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Secondo i quotidiani del 04/01/2011

1. Le prime pagine

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “La Borsa promuove Marchionne”. Editoriale di Franco Venturini: “La fragilità del Faraone”. Di spalla: “La partita dei piccoli siriapre sul credito”. Al centro: “Gran Bretagna, muore per il virus A: paura sul set di Harry Potter” e “Bossi: cimici in casa e ufficio. La Procura apre un’inchiesta”. A fondo pagina: “Non si può mentire su Facebook”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Se vince il no salta Mirafiori”. Richiamo in prima pagina per l’intervista al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: “’Basta ideologie, i diritti non sono stati svenduti’”. Sulla colonna sinistra: “Voto, pressing di Bossi ‘Nel mio ufficio ho trovato microspie’” e il retroscena “La ‘cena degli ossi’ per andare alle urne’”. Al centro: “Nella chiesa d’Alessandria: ‘Sfidiamo il terrore pregando’” e “Per chi suona la campana”. A fondo pagina: “Il flop dei voti ai prof: niente pagelle su di noi” e “Quanto ci costano pc e tv in standby”.

LA STAMPA – In apertura: “La Borsa promuove la nuova Fiat”. Editoriali di Mario Deaglio e Lucia Annunziata: “Il mercato al posto della politica” e “A Mirafiori sinistra impreparata”. In primo piano: “La Sicilia assume altre 5 mila persone”, “Finisce pignorata la nave di Love boat” e “Dan Peterson torna a 75 anni”. Al centro foto-notizia con il titolo: “Cinepanettone, i Babbi si mangiano De Sica”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “La doppia Fiat vince in Borsa” . Editoriale di Giuseppe Berta: “L’uomo che parlava ai mercati” . In un box: “Primato di sanzioni Consob nel 2010. Vegas entra in carica”. Al centro: “Il fabbisogno 2010 scende di 19 miliardi. Sette idee sul debito”. A fondo pagina: “A Londra il roast beef costa un paio d’orecchini d’oro”.

ITALIA OGGI – In apertura: “L’abuso di diritto esonda”. Al centro: “Repubblica e Corsera danno una mano al Pd di Bersani per abbattere le primarie”. A fondo pagina: Il contraddittorio non è dovuto”.

IL GIORNALE – In apertura: “Tremonti, non fare Fini”. Al centro il caso Battisti: “In galera” e “E se la sinistra perdesse perché disprezza la gente?”. Di spalla: “Non più Occidente. L’Islam adesso punta i Cristiani” e “Ora la Calabria paghi il conto della malasanità”. A fondo pagina: “È ufficiale: Wojtyla sarà santo (subito)”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Fiat, sì della Borsa al piano”. Editoriale di Francesco Paolo Casavola: “La libertà religiosa porta alla pace”. Il colloquio: “D’Amato: ‘Ora Confindustria deve rilanciare sulle riforme’”. Foto-notizia su Sarah Scazzi con il titolo: “Il calendario e il tronista per Sarah, un ciclone su Avetrana”. Al centro: “Bossi: microspie nel mio ufficio”. A fondo pagina: “Partorisce a tredici anni” e “Adriano torna, il giallo resta”. IL TEMPO – In apertura: “L’Aquila senza Caritas”. Foto-notizia con il titolo: “Marchionne caterpillar. E la Cgil si incarta”. Editoriale di Mario Sechi: “Il fulgido esempio dei doppio pesisti”. Di spalla: “I residenti dell’Eur vogliono il Gp” e “Lo spettro delle primarie”. A fondo pagina: “Bonanni: La Fiom fa politica”.

LIBERO – In apertura: “ecco chi ci ha rovinato”.

IL FOGLIO – In prima pagina: “Casa Agnelli, auto o non auto non sarà più roba da Agnelli”, “La flemma tremontiana? Né meno tasse, né nuova patrimoniale alla Amato” e “Le sabbie mobili d’Egitto”.

L’UNITÀ – In apertura a tutta pagina la foto dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, con il titolo: “Ultimatum”.

2. La Borsa promuove la Fiat

Roma -"La Borsa promuove la nuova era della Fiat, da ieri divisa in due anche a Piazza Affari. Da un lato i camion e i trattori di Fiat Industrial, che archivia il suo primo giorno di quotazione a 9 euro per azione, identico valore di apertura e in rialzo del 3% rispetto al prezzo di riferimento fissato da Borsa italiana (8,73 euro). Fa meglio Fiat Spa, cui fa capo l’auto, che aveva iniziato la giornata a quota 6,90 euro e ha chiuso a 7 euro, in crescita del 4,91% sul prezzo di riferimento (6,69 euro) e con 48 milioni di azioni scambiate, pari al 4,4% del capitale. Sommati i valori di chiusura dei due titoli si arriva a 16,02 euro, in linea con le previsioni degli analisti ma con un premio di quasi il 4% rispetto a quei 15,43 euro con cui giovedì la vecchia Fiat (quotata dal 1903) aveva salutato il listino. Bene anche Exor, la holding della famiglia Agnelli, salita dell’1,01% a 24,93 euro”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “’Una giornata molto importante, punto di arrivo e di partenza per Fiat’ è il primo commento che l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, rilascia ieri, poco dopo le nove di mattina, nello storico salone delle grida di Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa italiana. Gli scambi, intanto, sono partiti a Piazza Affari; accanto a Marchionne, partecipa alla cerimonia di prima quotazione di Fiat Industrial, l’ad di Borsa italiana, Raffaele Jerusalmi che dà il benvenuto alla nuova Fiat e parla di ‘momento storico’. Marchionne continua a parlare della scissione dell’auto, un progetto varato lo scorso 21 aprile, e spiega, che ‘di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato non potevamo più continuare a tenere insieme settori che non hanno nessuna caratteristica economica e industriale in comune. Non è solo un concetto superato. Ha smesso di essere utile’. Ad alzare i toni della giornata sono, ancora, le difficoltà sul fronte delle relazioni sindacali, con la Fiom-Cgil che si oppone all’accordo a Mirafiori, dopo aver bocciato quello di Pomigliano. ‘La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom’, sostiene il manager italo-canadese affermando che, qualora al referendum dello stabilimento torinese dovesse vincere ‘il no con il 51% la Fiat non farà l’investimento’, previsto in un miliardo di euro. Marchionne affronta anche i delicati equilibri con Confindustria: un’uscita dalla confederazione, afferma l’ad, è ‘possibile, ma non probabile’ e poi passa alla questione Chrysler, escludendo al momento una fusione, ma sottolineando che Fiat potrebbe salire al 51% della casa di Detroit già nel 2011, possibilità che potrebbe intrecciarsi con la quotazione in Borsa del gruppo americano, prevista per ora nella seconda metà del 2011. L’accordo siglato da Fiat prevede una opzione a salire al 51% di Chrysler da esercitare tra il 2013 e il 2016. Il Lingotto potrebbe cercare di rinegoziare tale opzione, così da poter anticipare l’ascesa nel capitale. A patto però di rimborsare i prestiti governativi concessi alla Chrysler. Sulla neonata Industrial, Marchionne ha poi ribadito gli obiettivi da raggiungere e cioè ‘che i ricavi aumentino a un tasso medio annuo dell’11%, arrivando nel 2014 alla soglia dei 29 miliardi’. Anche il risultato della gestione ordinaria, secondo Marchionne, aumenterà in modo significativo, con un target di 3,3 miliardi nel 2014. Con la scissione (spinoff) del Lingotto si è assistito anche a una debacle in Borsa, complice forse anche la chiusura per festività del listino di Londra, (il London Stock Exchange) con cui Piazza Affari si è integrata dal 2007. In mattinata l’indice principale Ftse Mib è andato in tilt rendendo furiosi gli operatori per l’errore, i pasticci di comunicazione, la cancellazione di quasi un’ora di contratti conclusi nel primo mattino sui derivati e la riapertura di questo mercato solo nel pomeriggio di ieri”.

3. Marchionne: Fiat può produrre auto con o senza Fiom

Roma -“Se al referendum di Mirafiori vince il no con il 51%, la Fiat non farà l’investimento’. Mette le mani avanti Sergio Marchionne e, tanto per smentire chi se lo aspettava un po’ più conciliante dopo le feste di Natale, sfida il sindacato guidato da Maurizio Landini: ‘La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom’. Al debutto in Borsa di Fiat Industrial (‘Abbiamo il dovere di stare al passo coi tempi e di valorizzare tutte le nostre attività: di fronte alle grandi trasformazioni in atto nel mercato, non potevamo più continuare a tenere insieme settori che non hanno nessuna caratteristica economica e industriale in comune’), l’amministratore delegato del Lingotto non si risparmia nel menare pesanti fendenti contro il sindacato dei metalmeccanici Cgil e, più in generale, contro coloro che mettono in discussione il suo piano di rilancio dell’azienda torinese basato su 20 miliardi di investimenti in Italia e l’alleanza con Chrysler”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “È visibilmente soddisfatto Marchionne per l’andamento delle due Fiat in Piazza Affari (Industrial, al debutto, farà a fine giornata +3%, la Spa addirittura +4,9%), ma prima di lasciare palazzo Mezzanotte a Milano per una “puntata” in Svizzera dove risiede la famiglia, non si tira indietro di fronte alle domande di chi gli chiede conto dell’esclusione della Fiom dalla rappresentanza a Mirafiori e Pomigliano. ‘Fiat non ha lasciato fuori nessuno - dice ai cronisti -. Se qualcuno ha deciso di non firmare non significa che io abbia lasciato fuori qualcuno. La Fiat ha bisogno di libertà gestionale. Non può continuare a essere condizionata da accordi che non hanno più senso’. Al contrario, però, Marchionne spiega di non temere la gestione di un accordo che non ricevesse un consenso larghissimo. ‘Se il referendum di Mirafiori raggiungerà il 51% dei sì andremo avanti con il nostro progetto. La gente si deve impegnare a fare le cose’. Questo significa anche l’uscita della Fiat da Confindustria? ‘La vedo possibile, ma non probabile’, taglia corto il leader del Lingotto. Respinte al mittente le domande di dettagli su Fabbrica Italia. Per l’Ad del Lingotto sono richieste ‘ridicole e offensive’. Tanto da spingerlo a redarguire a muso duro i cronisti. ‘Non ho chiesto io allo Stato o ai sindacati di finanziare niente, è la Fiat che sta andando in giro per il mondo a raccogliere finanziamenti. Siete bravi a sindacare... Andate in giro voi e i sindacati a prendere i soldi’. E ancora, in un crescendo: ‘Vogliono vedere il resto degli investimenti? Ma che scherziamo? Sono appena tornato dal Brasile, dove ho inaugurato con l'ex presidente Lula una fabbrica a Pernambuco: nessuno si sarebbe mai permesso lì di farsi dare i dettagli dell’investimento. Non lo fa nessun altro Paese del mondo. Smettiamola di comportarci da provinciali: quando serviranno gli altri 18 miliardi li metteremo’. Positivo, questa volta, il giudizio sul governo: ‘Ho trovato molto incoraggiante il suo atteggiamento. Ci ha dato tutto l’appoggio necessario per portare avanti il discorso, riconoscendo in quello che sta facendo Fiat una cosa buona per il Paese’. Marchionne spiega che ‘questo è un momento molto importante per la Fiat, perché rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza’ e che Fiat potrebbe salire al 51% di Chrysler già nel 2011, qualora la quotazione in Borsa del gruppo americano avvenisse nel corso dell'anno. Lo stesso Marchionne raffredda però i facili entusiasmi: ‘È possibile, ma non probabile’. Oggi Fiat ha il 20% di Chrysler e potrà salire senza pagamento di alcun corrispettivo sino al 35% centrando tre obiettivi produttivi. Il Lingotto ha un ulteriore diritto call per acquistare il 16% del capitale fra il gennaio 2013 e il giugno 2016, fermo restando che non potrà possedere più del 49% del capitale Chrysler prima che sia effettuato il rimborso integrale dei finanziamenti concessi dai governi degli Usa e del Canada”.

4. Mirafiori, referendum entro il 15

Roma -“Il referendum sull’accordo per Mirafiori si terrà con buona probabilità alla fine della prossima settimana. Questo, perché gli operai dello stabilimento torinese (che Fiat vuole rilanciare investendovi un miliardo di euro per produrre 280 mila auto l’anno in jointventure con Chrysler) dal prossimo lunedì tornano al lavoro dalla ‘cassa’, per poi rientrare in Cig la settimana successiva. Aspettare, farebbe slittare la consultazione a febbraio: troppo in là”. Lo scrive La Stampa che prosegue: “I sindacati firmatari dovrebbero avviare le iniziative informative (per le assemblee non c’è più tempo) entro il 5 gennaio. Iniziative comuni, fanno sapere le sigle principali. ‘Il sì è decisivo per favorire il lavoro e lo sviluppo. Nei prossimi giorni, assieme agli altri sindacati firmatari, svolgeremo una capillare campagna di informazione finalizzata a un voto consapevole al referendum’ spiega il segretario Fismic, Roberto Di Maulo. Il referendum sarà decisivo per l’investimento di Fiat-Chrysler su Mirafiori: ieri l’ad Sergio Marchionne ha ribadito quanto prevede l’intesa, e cioè che ‘il progetto andrà avanti solo se il referendum raggiungerà il 51% dei sì’. La consultazione sarà un passaggio decisivo anche per Fiom, sempre più isolata e che appare prossima ad una resa dei conti, interna e con la Cgil della segretaria Susanna Camusso. Se il referendum promuoverà l’accordo per Mirafiori, il leader Fiom Maurizio Landini - che si oppone alla firma dell’intesa, anche tecnica come suggerito dalla Cgil nel caso vincessero i ‘sì’ e che ha organizzato lo sciopero del 28, nonché incontri con le forze politiche (oggi l’Idv di Di Pietro)- dovrà vedersela con la minoranza di Fausto Durante (‘Una firma per presa d’atto è l’unico modo per tenere vive le ragioni della Fiom dentro le fabbriche’), e con una possibile corsa al posto di ‘numero uno’ di Giorgio Airaudo, (‘L’azienda riapra la trattativa’), il responsabile nazionale dell'auto. Non solo: Landini dovrà fare i conti anche con Camusso, che potrebbe non ritenere più utile l’isolamento delle sue ‘tute blu’. Non a caso, ieri sera c’è stato un faccia a faccia tra i due leader. E non a caso si è parlato di ipotesi scissione, bollata dallo stesso segretario Fiom come ‘solo propaganda’. E se invece vincessero i ‘no’? Landini si rafforzerebbe. ‘Ma sarebbe una vittoria di Pirro’ dice il numero uno Uilm, Rocco Palombella, che invita le tute blu Cgil ad ‘assumersi la responsabilità di dire sì e no, sapendo che il no significa non fare l’investimento su Mirafiori’”.

5. Sacconi: Basta ideologie, diritti non sono stati svenduti

Roma -"‘L’accordo del 1993 è morto’, dice Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, guardando alla svolta impressa nelle relazioni industriali da Sergio Marchionne. L’ad della Fiat ha fatto cadere l’ultimo tassello, quello della rappresentanza sindacale, ‘perché - aggiunge Sacconi - quell’intesa, già debole in partenza, è stata svuotata autonomamente dalla maggioranza delle parti sociali e sostituita con il nuovo sistema di contrattazione nel 2009’. Marchionne considera "offensivo" chiedergli conto del progetto Fabbrica Italia. Ma non è legittimo voler conoscere, visti gli interessi coinvolti, le prospettive del nostro più grande gruppo industriale? Sono sufficienti le parole di Marchionne?”. Lo scrive La Repubblica che prosegue: “” ‘Il progetto Fabbrica Italia è stato declinato da Marchionne in più sedi, anche istituzionali, ed è evidente che esso rappresenti un "work in progress" con gli andamenti del mercato. Ma ha una caratteristica come premessa: saturare tutti gli impianti produttivi al netto di quelli di Termini Imerese e di Imola. Viene confermata la validità e la vitalità degli stabilimenti attraverso un sistema di relazioni industriali che ne consente la piena utilizzazione. Penso che Marchionne ritenga offensivo quel sospetto continuo circa le sue buone intenzioni nel momento in cui i fatti si sono finora incaricati di renderle credibili. C’è un’Italia dalla bocca storta a cui danno fastidio i fatti anche quando due più due fa quattro. È un’Italia che non può sorprendersi di essere minoritaria perché i più avvertono il dovere di essere ottimisti, quanto meno della volontà’. Anche a scapito dei diritti dei lavoratori? ‘Questo è davvero offensivo per tutti coloro che si sono assunti le responsabilità in questa vicenda. Ma si può davvero pensare che Cisl, Uil, Ugl e Fismic abbiano fatto un accordo svendendo i diritti dei lavoratori? Bisogna avere rispetto per le reciproche posizioni. I diritti sono regolati dalle leggi. I contratti li possono promuovere o sostenere con le tutele’. Però a Pomigliano e Mirafiori non si potrà scioperare proprio contro questi accordi. ‘Non è vero. La vera novità di questi accordi è che finisce il tempo del rigido controllo sociale della produzione’. Cosa vuol dire? ‘Significa che i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e della produzione sono imposti dall’andamento del mercato. Questo nell’interesse dell’azienda e dei lavoratori’. Ma questa non è la fine del sindacato? ‘Questa è la fine di un controllo sociale rigido sull’organizzazione del lavoro e della produzione’. Cioè l’impresa che vince sui lavoratori? ‘È la vittoria di entrambi perché il sindacato moderno non ha problemi a mettere in gioco la maggiore flessibilità organizzativa dell’azienda in cambio di occupazione e salario. Non ci sono più interessi divergenti, gli interessi sono condivisi. E devono esserlo le fatiche come i risultati. Questa è la fuoriuscita dall’ideologia che ha realizzato la bassa produttività e i bassi salari. Che ora devono crescere con la maggiore produttività e la minore tassazione voluta dal governo’. È moderno il fatto che i lavoratori iscritti alla Fiom non avranno più i propri rappresentanti sindacali a Mirafiori? Le sembra democratico che i rappresentanti non siano scelti dai lavoratori ma indicati dai sindacati che hanno firmato? ‘Ciascuno continuerà iscriversi al sindacato che vorrà e a scegliere i propri rappresentanti. Le modalità di funzionamento di una democrazia possono essere diverse e oggi sono ampiamente garantite dallo Statuto dei lavoratori. Chi firma un accordo può anche stabilire canali di comunicazione privilegiati, ma questo non impedisce agli altri di organizzarsi dentro e fuori i luoghi di lavoro’. La Fiom resterà fuori. Non è la stessa cosa. ‘Resta la libertà di associazione sindacale. Poi, auspico che in futuro si trovi un nuovo accordo sulla rappresentanza sindacale’. Perché si ostina a non intervenire con una legge sulla rappresentanza? L’unità sindacale non c’è più. Non spetta alla politica assumersi la responsabilità di affrontare un tema che riguarda la democrazia? ‘Perché quello della legge sarebbe un atto sgradito a tutti tranne che alla Cgil. Poi verrei meno a una mia dichiarata convinzione di sussidiarietà verso le parti sociali nella loro duttile capacità di adattarsi reciprocamente’. Marchionne, per i valori che esprime e per il modo con il quale li manifesta, è un uomo di destra? ‘Credo che Marchionne considererebbe offensiva anche questa domanda. È una domanda da mondo antico. Non è né di destra né di sinistra realizzare un investimento, raccogliere sul mercato le risorse, garantire reddito e occupazione ai lavoratori e un ritorno agli azionisti. È il dovere di un buon manager in ogni latitudine geografica e politica’”.

6. Bossi, cimici a casa e in ufficio

Roma -“L’inchiesta ‘cimici’ è ufficialmente partita. Dopo le rivelazioni di Umberto Bossi sulle microspie trovate a Roma nell’ufficio del ministero per le Riforme e nella sua casa di Porta Pia, ieri la procura della Capitale ha aperto un fascicolo contro ignoti sulla base di quanto detto dal leader della Lega in vacanza nell’amata Ponte di Legno”. Lo scrive il Corriere della Sera, che prosegue: “Chiacchierando l’altra notte con i giornalisti, il Senatùr ha raccontato che la sua segretaria ‘un paio di mesi fa si è insospettita perché troppa gente sapeva quello che io avevo detto solo a lei. Così sono stati fatti dei controlli e hanno trovato una cimice nel mio ufficio al ministero e diverse nella mia casa di Roma’ . I reati ipotizzati dagli inquirenti sono quelli previsti dagli articoli 617 e 617 bis del Codice penale: ‘Cognizione, interruzione o impedimento illecito di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche’ e ‘installazione di apparecchiature atte a intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche’ . La polemica che si è scatenata ieri, però, ha investito direttamente il Viminale e il ministro dell’Interno Roberto Maroni perché Bossi ha ammesso di non aver mai presentato denuncia chiamando in causa proprio il compagno di partito: ‘Abbiamo aspettato troppo, abbiamo chiamato un privato per la bonifica. Non volevo far casino, tanto un’inchiesta non trova niente e io sono uno che tende a minimizzare. Ho avvisato Maroni, che ha mandato un po’ di suoi uomini’ . Ed è appunto sulla mancata denuncia ‘per consentire la doverosa salvaguardia delle istituzioni pubbliche’ , sulla bonifica privata e sulla comunicazione in via del tutto ufficiosa al ministro dell’Interno che si sono concentrati gli attacchi degli avversari politici, in alcuni casi increduli che il fatto in sé sia mai accaduto. Per il leader dell’Idv Antonio Di Pietro ‘se quello che ha raccontato Bossi è vero, è grave. Spiace che un ministro in carica non senta il bisogno di denunciare subito un tentativo d’intrusione così lesiva ai suoi danni’ . ‘La procura deve aprire un fascicolo anche a carico dei ministri Bossi e Maroni’ , chiede l’avvocato Giuseppe Rossodivita, segretario del Comitato radicale per la giustizia ‘Piero Calamandrei’ , citando l’articolo 361 del Codice penale ‘che punisce il pubblico ufficiale che omette o ritarda di denunciare all’autorità giudiziaria un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni. Vedremo — conclude il penalista— se prevarrà ancora l’arbitrio o il diritto e la legalità costituzionale’ . Il Pd, con le parole del deputato Ettore Rosato, componente del Copasir, si dichiara ‘stupito’ che il leader leghista ‘non abbia voluto rivolgersi, e con la fretta del caso, alle autorità competenti’ . Infine Pierluigi Mantini, dell’Udc, si appella al Viminale: ‘È bene che il ministro Maroni riferisca con urgenza sull’episodio. La prassi di spiare in sedi istituzionali o private la vita di membri del governo non può non destare allarme’ . I centristi, poi, avanzano persino qualche sospetto: ‘Certo che i fatti sono inquietanti al punto da far sorgere il dubbio che la cimice possa essere una bufala, o peggio, il tarlo di una persecuzione finalizzata alle elezioni anticipate’”.

7. Il Viminale controllò, non c'era nulla

Roma -“Di ‘cimici’ ritrovate nell’ufficio al ministero per le Riforme o nell’abitazione romana di Umberto Bossi, almeno nei documenti ufficiali, non c’è traccia. Né tantomeno, almeno a quanto risulta al Viminale e ai responsabili dei nostri servizi segreti, microspie sono state rinvenute durante la bonifica che, almeno inizialmente, è stata eseguita da una ditta privata e, poi, ripetuta da agenti di pubblica sicurezza. L’allarme è scattato un paio di mesi fa, quando il leader della Lega Nord ha detto di aver raccontato della presunta presenza di apparecchiature per lo spionaggio nelle stanze del dicastero e nella sua casa nella zona di Porta Pia al ministro dell’Interno e compagno di partito Roberto Maroni”. LO scrive il Corriere della Sera, che prosegue: “A insospettirsi — ha raccontato il Senatur domenica notte a Ponte di Legno, conversando con i giornalisti— è stata la sua segretaria. Che era preoccupata— ha aggiunto— perché troppa gente sapeva quello che aveva detto solo a lei al ministero. Bossi ha minimizzato, sottolineando il motivo per il quale ha evitato di presentare denuncia: ‘Non volevo far casino, tanto un’inchiesta non trova nulla’ . E ha poi rivelato di aver comunque avvisato Maroni, che ‘ha mandato un po’ di suoi uomini’ . Un racconto, quello del ministro per le Riforme, che ha immediatamente convinto il procuratore Giovanni Ferrara ad avviare un’inchiesta per accertare cosa sia effettivamente avvenuto. Ma è dal momento in cui al Palazzo di giustizia è stato aperto il fascicolo che sono emerse le prime contraddizioni con le parole dell’esponente di governo. Innanzitutto, negli uffici di piazzale Clodio — almeno a una prima, parziale verifica sulle segnalazioni inviate dalle forze dell’ordine negli ultimi tempi— non è stato trovato alcunché sulla presenza di ‘cimici’ nelle stanze di largo Chigi assegnate al dicastero o nell’appartamento capitolino del leader leghista. E le toghe— seppure informalmente — hanno specificato che, nel caso in cui fossero state effettivamente rinvenute delle microspie, gli agenti che le avevano individuate sarebbero stati obbligati a redigere e inviare un rapporto anche in assenza di una denuncia da parte dell’interessato. Nessuna dichiarazione, nè presa di posizione ufficiale, neanche dal Viminale. Dove, comunque, all’epoca la segnalazione di Bossi non è stata affatto sottovalutata. Anzi. Vista la delicatezza della situazione (e gli inevitabili e gravi risvolti che avrebbe avuto l’eventuale scoperta di attrezzature capaci di registrare i colloqui di Bossi) sono subito scattati i controlli. Che avrebbero visto in prima fila anche gli 007 dell’Aisi, l’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna (l’ex Sisde). Ricerche che gli esperti dell’intelligence avrebbero eseguito in maniera approfondita, scrupolosa. Ma che non hanno portato ad alcun risultato concreto. Come del resto avviene quasi sempre: ‘Se segnalassimo tutte le verifiche effettuate quotidianamente che non portano al ritrovamento di microspie, la procura rimarrebbe ingolfata...’ , ha fatto notare un investigatore. Nessuna ‘cimice’ , dunque, negli uffici del ministro e nell’appartamento che occupa nei giorni in cui si ferma nella Capitale. E alla stessa conclusione — almeno secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi — pare siano arrivati i tecnici della società privata convocati per la prima bonifica”.

8. Gli uomini del premier: "Trovati i dieci voti"

Roma -“Berlusconi è stato invitato alla tradizionale ‘cena degli ossi’ che ogni anno Bossi, Tremonti e Calderoli organizzano a Calalzo di Cadore. L’appuntamento conviviale è per stasera ma il premier è incerto se andare. Ha una serie di impegni a Milano, in particolare deve incontrare, insieme a Daniela Santanché, Alberto Torreggiani, il figlio del gioielliere ucciso in un attentato dei Pac di Cesare Battisti. L’incontro è previsto per mezzogiorno per cui il Cavaliere avrebbe tutto il tempo per recarsi lassù in montagna. E ciò avrebbe il significato di smentire gli attriti e i dissapori con il Senatur e il ministro dell’Economia. Con il primo che fissa aut aut (o la maggioranza si allarga veramente e approva il federalismo fiscale o si va alle urne); il secondo che chiude sempre la borsa delle finanze e pensa di succedere a Palazzo Chigi con la sponda proprio di una parte dei leghisti (questa è la tesi sospettosa dei berlusconiani soprattutto di fede lettiana)”. Lo scrive La Stampa, che prosegue: “Insomma, Berlusconi d’istinto non vorrebbe andare anche se sa che la sua presenza alla cena sarebbe un bel colpo di teatro alla vigilia della ripresa politica e a pochi giorni dall’annuncio di nuovi rinforzi. Sì, perché a Palazzo Grazioli confermano che il presidente del Consiglio la prossima settimana annuncerà l’arrivo di 10 deputati nella maggioranza che consentiranno di formare un gruppo di responsabilità nazionale. Stabilizzando così il governo e riequilibrando i numeri in quelle commissioni che dovranno esaminare a gennaio i decreti attuativi del federalismo fiscale e il fondamentale decreto milleproroghe. Gli uffici di Palazzo Chigi non sono stati ancora allertati dello spostamento del premier in Cadore, ma lui è un uomo sorprendente e chissà..., magari farà una sorpresa. Resta il fatto che ai ministri sentiti al telefono ha detto che con la Lega va tutto bene. ‘Sono tutte balle quelle che scrivono i giornali. Con Bossi siamo d’accordo su tutto’. Un modo, poco credibile, per avallare l’ipotesi che i due giochino al poliziotto buono e poliziotto cattivo. Con Bossi (e Calderoli) nella parte del cattivo che con lo spauracchio del voto portano a più miti consigli gli oppositori, a cominciare dall’Udc di Casini. ‘Io cattivo?’, si chiede Calderoli. ‘Io sono il buono. Prima di tutto non faccio un passo senza sentire i capi. Non è vero poi che ho posto un aut aut. Le scadenze ci sono e io non faccio altro che ricordali. E non lo faccio per federalismo, che passa perché io sento tutti anche nell’opposizione, ma il problema è il decreto milleproroghe che entra in Parlamento a costo zero e può uscirne con qualche miliardi di spesa’. Il capogruppo Pdl al Senato Gasparri conferma che l’alleanza Pdl-Lega è salda. Tuttavia dal Pdl arrivano bordate come quella di Osvaldo Napoli che ai leghisti ricorda che ‘una maggioranza più ampia è un obiettivo possibile se tutti gli alleati si impegnano per raggiungerlo. Il premier Berlusconi non va lasciato solo in un compito difficile e impegnativo, ma essenziale per superare una fase di oggettiva difficoltà del Paese’. Per Napoli ‘insieme si va avanti nella legislatura oppure insieme si marcia verso il voto anticipato. Starsene alla finestra e vedere quel che fa Berlusconi non è una scelta nobile per un alleato’. In effetti a Berlusconi converrebbe andare alla ‘cena degli ossi’ per fugare tutti i sospetti tra alleati. Forse preferisce seguire da vicino il "reclutamento" delle nuove leve della maggioranza . ‘Ne ho contatto 30 per prenderne 10’, ha confidato in questi giorni a chi lo ha sentito. Ma intanto si cura del restyling del Pdl e di un possibile cambiamento di nome, per tenersi pronto in caso la situazione inclinasse verso le urne. È stata smentita l’ipotesi di adottare il nome ‘I popolari’: un nome preso in considerazioni tra altri, che avrebbe un ottimo appeal ma anche tante controindicazioni a cominciare da una questione di copyright che già l’ex segretario del Ppi Castagnetti ha sollevato. E poi gli ex An La Russa e Gasparri non sono d’accordo”.

9. Segnali dall'Udc sul federalismo

Roma -“Due sere fa Silvio Berlusconi ha rassicurato Umberto Bossi. Gli ha chiesto di modificare il tenore delle sue esternazioni ed è stato subito dopo accontentato (virata di 180 gradi del Senatur, chiacchiera notturna con le agenzie stampa e approdo sull’improbabilità del voto anticipato). Ma soprattutto gli ha assicurato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che tutti i decreti che riguardano il federalismo saranno approvati senza problemi in Parlamento. Come fa il Cavaliere ad essere così sicuro? Semplicemente perché si tratta di un falso problema: lo dicono alcuni ministri leghisti in privato, lo sanno coloro che ascoltano le indiscrezioni che arrivano dall’Udc, pronto a dare una mano in caso di rischi reali (si può fare di tutto pur di non concedere le urne a Bossi), lo prevede il presidente del Consiglio, che continua a lavorare sulla costituzione di un nuovo gruppo parlamentare in grado di riequilibrare la situazione in molte commissioni della Camera. Sembra che i lavori siano a buon punto, che i deputati che hanno un dialogo aperto con la maggioranza siano più di venti, che l’obiettivo minimo del premier sia di una decina di persone. Da sommare ai due tronconi principali, Noi Sud e il Pid di Saverio Romano, che oggi si trovano nel Misto e che domani (anche se alcune gelosie rallentano la ricerca della persona che dovrebbe guidare la nuova formazione) potrebbero essere fra i soci fondatori di un gruppo parlamentare di responsabilità nazionale che allarghi la maggioranza. Se il federalismo non corre rischi, se questa è la certezza del premier, resta lo stesso un elevato rischio di elezioni anticipate. Nei momenti di sconforto il capo del governo ammette che i suoi sforzi potrebbero non bastare, in qualche caso ammanta di fatalismo una sorta di previsione, le urne piuttosto che altro, e c’è anche chi si chiede se lo stesso Berlusconi non si prepari a dire che ha fatto di tutto per evitarle proprio perché sa già oggi che le elezioni anticipate arriveranno”. Lo scrive il Corriere della sera, che prosegue: “Di certo le prepara, per evitarle o per affrontarle: sta vagliando lunghi elenchi di giovani da lanciare sulla scena nazionale, alcuni presenti nei Consigli regionali, altri nelle istituzioni comunitarie; continua ad avere in mente un restyling del partito, a cominciare dal nome; si preoccupa più che in altri momenti di tutte quelle misure che possono avere una conseguenza immediata sui livelli di consenso. Nessuno ha chiarito una lite, ufficialmente smentita da Palazzo Chigi, con il ministro dell’Economia. Ma con chi ha i cordoni della finanza pubblica si può litigare anche in vista del voto anticipato, sospetta più di qualcuno dentro la maggioranza. Difficilmente chi sta a Palazzo Chigi non è tentato da qualche misura economica che in qualche modo, diciamo così, possa rendere meno difficile l’esito finale di un turno elettorale. Di certo su Tremonti gli sfoghi del premier riguardano proprio la flessibilità dei nostri conti pubblici. Il titolare dell’Economia non fa mistero in privato di considerare il voto un’ipotesi molto reale, e in quel caso ritiene che le nostre finanze siano da considerarsi al sicuro, più che stabili. Ma allora, si chiede il premier, se non esistono rischi in caso di urne perché ne dovrebbero esistere per finanziare qualche misura nuova di sostegno all’economia? Dal suo punto di vista è una contraddizione, dal punto di vista di Giulio Tremonti ovviamente è vero il contrario. Ieri pomeriggio, dopo aver partecipato ai funerali del militare ucciso in Afghanistan, Berlusconi si è concesso qualche ora di svago fra i negozi del centro. Oggi potrebbe fare visita ai giocatori del Milan, in transito nella Capitale. Poi dovrebbe fare rientro a Milano Mentre Tremonti, in serata, accoglierà Bossi nella sua casa di Lorenzago. Non è escluso che il leader della Lega possa avere in giornata anche un incontro con il presidente del Consiglio”.

10. Il Pd ripensa le primarie: serve un tagliando

Roma -“Gli amanti dei gazebo dovranno rassegnarsi. Mentre in Francia parte la corsa in casa socialista, nel centrosinistra italiano la stagione delle primarie è al tramonto. Il ‘mito fondativo’ del Pd sembra destinato a finire in soffitta, o quantomeno in officina. ‘Le primarie hanno bisogno di un tagliando’ , volta pagina il bersaniano Davide Zoggia, esponente della segreteria del Pd, dopo aver letto Giovanni Sartori sul Corriere e Ilvo Diamanti su la Repubblica. E con la minoranza è di nuovo scontro. I due politologi concordano sul fatto che le primarie, per come sono state interpretate, facciano male al Pd e Sartori prevede per i democratici ‘una catastrofe’, nel caso in cui Nichi Vendola dovesse correre per la premiership e vincere la sfida”. Lo scrive Il Corriere della Sera, che continua: “Le primarie, è la sua tesi, estremizzano la scelta degli elettori, con il rischio di incoronare un candidato ‘sbagliato’ e ‘perdente’ . Parole che Pier Luigi Bersani ha confidato ai suoi di aver apprezzato, perché vi ha trovato conferma che il suo percorso è quello giusto. Nei prossimi giorni il segretario ribadirà il suo appello a tutte le opposizioni per un ‘patto costituente’ , che metta insieme il più ampio fronte possibile. Prima il programma, poi la coalizione e infine la scelta del candidato, è la tabella di marcia di Bersani e del suo vice Enrico Letta, tra i primi a indicare la rotta nell’alleanza con il terzo polo. ‘Vendola, con il suo vendolacentrismo, sta uccidendo le primarie— attacca il lettiano Francesco Sanna— Le primarie hanno senso nel partito, più che nella coalizione’ . Il ‘fuoco amico’ sulle primarie allarma i veltroniani, che temono la messa in discussione dello strumento che incarna la vocazione maggioritaria del Pd. ‘Le primarie non sono un optional, sono l’identità di un partito aperto, dove oltre agli iscritti contano gli elettori — avverte Walter Verini, di Modem—. Se tolgono le primarie e privilegiano le alleanze rispetto ai cittadini, la natura del Pd cambia e noi non siamo d’accordo’ . Beppe Fioroni va oltre, per lui se le primarie non funzionano la colpa non è certo dello strumento: ‘Se il primo partito di opposizione candida il segretario e lui viene sconfitto, non vuol dire che le primarie sono sbagliate, ma che il Pd è tutto da rifare’ . E il senatore Stefano Ceccanti spiega come il nodo non sia tecnico, quanto politico: ‘Perseguendo la strada di un Pd che ambisce a rappresentare solo la sinistra tradizionale, si finisce per dover delegare la leadership ad alleati, con o senza primarie’ . I gazebo per le amministrative sono già in cantiere e si faranno. Ma la segreteria pensa ad ‘aggiustamenti’ delle primarie, tanto che Zoggia annuncia un ‘ampio confronto negli organismi del partito’ . Nel mirino c’è lo statuto e Giorgio Merlo, ex Popolare vicino a Franco Marini, chiede che venga modificato: ‘Non è un dogma di fede’ . In difesa delle primarie si schierano invece i ‘rottamatori’ di Matteo Renzi e Pippo Civati, che in attesa di riunirsi il 16 gennaio a Bologna preparano il ‘manifesto del partito dei giovani’ , destinato a diventare un libro”.

11. La "cena degli ossi" per andare alle urne

Roma -"Questa potrebbe essere la svolta delle ultime ore. Un appuntamento conviviale per i lumbard, che può diventare uno snodo esiziale per la legislatura. Il padrone di casa è il ministro dell’Economia, che è già in loco (ieri, muto come un pesce, sciava sulle piste tra Auronzo e Misurina) e che come ogni anno, tra San Silvestro e la Befana, riunisce all’Hotel Ferrovia di Calalzo di Cadore il vertice del Carroccio. Il Senatur, ovviamente, ma anche Calderoli e Castelli". Lo scrive La Repubblica, che prosegue: "La novità, appunto, è che stasera potrebbe sedersi a tavola anche il presidente del Consiglio. Invitato dallo stesso Tremonti, in pieno accordo con Bossi, per fare il punto della situazione. Una situazione tutt’altro che eccellente, per la maggioranza forzaleghista amputata della componente finiana, e dunque in procinto di tramutarsi in una minoranza ‘cadornista’ nelle Commissioni parlamentari, e forse addirittura nell’aula di Montecitorio. Proprio a partire da questa consapevolezza, che il superministro condivide con il leader padano, i due cercheranno di far capire al Cavaliere che ‘la linea di Cadorna’ non conviene a nessuno. Non solo non conviene alla Lega, che in questo momento secondo i sondaggi lucra il massimo dei consensi potenziali. Ma non conviene neanche allo stesso Berlusconi, primo ad essere danneggiato da una logorante ed estenuante ‘guerriglia parlamentare’, che non gli risparmierebbe comunque una rovinosa Caporetto. La posizione del premier è nota. Vuole durare, a qualsiasi prezzo. In primo luogo perché sul fronte giudiziario si profila un’ipotesi a lui non sgradita: se davvero (come sembra probabile secondo le ultime indiscrezioni) la Consulta l’11 gennaio si acconciasse ad emettere una sentenza ‘interpretativa con rigetto’ del ricorso sulla legge per il legittimo impedimento, il Cavaliere sarebbe sostanzialmente salvo. Lo scudo processuale che lo protegge, ancorchè rimesso di volta in volta alla decisione di merito dei tribunali che lo convocano in udienza, resterebbe in piedi. E questa, per lui, è la cosa che conta di più, e che da sola basterebbe a indurlo a non interrompere, a nessun costo, la legislatura. In secondo luogo, perché per ragioni legate alla sua vocazione cesarista e plebiscitaria il Cavaliere non contempla mai lo scenario della sconfitta, quale sarebbe comunque una caduta del suo attuale governo. Per questo si ostina ad intensificare la campagna acquisti dei deputati. Anche qui, a qualsiasi prezzo. La possibilità di imbarcare tutta intera l’Udc sembra sfumata. Casini resiste, come dimostra la lettera con la quale chiede al presidente del Consiglio di intercedere presso Putin per garantire il rispetto dei diritti umani nei confronti di Khodorkovskij: una vera ‘provocazione’ per Silvio, che non farà mai un affronto del genere all’’amico Vlady’. Quindi, per il Cavaliere resta in ballo solo la possibilità di ingaggiare qualche singolo parlamentare, tra i futuristi pentiti e i centristi indecisi. Ma anche in questo caso, la compravendita sembra non dare i frutti sperati. Per questo il premier penserebbe anche a soluzioni estreme, come far dimettere da parlamentari almeno una decina tra ministri e sottosegretari, e far posto così ad altrettanti deputati che consoliderebbero la fragilissima ‘quota 314’ raggiunta il 14 dicembre alla Camera. Con questo rafforzamento, Berlusconi è convinto di poter reggere fino al 2013. E di far passare le leggi che gli servono per ragioni di coalizione (come il federalismo fiscale) e quelle che gli stanno a cuore per ragioni di giurisdizione (la riforma della giustizia, le intercettazioni, il Lodo Alfano costituzionale). Questo, stasera, cercherà di spiegare ai suoi commensali. ‘Possiamo andare avanti, abbiamo il dovere di governare’. Ma dall’altra parte del tavolo si troverà, come richiede il rito della cena padana, due ‘ossi’ duri. Tremonti e Bossi la vedono in tutt’altro modo. La situazione è quella ‘che vedono tutti’. L’assunto di partenza del Senatur e del superministro è che un conto è la ‘maggioranza di un giorno’, un altro conto è una ‘maggioranza di governo’. Quella di cui oggi dispone il Cavaliere appartiene alla prima fattispecie, non più alla seconda. Ed è per questo che le elezioni anticipate sono e restano lo ‘scenario più probabile’. Nelle commissioni parlamentari (a partire dalla Bilancio, cioè la più importante) Pdl e Lega non hanno più la maggioranza. Per ristabilirla servirebbe rimpinguare l’attuale coalizione con ‘non meno di 40 deputati’. Impensabile, persino se riuscisse il capolavoro di spaccare il Terzo Polo, separando Casini da Fini. Tremonti e Bossi cercheranno di dimostrare a Berlusconi che tutte le soluzioni intermedie di ‘allargamento’ non tengono. Perché una ‘parziale maggioranza numerica’ serve a poco. Puoi vincere la battaglia di un giorno, ma perdi la guerra della legislatura. Servirebbe una ‘vera maggioranza organica’, che non c’è più e non si può ricreare. Ecco perchè il ‘cadornismo’ - è il concetto che il superministro e il Senatur ribadiranno alla cena - rischia di essere solo un danno. Per tutti. Il Cavaliere dovrà prenderne atto: resistere con questi numeri non solo non ti consente di ‘fare le grandi riforme’, dal federalismo al fisco al mercato del lavoro. Allo stato attuale, non ti consente nemmeno di ‘portare avanti l’ordinaria amministrazione’, dal decreto milleproroghe alle norme sul made in Italy. Ogni votazione diventa ‘una roulette russa’: sei appeso alla ‘missione di un sottosegretario’, o a qualunque ‘imboscata dell’opposizione’. Anche sulla teorica ‘fase due’ dello sviluppo, cioè il rilancio della crescita economica attraverso qualche norma che allarghi i cordoni della borsa e permetta al governo di offrire qualcosa di concreto alle parti sociali, i margini non ci sono. Tremonti lo va ripetendo da giorni: sappiamo tutti che abbiamo un ‘vincolo esterno’ da rispettare, e che i mercati ci tengono nel mirino con lo ‘spread’ del rendimento tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi. Al Tesoro circola un’iperbole: qualunque nuova legge di spesa tu vari, ammesso che il Parlamento te la approva, non fai in tempo a pubblicarla in Gazzetta ufficiale che devi già ‘rialzare le tasse perché nel frattempo sono aumentati i tassi’. Questo diranno Umberto e Giulio, nella stube dell’Hotel Ferrovia: ‘Così non si va da nessuna parte, tanto vale tornare a votare’. Proveranno a persuadere Berlusconi che in questo atteggiamento non c’è alcuna ‘malsana pulsione nichilista’, ma solo una ‘sana logica realista’. Che non c’è nessuna volontà di affossare la sua leadership, anche se, come sostiene un ministro che lo conosce bene, ‘lo stesso Bossi gli sarà fedele fino all’ultimo minuto, ma appena vede che la situazione si impaluda, ci mette cinque minuti a cambiare strategia...’. Ora ci siamo dentro fino al collo, nella palude. Sarà difficile far ingoiare al premier questa verità, insieme alle lenticchie e al salame di camoscio. Che vi partecipi o no, questa ‘cena degli ossi’ gli resterà sullo stomaco".

12. La protesta contro il Brasile. Politici divisi in piazza

Roma -Il Pdl, l’Udc e il Movimento per l’Italia di Daniela Santanchè (‘senza simboli o bandiere di partito’ ) si vedranno alle 16; il Pd alle 17; l’Idv non è chiaro; alle 18.30 poi arriverà anche la Destra di Storace. Che assembramento oggi, in piazza Navona, tutti mobilitati davanti all’ambasciata del Brasile per protestare contro il no di Lula all’estradizione di Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Pac, Proletari armati per il comunismo. Tutti uniti, ma divisi: da polemiche aspre e sottili distinguo. La Questura è da ore alle prese con un difficile gioco d’incastro, un autentico rompicapo geometrico, per assicurare a ciascuno uno spazio di competenza, tanto più che la piazza è da sempre il regno tradizionale delle bancarelle della Befana, in questi giorni dunque già parecchio affollata da turisti e romani a caccia di calze da regalare. Anche a Milano, però, sono in programma manifestazioni separate: alle 12 in corso Europa, davanti al consolato brasiliano, ci sarà la Lega. Alle 18, poi, arriveranno Pdl e Destra, mentre un presidio dei Socialisti è previsto sin dal mattino. Il caso Battisti divide le forze politiche, ma non i parenti delle vittime di quegli anni di piombo, che oggi saranno presenti in piazza in diverse città e su Facebook in pochi giorni hanno già raccolto più di tremila adesioni davvero bipartisan. A Roma ci sarà Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, il gioielliere ucciso dai Pac a Milano il 16 febbraio del 1979. È stato lui il primo a immaginare un sit-in di protesta davanti all’ambasciata brasiliana a Roma, appena arrivata la notizia del no di Lula: Torregiani, che è dirigente nazionale del Movimento per l’Italia, prima di partire per la capitale questa mattina incontrerà a Milano insieme a Daniela Santanchè il premier Silvio Berlusconi, che gli illustrerà gli sforzi e le prossime mosse del governo per tentare di ottenere dalla nuova presidente del Brasile, Dilma Rousseff, la revoca del provvedimento favorevole a Battisti. A Roma, ci saranno anche il maresciallo Elio Centurioni, ferito dalle Br il 12 marzo 1977; il maresciallo Vincenzo Ammirata, scampato all’assalto brigatista alla sede dc di piazza Nicosia il 3 maggio 1979; Potito Perruggini Ciotta, nipote del brigadiere Giuseppe, assassinato da Prima Linea a Torino il 12 marzo 1977; eppoi Giovanni Ricci, figlio di Domenico, il fedele autista di Aldo Moro, trucidato il 16 marzo 1978 in via Fani insieme agli altri 4 della scorta; e a Firenze, in piazza Pitti, davanti al consolato brasiliano, Lorenzo Conti, figlio di Lando, l’ex sindaco ammazzato dalle Br il 10 febbraio 1986. Sit-in in tutta Italia, anche a Palermo, Bari, Napoli, Venezia, Bologna, dovunque esista una qualunque sede diplomatica del governo di Brasilia. L’indignazione è forte e lo stesso Torregiani, alla vigilia, si augurava una protesta compatta. Ma le divisioni sussistono, eccome. Anche all’interno degli stessi partiti. Prendi Sandro Gozi, deputato del Pd, dichiarazione di ieri, ore 16.33: ‘Voglio esprimere la mia adesione morale all’appello bipartisan di Alberto Torregiani’ . Venti minuti dopo, 16.54, un gruppo di altri parlamentari del Pd, Roberto Morassut, Enrico Gasbarra, Paolo Gentiloni, Jean Leonard Touadì, Andrea Sarubbi, annuncia invece ‘un’autonoma iniziativa senza confondere le nostre bandiere con quelle del Pdl’ . Anche loro, dunque, saranno oggi in piazza Navona, ma un’ora dopo il ministro Meloni e il Pdl, l’Udc di Cesa e il Mpi di Santanchè e Torregiani. Anche il Pd, spiegano, è per l’estradizione del terrorista dei Pac, ma al tempo stesso ci tengono a sottolineare ‘la timidezza del governo italiano, che in questi giorni alla consegna di Battisti sembra di fatto anteporre gli interessi commerciali nelle relazioni tra i due Stati’ . E l’Idv? ‘Occorre che tutte le forze politiche e sociali si mobilitino contro il terrorismo— dice Antonio Di Pietro — perché una cosa è certa: se tutti insieme, maggioranza e opposizione, facciamo sentire la nostra voce, uniti, ce la possiamo ancora fare ad assicurare alle patrie galere un delinquente comune, un assassino’ . Anche il leader dell’Italia dei valori, dunque, manifesterà davanti all’ambasciata. Ma con chi? Stefano Pedica, senatore idv del Lazio, sostiene che almeno lui e il suo capogruppo Belisario saranno alle 17 con quelli del Pd, ‘perché la Santanchè oggi rappresenta solo Berlusconi...’ . Perciò, il dubbio resta”.

13. Vegas: "Consob a Milano, decide il Parlamento"

Roma -“Anno di super lavoro per la Consob che nel 2010 ha quasi raddoppiato le multe, da 138 a 241, riducendo però l’importo complessivo delle sanzioni: 14,6 milioni contro 20,1 del 2009, quando le condotte illecite si erano distinte per la gravità dei fatti. Come a dire che lo scorso anno sono state rilevate meno responsabilità, ma più responsabili di comportamenti scorretti nei confronti del mercato. E anche per questo la Consob non ha intenzione di mollare la presa su emittenti e azionisti, soprattutto in un momento così difficile”. Lo scrive La Repubblica, che prosegue: “Ieri, intanto, si è insediato il nuovo presidente della commissione, l’ex viceministro dell’Economia Giuseppe Vegas, che sullo spostamento della sede Consob da Roma a Milano (contestato dal sindaco della capitale Gianni Alemanno e dai presidenti della Provincia Nicola Zingaretti e della Regione Lazio, Renata Polverini) ha glissato: ‘Decide il Parlamento’. Con Vegas ha preso il proprio posto anche il commissario Paolo Troiano, mettendo fine a una vacatio che durava ormai da sei mesi, quando il primo aprile 2010 si era dimesso Paolo di Benedetto e a giugno era scaduto il mandato di Lamberto Cardia. Nonostante i ranghi ridotti per oltre un semestre, l’auhtority ha concluso 296 procedimenti rispetto ai 155 dell’anno precedente. I casi più significativi hanno riguardato le sanzioni per violazione del divieto di vendita allo scoperto comminate a Mediobanca, Crédit Agricole ed Equita, l’insider trading su Cdb Web Tech e la multa all’ex presidente della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre ‘per aver diffuso informazioni false e fuorvianti nella fase di privatizzazione dell’Alitalia, tendenti ad accreditare l’esistenza di una cordata di imprenditori per rilevare la compagnia’. Tra le novità del 2010 anche la convocazione imposta ai cda di alcune delle principali banche italiane (tra cui Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mps) per la correzione di pratiche scorrette nella vendita di prodotti ai clienti. Ma sotto il faro dell’autorità sono finite anche piccole società, come Yorkville, per la quale è stato rilevato un patto occulto, e Omnia Network, ai cui azionisti è stato imposta un’Opa non ancora eseguita. Toccherà adesso a Vegas raccogliere un testimone tutt’altro che leggero. Al primo punto dell’agenda del nuovo presidente c’è il riassetto Premafin della famiglia Ligresti e il relativo quesito sull’obbligo di Opa posto da Groupama pronta a entrare nell’azionariato: alla Consob hanno ricevuto dai francesi solo una bozza e sono ancora in attesa della versione definitiva. Ci sarà poi il banco di prova della nuova disciplina relativa all’Opa e del regolamento, in vigore il 1 gennaio, sull’attività tra le parti correlate che le società continuano a interpretare come ‘un eccesso di regolamentazione’, minacciando una fuga da Piazza Affari”.

14. Belgio, da 200 giorni senza un governo

Roma -“Dalle finestre del suo ufficio lo storico Michel Dumoulin vede sventolare il vessillo nero, giallo e rosso sul palazzo di fronte. ‘Ormai è un oggetto di antiquariato’ ironizza. Riso molto amaro, quello del professore universitario, curatore de "La nuova storia del Belgio", una storia forse prossima al capolinea. ‘Qualcuno ha detto che siamo il primo Stato post-moderno dell’Europa, perché nati nell’Ottocento con una struttura leggera, così leggera che adesso sta evaporando’. Sei mesi senza governo sono un’enormità, l’ennesima beffa surreale di questo Paese nel cuore dell’Europa ma sempre più preda di pulsioni suicide”. Lo scrive La Repubblica, che continua: “Le elezioni di giugno non furono un nuovo inizio, ma soltanto un altro passo verso la dissoluzione. Da allora sono falliti quattro tentativi di formare un esecutivo e dal 3 settembre scorso i negoziati sono ufficialmente interrotti. Nessuno fa più nulla, una nazione inerte e spaventata dalle dinamiche che ha messo in moto, sempre più inarrestabili. I sette partiti belgi, quattro fiamminghi e tre francofoni, non si parlano più. L’ultimo tentativo di mediazione è arrivato ieri sera, con un rapporto di sessanta pagine firmato Johan Vande Lanotte. Il socialista vallone è stato incaricato da re Alberto II di rattoppare un Paese sull’orlo di una scissione che è sempre più nei fatti. Ormai la separazione tra fiamminghi e valloni non è un’ipotesi di scuola, uno spettro da agitare davanti ai più facinorosi delle opposte fazioni. C’è molta rassegnazione nella voce di Dumoulin. ‘Oggi non abbiamo più bisogno di una moneta comune, perché abbiamo l’euro. La necessità di un esercito è passata. Siamo uniti solo dal sistema sanitario. Ma quando scompare l’idea della solidarietà, che è alla base di uno Stato sociale, tutto è possibile’. Qualunque rattoppo costituzionale venga ideato, il Paese creato dalle grandi potenze europee nel 1830 è ormai da reinventare. ‘Resta da capire - conclude lo storico - se qualcuno ha davvero intenzione di fare almeno un ultimo sforzo di fantasia’. Tra le cioccolaterie della Grande Place, le nuove tempeste di neve suscitano molto più interesse della crisi politica, nella capitale le manifestazioni in difesa dell’unità nazionale sono fatte ormai da carbonari. ‘Le discussioni tra i partiti sulle riforme amministrative e la decentralizzazione appassionano solo gli addetti ai lavori’ racconta il sociologo Marc Jacquemin. Dagli anni Sessanta, quando venne definita la frontiera linguistica che taglia in due il Paese, il governo federale è stato sottoposto a continue cure dimagranti, trasformandolo in una sorta di bancomat destinato a finanziare le tre comunità (ci sono pure germanofoni) senza mai unirle in un disegno comune. Da allora, un susseguirsi di riforme costituzionali, fino al 1993 quando il Belgio è diventato uno stato federale, con gli ex signori feudali della Vallonia ormai trainati dagli ex contadini poveri delle Fiandre: nel nord del paese vive la maggioranza dei belgi, si produce quasi il 60% del Pil e il tasso di disoccupazione è quasi un terzo di quello del sud. La rivalità è antica, ma solo oggi il Belgio ha superato ogni livello di conflittualità. Da 204 giorni il paese continua a essere guidato da un premier che in realtà sarebbe decaduto dallo scorso giugno. In questi mesi, il centrista Yves Leterme è stato costretto ad assicurare la gestione degli affari correnti e anche la presidenza di turno dell’Unione europea. Prima di Natale, in assenza di una maggioranza in parlamento, ha dovuto persino "rateizzare" la legge Finanziaria, garantendo una copertura solo fino a marzo. Dopo, impossibile dire cosa accadrà, un esercizio più provvisorio di questo è difficile da trovare nella storia recente. Nessuno a Bruxelles si sente di escludere la possibilità di battere il primato mondiale dell’Iraq, 289 giorni senza governo. "L’unità fa la farsa", invece della forza. Lo slogan di un video comico molto cliccato sul web è diventato il termometro della disillusione. ‘La gente non sa più distinguere più tra un esecutivo politico e uno tecnico come quello di oggi’ osserva Jacquemin. ‘Per il momento, non ci sono conseguenze visibili, la vita va avanti’. Nel suo discorso di fine anno, re Alberto II ha lanciato un appello al compromesso, se non all’unità. Da domani, i principali leader politici dovranno dare una risposta al "conciliatore reale" Lanotte. Il suo obiettivo è minimo: riportare i partiti intorno a un tavolo. Alla disperata ricerca di un accordo sull’autonomia fiscale, su un ulteriore trasferimento agli enti locali di alcune competenze amministrative e sulla fine della circoscrizione Bruxelles-Hal-Vilvorde, unica enclave bilingue nelle Fiandre. Il leader fiammingo Bart De Wever cerca di alzare ogni volta l’asticella, perchè senza di lui non si fa nulla. ‘Vogliamo un’evoluzione, non una rivoluzione’ ripete. Eppure la scissione fa parte del suo programma elettorale. Nei prossimi giorni dovrà decidere se concedere un gesto di generosità. Il socialista vallone Elio Di Rupo è pessimista. ‘De Wever cerca una scusa per distruggere lo stato federale e creare una Repubblica delle Fiandre’. Anche se la proposta di compromesso presentata ieri da Lanotte venisse accettata, bisognerebbe poi trovare un accordo sulla Finanziaria, stimata già a 22 miliardi di euro. Ma l’unica leva che potrebbe smuovere il Leone delle Fiandre, De Wever, è proprio la situazione finanziaria sempre più nera, per tutti. La crisi del debito belga (340 miliardi di euro, 100% del Pil) è reale. I funzionari del Fondo monetario internazionale sono arrivati a Bruxelles per manifestare la loro preoccupazione. Il 15 dicembre l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha minacciato di declassare il Belgio se non ci sarà a breve un nuovo esecutivo. Di fronte al rischio di finire come la Grecia o l’Irlanda, anche i ricchi fiamminghi sceglieranno la vecchia arte del compromesso. Aspettando il momento in cui potranno finalmente ripiegare l’odiata bandiera di un Paese che ormai esiste solo sulle carte geografiche”.

Un bel libro, per rimorchiare

Auto elettriche, un flop annunciato