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Il Portogallo scivola nello stesso baratro "greco"

Non serviva al Portogallo un team di esperti guidato dall’ex direttore generale di Eurostat (l'ufficio statistico dell'Unione Europea) richiesto lo scorso 7 ottobre da Lisbona all’Ue, per tagliare ancora stipendi e servizi e aumentare le tasse ai cittadini. Se l’assistenza tecnica per riprogrammare e riconsiderare le priorità nell'utilizzo dei fondi doveva fermarsi, com’è chiaro a questo punto, a rassicurare la troika sulle sorti del loro denaro e a deprimere i bisogni, anche primari, della gente comune, sarebbe stato molto meglio se il primo ministro portoghese Pedro Passos Coelho avesse scelto qualcun altro - e non certo l’Europa, che ormai tutti hanno capito avere le sue pesanti responsabilità nella mala gestione generale della crisi - per evitare di essere messo alla gogna. Cosa che tra l’altro non gli è riuscita, a vedere le reazioni dai giustamente infurentiti Portoghesi.  

Venerdì scorso il premier ha parlato di emergenza nazionale e rischio default e ha poi sciorinato una serie di misure draconiane da approvare oggi in sede parlamentare, e che avrebbero nelle sue intenzioni l’obiettivo di portare il deficit dal 9.8% del Pil al 3% nel 2013. Queste peraltro vanno ad aggiungersi alle manovre già varate per far fronte alla crisi economica. 

«Il governo ha deciso di consentire l’estensione dell’orario di lavoro di mezz’ora al giorno nel settore privato per i prossimi due anni» ha annunciato Coelho, che ha aggiunto: «Verrà modificato anche il calendario dei giorni festivi», chiaramente al ribasso. Non solo. I dipendenti pubblici che guadagnano più di mille euro al mese potranno scordarsi tredicesima e quattordicesima, almeno per il 2012, l’Iva aumenterà e diminuiranno invece le agevolazioni sulla tassa sul reddito. 

La ricetta, dunque è sempre la stessa: il taglio dei salari e l’aumento delle imposte. La via è quella della Grecia, come si sarà ormai capito, che come il Portogallo ha ricevuto un aiuto economico da parte dell’Ue per poter pagare i propri debiti (e gli interessi sui debiti). Nel caso di Lisbona si tratta (per ora) di 78 miliardi di euro (che non basteranno mai) in cambio dei quali la troika pretende misure contenitive della spesa che non fanno che aggravare la situazione.

Secondo i sindacati, e non solo, «quello che sta accadendo è che a ogni passo l’effetto dell’applicazione di ogni piano di austerity fa piombare il paese in un baratro ancora più profondo». Il piano del governo farà aumentare la disoccupazione, già al 12%, e contrarre l’economia del 2% da qui al 2012.

Nel frattempo, il parlamento è stato circondato da 40mila persone, mentre anche a Oporto la gente è scesa per strada per manifestare il proprio malcontento, la propria opposizione al pagamento di un debito non contratto, per affermare che «non siamo merce nelle mani dei banchieri».

Sara Santolini

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