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Tagli alla casta: Monti propone, il Parlamento dispone

Niente decreto del Governo per sforbiciare le indennità dei parlamentari italiani. Al contrario saranno le Camere a decidere per loro stesse.

Ufficialmente la decisione è dettata dalla mancanza di legittimità di una misura imposta dall’esecutivo, visto che Camera e Senato godono di una certa indipendenza nei confronti del governo e hanno dei regolamenti interni che ne disciplinano le attività. In via ufficiosa è difficile pensare che le proteste degli onorevoli non abbiano avuto il loro peso.

Predisponendo essi stessi il provvedimento che li riguarda - anche per cautelarsi dal rischio che, laddove la commissione interna non riesca entro il 31 dicembre ad adeguare gli stipendi di parlamentari e dirigenti pubblici a quelli europei, il governo potrà intervenire con un decreto ad hoc - i singoli deputati, e i diversi partiti, avranno maggiori possibilità di controllare che le cose non vadano troppo in loro sfavore. Non solo. In pochi sanno che la vera differenza tra i nostri pasciuti onorevoli e quelli europei non sta tanto nello stipendio quanto nei rimborsi spese di ogni genere che intascano ogni mese. Tra questi 3.500 euro per il soggiorno nella Capitale, 4.190 euro per eventi politici, segreteria e "rapporti con gli elettori", 250 euro per le spese telefoniche senza contare i rimborsi per i trasferimenti e i viaggi rigorosamente gratuiti.

Il tutto senza contare altri benefit aggiuntivi, come computer e cellulari, auto blu con eventuale chauffeur, portaborse vari e tutti gli altri servizi, dal barbiere alla lavanderia, che se non sono gratis hanno comunque prezzi stracciati. E se l’indennità oggetto della limatura è pari a 5.486 euro e supera di poco la media europea, non bisogna dimenticare che al netto un deputato italiano ne intasca almeno 12.000 al mese. Inoltre non c’è praticamente nessuno che vigili sulla reale necessità di effettuare queste spese e sono gli stessi parlamentari ad approvarsele da soli.

Insomma – ed è quasi superfluo sottolinearlo – c’è assai poco da fidarsi. Anche perché se c’è una cosa in cui la nostra classe dirigente è bravissima è proprio nel presentare il taglio dei vitalizi e dei privilegi come cosa fatta salvo poi rimangiarsi tutto il giorno dopo: o attraverso un cavillo legale (ed è stato il caso, ad esempio, del contributo di solidarietà applicato alle pensioni dei dirigenti pubblici ma non dei parlamentari perché “eletti” e non “assunti”) oppure grazie all’allungarsi a dismisura dei tempi o, ancora, tramite l’applicazione delle norme ai deputati che verranno e mai a quelli che sono già in carica. Ovverosia, saldamente ancorati alla loro poltrona.

Sara Santolini

 

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