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Demografia: un problema da sette miliardi

Secondo il rapporto annuale del Fondo ONU per la popolazione, oggi, da qualche parte nel mondo, nascerà un bambino che porterà la popolazione mondiale alla bella cifra di sette miliardi di individui. La stima del Fondo è ovviamente virtuale, simbolica. Non esiste un monitoraggio che consenta un’individuazione così particolareggiata dell’andamento demografico mondiale: si tratta di un’astrazione derivata da dati di tendenza relativi alla popolazione del globo, a loro volta intrecciati con una molteplicità di altri fattori, ambientali, culturali, economici.

Questo complesso di valutazioni fa volgere lo sguardo essenzialmente verso l’Asia orientale e meridionale. Lì è in atto il vero boom demografico. D’altra parte è in quelle aree che vive il 60% della popolazione mondiale, creando, insieme all’Africa, uno sbilancio rispetto all’occidente in grado di pesare non poco sugli equilibri futuri, siano essi politici, economici e ambientali. Giusto per stare alle previsioni: l’area asiatica sarà popolata da 5,2 miliardi di persone al 2052, mentre l’Africa crescerà dal miliardo di individui di oggi a 3 miliardi nel 2100. Europa, Americhe e Oceania invece rallenteranno: cresceranno in popolazione fino a circa il 2025, a tassi comunque limitati, per poi iniziare un lento declino.

A influenzare il dato demografico sono fattori come il tasso di sostituzione, ossia il numero di nati contro il numero di decessi, il tasso di mortalità infantile, la speranza di vita. Il rapporto ONU stima che entro il 2050 il numero di ultrasessantenni crescerà dagli 893 milioni ai 2,4 miliardi. La speranza di vita, in crescita dal 1950 ad oggi, continuerà ad aumentare, così come continuerà la diminuzione del tasso di mortalità infantile. Entro il 2050, per fare una proiezione anche economica, si stima che ci saranno tre persone in età lavorativa per ogni ultra sessantacinquenne. Un rapporto che ammontava a 12 a 1 nel 1950.

È chiaro che questi scenari comportano conseguenze non irrilevanti sotto aspetti ulteriori rispetto a quelli meramente demografici. Il rapporto ONU se ne dimostra conscio, mettendo l’accento sul fatto che il virtuale sovrappopolamento, se gestito come opportunità e non come problema, può essere l’occasione per un maggiore equilibrio nella distribuzione della ricchezza e delle risorse. Senza entrare troppo nel merito, il Fondo ONU parla di eliminazione delle diseguaglianze sociali e di genere, e sfiora soltanto il problema centrale legato al sovrappopolamento della terra, ossia la distribuzione energetica, e le sue esternalità. Più persone richiedono più energia. Più energia, ad oggi, significa più emissioni di anidride carbonica.

Uno scenario chiaro agli scienziati già all’inizio degli anni ’70, quando si lanciò uno sguardo al futuro che oggi l’ONU registra e commenta in modo tutto sommato blando, evitando di mettere l’accento su un fatto scomodo: l’aumento demografico non è un fatto ineluttabile, che va accettato in sé e per sé, ma una componente-chiave di uno scenario dove agiscono forze che si influenzano a vicenda. E un futuro sostenibile, se lo si vuole, passa anche da un contenimento della crescita della popolazione, oltre che da una diffusione sempre più capillare delle energie rinnovabili.

È ampiamente dimostrato che le scelte istintive delle persone che vivono in realtà economicamente consolidate si dirigono verso tassi di natalità contenuti, come avviene e avverrà in Europa e America. Mentre laddove l’economia e il benessere sono novità che vanno a sostituire situazioni di difficoltà o indigenza, il tasso cresce, come nel caso di India e Cina. Al centro di tutto sta la cultura familiare e la percezione consapevole del futuro da parte delle coppie di tutto il mondo. Secondo le simulazioni scientifiche sarebbe necessario che i popoli cominciassero ad avere una diversa percezione dei costi e dei benefici associati ai figli, per garantire a questi un futuro sostenibile. O un futuro tout court: la mancata regolamentazione demografica infatti è tra i maggiori elementi di sbilancio sull’impronta ecologica umana e sulle conseguenze potenzialmente catastrofiche di tale sbilancio.

E mentre meno di un mese fa il Card. Bagnasco dichiarava che «i figli sono l’unico rimedio contro la crisi», e una blogger definiva coraggiosamente ogni nuovo nato come un «famelico e insaziabile divoratore di risorse e un poderoso produttore di CO2», sembra lontana quella ristrutturazione sistemica globale, che richiederebbe a tutti gli esseri umani di acquisire i comportamenti riproduttivi contenuti che un miliardo di individui, nelle società più industrializzate, hanno già adottato. Un passo necessario, perché ci sia un futuro.

Davide Stasi

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