per cento del totale attribuito al Ministero della giustizia. Una percentuale che si potrebbe abbattere imponendo per legge la gratuità del servizio prestato dalle società telefoniche, per altro tutte concessionarie di Stato. Ma che soprattutto viene ampiamente riassorbita dal valore di ciò che l’amministrazione pubblica introita quando un reato viene scoperto e punito. Nell’inchiesta sulle scalate bancarie, ad esempio, sono stati spesi 8 milioni di euro per intercettare gli indagati, costretti poi, una volta giudicati colpevoli, a risarcire l’erario con 340 milioni.

C’è poi l’aspetto cruciale della privacy. Secondo la legge, i fatti di rilevanza penale possono essere pubblicati una volta che l’indagato, tramite i suoi avvocati, ne ha avuto conoscenza. Dal Pdl hanno proposto più volte che la pubblicazione venga procrastinata a dopo la sentenza, con ciò contraddicendo il valore di controllo sociale che ha la diffusione delle intercettazioni prima ancora del dibattimento. Un valore eccezionale, soprattutto quando si parla di personaggi pubblici o che rivestono un ruolo di rilevanza pubblica. Difficilmente le intercettazioni del barista che spaccia hashish sottobanco finiscono sul Corriere della sera. Più facilmente ci finiscono quelle dei grand commis di Stato, dei politici, dei magistrati, eccetera, ed è legittimo che sia così, perché in quel caso non si tratta più di privacy. Se un politico si definisce difensore dei valori cattolici, e al telefono bestemmia come un livornese o racconta delle sue performance con le prostitute, non commette reato, ma è legittimo che i suoi comportamenti vengano alla conoscenza dei cittadini.

Di fatto, solo in pochi casi i giornali diffondono notizie lesive della privacy. E per quei casi esiste una legge apposita, per altro una delle migliori d’Europa. Certo, come si sta constatando con il caso Ruby, le intercettazioni spesso finiscono per coinvolgere un gran numero di persone, che magari non c’entrano nulla o c’entrano solo incidentalmente. E spesso le loro parole finiscono in pasto all’opinione pubblica. Antipatico, questo è certo, ma insufficiente per gridare allo scandalo. Chi lo fa non ha a cuore la privacy e non si richiama a un’esigenza etica. Semplicemente, non vuole che si conoscano le porcate che ha commesso. 

Dunque, alla luce di quanto detto finora, l’unica domanda sensata da farsi è: possiamo accettare che, per arrivare ad arrestare e far condannare un criminale, la magistratura si intrometta nella sfera privata di un numero relativamente esiguo di cittadini? Se si guarda in modo oggettivo al rapporto tra costi e benefici, la risposta non può che essere affermativa.

Davide Stasi

 

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