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La fine dell’Unione Europea? Era facilmente prevedibile

Appare ormai evidente a tutti che l’esperimento comunitario europeo è in agonia, e che la sua fine è questione di pochi mesi, se non di settimane. Nonostante gli sforzi e le rassicurazioni della Merkel e di Sarkozy, analisti e osservatori parlano del fallimento dell’area europea e della sua moneta con sempre maggiore nonchalance. È dei giorni scorsi la rivelazione del New York Times secondo cui le grandi banche internazionali stanno simulando scenari legati all’imminente crollo dell’UE, cercando di concepire un “piano B” per minimizzare le conseguenti perdite. Un’ipotesi corroborata, sempre sul New York Times, dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che parla senza remore dell’Unione Europea come di un «esperimento fallimentare».

Questa sorta di coraggioso outing, con cui un numero sempre maggiore di osservatori va all’assalto di un totem, l’incrollabilità del sistema-Europa, fino a poco tempo fa considerato inattaccabile, poggia le fondamenta sugli incontrovertibili dati economici che oggi, tramite essenzialmente il perverso sistema del debito, minano dall’interno l’architettura comunitaria. Ovvero: facendo un’istantanea, si potrebbe quasi dire una TAC, al corpo europeo, appaiono conclamate le anomalie e le patologie che hanno colpito diversi organi vitali. Tutte patologie palesemente incurabili, tali da legittimare la previsione di un decorso fatale.

Quali saranno le conseguenze di una dipartita del sistema comunitario europeo e della sua moneta, è tema di discussione. Le variabili da considerare, in quest’ottica, sono moltissime. Sono così tante che l’unico dato certo è che si tratterà di uno shock. Le cui conseguenze sugli equilibri politici e finanziari internazionali, però, saranno probabilmente più limitate di quelle che vengono prospettate, con toni da fine del mondo, dai media omologati. Sicuramente saranno inferiori alle conseguenze che subiranno i singoli cittadini, sulle cui spalle, alla fine, ricade sempre il peso delle crisi.

In altre parole, sullo scacchiere internazionale, l’Europa da molto tempo gioca un ruolo di scarsa rilevanza, essendosi l’asse degli equilibri spostato nell’aria asiatica e del Pacifico. Un fallimento dell’area europea certificherebbe a livello politico uno stato di fatto che esiste già da tempo, mentre a livello finanziario i grandi operatori sapranno assorbire il colpo (e si stanno già attrezzando a questo scopo), mettendo tutto o quasi, come sempre, nel conto delle varie comunità nazionali. Con queste uniche certezze, quindi, lasciamo da parte l’azzardo previsionale, ed evitiamo di avventurarci nella palude degli argomenti pro o contro l’ipotesi di fallimento dell’Unione Europea. Quello che interessa, qui, è guardarsi alle spalle per chiedersi: era da attendersi un decorso del genere?

La storia dell’Unione Europea è nobile. In principio fu la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Frutto dell’iniziativa di un francese, Jean Monnet, e di un tedesco, Robert Schumann, la CECA fece qualcosa di straordinario: nel 1951 riunì in un patto di collaborazione stati che fino a solo sei anni prima avevano ingaggiato una guerra mondiale atroce, finalizzata all’annientamento reciproco. Proprio nello scarto tra il massacro appena concluso e una logica di pacifica collaborazione stava parte della sua forza storicamente rivoluzionaria. La CECA, e gli altri accordi simili che ne seguirono, tagliarono sorprendentemente i tempi che la storia usualmente richiede per le riconciliazioni tra stati.

L’iniziativa cadde con coerenza nel sentimento europeo, che nutriva un generale desiderio di pace, direttamente proporzionale alla grandezza della tragedia appena trascorsa. Alle spalle della CECA si muovevano, questo è certo, interessi economici circoscritti, che poi furono il volano del successivo boom economico, e tutto venne fatto con il benestare americano, ma l’humus sociale e culturale in cui si inserì era concorde, adeguato e pronto ad accoglierlo come un passo utile al superamento dello shock bellico, e all’impostazione di un futuro europeo di concordia e pace.

Un contesto che, nel corso dei decenni, ha conosciuto le altezze dell’ispirazione europeista di alcuni, e le resistenze di un sentimento euroscettico di altri, ma che ha mantenuto costante l’idea che una crescente integrazione comunitaria potesse simboleggiare la volontà cooperativa e pacifica nell’area europea. Un processo che avvenne in un mondo diviso tra occidente (USA) e oriente (URSS). In quel mondo, l’Europa si associava convintamente al blocco guidato dagli Stati Uniti, tanto da accettare di farsene strumento per le proprie politiche di contenimento militare. La NATO finì per sovrapporsi al processo di integrazione europea per conto degli USA, fino a sovrintenderlo e controllarlo. Si assicurò cioè che tutto fosse graduale, lento, e soprattutto innocuo, anzi subordinato agli interessi d’oltreoceano.

Poi di nuovo l’Europa bruciò i tempi storici a inizio anni novanta, facendo corrispondere, sempre con il benestare americano, il crollo del blocco sovietico con la nascita formale, nel 1992, dell’Unione Europea e della moneta unica. È probabile che Washington, rimasta l’unica egemone globale, volesse garantirsi un ricco mercato di consumatori, nel consentire questa accelerazione, che però col tempo, e con l’esplosione della globalizzazione, ha iniziato ad assumere una dignità e un’autonomia concorrenziali rispetto al patrigno americano e al suo sempre meno superpotente dollaro.

L’impegno economico di ingaggiare guerre un po’ ovunque, per l’approvvigionamento energetico o per motivi geopolitici, l’emergere della Cina a potenza mondiale e le follie finanziarie figlie della deregolamentazione anni ’80, hanno fatto il resto. Così oggi gli USA sono in ginocchio, per sopravvivere mirano a un’espansione nell’area del Pacifico, ed è quindi improbabile che guardino con reale preoccupazione a una retrocessione a vent’anni fa dell’area europea, e all’eliminazione di una moneta che potrebbe essere, e per un certo periodo è stata, in competizione con la loro valuta.

Ma è in quel giro di boa del 1992 il punto focale della crisi che a breve sconvolgerà il Vecchio Continente. L’idea di base era buona. Soprattutto era coerente con il percorso precedente, e prendeva le mosse da un ideale: gli Stati Uniti d’Europa. Un ideale che, se costruito correttamente, avrebbe reso irrilevanti tutti i piagnistei contro la sottrazione delle sovranità nazionali, elemento di base e sacrosanto nella costruzione di grandi stati federali. Il problema fu che la struttura non fu costruita correttamente, per due motivi.

Il primo è culturale: nel 1992 non c’era in Europa quell’humus che consentì nel 1951 alla CECA di apparire come uno stupefacente e condiviso atto di progresso sulla strada della concordia e della pace. Ai tempi di Maastricht, e le cose non sono cambiate in vent’anni (anzi), il francese non era pronto per smettere di sentirsi orgogliosamente francese, e solo in subordine europeo. L’italiano non era disponibile a smettere di essere il cialtrone che è, per diventare cittadino d’Europa. Tanto meno il tedesco era disponibile a smettere di sentirsi tre o quattro palmi sopra tutti gli altri, per livellarsi a un comune standard europeo. E così via.

Prova ne sia che in vent’anni gli appartenenti all’UE hanno continuato a giocare allo stato nazionale, strafottendosene delle cessioni di sovranità richieste dall’integrazione comunitaria e della superiorità delle leggi europee su quelle nazionali. Anche per questo in vent’anni sono fioccate per tutti gli stati multe e procedure d’infrazione come se piovesse, e l’Italia ha ovviamente il record in questo senso. Maastricht e ciò che ne è seguito sono state dunque forzature, un vestito fatto calzare a forza a comunità e istituzioni che non erano pronte ad indossarlo. E che forse lo sarebbero state solo dopo un numero di generazioni sufficiente a espellere ogni pulviscolo del retaggio ideologico del passato recente, per far spazio a una reale educazione allo “spirito europeo”. Davanti al quale l’esistenza di un quadro federale coerente, di istituzioni sovranazionali e la connessa sottrazione di sovranità, pur con tutte le sue anomalie, sarebbero state cose logiche, se non addirittura augurabili.

Il secondo motivo che ha minato fin dall’inizio l’esperimento europeo, portandolo alla deriva attuale, è ben noto a tutti, ed era noto già ai tempi di Maastricht: l’Unione Europea nasceva con istituzioni farraginose e di cartapesta, infarcite di burocrazia e tecnocrazia, essenzialmente per legittimare un’area di libero scambio e la creazione di una moneta unica. Ma l’area di libero scambio europea, nata durante la prima esplosione del processo di globalizzazione, fu in realtà una foglia di fico che coprì lo scopo reale, quello di creare un mercato unico di consumatori dotati di un’unica valuta, a servizio dell’economia globale.

L’economia, la finanza, le banche, insomma, liberate nel decennio precedente da ogni vincolo, e dalla storia di ogni modello alternativo, esercitarono in Europa il proprio primato, ponendo in subordine quello della politica, delle istituzioni e dei popoli. Che la patologia sarebbe stata mortale era chiaro già allora, quindi. Oggi è solo questione di numeri. Oggi non resta che seguire il decorso, con la beffa aggiuntiva di essere assistiti da medici contrari all’uso di qualunque tipo di farmaco painkiller.

Davide Stasi

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