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Monti. Eccone un altro che ciancia di Tobin Tax

Ogni tanto rispunta, l’ipotesi di tassare le transazioni finanziarie. E non solo da parte di chi è consapevole che la speculazione di Borsa è talmente dannosa che imporle un prelievo tributario sarebbe davvero il minimo, ma anche da parte di quelli che viceversa non hanno nulla da eccepire.

La spiegazione è lampante: primo, si tratta di un’imposta con un’aliquota così bassa che non scoraggerebbe nessuno (nemmeno quei pescecani dei broker); secondo, prima di arrivare a una legge istitutiva bisogna aggregare un consenso internazionale tanto vasto che chissà quando, e se, verrà mai raggiunto. Il classico caso, insomma, in cui si può fare bella figura con poca spesa. Anzi, con nessuna spesa. Ti dichiari a favore e resta un’affermazione campata per aria. Un’eventualità remota. Un auspicio, mica un impegno.

Così, in questi giorni di supermanovra, e di super tentativi di imbellettarla col cerone da quattro soldi di una pretesa equità, anche Mario Monti non si fa sfuggire l’occasione di atteggiarsi a futuro gabelliere del sistema finanziario. Proprio oggi, durante la travagliata audizione in Senato in cui la Lega, ormai in piena campagna elettorale, ha fatto un tale trambusto da indurre Schifani (garbatamente definito «un pagliaccio» dal senatore del Carroccio Enrico Montani) a sospendere la seduta, il neo premier si è rivolto a quegli scavezzacollo dei Padani e ha affermato che «uno dei modi per arrivare, non dico a "basta tasse" ma almeno a "meno tasse" è quello di estendere la fiscalità al mondo della finanza». Pertanto, a suo dire, l’Italia è «disposta a riconsiderare la posizione del precedente governo, che era contrario ad una tassazione sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax».

Sarebbe interessante conoscere il pensiero del suddetto Montani, a questo proposito.

(fz)

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