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Cina e India ai ferri corti. Come previsto

Manmohan Singh, il primo ministro indiano, è noto per il suo atteggiamento mite. Ha stupito quindi la sua determinazione nel rivolgersi al suo omologo cinese, durante un summit tenuto a Bali settimana scorsa, per difendere il diritto del proprio paese ad effettuare esplorazioni alla ricerca di petrolio e gas nel mar meridionale cinese. Un atteggiamento letto da ogni parte come l’ennesimo segno delle tensioni crescenti tra Cina e India, che stanno giocando un gioco sempre più pericoloso.

L’India da tempo sta cercando di penetrare la tradizionale sfera d’influenza di Pechino, specie nell’area del sud-est asiatico. E l’irritazione reciproca comincia ad essere sempre più difficile da nascondere. In particolare, il pacato Singh si è presentato all’incontro di Bali sorprendentemente determinato, forte dell’accordo appena raggiunto con il Vietnam per l’esplorazione di due aree adiacenti alle controverse isole Spratly, appunto nel mare cinese del sud, di cui abbiamo già parlato (qui). La risposta della Cina, per bocca del proprio ministero degli esteri, non si è fatta attendere.

«Vorremmo non vedere forze esterne coinvolte nella disputa relativa al mare cinese del sud, così come non vogliamo vedere società private straniere impegnate in attività che mettono in discussione la sovranità, i diritti e gli interessi della Cina», si legge in un comunicato stampa da Pechino. Il giornale del partito comunista cinese l’ha messa già ancora più dura, accusando India e Vietnam di sconsideratezza nel voler tentare il confronto con la Cina, e osservando che la società indiana è tutt’altro che pronta a sostenere un conflitto aspro con la tigre orientale.

Probabilmente sono stati proprio questi toni a far saltare un incontro, che si presumeva decisivo, sulla questione delle esplorazioni nel mare cinese del sud, tra i maggiori diplomatici dei due paesi. Pare che l’India in particolare si sia sentita infastidita dai toni “dissonanti” provenienti da Pechino. Il riferimento, in particolare, era alla richiesta cinese al governo indiano di vietare al Dalai Lama di tenere un discorso alla conferenza internazionale del buddismo, prevista a Nuova Delhi questa settimana. Una richiesta che l’India ha rigettato. 

Al centro di tutto c’è quindi la tormentata vicenda delle ricche fonti energetiche del mar meridionale cinese. Lì va svolgendosi l’escalation della tensione tra la Cina, che ne reclama la sovranità, e una pletora di piccoli e grandi paesi asiatici, tutti accomunati da un unico scopo: agganciare la crescita che l’Asia e l’area del Pacifico stanno conoscendo da tempo, cavalcandola al massimo possibile. Cina e India sono gli stati che nell’area crescono in modo più smisurato, rendendo inevitabile che si verifichino sovrapposizioni di interessi, e dunque conflitti.

Una tensione che sale da sei anni, e che non riesce più a nascondersi dietro le tranquillizzanti dichiarazioni dei diplomatici, tutti impegnati a sostenere che c’è spazio per tutti, mentre si è in fase di crescita. L’irritazione delle relazioni reciproche è sempre più tangibile, e secondo alcuni analisti la chiave, oggi, è trovare il modo di gestire in modo efficiente e pacifico le sovrapposizioni di interesse, e dunque i conflitti. Una filosofia che, stando anche ai dati di crescita dei diversi movimenti nazionalisti in Cina e India, non sembra avere molto appeal.

Ma attorno ai due giganti si muovono anche gli stati più piccoli dell’area, che desiderano non essere esclusi dai processi di crescita, anche se questo, alla lunga, potrà significare per tutti l’obbligo di una presa di posizione favorevole alla Cina e avversa l’India, o viceversa. In questa ricerca dell’equilibrio, in questo braccio di ferro in cui l’uno cerca di circondare e isolare l’altro, sta però intervenendo, un agente esterno. Gli Stati Uniti, guarda caso. Che, come abbiamo visto, non perdono occasione per far aumentare la tensione tra la Cina, il grande competitore degli USA, e i suoi vicini. A cui magari, in aggiunta, impone anche l’acquisto di impianti missilistici di nuova concezione, in cambio dell’inclusione in nuovi ricchi e promettenti accordi commerciali d’area.

Proprio a questa intrusione il ministero degli esteri cinesi faceva riferimento nel suo comunicato stampa. Pechino sa bene che i focolai di tensione che gli si accendono continuamente attorno sono frutto dell’improvviso attivismo che gli USA hanno inaugurato nell’area del pacifico. E sanno anche come usualmente gli USA operano in questi casi. Al momento la pazienza cinese sembra resistere, anche se non si sa ancora per quanto. Non dev’essere facile tenere i pugni in tasca quando si è circondati da provocatori stimolati e armati fino ai denti da un gigante militare agonizzante e pieno di paura di morire. 

Davide Stasi


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