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Battisti è un latitante. Punto

Dalla Francia al Brasile hanno abboccato all’amo delle sue presunte motivazioni politiche. Dando credito e protezione a un criminale comune senza nessun ideale

di Valerio Lo Monaco

Malgrado vi siano alcune voci, sempre le solite, che si ostinano a voler sostenere il contrario, commentare la situazione relativa al caso Battisti, ovvero alla sua estradizione dal Brasile, è estremamente semplice. Sempre che si vogliano usare la logica, il buonsenso, o molto più facilmente, la Costituzione Italiana. Cesare Battisti è un ex terrorista, non un rifugiato politico. Anzi, visto che non si è – o è stato – consegnato alla giustizia, è ancora un terrorista. È un uomo in fuga dalla galera italiana, non un romantico Che Guevara da nascondere in questo o quel Paese. È stato processato e condannato in contumacia, non deve dunque temere alcun linciaggio se non l'applicazione della nostra Giustizia.

Battisti è stato condannato all’ergastolo per aver partecipato, direttamente o indirettamente, a quattro omicidi commessi durante gli anni di piombo: il 6 giugno del 1978 Antonio Santoro, maresciallo della Polizia Penitenziaria, il 16 febbraio del 1979 Lino Sabbadin, un macellaio di Mestre, poi Pierluigi Torreggiani, a Milano, e infine, nella stessa città, Andrea Campagna, un agente della Digos. Arrestato in una operazione anti terrorismo a Frosinone, nel 1979, nel 1981 evase e fuggì in Francia e quindi, poco dopo, in Messico. Il suo ritorno a Parigi gli fece godere della dottrina Mitterand dove dopo varie controversie, nel 2004, stava per essere consegnato alla Polizia italiana. Ma a questo punto Battisti si rese latitante di nuovo e fece perdere le sue tracce. Fino al nuovo arresto in Brasile, il 18 novembre del 2009. L'ultimo atto è il recentissimo rifiuto del Presidente Lula di concedere l'estradizione. Ora la palla passa a Dilma Roussef, nuovo presidente del Paese verde oro.

In realtà non c'è molto da dire, in merito, se non rilevare due cose che troppo spesso, invece, si fa finta di perdere di vista. La prima è relativa a tutti quanti si ostinano ad affermare che i "conti", con gli anni di piombo, debbano essere definitivamente chiusi per fare andare avanti la storia del nostro Paese. Ebbene, a questi andrebbe ricordato che se è vero che si debbono chiudere i conti con il passato, ciò non significa che tali conti non debba pagarli nessuno, anzi. Al momento, gli unici ad aver pagato per quei conti sono state le vittime e i loro familiari, che aspettano giustizia dal 1979.

La seconda: è ridicolo che tra l'Italia e il Brasile si paventi, per risolvere la situazione, l'interruzione di alcuni accordi commerciali sino al momento in cui non sarà firmata l'estradizione di Battisti (così come sono ridicole, converrete, le dichiarazioni del caso dei vari nostri parlamentari): si parla di interruzione di una partnership militare che prevede la consegna di navi, missili e radar. Più che interrompere gli accordi si dovrebbe chiudere l'ambasciata del Brasile in Italia ed espellere (o trattenere come ostaggi?) tutti i brasiliani sul nostro territorio. Non si tratta di relazioni diplomatiche: il fatto di non consegnare alla giustizia italiana un latitante, da parte del Brasile, è un atto di grande gravità, al quale bisognerebbe rispondere con fermezza, se solo avessimo un governo (e un Paese) in grado di farlo.

Infine, di passaggio, ci sentiamo di sottolineare che è veramente irritante, e da decenni, ormai, continuare a doversi sorbire la faccia sorridente di Battisti mentre firma copie dei suoi lavori letterari. Battisti che ovviamente, pur latitando, non evita di andare in televisione e in giro per altri media a fare promozione ai suoi libri nel momento in cui, qui in Italia, da una parte si piangono ancora le sue vittime e dall'altra parte ex terroristi hanno giustamente già pagato, o stanno ancora pagando, né più né meno che per atti simili a quelli commessi dal nostro rivoluzionario in cachemire.

 

Valerio Lo Monaco

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