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Disoccupato? Diventa infermiere

In Italia mancano 50 mila addetti: una bella notizia, in apparenza. Ma purtroppo si ricollega all’espansione del settore sanitario privato a scapito di quello pubblico

di Pamela Chiodi

Se i dati sulla disoccupazione sono preoccupanti, non c’è da allarmarsi. Basta adeguarsi alle «nuove tendenze delle professioni richieste dal mercato del lavoro». 

Secondo uno studio di Unioncamere, la categoria più gettonata è quella degli infermieri. «Con oltre 4.500 assunzioni totali, metà delle quali difficili da reperire, è una professione richiesta soprattutto in Lombardia, con quasi 600 assunzioni che le imprese fanno tuttavia ancora fatica a trovare». Sono disponibili quasi il 50% dei posti di lavoro, ancora vuoti a causa dell’assenza di candidati. «In Italia mancano 50 mila infermieri a cui entro il 2015 si aggiungerà una quota consistente di medici specialisti. Sopperiscono gli immigrati, pari al 28% del personale infermieristico». A dare la buona notizia è l’Azione per la salute globale, l’Ong che sostiene il diritto alla salute. E che lancia anche un monito al governo italiano il quale, invece di spingere i propri giovani verso questa professione, preferisce recuperare manodopera altrove. 

In un report che sarà presentato tra qualche giorno al Forum Globale sulle risorse umane impiegate nella sanità, si afferma che «per compensare alla mancanza di personale sanitario, l’Italia si affida a medici e infermieri stranieri, contribuendo così ad acuire la carenza di professionisti sanitari nei paesi del sud del mondo. In Italia sono stranieri il 28,4% degli infermieri (in maggior parte di nazionalità rumena, peruviana e indiana) e il 4,4% dei medici» In più, ai cinquantamila infermieri che mancano sul territorio nazionale «si aggiungerà, da qui a cinque anni, un numero consistente di medici specialisti, soprattutto nei campi della radiologia, dell’anestesia e della pediatria». 

Nei paesi del “terzo mondo” non solo si saccheggiano le risorse energetiche, ma anche quelle umane. Per Uber Alberti, il presidente dell’associazione Cestis, il Centro di Educazione Sanitaria e Tecnologie Appropriate Sanitarie, «gli Stati dell’Unione Europea non possono sempre contare sulla migrazione per rispondere ai propri bisogni sanitari, anche perché così impoveriscono di professionisti i paesi in via di sviluppo che si trovano ad affrontare emergenze sanitarie. È arrivato il tempo che l’Europa metta a punto percorsi formativi qualificanti e argini questa fuga di cervelli dal sud al nord del mondo». Difficile poterlo fare in Italia: i tagli alla sanità pubblica rendono le nuove assunzioni un obiettivo se non illusorio quanto meno arduo. A causa della mancanza di fondi negli ultimi anni sono stati chiusi molti ospedali, soprattutto in quei piccoli centri, dove la presenza di strutture sanitarie rappresentava un grande valore sociale. 

Gli ultimi dati Istat parlano chiaro. «La spesa sanitaria pubblica italiana è molto inferiore a quella a quella di altri importanti paesi europei come Francia e Germania». Le malattie, però, di statistiche e tagli se ne infischiano. Colpiscono e basta. E chi ha bisogno di cure è costretto, se non può riceverle attraverso i servizi di assistenza statale, ad andarsele a cercare nelle strutture private, a pagamento. Cliniche e quant’altro che non a caso si sono moltiplicate negli ultimi dieci anni, ed è lì, probabilmente, che andranno a finire i cinquantamila infermieri. In base ai dati di Unioncamere, sul territorio italiano sono presenti quasi trentamila strutture sanitarie private, aumentate di circa il 4,2% rispetto al 2009. Urge personale, quindi. E se la sanità pubblica non funziona, e non può né assumere né curare al meglio , è ovvio che ci si rivolga a quella privata. Ciò non significa che sia migliore, e il caso del San Raffaele di Milano è solo un esempio.  

Di sicuro, poi, quella privata non è più conveniente della pubblica. L’ultimo rapporto sulla sanità del Ceis dell’Università Tor Vergata di Roma, indica che più di quattrocentomila famiglie si sono impoverite a causa delle spese sanitarie sostenute in proprio e rimaste a loro carico. «Un numero pari a circa l’1,5% del totale delle famiglie italiane, alle quali si aggiungono 861.383 famiglie (pari al 3,7% dei nuclei) che sono state soggette a “spese catastrofiche”, per effetto dell’incidenza sui loro bilanci delle spese sanitarie out of pocket». La potremmo chiamare “privatizzazione strisciante”. Ridurre ai minimi termini la sanità pubblica per favorire quella privata, a danno della collettività. Un disegno chiarissimo che corrisponde alle logiche liberticide del Gats, l’Accordo Generale sul commercio dei servizi, uno dei pilastri del Wto ancora in trattativa. Se dovesse essere approvato, ogni stato dovrebbe liberalizzare sia i sistemi formativi, ovvero scuola ed università, sia quelli sanitari. Così diventerebbero beni qualsiasi, a disposizione del miglior acquirente, e destinati solo a chi avrà i mezzi per usufruirne. 

Alla fine l’accordo arriverà in porto, e qui in Italia Berlusconi ne ha gettato le basi già due anni fa. Per risolvere i problemi del sistema sanitario, la «soluzione è il federalismo fiscale e la privatizzazione di molti ospedali pubblici», disse. Poi è passato ai fatti. Con il Decreto legge 112/2008, cioè la manovra finanziaria, ha previsto un “risparmio” nella sanità di 2 miliardi per il 2010 e di 3 per il 2011. Tradotto, significa svariati posti letto in meno, riduzione drastica del personale e l’ulteriore necessità per i cittadini malati di ricorrere alle strutture private. Dissanguandosi.

Pamela Chiodi

Secondo i quotidiani del 27/01/2011

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