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Occupy Wall Street: un laboratorio di democrazia?

Il movimento “Occupy Wall Street” ha fatto e fa notizia essenzialmente per i contenuti della sua protesta. Nel momento in cui il sistema incomincia ad avvitarsi su se stesso, gruppi numericamente non irrilevanti di cittadini mostrano di avere coscienza precisa dei problemi, e si riuniscono denunciandoli apertamente. Un fatto a cui il sistema, com’è noto, ha saputo rispondere soltanto con accusando furbescamente la mobilitazione di essere un mero arroccamento su posizioni “contro”, incapace di elaborare richieste e proposte alternative.

In realtà, oltre ai contenuti della protesta, va considerata anche la sua forma. In essa sta, implicita, la proposta alternativa, e gradualmente gli “occupanti” se ne stanno rendendo conto. Essi stanno infatti tentando di sviluppare, all’interno di una “micro-società”, una forma di “micro-governo”. Un esperimento che, da solo, può valere da proposta alternativa al sistema.

La chiave di tutto sono i processi decisionali. L’Assemblea Generale costituitasi a New York, tra mille difficoltà, ha deciso di procedere secondo le linee della democrazia partecipativa, dove le decisioni vengono prese con il metodo non più della maggioranza, ma del consenso. Una riedizione del vecchio principio della sinistra anarchica della “democrazia senza governo”, dove le deliberazioni vengono prese dopo una discussione a cui sono orizzontalmente chiamati tutti i membri del consesso, e solo dopo aver raggiunto una sostanziale unanimità.

Gli occupanti operano, all’interno della loro Assemblea, discutendo e decidendo in gruppo su tutto, dalle piccole alle grandi questioni. Certo questo richiede tempo e un grande lavorio di discussione aperta e inclusiva, dove ogni opinione, sulla carta anche quelle fortemente eccentriche, portano contributi positivi. Rinnegando il principio di maggioranza e la democrazia deliberativa, a favore del principio del consenso e della democrazia partecipativa, si tende anche a un superamento del machiavellico adeguamento dei mezzi ai fini che si vogliono perseguire, con tutte le problematiche che comporta. Nella logica dei resistenti, fini e mezzi devono corrispondere.

Questo modello, più di ogni altra cosa, ambisce a rappresentare una proposta di alternativa al sistema vigente che, com’è sempre più chiaro, tende a trasformarsi in un simulacro di democrazia prono ai voleri e ai dettami delle grandi corporation private, da cui, in assenza di regole condivise, finisce per dipendere. Quello in fase di sperimentazione a Zuccotti Park, però, è un modello che, per quanto affascinante sulla carta, non è immune da criticità.

La prima è l’omogeneità nell’auto-selezione di chi partecipa al gruppo decisore. È chiaro che il modello partecipativo ha buone premesse tra gli occupanti, trattandosi di persone che condividono gli stessi valori fondanti, sulla base dei quali le inclinazioni e le differenze etiche individuali vengono facilmente sacrificate. Il dissenso, cioè, è tagliato fuori a priori: chi non condivide l’impianto di base, non raggiunge gli accampati di New York. Così, in assenza di confronto, si ha vita facile nell’assumere decisioni secondo processi di orizzontalità pura. Viene a mancare però quel confronto che, anche quando aspro, può essere occasione di miglioramenti nella qualità delle decisione assunte.

Non solo. L’operare di gruppo fa inevitabilmente emergere singole figure di riferimento, anche se l’impostazione di base vuole essere e si dichiara leaderless (priva di leader). E, in contesti di democrazia partecipativa, tali figure rischiano di essere i più estroversi, energici o carismatici. Non necessariamente i più competenti. Chi non ha queste qualità, così, vede compresso il senso della propria partecipazione. Non è infrequente che, a quel punto, l’uscita dal gruppo rappresenti una scelta migliore del far sentire la propria voce, per coloro che non hanno nel proprio bagaglio personale l’istinto a farla sentire.

Data l’omogeneità, chiamiamola così, “ideologica” dei partecipanti, il modello partecipativo sembra adeguato a gruppi numericamente contenuti. E anche in quel contesto, devono essere attivati meccanismi di sorveglianza e monitoraggio per evitare quello che in sociologia viene definito il “free-riding”, il fenomeno per cui un individuo rifugge dal dare il proprio contributo al bene comune, perché ritiene che il gruppo possa funzionare anche con la sua astensione. In sostanza, ed è soprattutto su questo che il sistema impernia la critica all’alternativa organizzativa proposta dagli OWS, il modello degli occupanti può essere applicato solo in una logica di radicale decentralizzazione, e in subordine a un controllo fortemente localizzato. Tutto il contrario di ciò che sono gli eterogenei, diversificati e ampi stati nazionali, USA in primis.

Su queste dinamiche gli occupanti devono, in effetti, ancora elaborare un quadro sistemico alternativo coerente, e in questo i sociologi e i politologi più illuminati potrebbero e dovrebbero correre in loro soccorso. Le critiche ricevute dal sistema possono, in questo senso, fornire suggerimenti preziosi. Nella loro resistenza strenua ad abbandonare l’individualismo spinto e i modelli che ne derivano, tali critiche potrebbero e dovrebbero ispirare una nuova concezione della società e della rappresentanza, mediando tra la democrazia deliberativa e quella partecipativa, ripulite l’una dalle loro esternalità. 

Ma soprattutto dovrebbero portare a concepire un superamento dello scoglio maggiore: la struttura da grande Stato nazionale dove individui isolati si sommano a costituire società scollate, polverizzate e prive di ogni barlume di solidarietà, in favore di una struttura dove piccole-medie comunità ispirate all’inclusione e alla partecipazione si rapportino reciprocamente secondo una logica di rete solidale e cooperativa.

Davide Stasi

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