Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Un’altra Memoria: il Bloody Sunday

Quattordici civili uccisi senza motivo dal fuoco delle truppe britanniche. Una tragedia che risale al 1972 ma che resta attuale, visto il perdurare del dominio inglese sull’Irlanda del Nord

di Ferdinando Menconi 

Thirteen gone but not forgotten… Tredici andati ma non dimenticati, e in questa bolgia di giornate di memorie strumentalmente selettive, vogliamo ricordarle anche noi le 13 vittime del Bloody Sunday del 30 gennaio del 1972, anche se poi erano 14, ma uno, per le ferite riportate, morì qualche giorno dopo quando le prime canzoni erano già state cantate – le canzoni di popolo non quelle di successo commerciale – e così i 14 morti, nella memoria, resteranno per sempre 13.

13 manifestanti per i diritti civili, e non rivoltosi armati, caduti vittime del fuoco indiscriminato dei parà britannici sul loro pacifico corteo per i diritti civili: il più bel regalo che la Corona potesse fare all’IRA, facendo capire agli irlandesi che con le marce pacifiche non si conquista la libertà, che questa è sempre figlia del sangue, mai della saliva. Siccome, però, i macellai erano gli inglesi, notoriamente da sempre faro di libertà e democrazia, fin da prima dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo portato dal capitalismo della loro rivoluzione industriale,  il 30 gennaio è un anniversario da accantonare. Anche gli U2 hanno di fatto rinnegato la loro canzone e resta solo un eccellente film di Greengrass, premiato a Berlino. Per il resto è silenzio. Date se ne ricordano sempre tante, ma questa no.

Eppure in questo momento in cui a essere scossa da venti di rivolta è la costa sud del Mediterraneo, il mare che nella storia è stato quello che, probabilmente, ha visto più guerre e scontri di civiltà, il Bloody Sunday torna alla mente, per cercarvi chiavi di interpretazione di ciò che sta accadendo. Anche se, va detto, i parallelismi possibili sono decisamente pochini. Nel dubbio, però, meglio evitare del tutto: si potrebbe scoprire che un paese della sedicente Unione Europea ha ancora delle colonie al proprio interno e vi favorisce politiche discriminatorie, alla faccia degli accordi del Venerdì Santo.

Ricordare il Bloody Sunday è, soprattutto un modo per non dimenticare che esistono rivendicazioni di libertà e indipendenza ancora irrisolte nel cuore della cara vecchia Europa: mentre riusciamo a chiamare Insurgent  i Talebani, gli irlandesi, i baschi, i corsi, e la lista sarebbe ancora lunga, restano irrimediabilmente dei terroristi, se si azzardano a ricorrere alla violenza per rivendicare il loro diritto all’indipendenza nazionale. Meglio, quindi, dimenticare il Bloody Sunday e sorvolare, a maggio prossimo, sul trentennale dello sciopero della fame di Bobby Sands, anche perché fu vittima di quel modello di libertà di Margaret Thatcher. 

In fondo il Bloody Sunday non è stato risolto, e sepolto? Specie dopo la tempestiva, 38 anni dopo gli eventi, ammissione di colpa che gli inglesi hanno fatto su uno dei maggiori crimini commessi su una popolazione inerme nell’Europa del dopoguerra, perché quindi ostinarsi a ricordarlo? E ricordare, di conseguenza, che esistono ancora nazioni non riconosciute nel nostro continente, dove invece si legittimano entità nazionali fasulle e antistoriche quando fa comodo alla NATO e agli interessi economici in Turchia, che, sempre antistoricamente, si vorrebbe “Europa”.

La vecchia Irlanda, però, non ha gran bisogno che ci ricordiamo di Lei: ha sempre saputo sbrigarsela da sola, anche quando i Papi ordinavano Te Deum solenni per le vittorie protestanti, e sa bene come non far dimenticare agli inglesi. Quando, infatti nel 79, su un muro di Falls Road a Belfast, apparve la scritta Thirteen gone but not forgotten questa proseguiva con we had eighteen and Mountbatten, riferendosi ai 18 soldati inglesi, per buona parte parà, caduti nella, militarmente impeccabile, azione di guerriglia di Warrenpoint e alla uccisione dell’ultimo Vicerè dell’India, a memento che se i figli di Erin non erano sicuri nelle loro case, neppure la famiglia reale poteva dormire sonni tranquilli.

No, l’Irlanda non ha bisogno che noi ricordiamo, siamo piuttosto noi che abbiamo bisogno di ricordare come si lotta per la libertà e che prezzo questa abbia, e meglio faremmo, fra le poesie di Bobby Sands, a non citare tanto quella famosissima sull’allodola, bensì Teach your children, insegna ai tuoi figli, che si conclude con un perentorio: the power of an AK47. Questo, però, prima di insegnarlo ai bambini dovremmo ricordarcelo noi che, mettendo da parte le insignificanti e strumentali polemiche, facciamo parte di una nazione che è divenuta Stato, da neppure 150 anni, non certo lanciando fiori ad austriaci e francesi. Le nostre libertà democratiche, cavalcate dai pacifismi mulinocachemire, sono figlie di rivoluzioni, che in quanto tali sono atti di violenza e non balli di gala. Rivoluzioni la cui legittimità è sancita nella dichiarazione dei diritti dell’uomo: ma in quella nazionalista francese, non in quella globalizzante dell’ONU.

Ferdinando Menconi

 

Veneto. “Schei” alla caccia

Secondo i quotidiani del 31/01/2011