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Montezemolo: che bella, la cura Fiat

La fondazione dell’ex presidente di Confindustria esalta Marchionne, che «ha suscitato entusiasmi e riacceso la speranza». Unico difetto: quel po' di durezza in eccesso

di Alessio Mannino

Seconda pagina del Corriere della Sera di ieri 5 gennaio 2011. La pravda dell’establishment italiano pubblica la velina giunta da “Italia Futura” di Luca Cordero di Montezemolo, minculpop in sedicesimo dei poteri forti nazionali. Vi leggiamo che il loro nuovo campione, Sergio Marchionne, ovvero il capitalismo dal volto disumano, «ha suscitato entusiasmi e riacceso la speranza, perché ha dimostrato che anche in Italia cambiare è possibile, nonostante tutto», per cui, dopo quello di Pomigliano, il diktat di Mirafiori va salutato senza dubbio né tentennamenti come «un grande successo per la Fiat e per i lavoratori torinesi». Ma c’è un problema: la politica, che non si adegua con sufficiente entusiasmo e non copre con la dovuta efficienza il lavoro sporco fatto dalla Fiat. 

«C’è il rischio che l’Italia diventi un "Paese fai da te", dove la politica è sempre meno capace di guidare processi di trasformazione profondi e condivisi», segnala allarmato l’ufficio propaganda montezemoliano. Il compito del prossimo futuro diventa perciò «come trasformare l’esempio Mirafiori in una leva di cambiamento per tutto il Paese». Tradotto: presentare all’opinione pubblica lo scardinamento delle relazioni industriali portato avanti a colpi di ricatti e aut-aut nella prima azienda del paese come il nuovo modello valido per l’intera economia e per una società dove non dovranno più contare i lavoratori in carne e ossa, ma il lavoro come gentile concessione del padrone. 

I montezemoliani individuano l’errore fondamentale dell’inefficace e scarsa difesa del marchionnismo nell’alimentare il muro contro muro, come se si trattasse ancora una volta di uno scontro politico quando invece il contrasto d’idee, sale della democrazia, dovrebbe essere accantonato perché mette i bastoni fra le ruote: «protagonisti di stagioni fallimentari per le relazioni industriali, come D’Amato e Cofferati, che sono responsabili di aver dato il via al processo di politicizzazione delle rispettive associazioni, tornano ad affilare armi retoriche vecchie e spuntate. Il ministro Sacconi, non realizzando che il successo di Marchionne rende più evidenti le lacune dell’azione del governo, si accontenta di gioire per l’ennesimo schiaffo ricevuto dalla Cgil». 

Sotto le mentite spoglie della critica bipartisan ad una Confindustria troppo di destra e a una Cgil, con la Fiom in corpo, troppo di sinistra, con stoccata finale a un governo troppo polemico, il messaggio degli alfieri del salotto buono è di una chiarezza glaciale: per far passare la cura Marchionne la si smetta una buona volta di gettare legna sul fuoco, di alimentare con reciproche accuse di tardo-comunismo e vetero-padronalismo il conflitto sociale che c’è ed è innegabile. La tecnica giusta per far digerire la pillola è indorarla, ripulendola da ogni opinione di parte, a maggior ragione se si tratta di opinione forte e sofferta, offrendola al popolo bue lucida e asettica, confezionata secondo i crismi di un’ineluttabilità morbida, addolcita, senza spigoli. Una medicina amara che va fatta ingollare al popolo recalcitrante con le carezze e una parola buona, con la creazione di un consenso trasversale che la faccia apparire come una necessità oggettiva, non opinabile. E non con isteriche diversità di vedute che non fanno altro che accendere, anziché spegnere, tensioni controproducenti. 

Insomma bisogna finirla con l’appesantire di faziosità e contrapposizioni il corso inesorabile della Storia, alias la strategia di desertificazione sociale decisa dal Potere economico, perché così lo si ostacola. Urge una riscoperta del saggio paternalismo che tronca e sopisce e mette sotto il tappeto, puntellandolo con una unanimità rassicurante e piaciona, l’odio fra sfruttati e sfruttatori. A guardar bene, c’è qui una critica neanche troppo velata allo stesso Marchionne, che nelle sue uscite pubbliche non manca mai di rimarcare un sovrano disprezzo very global per garanzie sindacali ed esigenze umane dei lavoratori. Marchionne e i marchionnisti d’Italia, dice in sostanza il furbetto Montezemolo, fanno troppo chiasso e si prestano al gioco della barricata con i loro alter ego dell’unico sindacato che ostina a opporsi. Meno casino e più vaselina, se si vuole marchionizzare l’Italia. 

 

Alessio Mannino

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