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Niente sovrattassa, per Lorsignori

Una nota di oggi del ministero dell'Economia ha precisato che ministri e sottosegretari non dovranno pagare l’imposta supplementare a carico dei dipendenti pubblici con le retribuzioni più elevate. Si tratta della tassa di solidarietà prevista dalla manovra del 2010 e ripresa dall’ultima manovra estiva, con un ammontare del 5% sui redditi oltre i 90mila euro, e del 10% per quelli superiori ai 150 mila.

La motivazione sta tutta in un sottile ma decisivo distinguo: ministri, segretari, sottosegretari e quant’altri non sono dipendenti pubblici ma titolari di cariche politiche. Pertanto non rientrano nella norma e sono esenti dalla tassa di solidarietà. E siccome il provvedimento è già stato applicato ai politici a partire dal gennaio 2010, a breve verranno rimborsate le somme erroneamente trattenute sui pur lauti stipendi delle suddette categorie. La tassa, dunque, riguarda solo i dipendenti in senso stretto, ovvero i funzionari assunti tramite concorso, e non chi viene chiamato a ricoprire una carica pubblica e non ha un vero contratto di lavoro con lo Stato.

La nota sembra quasi giungere in risposta a chi sperava ancora in un’assunzione di responsabilità da parte della politica nei confronti dei conti pubblici. Che invece non arriva mai: a destra e a manca vengono applicati tagli e aggravi, dalla scuola alla sanità, dalla sicurezza alla cultura, tranne che ai privilegi di Lorsignori. Ne sono esempio, tra l’altro, i mancati tagli alle auto blu e il ricorso alla Corte costituzionale promosso dalla giunta regionale della Liguria contro il provvedimento che ne limita la cilindrata a 1.600 cc.

Il tutto mentre i poliziotti sono costretti a scendere in piazza con le taniche in mano chiedendo ai cittadini i soldi per fare il pieno di carburante alle volanti. Eppure, la sicurezza è un diritto mentre l’auto blu rappresenta solo un servizio aggiuntivo, se non proprio un privilegio.

Un altro esempio? Eccolo. Quello, tanto per restare alle ultime settimane, della nomina di nuovi viceministri e sottosegretari, in barba all’annunciato taglio di poltrone, ai soli fini di opportunità clientelare dei partiti che hanno interesse a lasciare Berlusconi a Palazzo Chigi. Nomine che la Russa considera «il prezzo meno grave da pagare» (rispetto alla caduta del governo) e che si vanno ad aggiungere alla mancata diminuzione del numero delle Province, degli onorevoli e dei loro stipendi e vitalizi. Così l’Italia vive i problemi della contrazione di pensioni e salari mentre mantiene il lusso di una classe politica tra le più pasciute del mondo.

Sara Santolini

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