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Rifiuti in Campania. Lo scandalo senza fine

L’ultima puntata riguarda lo sversamento in mare di percolato altamente tossico. E secondo gli inquirenti coinvolge gli stessi vertici della Protezione civile, compresi Bertolaso e la sua vice Marta Di Gennaro

di Sara Santolini 

«Se su questa storia ci mette le mani un pm, ci faremo male tutti. Io al massimo mi farò qualche settimana a Poggioreale, ma qualcuno salta per aria». Generoso Schiavone, titolare della concessione per il ciclo di depurazione delle acque in Campania, sapeva che la situazione era pericolosa. Conosceva i meccanismi per far arrivare il percolato agli impianti di depurazione superando i limiti di legge ed eludendo i controlli, e anche ciò che andava fatto per evitare che le violazioni si tramutassero in guai legali. È di questo, tra le altre cose, che parlava al telefono nel dicembre 2007 con il professor Giovanni Melluso, incaricato della sovrintendenza scientifica sugli impianti di depurazione, facendo riferimento a una relazione da inviare al prefetto «per buttare fumo sul percolato». Adesso, sono entrambi stati arrestati assieme ad altre dodici persone. Ecco cosa si intende quando si parla dell’importanza di continuare a usare le intercettazioni.

L’inchiesta nella quale sono coinvolti si occupa appunto del percolato, il residuo liquido dei rifiuti, che è stato sversato lungo il litorale campano tra il 2006 e il 2009 recando danni ingenti all’ambiente e mettendo a repentaglio la salute delle persone che abitano la costa. Lo sversamento è stato effettuato senza limiti né controlli. In mezzo ai liquami sono finiti zinco, azoto e altre sostanze inquinanti. Già nel 2007 l’Arpac, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, aveva redatto una relazione nella quale, analizzando le acque reflue campane, i risultati attestavano «uno stato di sofferenza dello stato di ossidazione biologica dovuto anche alle modalità di immissione del percolato»

Oggi, quattro anni dopo, la Procura di Napoli sottolinea come molti degli indagati avessero un ruolo istituzionale che ne rende ancora più grave la condotta. Tutti hanno preferito far finta di niente, ignorando le segnalazioni su quell’inquinamento a dir poco sospetto. Ma sapevano. Negli atti si legge che «anche il Commissario straordinario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso e il suo vice Marta Di Gennaro avevano consapevolezza della problematica del percolato, e tuttavia lo gestivano con assoluta sufficienza, e soprattutto in dispregio di qualsiasi regola». Spesso, poi, facevano molto di più che chiudere un occhio sulla situazione. Cambiavano le regole a seconda delle necessità, modificando quantità e qualità delle sostanze che potevano finire nei depuratori, e di conseguenza in mare. 

Nell’inchiesta sono coinvolti anche il prefetto ed ex commissario straordinario per l’emergenza rifiuti Corrado Catenacci, la succitata Marta Di Gennaro, ex vice commissario di Giudo Bertolaso alla Protezione civile, il dirigente del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, l’ex governatore e commissario ai rifiuti e alle bonifiche Antonio Bassolino, l’ex capo della sua segreteria Gianfranco Nappi, e l’ex assessore udeur all’Ambiente Luigi Nocera. E altri ancora. Per tutti, l’accusa è di associazione a delinquere, truffa, falso ideologico in atto pubblico, smaltimento illecito di rifiuti e altri reati ambientali.

Ad aggravare il quadro, c’è il fatto che nella lista compaiono personaggi non nuovi a fatti di questo genere. Alcuni, in precedenza, erano già stati raggiunti da misure cautelari legate a responsabilità penali maturate proprio nella gestione dei rifiuti in Campania. Nonostante ciò, essi sono stati lasciati a ricoprire ruoli di responsabilità nello stesso campo. E c’è davvero da chiedersi, citando le parole del procuratore aggiunto Aldo De Chiara durante la conferenza stampa di venerdì scorso, «come si possa aver pensato di rivolgersi a questi personaggi che sono nuovamente tornati in auge». 

 

Sara Santolini

 

Abbiamo già parlato della “storia” dell’emergenza rifiuti in Campania qui

 

 

 

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