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    martedì
    nov292011

    Ma quant’è buono e quant’è bello il nucleare: Fukushima insegna?

    Qualche mese fa c’era un tizio, qualcuno lo ricorderà, secondo cui le scorie nucleari sono talmente innocui che se ne potrebbero tranquillamente tenere dei fusti in camera da letto. Quel tale passa per essere un luminare dell’oncologia. E allora a lui bisognerebbe chiedere come mai ad Otsuka Norikazu sia spuntata improvvisamente una leucemia linfatica acuta, che in breve lo porterà nella bara.

    Poco dopo l’incidente di Fukushima, le autorità vietarono il commercio di prodotti agroalimentari delle aree contaminate. Questo significò il disastro per le aziende e i coltivatori di quelle aree. Norikazu venne in loro aiuto: forte della propria fama di noto presentatore televisivo, per dimostrare che non c’era alcun pericolo, si fece portare un piatto di succulente verdure raccolte nella prefettura di Fukushima e le divorò in diretta. Certo i nostri Veronesi o Testa direbbero, con la stessa ottusa convinzione con cui Norikazu si è divorato la lattuga radioattiva, che non c’è legame evidente tra la malattia dell’anchorman e la radioattività, ma tant’è il sospetto viene, è più che legittimo.

    E lo è ancor più perché la notizia, tragica ma anche grottesca, del presentatore mangia-radiazioni, ha trovato un’ulteriore conferma. Ieri, quindi a stretto giro, anche il direttore dell’impianto di Fukushima, Masao Yoshida, dipendente della TEPCO, è sparito dalla circolazione. Ricoverato d’urgenza, per una malattia “misteriosa”, di cui la TEPCO non vuole dire nulla, appellandosi alla privacy. Yoshida fu uno dei primi a giungere sul luogo dell’incidente nucleare, ed è certo che di radiazioni ne ha prese un bel po’. Dal suo letto d’ospedale, lui, o la TEPCO per mano sua, non si sa, scrive che è tutto a posto, solo qualche valore fuori posto durante un normale check. Ma intanto la TEPCO l’ha già sostituito.

    In attesa della ferale notizia per entrambi i personaggi, la cui morte imminente, per paradosso, di sicuro non verrà conteggiata tra i decessi attribuiti all’incidente al reattore Daiichi, colpisce la determinazione con cui tutta l’industria nucleare giapponese, e non solo, si fa in quattro per nascondere l’evidenza, nascondendosi dietro al dito della privacy o dietro una quantità di distinguo senza senso. L’essenziale è continuare a ripetere autisticamente che il nucleare è sicuro, anche contro le più tragiche e grottesche evidenze contrarie.

    Davide Stasi

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