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Obama ci riprova: e punta sul futuro

Una mossa abile, in occasione del discorso annuale sullo stato dell’Unione. Partire dai pessimi dati del presente per chiedere a tutta la nazione di compattarsi su una sfida epocale 

di Federico Zamboni

Dategli un discorso da fare, di quelli che spaziano a tutto campo tra le miserie della realtà e gli splendori dell’immaginario, e Obama se la caverà benissimo. Conosce perfettamente il mestiere, per così dire. Come ha dimostrato durante la trionfale campagna elettorale delle Presidenziali 2008, questo tipo di performance gli va a pennello. Senza esagerare in malignità si potrebbe affermare che è stato scelto appositamente per questo: ha l’aspetto giusto, quello di un cinquantenne giovanile e dinamico, sicuro di sé ma senza esagerare; ha la storia personale giusta, quella di un individuo che per emergere ha dovuto fare affidamento solo su se stesso; e soprattutto, una volta che lo si sia messo sotto i riflettori e davanti a un microfono, regge la scena con una sicurezza tale da sembrare persino spontanea. 

Forte di queste doti, Obama ha saputo sfruttare con grande accortezza il classico appuntamento di ieri col discorso annuale sullo stato dell’Unione. Invece di lasciarsi schiacciare dai dati negativi dell’economia statunitense, che continuano a essere critici in moltissimi ambiti e specialmente, ma non solo, in quello dell’occupazione, ha trasformato la plumbea ricognizione sul presente in una luminosa proiezione nel futuro. Richiamando espressamente il momentaneo sorpasso dell’URSS nella corsa allo spazio, quando nell’ottobre del 1957 i sovietici misero in orbita il primo satellite artificiale, lo Sputnik, e anticiparono così gli americani, Obama ha condensato la nuova sfida, questa volta con la Cina e con altre potenze emergenti come l’India, in una frase di sicuro effetto: «È il momento Sputnik della nostra generazione». 

Una variante dello «Yes We Can», evidentemente. A due anni dall’insediamento alla Casa Bianca, e in mancanza di miglioramenti sostanziali, Barack torna a giocare la carta dell’unità di intenti e della fiducia nel futuro. La volontà come rimedio taumaturgico a tutto quello che non va. A differenza del 2008, anzi, c’è anche il tentativo di acquisire l’appoggio degli avversari di sempre, i repubblicani, sostenendo che «gli elettori vogliono che i due partiti condividano responsabilità politiche» e avanzando una serie di proposte che sono notoriamente gradite al fronte conservatore. Ad esempio, la riduzione delle tasse societarie e un’ampia, anche se non indiscriminata, riduzione della spesa pubblica. Come ha appena sottolineato il Fondo Monetario Internazionale, del resto, proprio la questione del deficit è l’aspetto più preoccupante dell’economia statunitense. A maggior ragione, è il caso di aggiungere, visto l’incombente venir meno della supremazia valutaria del dollaro. Che, per dirla col presidente cinese Hu Jintao, è «un prodotto del passato».

Conscio di tutte queste difficoltà, Obama fa l’unica cosa possibile. Prende tempo. E in aggiunta, con una mossa indubbiamente abile anche se dagli esiti tutt’altro che sicuri, trasforma il rilancio del Paese in un compito non soltanto suo ma di tutti, nessuno escluso. Il “noi” dello «Yes We Can» rimane in piedi, ma se lo si dovesse scomporre si vedrebbe che è ormai cambiato: non più «IO e voi», ma «VOI e io». Datevi da fare, cari concittadini: oppure preparatevi al peggio.

Federico Zamboni

 

 

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