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Aspettando il referendum di Mirafiori

Lavoratori sotto ricatto e successo annunciato della linea Marchionne. Ma l’aspetto peggiore sta nel valore di esempio che si vuole dare al voto, come avallo di una nuova era

di Massimo Frattin 

Sarà il 14 gennaio, il giorno dell’atteso referendum degli operai Fiat di Mirafiori per esprimersi in merito alla rivoluzione contrattuale concordata tra Marchionne e le sigle sindacali, a esclusione della Fiom che non ha firmato. E non è un caso che con l’avvicinarsi a questo appuntamento comincino ad infittirsi tanto le prese di posizione quanto i punti di vista sulla materia del contendere.

Probabilmente, riguardo agli accordi sul lavoro, l’Italia non si è mai trovata di fronte ad una situazione tanto delicata, che si presta a letture semplicissime o di una complessità intricata. Versione semplice (o semplificata): l’azienda è in crisi, per mantenere il posto di lavoro bisogna accettare dei sacrifici; accettando i sacrifici staremo meglio tutti: azienda, sindacati e operai. Questa in soldoni la ricetta ammannita al tavolo di concertazione.

Detta così, nulla da eccepire. 

Ma il punto è che la realtà non è proprio questa. Per come è stata messa giù, la ricetta salvifica non è proposta, ma pretesa. E c’è una bella differenza. È come pretendere un testamento in bianco da un moribondo in cambio della cura che potrebbe (dico potrebbe) salvarlo. Quale sia questa cura, Marchionne non lo dice. Già, perché a fronte della completa revisione del contratto di lavoro, con tanto di esclusione dalla rappresentanza delle sigle sindacali non firmatarie, il signor Fiat si è limitato ha far balenare il miraggio di un piano di investimenti da 20 miliardi: 700 milioni a Pomigliano, un miliardo a Mirafiori, il resto… non si dice. «Chiedere a Fiat di svelare i dettagli del piano – si indigna il supermanager – lo trovo ridicolo. Vogliono vedere il resto degli investimenti? Ma che, scherziamo?».

Viceversa, si pretende l’acquiescenza completa dei dipendenti, ostentando come un curioso Giano bifronte ora il volto di Babbo Natale – «È un gran bel momento per tutti quelli che hanno faticato per raggiungere un’intesa, ma soprattutto per i lavoratori e per il futuro dello stabilimento. Mirafiori inizia oggi una nuova fase della sua vita (…). È una grande opportunità ed è il miglior regalo di Natale che potessimo fare alle nostre persone» – ora quello di un brutale ricattatore che si ritiene superiore ad ogni potere: «Se non passa il referendum salta l'investimento di Mirafiori».

Ecco perché l’apparente semplicità della questione diventa tutt’altro. Di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro, un qualsiasi operaio, magari con famiglia e mutuo da pagare, dovrà per forza chinare la testa e accettare condizioni – e non stiamo qui a dire se giuste o ingiuste, vantaggiose o svantaggiose – sulle quali  magari avrebbe voglia di fare qualche appunto. Magari a partire dal “sospetto” che, quando si parlava di sacrifici, siano sempre quelli altrui. Come osserva Stefano Fassina, responsabile del settore Economia e Lavoro del Partito democratico, «i capital gain del dott. Marchionne sulle sue stock options Fiat sono attesi in circa 120 milioni di euro, una somma superiore ai salari e stipendi percepiti da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se lavorassero a tempo pieno per tutto l'anno». E sui quali profitti, per di più, avrà una tassazione del 12,5% che è di gran lunga minore delle aliquote applicate sugli stipendi dei suoi dipendenti.

Per di più, a fronte di tanta baldanza manageriale e di tanta ricchezza privata, la casa torinese continua a inanellare un tracollo di vendite dopo l’altro, con un calo del 18% dal 2009 al 2010, a fronte di ben diversi numeri delle maggiori concorrenti europee. Ma se la Fiat non vende le sue vetture, il problema è di chi le fabbrica o di chi dirige? Se lo chiede anche Eugenio Scalfari, che pure si mostra favorevole ad un diverso rapporto azienda-sindacati-lavoratori: «Come mai, in questi anni di crisi alcune aziende automobilistiche europee hanno mantenuto la produzione e i profitti? Volkswagen, Renault, Citroen, Bmw. Le loro quote di mercato sono in aumento in Europa e fuori e perfino sul mercato italiano. Come mai?»

Ecco che allora sono cominciati i primi movimenti istituzionali e intellettuali, con la composizione di veri e propri schieramenti pro e contro l’accordo, nella consapevolezza che il vero oggetto di questo voto è un altro: la globalizzazione che si traduce nella svendita del diritto al lavoro. Così, gli intellettuali di Micromega si lanciano in un appello pro Fiom, “Sì ai diritti, No ai ricatti. La società civile con la Fiom”, con firme importanti come quelle di Andrea Camilleri, Paolo Flores d'Arcais, Margherita Hack, Antonio Tabucchi, don Andrea Gallo, Dario Fo, Gino Strada, Franca Rame, Luciano Gallino, Ascanio Celestini, Fiorella Mannoia, Moni Ovadia, Piergiorgio Odifreddi, Enzo Mazzi… Nelle file dei partiti di opposizione, invece, si registrano differenze di interpretazione, vedi la spaccatura interna dell’IDV che ha indotto l’europarlamentare Luigi de Magistris a sconfessare il proprio capogruppo alla camera Donadi: «Trovo scandaloso il suo ricatto (di Marchionne, ndr) che dice che se gli operai votano in un certo modo la Fiat chiude gli stabilimenti. Tradotto: se non fate come dico io non vi diamo il lavoro che non è più un diritto, ma una concessione di chi detiene il potere politico e quello economico».E lo stesso presidente Napolitano si è espresso nel discorso di fine anno contenendo a malapena il disappunto: «credo che nessuno possa negare che esiste un problema di bassa produttività del lavoro. Però non è questione che sia legata esclusivamente al rendimento lavorativo delle maestranze. La produttività del lavoro dipende in larga misura anche dall’innovazione tecnologica, dalle scelte di organizzazione del lavoro e quindi ci deve essere un confronto, si deve assumere questo obiettivo».

Dall’altro lato, a dimostrazione, se ce n’era bisogno, che in questo gioco il caso-Fiat rischia di rappresentare solo una sorta di pericoloso apripista, le dichiarazioni del ministro del lavoro Sacconi: «Gli accordi tra la Fiat e i sindacati per Pomigliano e Mirafiori rappresentano una spallata definitiva alla nefasta ombra lunga che si allunga sull’Italia fin dagli anni Settanta e che ha imprigionato le capacità di crescita e la vitalità del Paese». Vale a dire: dagli anni ‘70 l’Italia va a rotoli per colpa di chi lavora.

Ecco, su questo sarà richiesto di esprimersi nel referendum del 14 gennaio. 

Massimo Frattin

 

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