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Durban: come volevasi dimostrare, un nulla di fatto

A Durban  si è trovato un accordo all’ultimo minuto, che prevede l’estensione del protocollo di Kyoto e che porterà nei prossimi tre anni i Paesi firmatari, ossia tutti i partecipanti al summit, a discutere sulle modalità per iniziare a fare qualcosa di concreto dal 2020. Insomma l’unico risultato dopo una serie infinita di chiacchiere e di frasi preconfezionate, come quelle dette dal ministro dell’ambiente italiano in un inglese imbarazzante, è stato quello, ancora una volta, di prendere tempo. Rinviando a un domani e ad altri “leader” decisioni che sarebbero da prendere subito. Se non altro perché l’ambiente non sta ad attendere le nostre, o meglio, le loro idiozie.

Si era ad un passo dal nulla di fatto, al summit di Durban, e in effetti è proprio andata così. O quasi. Se da una parte si è finalmente riusciti (in extremis) ad ottenere la firma su accordi legalmente vincolanti di Paesi ultra-inquinatori e storicamente contrari ad ogni azione per la salvaguardia del clima come Cina, India e soprattutto Usa, dall’altra se ne esce con una “scatola vuota”, piena di parole, buone intenzioni e vacui propositi. Tutto è andato come previsto, insomma.

L’affermare all’inizio del COP17 che si trattava solo di chiacchiere inutili, infatti, non è stato da parte nostra un gesto di arroganza o di pessimismo, ma la consapevolezza del fatto che questi eventi sono e si dimostrano sempre più inutili. Un vero e proprio spreco di tempo, di inchiostro e soprattutto di risorse. Tutto per eventi che, inquinando più di intere nazioni nell’arco di un anno, rischiano solamente di portare tematiche importanti e delicate come quelle relative al caos climatico in corso a perdere di valore e di importanza, anche agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. 

Accontentarsi di non dovere ripartire da zero è già stato un successo, secondo alcuni. E in effetti pensare che un minimo di apertura possa essere giunto dagli Usa o dalla Cina sembra già incredibile. Ma non ci si può aspettare che la situazione possa migliorare o cambiare se si continua in questo modo. Non è possibile doversi accontentare sempre del meno peggio, o che dei mediocri decidano per le sorti dell’intera umanità.

«Siamo delusi», ha affermato Tasneem Essop, portavoce del Wwf: «Ci aspettavamo un’azione immediata per contrastare il cambiamento climatico, ma è evidente che qui il problema principale è stata la mancanza di ambizione in termini di azioni immediate per ridurre le emissioni di carbonio». «Praticamente, ne siamo usciti con una scatola vuota», conclude Essop. Appunto.

Le uniche parole degne di nota, durante i climate talk nella città sudafricana, sono state quelle di Abigail Borah, giovane studentessa del Middlebury College, in New Jersey. Questa ragazza, che si è presa la briga di volare fino in Sudafrica per dire la sua, appena prima dell'intervento dell’inviato di Obama per il clima, Todd Stern, si è alzata e, dal mezzo della platea, ha urlato con una voce stridula ed appassionata che, siccome il signor Stern non stava parlando a nome dei cittadini statunitensi, lo avrebbe fatto lei. Cosa che ha fatto (ribadendo più volte che il 2020 è troppo tardi per iniziare a muoversi verso la riduzione delle emissioni di gas serra), prima di essere accompagnata fuori da due guardie. Ma soprattutto da una serie di applausi che i pomposi ed inutili politici e relatori presenti in sala non riceveranno mai. 

Andrea Bertaglio

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